Il dettaglio è tutto

FourExcellences - Domenico Gnoli

Domenico Gnoli morì nel 1970 non ancora trentasettenne. La Fondazione Prada gli dedica una mostra a Milano con la seguente motivazione: “Gnoli è stato visto come un artista pop o iperrealista dai critici a lui contemporanei. Negli anni successivi l’interesse della critica si è focalizzato sui lavori caratterizzati dal taglio fotografico e dall’interesse specifico per la figura umana e gli oggetti della sua ultima produzione. A cinquant’anni dalla scomparsa, Fondazione Prada vuole proporre uno sguardo d’insieme che permetta di leggere la sua attività come un discorso unitario e libero da etichette, e metta in luce le intuizioni di chi, in passato, ha interpretato Gnoli dal punto di vista storico e critico in modo originale, riconoscendo l’ispirazione che l’artista ha trovato nel Rinascimento“. Più in generale alle opere di Gnoli è stata riconosciuta l’originalità del linguaggio, sofisticato e misterioso a un tempo, e pur tuttavia minimal. Dettagli di corpi, vestiti, cibo. Sospesi nel tempo come assoluti.

Mi servo sempre di elementi dati e semplici, non voglio aggiungere o sottrarre nulla. Non ho neppure avuto mai voglia di deformare: io isolo e rappresento.
Domenico Gnoli

Domenico Gnoli: splitting hairs turns into art - Italian Ways

Domenico Gnoli alla Fondazione Prada | Salone del Mobile

Dall’alto: Apple, Curly Red Hair, Robe verte

Mario può morire. Anzi no

Eutanasia: il tribunale di Ancona riconosce il diritto al suicidio

Mario è il primo cittadino italiano a cui è stato riconosciuto il diritto all’eutanasia; dopo gli ultimi undici anni trascorsi immobilizzato a letto, forte di una lucidità invidiabile, se non fosse figlia di un dolore già difficile solo a immaginarsi, alle polemiche che hanno interessato il suo caso, ha risposto: “Nessuno può dirmi che non sto troppo male per continuare a vivere in queste condizioni. Negarmi un diritto dato da una sentenza della Corte costituzionale sarebbe condannarmi a vivere una vita fatta di torture, umiliazioni e sofferenze che non tollero più. Ognuno di noi vede la vita in modo diverso, ha una soglia del dolore e della dignità umana differente. Ammiro e apprezzo chi non fa la mia scelta, tanta gente dirà che quello che sto facendo è sbagliato, ma parlare senza provare quello che si passa giornalmente, uno non immagina nemmeno di cosa si tratta, io la chiamo sopravvivenza“. Sembrava cosa fatta, e invece ora nessuno sa come aiutare Mario a morire, ovvero quale farmaco usare. L’assessore alla salute se n’è lavato le mani e ha passato la palla al tribunale. Eppure basterebbe guardare ad altri Paesi europei per uscirsene dall’impasse, ma in Italia tutto diventa una questione di vassallaggio al Vaticano, alla burocrazia, all’inerzia della classe politica. C’è un bellissimo film spagnolo, Mare dentro, il cui protagonista, paralizzato da vent’anni, della vita dice: “è un diritto, non un obbligo”. Da far vedere per decreto a chi si permette il lusso di scherzare con la sofferenza altrui.

Mi voglio politicamente bella

Ellie Goldstein è la prima modella di Gucci con sindrome di Down - la Repubblica

Dopo il #metoo e il #blacklivesmatter, la bellezza ha assunto valenza politica soprattutto per le giovani che acquistano prodotti per il make-up in funzione dei valori che a quelli soggiacciono (body positivity, rispetto ambientale, culto della salute, ecc.). Appartengono a questo filone il marchio americano Beautycounter che da anni fa attività di lobbying per spingere il parlamento di Washington ad allungare l’elenco delle sostanze da bandire in cosmetica, le influencer che portano avanti vere e proprie campagne politiche, Estée Lauder che ha scelto la poetessa attivista Amanda Gorman come testimonial perché la bellezza deve proclamarsi femminista, e infine Gucci che in nome dell’inclusività ha voluto, per pubblicizzare il mascara L’Obscur, Ellie Goldstein (foto) portatrice della sindrome di Down, in quanto “persona autentica che usa il trucco per raccontare la sua storia di libertà”. Ora, al netto delle illazioni sulla bontà della scelta commerciale di Gucci, resta il fatto che Ellie si dice contenta dell’opportunità che le è stata offerta dal momento che numerosi sono stati gli editoriali e le copertine che in seguito l’hanno riguardata. Ma volendo riportare il discorso su un piano scevro da speculazioni politiche e femministe, di certo ogni linea cosmetica ha in sé un grande pregio, quello di regalare a tutte le donne l’illusione di diventare belle. Perché tutto gira intorno all’immagine attraverso cui ci diamo al mondo. Con buona pace di ogni rivoluzione culturale.

