Quel racconto di Poe ci riguarda un po’

   Non tutti i racconti di Edgar Allan Poe sono pervasi, stricto sensu, dal brivido, ma incontestabilmente in tutti è presente “la dimensione dell’assurdo, che si insinua nell’intelligenza e la governa con spaventosa logica; l’isteria che si sostituisce alla volontà; la contraddizione tra nervi e mente“*. E così mi chiedo: quando le quattro mura di casa ritorneranno ad essere principalmente la tana per la notte, quanti si comporteranno come L’uomo della folla di Poe? In quanti si lasceranno andare a un andirivieni insensato lungo le strade della propria città per il rifiuto di stare da soli o in casa, non più percepita come spazio di sollievo dagli affanni?

*Charles Baudelaire

  “È stato detto, molto opportunamente, d’un libro tedesco: «Es läßt sich nicht lesen», e cioè che esso non si lascia leggere. Vi sono, di fatto, dei segreti che non consentono a rivelarsi. Taluni uomini muoiono, a notte, nel loro letto, torcendo le mani agli spettri cui si confessano e riguardandoli pietosamente coi loro occhi smarriti … e v’è chi muore disperato con la gola strozzata dalle convulsioni per l’orrore dei misteri che non vogliono svelarsi.

   Troppo spesso, ahimè, l’umana coscienza porta seco un tale fardello d’orrore che non riesce a sbarazzarsene se non nella tomba. E in tal modo, l’essenza di tutti i delitti rimane impenetrabile.

   Non molto addietro, in sul finire d’una sera d’autunno, me ne stavo seduto davanti alla grande vetrata del caffè D., a Londra. Ero stato ammalato per lunghi mesi e, allora, appena convalescente, mentre man mano mi tornavano le forze, ero in una di quelle beate disposizioni dell’animo che hanno le caratteristiche opposte a quelle della noia, quando cioè gli appetiti morali sono ben tesi, e il velo che annebbia la mente è squarciato nel mentre che l’intelletto, come elettrizzato, supera di molto le sue giornaliere capacità, al modo medesimo che il nitido razionalismo di Leibniz vince sulla stolida e melliflua oratoria di Gorgia.

   Lo stesso respiro m’era un godimento senza pari. E persino le innumeri origini dei miei malanni, in quel momento, non mi davano che gioia. Provavo un sereno e pur profondo interesse in qualsiasi oggetto. Con un sigaro in bocca e una gazzetta sulle ginocchia, mi ero divertito ora a leggere gli avvisi economici, ora ad esaminare la promiscua clientela del caffè, ora a guardare al di là dei vetri appannati dal fumo della strada.

   Quest’ultima era una delle principali arterie della città ed era stata affollata l’intero dì. La calca s’era ispessita all’imbrunire, ogni istante di più, sino a che, all’accendersi dei becchi, cominciò a fluire in due opposte direzioni dense e continue. Non mi ero mai trovato, in quel particolare momento della sera, nella disposizione d’animo in cui mi trovavo allora, e il mareggiare in tumulto di quella folla di teste umane mi empiva d’una deliziosa e fresca emozione. Per modo ch’io cessai affatto di prendere un qualsiasi interesse a ciò che accadeva nel caffè e mi concentrai, per contro, su quel che vedevo accadere di fuori.

   Passai, così, alla massa degli impiegati che potevano, ancor essi, essere distinti in due categorie. Quelli che appartenevano alle piccole ditte, innanzi tutto, i quali erano giovanotti dagli abiti attillati, dai capelli grassi di pomata, dagli stivali ben lustri e dal labbro insolente, e ancora avevano andatura baldanzosa, che io non saprei definire meglio che con la parola impiegatizia, e mi sembrò che si comportassero secondo quella che, soltanto un anno o un anno e mezzo innanzi, era stata la perfezione del bon ton. Essi sfoggiavano le loro dimesse grazie borghesi e tanto è sufficiente a definirli. L’altra categoria era invece formata dagli impiegati superiori appartenenti a imprese più solide, gli steady old fellows, (i vecchi compagni di sempre) insomma, e anche sul loro conto non c’era da prendere abbagli. Costoro si davano a conoscere di primo acchito, per , loro ampi abiti scuri, per le cravatte e i gilè bianchi, le scarpe comode e forti, le calze grosse e infine per le uose. Eran quasi tutti calvi, e le loro orecchie destre, avvezze da tempo, ormai, a reggere la penna, sporgevano in fuori con la punta ripiegata in modo curioso e ridicolo. Osservai che essi si levavano e si rimettevano il cappello con tutt’e due le mani, e che portavano tutti degli orologi con certe catene tozze e massicce e di foggia sorpassata. Essi ostentavano tutti d’esser persone rispettabili, posto che esista un tipo tanto onorevole di ostentazione.

