Coronavirus e privacy

Risultato immagini per monna lisa con mascherina

   L’epidemiologia, stando alla definizione che ne dà la Treccani, è  una “scienza medica che studia, a fini soprattutto preventivi, l’entità e le vie della diffusione delle malattie (spec. di quelle infettive), mirando a individuare le condizioni organiche, ambientali, demografiche e sociali che possono favorire o contrastare il loro sviluppo”. Va da sé che questa, come ogni disciplina che si rispetti, ha bisogno di raccogliere dati che, come spiega il fisico Alessandro Vespignani tra gli esperti più quotati nel campo delle predizioni scientifiche, danno poi vita ai modelli predittivi. Ma per quanto riguarda il Covid-19 chiarisce che: “Al momento le nostre previsioni sono basate sulla rete di mobilità e non sulla trasmissibilità interumana. Stiamo utilizzando modelli di “situational awarness”, che proiettano il loro stato dopo la modificazione di alcune variabili (ad esempio le strategie attuate dalle autorità cinesi). In questo modo è possibile stimare un numero di casi fino a dieci volte maggiore rispetto alle stime ufficiali, ma non si tratta ancora di previsioni. Sapremo proiettarci verso il futuro solamente fra qualche giorno, quando disporremo di dati più certi ed i numeri statistici saranno sufficientemente solidi da essere inseriti in algoritmi predittivi. Anche i social sono sul tavolo”.

   Possiamo forse trasalire, dirci sconcertati nel sapere che siamo sotto una lente di ingrandimento? Certo che no, non in questo caso, ma c’è chi ha fatto notare che la Cina, a causa dell’epidemia da cui è stata colpita tanto duramente, ha intensificato l’attività di sorveglianza sulla popolazione attraverso l’uso di droni per verificare l’uso delle mascherine e ha preso accordi con i colossi della tecnologia e delle telecomunicazioni per monitorare gli spostamenti dei cittadini e dire loro quanto stare in quarantena. La domanda è: a emergenza finita, le autorità cinesi rinunceranno a raccogliere dati indiscriminatamente o continueranno a farlo col pretesto di essere pronti quando si presenterà una nuova epidemia? E noi, sebbene figli di un background culturale completamente diverso, potremo dirci certi che non ci sarà un grande fratello che, a nostra insaputa, veglierà su di noi per proteggerci da un qualsivoglia emulo del coronavirus?

Naomi Seibt, l’anti-Greta Thunberg

   È così che è stata ribattezzata la 19enne tedesca Naomi Seibt che attraverso il suo canale YouTube minimizza l’allarme climatico con l’assunto: “L’uomo e le attività industriali giocano un ruolo minimo, se non pari a zero, nel riscaldamento climatico che è invece un effetto naturale, frutto dell’evoluzione terrestre e di un’influenza maggiore dell’energia solare”.

   Naomi Seibt non è una ragazza qualunque; dietro di lei si muove l’Istituto Heartland, molto vicino al presidente Trump, e da tempo impegnato al fianco di una nota multinazionale nel confutare la tesi che il tabacco causerebbe il cancro; e se non bastasse, i detrattori di Seibt fanno sapere che ha fatto parte del movimento di destra Alternativa per la Germania. Ma com’è stato possibile che l’anti-Greta – definizione rifiutata da Naomi perché “io non sono una marionetta” –  sia stata investita da tanta visibilità? Il motivo è presto detto: nel convegno Climate Reality Forum, tenuto a Monaco nel dicembre scorso, fu notata da James Taylor, uno dei grandi dirigenti dell’Istituto Heartland. A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

“Siamo tutte donne clitoridee”, il collettivo femminista Claire Fontaine da Dior

   La Parigi Fashion Week si è aperta con la sfilata Dior Fall Winter 2020 2021. Maria Grazia Chiuri, stilista di Dior, ha scelto di avvalersi della collaborazione del collettivo francese Claire Fontaine che ha tappezzato il pavimento della location (Jardin des Tuileries) con giornali delle settimane precedenti, illuminati da neon coloratissimi di chiaro stampo femminista tra i quali spiccavano “Siamo tutte donne clitoridee”, “L’amore delle donne è lavoro non retribuito” e “Quando le donne scioperano il mondo si ferma”. La coincidenza temporale col verdetto di condanna per Harvey Weinstein  (24 febbraio) è espressione della più incredibile casualità, ma immagino che sia stato comunque motivo di giubilo per il collettivo femminista.

   “Siamo tutte donne clitoridee” è un tributo al libro Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale della storica dell’arte Carla Lonzi, alla quale va il merito di aver messo in discussione il patriarcato, disgiungendo il piacere femminile da quello maschile.