Il Babbo Natale gay non piace al Popolo della Famiglia

Il Popolo della Famiglia contro lo spot norvegese con Babbo Natale gay

Nel 2022 la Norvegia festeggerà il cinquantenario della legge che depenalizza l’omosessualità. Le Poste nazionali hanno pensato a un cortometraggio dal titolo “When Harry met Santa”, ovvero “Quando Harry ha incontrato Santa”, parafrasando in versione gay  il film “Harry ti presento Sally”. Il video racconta la storia d’amore tra un uomo di nome Harry e Babbo Natale, inizialmente costretti a vedersi soltanto una volta all’anno per via degli improrogabili impegni del secondo; il lieto fine è assicurato grazie alla scelta di Babbo Natale di affidarsi alle Poste per la consegna dei pacchi natalizi. Un bacio suggella l’avvenuta reunion. Questa trovata non è piaciuta al Popolo della Famiglia e Luciana Presta, consigliera comunale di Pianezza,  su Facebook ha parlato di pedofilia di Stato. In particolare si legge: “Un crimine vigliacco per sabotare la mente dei bambini e stuprare la loro anima. Vogliono distruggere i loro sogni per realizzare i loro progetti di trasformare la società brutalizzando la realtà e la verità. (…) Qui appare l’ideologia gender che le élite, l’Onu e la Ue vogliono imporre. Dobbiamo proteggere i bambini e trasmettere loro la fede, unico antidoto a questo veleno satanico. E cercare di fermare questa follia. Fosse anche di un centimetro, fosse anche ritardandola di un solo minuto. E pregare, e convertirci, perché contro un resto convertito davvero a Cristo il demonio non può nulla. Preghiamo per i nostri bambini e ragazzi, contro questa follia“. Amen

Serena, senza peli sulla lingua

Serena Grandi, compie 60 anni l'icona sexy del cinema

Ormai è una consuetudine, sotto Natale le vecchie star sono divorate dal sacro fuoco della scrittura. E pubblicano, oh se pubblicano. L’ultima in ordine temporale è Serena Grandi con un memoir dal titolo Serena a tutti i costi in cui ha racchiuso 25 lettere mai spedite. Tra queste una a Tinto Brass al quale deve la fama grazie al ruolo di Miranda, e un’altra all’ex marito Beppe Ercole, ricchissimo antiquario playboy, finito in disgrazia a seguito di una storia di droga. Leggiamo: “Come si fa a tradire una come me? Guardo questa foto del battesimo di Edoardo e dietro di noi, con nostro figlio in braccio, ci sono tante donne. Ho capito solo col tempo che erano tutte tue amanti. Le avevi invitate senza pensare che avresti potuto ferirmi. Come hai potuto ferirmi. Come hai potuto? Non puoi rispondermi, caro Beppe, ma sappi che ti ho perdonato per tutto“. (Abbiamo la nuova Elena Ferrante?). C’è poi l’epistola a Paolo Sorrentino che la volle ne La grande bellezza senza però riservarle non si sa bene quali privilegi, perché la nostra scrive: “Sul set si trasformava, costringeva a prove massacranti, a dimenarsi come ossessi anche quando la cinepresa era lontana, e a girare di notte anche le scene diurne. Una gran fatica”. (E sarebbe questo il gioco al massacro?)

Casta da quattro anni perché “gli uomini mi sono venuti a noia, anzi a vomito, e con loro e col sesso ho chiuso“, Serena Grandi opta per la sincerità quando con pragmatismo disarmante dice: “Alle donne di oggi consiglierei: meglio i Cartier dei fiori. Quando ti mollano sola e nella merda i primi appassiscono, gli altri almeno puoi andare a venderli“. E a questo punto mi pento del sarcasmo in parentesi.

Studenti a scuola con la gonna, il prof rifiuta di fare lezione

Il prof non fa lezione agli studenti in gonna per la giornata contro la violenza sulle donne: le classi boicottano le lezioni - la Repubblica