   Vidi ancora numerosi individui di apparenza brillante e subito compresi che non potevano essere se non i tagliaborse, i quali infestano immancabilmente le grandi città. Io li osservai a lungo e con curiosità, e mi domandai che cosa poteva farli scambiare per dei gentiluomini, appunto, dai veri gentiluomini. I loro voluminosi polsini, e l’aria di eccessiva franchezza che si prestavano, li davano a conoscere, anche costoro, alla prima occhiata.

   I giocatori di professione erano quelli che s’avvistavano con sicurezza anche maggiore ed infatti ne ebbi a notare diversi. Vestivano nei modi più bizzarri e differenti, da quello del maquerau (sfruttatore della prostituzione) patentato, col gilè di velluto, la cravatta a colori fantasia, la catena di rame dorato e i bottoni di filigrana, all’altro, scrupolosamente disadorno, dell’uomo di chiesa che consente di non destare alcun sospetto all’ingiro. Avevano tutti, però, la carnagione scura, l’occhio annebbiato e le labbra pallide. E ancora, perché si potessero subito riconoscere, presentavano altre due caratteristiche: vale a dire il tono basso di voce che ostentavano un po’ tutti, e la non diffusa abitudine di stendere continuamente il pollice in modo da formare un angolo retto colle altre dita. Eppure in mezzo a cotesti mariuoli, mi accadde di notare che avevano abitudini e inclinazioni più particolarmente eccezionali e che nondimeno li dimostravano uscenti dalla medesima risma. A volerli esattamente definire, si potrebbe dire, di essi, che vivono della loro furbizia e vanno divisi parimenti in due categorie; quella dei dilettanti e l’altra dei militanti, la prima delle quali possiede come caratteristica le lunghe zazzere e i sorrisi, mentre l’altra va fiera degli alamari e delle sopracciglia aggrottate.

 

   E come venni più in basso nella scala sociale, incontrai più sinistri e meditativi soggetti di indagine. Vidi così merciaiuoli ebrei dalle facce che mostravano in ogni lor tratto la più abbietta umiliazione, eccetto che nel brillio degli occhi, simili a quelli dei falchi; sfacciati individui i quali s’erano dati alla mendicità soltanto per entrare in ipocrita e torva concorrenza coi mendicanti reali che soltanto la disperazione aveva ridotti a quell’esercizio, grami, spettrali, malati, sui quali la Morte aveva già posato la sua mano ad abbrancarli, e che si trascinavano stentando tra la calca, fiutando, con supplici sguardi, nei volti del prossimo, una qualche fortuita consolazione, una qualche perduta speranza. E ancora modeste ragazzette che tornavano a casa dal loro lungo e affaticante lavoro senza gioia, e che si ritraevano, più avvilite che sdegnate, alle occhiate di quegli insolenti di cui era impossibile evitare il contatto.

   E donne pubbliche d’ogni età e grado, da quelle nel pieno fiorire d’una incontestabile bellezza che riportano alla mente la statua, di cui dice Luciano che è foggiata di pario marmo all’esterno ed è sostenuta di dentro dal fango e dalla sozzura, alle altre abbiette e ripugnanti, lebbrose rivestite di cenci, streghe grinzose sovraccariche di belletti e di falsi gioielli, nell’ultimo sforzo di apparir giovani, e ancora alle fanciulle dal corpo ancora acerbo, ma già perfidamente addestrate, da qualche prolungata convivenza, alle orribili civetterie di quel loro commercio e divorate dall’ambizione di eguagliare, nel vizio, le compagne più anziane.