L’esorcista contro Achille Lauro:”Un improvvisato imitatore di rockstar sataniste”

   Francesco Bamonte, Presidente dell’Associazione Internazionale Esorcisti, ha avuto parole durissime a proposito del video di Achille Lauro Me ne frego. Cito:

  “Si permette di raffigurare la Vergine Maria come un’invasata discinta che sembra presiedere a condotte orgiastiche in un mucchio di corpi nudi e allucinati come in una messa nera. Il vero problema non sono i corpi nudi – ce ne sono ovunque nell’arte più sublime – bensì l’uso satanico di simboli religiosi per farsi notare“.

   E rincarando la dose:

   “In un momento critico per la nostra collettività è fondamentale poter contare su radici e valori granitici. Mentre la salute pubblica è messa a repentaglio da un virus ancora sconosciuto e quindi temibile, addolora dover registrare una grave legittimazione di condotte blasfeme e distruttive per l’identità religiosa e la dignità culturale di una bimillenaria civiltà cristiana come l’Italia. Il problema non è un ‘improvvisato imitatore di rockstar sataniste e neppure il successo commerciale che incontra ma l’incredibile e scandaloso avallo ottenuto a sorpresa da chi istituzionalmente è tenuto a difendere e tramandare il ‘depositum fidei’. Viene da chiedersi quale sia la finalità di un’azione di sistematico elogio e di strumentale protezione nei confronti di un’operazione di marketing che ridicolizza, sporca e banalizza la caratura salvifica del sacrificio di un Figlio pianto da una Madre che da sola è rimasta ai piedi della Croce”.

   Ora, se solo la smettessimo di dare importanza a questo fantoccio frutto dell’ennesima operazione di marketing, potremmo affidare il suo video all’oblìo etichettandolo con la dicitura “di imbarazzante banalità”; tralasciando le proteste di Francesco Bamonte che aprono a orizzonti troppo ampi, dico solo che bisogna essere davvero miopi per non ravvisare nella baracconata di Achille Lauro un pacchiano compiacimento per il sovrannaturale che lascia lo spettatore a godere di una performance misticheggiante e kitsch di cui presto non avrà memoria.

Enric Marco, che mutò la verità in menzogna

   Singolare e truffaldina la storia di Enric Marco, militante antifranchista catalano, appassionato di storia con velleità da scrittore. Nel 1978, in un’intervista al periodico Por Favor, raccontò che nel 1943 era stato arrestato dai nazisti e deportato nel lager di Flossenbürg col numero 6448. Tornò a parlarne, con dovizia di particolari, nel libro Memorie dell’inferno: un’autobiografia come tante se lo storico Benito Bermejo non avesse fiutato l’inganno e scoperto che Marco non era mai stato deportato e che il numero 6448 semplicemente non era mai esistito. Ma com’era stato possibile che tanta gente, persino i sopravvissuti del lager di Flossenbürg, avessero dato credito al rappresentante dei deportati spagnoli? La risposta è nella ricchezza di particolari con cui Marco narrava il vissuto all’interno del lager ma i toni, scevri da ogni forma di riluttanza e anzi a tratti quasi compiaciuti, insospettirono Bermejo che infatti c’aveva visto giusto. Talvolta menzogna e verità sono inscindibili.

In alto: Gustav Klimt, Tragedia

Re Giorgio boccia le donne seminude. E fa mea culpa

   Conclusa la sfilata della collezione donna autunno-inverno 2020/21, avvenuta a porte chiuse per via del coronavirus, re Giorgio Armani ha detto: “Le tendenze non sono niente, la cosa importante è vestire le donne al meglio. Oggi parliamo tanto di donne stuprate, in un angolo, ma continuano a essere violentate anche dagli stilisti. E mi ci metto anch’io. Penso a certi manifesti pubblicitari in cui si vedono modelle provocanti, seminude: succede che molte si sentano obbligate a mostrarsi così. Questo per me è uno stupro”.

   Ringraziamo Giorgio Armani per il moto di sdegno buono e nobile, ma la dichiarazione ha in sé un che di ozioso: il fashion system non cambierà, e lui lo sa bene, perché così com’è funziona benissimo; del resto, essendo in grado di regalare un sogno già partendo da basi minimal, perché dovrebbe privare  un abito o a un accessorio di una nota erotica in salsa glam? Un valore aggiunto di sanguigna immediatezza che, nell’ottica del profitto,  sarebbe deprecabile non sfruttare.