La settimana scorsa tre studenti del terzo anno del Liceo Bottoni di Milano, in occasione della giornata internazionale contro la violenza di genere, hanno voluto dimostrare di essere sensibili al tema indossando una gonna, gli altri un indumento rosso. Il docente di storia Martino Mora, al cospetto della scena che gli sarà apparsa clownesca, ha chiesto che uscissero dall’aula e si è rifiutato di fare lezione. Il giorno dopo sono stati gli studenti a rifiutare il professore. Ma non è finita lì. A dispetto di tutte le polemiche scaturite dal suo atteggiamento intransigente, Mora ha continuato a sfogarsi sui social e a mantenere le sue posizioni. Su Facebook ha scritto: “Solo nel nostro sciagurato Paese può accadere che una dirigenza scolastica arrivi a sostenere esplicitamente lo sciopero degli studenti contro un docente (il sottoscritto) della stessa scuola, che essa, al di là di ogni dissenso, avrebbe il dovere di tutelare e difendere“. In effetti il prof ne ha avute per tutti, giacché non ha risparmiato donne, gay, chiesa, stampa, governo, vaccini e green pass. E nelle ultime ore è tornato ad esternare così: “Per la dirigenza è meglio che gli studenti boicottino le lezioni di filosofia e storia, per una pura contesa ideologica, piuttosto che frequentarle. Essa fa così l’involontario ma esplicito elogio dell’ignoranza. Siamo all’invito del liceo Bottoni a sostenere “la lotta degli studenti”, cioè a boicottare lezioni che si tengono nello stesso Bottoni, e per pure motivazioni ideologiche che nulla c’entrano coi contenuti didattici“.

Perpetuando l’esempio di tutti quelli accecati dalla propria supponenza, adesso Mora si dice pronto al martirio: “Se il sottoscritto deve essere la pietra della scandalo perché qualche nodo della situazione ormai insostenibile del sistema scolastico venga finalmente al pettine, ebbene ben venga. Se il sottoscritto deve pagare un prezzo per tutto questo – il prezzo dell’isolamento e dell’ingiustizia – ebbene è disposto a pagarlo“.

Bravo prof, paga il tuo prezzo e cambia mestiere.

da il Giornale.it

Perchè non ha aperto il dialogo immediatamente invece di cacciare i ragazzi?

«Perchè non era il momento: un insegnante è anche un educatore e un educatore deve sapere dire dei no. Quello era il momento di passare il messaggio che a scuola ci sono dei limiti. La scuola è un luogo speciale e un bene comune e merita rispetto. Ma su questo sono stato sconfessato dalla dirigenza e dal liceo stesso».

In che senso?

«Mi è stato posto un aut aut: fare lezione ai ragazzi vestiti così o andarmene. Io voglio difendere la scuola di De Santis, Croce, Gentile e Gramsci. Io, che sono di idee diverse, sono costretto a difendere l’impianto della scuola gramsciana rispetto a questa deriva verso la scuola di Lady Gaga, verso questo grande Carnevale in cui ci si traveste, si fa quello che si vuole. Io sono contro perché ritengo che la scuola sia, come la Chiesa e la famiglia, una delle poche istituzioni di senso rimaste. Se perdiamo anche quella, rimane solo il Nichilismo».

L’Inno di Mameli, una cabaletta di 75 anni

Il Canto degli italiani - L'Inno di Mameli illustrato - Mameli/Domeniconi | Einaudi Ragazzi

In quest’anno ormai agli sgoccioli ricorrono i 75 anni dall’adozione dell’Inno di Mameli da parte della Repubblica italiana. Era il 12 ottobre del 1946, ma è nel dicembre del 2017 che Il Canto degli Italiani (questo il titolo originale) è diventato ufficialmente il nostro inno. Ne sono passati di anni, e per quanto sia cantato nelle notti magiche e in ogni altra occasione importante, resiste uno zoccolo duro a cui proprio non va a genio. Ora è in edicola un albo illustrato, Il Canto degli Italiani, che nelle intenzioni del curatore Giusi Parisi, è destinato ai bambini. Secondo me sarebbe un buon regalo anche per i nostalgici degli ideali risorgimentali e per tutti coloro che, in questi tempi cupi, dantescamente vanno ripetendo: “La speranza ha fior del verde”.

Le illustrazioni sono di Paolo Domeniconi

Il Canto degli italiani - L'Inno di Mameli illustrato - Mameli/Domeniconi | Einaudi Ragazzi

Il Canto degli italiani - L'Inno di Mameli illustrato - Mameli/Domeniconi | Einaudi Ragazzi

Primo dicembre Giornata mondiale contro l’Aids

WORLD AIDS DAY - December 1, 2021 - National Today

Negli anni Ottanta e Novanta diventò un incubo, oggi invece non se ne parla più. Ma l’Aids è ancora una realtà ben radicata, in particolare nella fascia d’età che va dai 18 ai 25 anni, notoriamente poco propensa a prendere “precauzioni”. Il primo dicembre viene celebrata la Giornata mondiale contro l’Aids, e tra centinaia di giornate dedicate mi pare che questa meriti un’attenzione maggiore. Quest’anno poi, dopo due anni durante i quali non si è potuta fare informazione nelle scuole causa pandemia, sarà ancora più importante ribadire l’importanza della tempestività della diagnosi per salvare la vita a se stessi e ai partner, e portare all’attenzione di tutti che nel mondo ci sono dieci milioni di persone che convivono con l’Hiv e non possono curarsi. Chi è pronto a fare spallucce pensando che il problema riguardi solo i paesi poveri, dovrebbe sapere che in Italia immigrati e persone con problematiche sociali vengono sistematicamente tagliati fuori dallo screening e dalle cure. Anche se mi duole dirlo, non credo che domani saranno in molti a rimboccarsi le maniche per ricordare che l’emergenza Aids non è finita. Ormai esiste solo quella Covid, di emergenza.