 E ubriachi, infine, in un numero inusitato, dall’aspetto indescrivibile, barcollanti, taluni, nei loro cenci, mentre procedevano dinoccolati colle facce illividite e gli occhi vitrei dei cadaveri, e propriamente vestiti ma insudiciati talaltri, e a fatica disinvolti, con le grasse labbra sensuali e le facce ispiranti una rubizza cordialità e altri ancora insaccati in indumenti che erano stati eccellenti in un tempo lontano e che apparivano oggetto, tuttora, d’attente e amorose spazzolature, e che venivano innanzi con andatura più rigida, ovvero più elastica del verosimile, eppure orribilmente pallidi nel volto, con lampi selvaggi negli occhi accesi e persi nella continua ricerca, pur nel loro frettoloso orgasmo, di qualcosa a cui avvinghiarsi colle loro dita tremanti.

   E pasticcieri e cascherini e carbonai e spazzacamini e suonatori ambulanti d’organino e operai laceri e lavoratori d’ogni specie, esausti dalla loro fatica, chiassosamente affaccendati in un continuo e sregolato andirivieni che offendeva l’occhio per la sua assenza d’armonia.

   E come la notte avanzava, più cresceva in me l’interesse per quello spettacolo. E non soltanto perché la folla mutava, col rarefarsi dei migliori, i suoi tratti più nobili e accentuava, col graduale eruttar delle infamie, i più volgari, ma anche perché la luce dei becchi di gas, flebile, dapprima, nella sua lotta col giorno che moriva, andava man mano rinfrancandosi e avviluppando gli oggetti col suo spasmodico, abbagliante brillio. Tutto era nero ma tutto, insieme, riluceva, simile a quell’ebano cui fu paragonato lo stile di Tertulliano.

   I nuovi e strani effetti di quella luce mi inducevano a scrutare le fisionomie dei singoli individui, e nonostante essi passassero rapidamente dinanzi alla vetrina, consentendo appena che io li sbirciassi d’una sola occhiata, pure ritenni per quella mia particolare disposizione dello spirito, di poter leggere, con quell’unica, la storia di lunghi anni.

  Avevo la fronte incollata al vetro e me ne stavo da null’altro occupato che da quella bizzarra rassegna, allorché la fisionomia d’un vecchio di sessantacinque o settant’anni attirò la mia attenzione, per l’assoluta singolarità della sua espressione. Non rammentavo d’aver mai veduto una cosa del genere. Com’ebbi posato lo sguardo su quel volto, il primo pensiero che attraversasse il mio cervello fu che se Retszch (pittore popolare inglese) lo avesse incontrato, subito ne avrebbe fatto un modello per le sue rappresentazioni pittoriche del demonio. Nell’atto medesimo che io compivo di guardarlo, le più stravaganti immagini di genio e d’avarizia, di cupidigia e di avidità, di malizia, di circospezione, di ferocia, d’orgoglio, di gioia, di panico e infine di intensa e suprema disperazione, mi invasero, in frotta disordinata, la mente, nel mentre ch’io mi sforzavo, invano, di penetrarne il significato. D’un subito mi sentii più che mai sveglio e soggiogato. «Quale furiosa storia non è suggellata in quel petto!», mi dissi. E, compreso d’un desiderio ardente di non perdere di vista quell’uomo e di conoscere sul suo conto qualcosa di più, mi infilai il pastrano in un sol gesto, agguantai il cappello ed il bastone e mi lanciai nella strada, aprendomi a fatica una via nella calca nella stessa direzione in cui quegli sembrava essere scomparso. Pervenuto, non senza qualche difficoltà, a ritrovarlo, e raggiunto che l’ebbi, gli tenni dietro, a distanza breve, studioso, nondimeno, com’è naturale, di non risvegliare alcun suo sospetto.