Alessandro Piperno e l’irrazionalità delle paure contemporanee

   Posto che sono affascinata dalla scrittura e dalla mente di Alessandro Piperno, ho trovato oggettivamente godibile un suo articolo comparso su La lettura di Domenica 1 Marzo 2020; qui ne riporto uno stralcio in segno di gratitudine per una disanima concreta, storica e tuttavia leggera. Alla faccia di chi ha seminato il panico.

   […]

   “Per una volta, però, non mi basta accusare me stesso e accollarmi la colpa per intero. È vero, sono un tipo impressionabile, un ipocondriaco, un pusillanime, ma non fino al punto da sabotare deliberatamente il mio benessere interiore. La colpa – ammesso che abbia senso chiamarla così – è della retorica apocalittica che da lustri ha inquinato ogni spazio di discussione: una retorica nutrita da generiche o fin troppo circostanziate profezie di sventura snocciolate da demagoghi digrignanti e compiaciuti, gli uccelli del malaugurio del talk show universale; sì, proprio loro, quelli che ammiccando alla telecamera ti fanno capire che sei fottuto. Mi chiedo: è necessario corredare un servizio giornalistico su una qualche sciagura in agguato con una colonna sonora degna di Dario Argento? Perché l’informazione che per deontologia sarebbe tenuta a un’asettica ponderazione, si è impossessata degli strumenti tipici della narrativa horror o della fiction distopica? Fin dove può spingersi la tirannia del sensazionalismo catastrofista? […]

   “Ci risiamo. Sono in treno tornando da Napoli (di questi tempi, meglio precisarlo). Sono immerso nella lettura di uno splendido romanzo pubblicato nel 1876 quando alla mia vicina scappano un paio di starnuti importanti. Sull’intero scompartimento cala un silenzio tombale gravido di sconcerto e indignazione. L’untrice costipata si guarda intorno con un fare talmente circospetto e costernato da far pensare al peggio. Qualcuno inizia ad agitarsi. Altri aggiustano le mascherine sul naso. Altri ancora cercano scampo nell’attigua carrozza-ristorante. Se questo affare non si sbriga a entrare in stazione facciamo la fine di Cassandra Crossing. Per un attimo sono tentato anch’io di trattenere il fiato lasciandomi andare al panico dilagante. Finché non riprendo a respirare, prima con cautela, prima con cautela poi con voluttà. No, non mi avrete stavolta. Il romanzo di George Eliot è ancora lì ad attendermi: è bellissimo, il faut tenter de vivre!”.

Alessandro Piperno

Contagi letterari tra colera cinese, peste e armi batteriologiche

   La letteratura è ricca di romanzi che si sono occupati di contagi e affini, e non solo in relazione a realtà distopiche. Stephen King, ad esempio, ne L’ombra dello scorpione, immagina un virus che, creato come arma batteriologica, sfugge al controllo. E scrive: “D’altronde, in tutte le città c’era una mucchio di gente che starnutiva e si soffiava il naso. I germi del raffreddore sono gente socievole, pensò. Ci tengono a dividersi il malloppo”.

   Ma come dimenticare il colera cinese presente ne Il velo dipinto di Somerset Maugham? Kitty, la protagonista, quasi in sfida al destino mangia verdura cruda nel luogo più infetto del mondo:”Cominciò a mangiarla, spinta da non sapeva che impeto di baldanza. Guardò Walter con occhi beffardi. Le parve che impallidisse un poco, ma quando l’insalata gli fu porta si servì. Il cuoco, visto che non la rifiutavano, ne mandava in tavola ogni giorno, e ogni giorno, vezzeggiando la morte, loro ne mangiavano. Era grottesco correre un simile rischio. Per Kitty, terrorizzata dalla malattia, era non solo una maligna vendetta su Walter, ma un modo di farsi beffe dei propri disperati timori”.

   In questi giorni di coronavirus, molti hanno ricordato La peste di Albert Camus. In rete sono presenti varie pagine. Una per tutte:

   “L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile. E ce ne vuole di volontà e di tensione per non essere mai distratti; sì, Rieux, essere appestati è molto faticoso; ma è ancora più faticoso non volerlo essere. Per questo tutti appaiono stanchi: stanchi: tutti, oggi, si trovano un po’ appestati. Ma per questo alcuni che vogliono finire di esserlo, conoscono un culmine di stanchezza, di cui niente li libererà, se non la morte. […] Di qui, so che io non valgo più nulla per questo mondo in se stesso, e che dal momento in cui ho rinunciato a uccidere mi sono condannato a un definitivo esilio. Saranno gli altri a fare la storia. So, inoltre, che non posso apparentemente giudicare questi altri; mi manca una qualità per essere un assassino ragionevole; non è quindi
una superiorità. Ma ora, acconsento a essere quel che sono, ho imparato la modestia. Dico soltanto che ci sono sulla terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello. Ho sentito tanti ragionamenti da farmi girar la testa e che hanno fatto girare abbastanza altre teste da farle consentire all’assassinio, che ho capito come tutte le disgrazie degli uomini derivino dal non tenere un linguaggio chiaro. Allora ho preso il partito di agire chiaramente, per mettermi sulla buona strada. Di conseguenza, ho detto che ci sono flagelli e vittime, e nient’altro. Se, dicendo questo, divento flagello io stesso, almeno non lo è col mio consenso. Cerco di essere un assassino innocente; lei vede che non è una grande ambizione”.

“Io sono Harvey Weinstein e lo sai di che cosa sono capace”

   L’ex produttore Harvey Weinstein è stato condannato per violenza sessuale di primo grado e stupro di terzo grado; rischia 25 anni di reclusione ma ne sapremo di più quando, il prossimo 11 marzo, sarà resa pubblica la sentenza. Intanto può dirsi certo di essere scampato a due dei capi di imputazione più gravi per i quali rischiava l’ergastolo. A dare inizio alla parabola discendente di Weinstein sono state la sua ex assistente di produzione Miriam Haley, costretta a una fellatio, e Jessica Mann, violentata in una camera di un hotel di Manhattan nel 2013.

   Subito dopo la sentenza, Ronan Farrow, autore di un durissimo reportage contro Weinstein, ha dichiarato:”Il risultato di oggi è il risultato della decisione di molte donne di venire allo scoperto con giornalisti e rappresentanti della giustizia, con un costo personale molto alto e rischioso. Tenete queste donne nei vostri pensieri oggi”.

   E così sia, caro Farrow, terremo queste donne nei nostri pensieri ma che nessuno cada nella trappola del moralismo edificante e, soprattutto, che nessuno creda che tutte le donne coinvolte nell’affair Weinstein erano delle sante.

La verità, vi prego, sull’amore

   “C’è chi ostenta di aver molto amato e chi si accusa di essere incapace di amare. Entrambe le dichiarazioni, anche se sincere, hanno spesso una teatralità sospetta. Ci sono tante storie d’amore al mondo – appassionate, struggenti, violente, pacchiane – ma forse pochi veri amanti. I più inaffidabili – quasi sempre in buona fede come tutti gli imbonitori, infervorati e immedesimati nella loro parte quando rifilano una patacca di qualsiasi genere, anche sublime – sono forse i cuori sempre in preda alla passione che li inebria e li strazia, coloro che sentono fortemente e poeticamente la seduzione di tutta la vita e il suo vorticoso fluire e s’innamorano di ogni fiore nella sua trascolorante fioritura, di ogni volto incantevole e di ogni sorriso fuggitivo, come ci si innamora della luce del meriggio, del canto delle cicale, dei primi bucaneve”.

Claudio Magris

La verità, vi prego, sull’amore

   Spesso nelle dinamiche amorose, o presunte tali, il luccichio della promessa surclassa ogni anelito al buon senso; ecco perché Magris paragona certi amanti a degli imbonitori, sottolineando la dinamica oltraggiosa sottesa in ogni loro parola e azione. Valga dunque come manifesto dell’amore il Sonetto 116 di Shakespeare, perché quando due amanti sono legati da quel vincolo possono dirsi certi d’essere destinati all’atemporalità.

Amai

Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica, difficile del mondo

Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona.

Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.

Umberto Saba

 

Ode della gelosia

Mi sembra pari agli dei

quell’uomo che di fronte a te

siede, e da vicino ti ascolta

mentre tu dici dolci parole

 

e amorevole sorridi. Davvero a me questo

il cuore fa sussultare nel petto:

non appena per un attimo ti guardo

non ho più voce,

 

la lingua è rotta, fuoco sottile

subito è diffuso sotto la pelle,

con gli occhi nulla più vedo,

un rumore mi ronza nelle orecchie,

 

sudore freddo mi avvolge.

Un tremito tutta mi prende,

sono più verde dell’erba,

mi sento poco lontano dalla morte

ma tutto bisogna sopportare.

Saffo

Sonetto 116

Non sia mai ch’io ponga impedimenti
all’unione di anime fedeli; Amore non è Amore
se muta quando scopre un mutamento,
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no! Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
è la stella-guida di ogni sperduta barca,
il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.
Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote
dovran cadere sotto la sua curva lama;
Amore non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio.
Se questo è errore e mi sarà provato,
Io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.

William Shakespeare