La boutade di Monti: siamo in guerra, occorre un’informazione meno democratica

Meglio che l'informazione segua modalità meno democratiche”, parola di Mario Monti. E intorno, silenzio - Linea Italia Piemonte

Il senatore Mario Monti dev’essere un buontempone: se così non fosse, non potremmo spiegare certe sue dichiarazioni raccolte dal programma In Onda su La7. A proposito della pandemia e dell’allarmismo che genera quotidianamente ha detto serafico:

Bisogna trovare modalità meno democratiche nella somministrazione dell’informazione. D’altra parte è come se fossimo in guerra. Ma nessuno si è posto il problema di adeguare la comunicazione a una situazione di guerra. Credo che, andando avanti la pandemia, bisognerà trovare un sistema che dosi dall’alto l’informazione”. E alla domanda “Chi deciderà il modo con cui farlo?”, ha risposto: “Il governo ispirato e istruito dalle autorità sanitarie”. Qualche giorno dopo, a seguito delle polemiche da cui è stato investito, si è sentito in dovere di chiarire: “Nessuna censura, piuttosto un nuovo ruolo dell’informazione in una situazione di emergenza. Abbiamo già accettato di buon grado limitazioni mai immaginate alla nostra libertà di movimento; diciamo di stare in guerra ma appunto c’è da chiedersi in questa guerra, in un sistema democratico, come si affronta l’emergenza? È confacente che ogni canale tv dedichi 10-15 ore al giorno a questi temi? Questo è il tema che ci dobbiamo porre e che tocca tutti, anche il potere politico e gli utenti. E non è perché tocca il mondo dell’informazione che va considerato un tema illegittimo e dissacrante“.

C’era una volta la democrazia. Ora non più, almeno nelle intenzioni del professor Monti. Però su un punto ha ragione: l’aggiornamento ossessivo relativo al numero di contagi e di morti potrebbe essere eliminato dai programmi di intrattenimento che vanno in onda di mattina e nel pomeriggio. Lasciamo che siano i telegiornali, la stampa e il web ad aggiornare il bollettino di guerra. Perché tutto questo accanimento intorno al Covid e alle sue varianti è più letale del virus stesso.

Vietato dire “Natale” e chiamarsi Maria o Giovanni

UE, Meloni: Commissione considera il Natale una festività poco "inclusiva", in nome di bieca ideologia si vuole sopprimere la cultura di un popolo - Giorgia Meloni

In nome del politicamente corretto siamo ormai a un passo dalla follia. In un documento che doveva restare privato, ma di cui Il Giornale è entrato in possesso, la Commissione europea indica ai dipendenti i criteri da adottare per la comunicazione interna ed esterna. Alcuni esempi tratti dal sito il Giornale.it:

Vietato utilizzare nomi di genere come «operai o poliziotti» o usare il pronome maschile come pronome predefinito, vietato organizzare discussioni con un solo genere rappresentato (solo uomini o solo donne) e ancora, vietato utilizzare «Miss o Mrs» a meno che non sia il destinatario della comunicazione a esplicitarlo. Ma non è finita: non si può iniziare una conferenza rivolgendosi al pubblico con la consueta espressione «Signori e signore» ma occorre utilizzare la formula neutra «cari colleghi»“.

E ancora:

” «Fai attenzione a non menzionare sempre prima lo stesso sesso nell’ordine delle parole, o a rivolgerti a uomini e donne in modo diverso (ad esempio un uomo per cognome, una donna per nome)»; e ancora «quando scegli le immagini per accompagnare la tua comunicazione, assicurarsi che le donne e le ragazze non siano rappresentate in ambito domestico o in ruoli passivi mentre gli uomini sono attivi e avventurosi».

Non viene risparmiato neppure l’ambito religioso per cui:

“In nome dell’inclusività la Commissione europea arriva a cancellare il Natale invitando a non utilizzare la frase «il periodo natalizio può essere stressante» ma dire «il periodo delle vacanze può essere stressante». Una volontà di eliminare il cristianesimo che si spinge oltre con la raccomandazione di usare nomi generici invece di «nomi cristiani» perciò, invece di «Maria e Giovanni sono una coppia internazionale», bisogna dire «Malika e Giulio sono una coppia internazionale». 

E per finire:

“Vietato dire «colonizzazione di Marte» o «insediamento umano su Marte», meglio affermare «inviare umani su Marte»”.

È vero, non ci riguarda direttamente. Ma potrebbe, e in tempi brevi.