   Avevo, intanto, l’opportunità d’esaminare la sua persona. Egli era basso di statura e molto magro, come anche allo stremo delle sue forze. Gli abiti erano sudici e a brandelli. Al bagliore dei becchi, sotto ai quali, di tratto in tratto, egli passava, m’avvidi che aveva una camicia e che essa, benché fosse sudicia, era d’un finissimo tessuto, e attraverso una spaccatura della sua giacca attillata – la quale appariva acquistata d’occasione – mi sembrò vedere, se la vista non ebbe a giocarmi, il brillio d’un diamante, ovvero d’un dado. Tutto questo valse ad eccitare vieppiù la mia curiosità ed io decisi di seguire lo sconosciuto per ogni dove, in qualsiasi luogo egli fosse andato.

   La notte, ormai, era scesa completamente, ed una nebbia umida e densa, la quale, poco dopo, si tramutò in una pioggia sottile, fastidiosa e insistente, avvolse la città in tutta la sua estensione. Quel mutamento delle condizioni atmosferiche sortì un effetto bizzarro sulla folla, la quale, agitandosi tutta con nuovo e unisono movimento, riparo sotto un universo di parapioggia. Gli ondulamenti, gli urti, la confusione furono accresciuti le dieci volte tanto. Quanto a me, non mi diedi, per la pioggia, alcun pensiero e per la febbre, anzi, che ancora mi si annidava nel sangue, quella umidità mi comunicava lo squisito piacere del rischio. Portai un fazzoletto alla bocca e tirai innanzi. Il vecchio seguitò a fatica la sua strada, lungo il corso, per tutta una mezz’ora ed io, per evitare di perderlo di vista, camminavo, con lui, di pari passo, gomito a gomito. Ma non volgendo egli giammai il capo a guardare, non s’accorse di me. A un tratto infilò una via trasversale, meno affollata dell’altra dove avevamo camminato fin lì, la quale gli consentì di cambiare il ritmo dell’andatura e di prendere un passo più lento e meno risoluto, che mi parve, a tratti, perfino esitante. Egli attraversava la via, dall’uno all’altro marciapiede, senza che vi fosse, per questo uno scopo apparente, e mi costrinse, così, a ripetere quel suo curioso andirivieni.

   La via era stretta e molto lunga ed egli impiegò, a percorrerla tutta, pressa poco un’ora, per modo che la folla, infine, s’era ridotta appena a quella che si può vedere solitamente a Broadway verso mezzodì, nelle immediate adiacenze del parco (io faccio un tale rilievo, s’intende, solo per dare a vedere la differenza che passa tra la folla di Londra e quella della più popolosa città d’America). Una seconda svolta lo menò a una piazza piena di luce e di vita: quivi lo sconosciuto riprese il suo contegno di prima, lasciò cadere il mento sul petto, roteò furiose occhiate per tutto all’intorno di sotto alle sopracciglia corrugate e, mirando la gente che l’incrociava, riprese a camminare con una certa fretta e risoluzione. Com’ebbe compiuto un intero periplo della piazza, io fui non poco sorpreso nell’accorgermi ch’egli tornava indietro sui suoi passi e la sorpresa crebbe allorché lo vidi ricominciare una seconda volta e quindi una terza, e una quarta e via di seguito. E a un tratto, essendosi voltato improvvisamente, quasi si accorse che lo seguivo.

   In quell’esercizio, dunque, egli impiegò un’altra oretta così che, allo scoccare di quella, la folla era divenuta tanto rada da non costituire più un intralcio al cammino. La pioggia cominciò a cadere con rinnovata violenza e, come il freddo morse più intenso, i passanti cominciarono e ritirarsi nelle loro case. Lo sconosciuto, allora, con un gesto come d’impazienza, infilò una nuova traversa quasi affatto deserta. Lungo di essa, vale a dire all’incirca per tutt’intero un quarto di miglio, egli mantenne un passo tale che io a stento potevo tenergli dietro, tale che, per un uomo della sua apparente età, poteva sembrare incredibile. In pochi minuti egli arrivò così in un vasto e tumultuante mercato che pareva essergli più che familiare, e ancora una volta riprese il suo andirivieni senza motivo, in mezzo alla folla dei venditori e degli acquirenti.

   Per tutt’intera l’ora e mezza che egli vi si trattenne, fui costretto a usare una accorta prudenza per non perderlo di vista e nello stesso tempo non attrarre la sua attenzione. Avevo, per fortuna, un paio di soprascarpe di caucciù e grazie ad esse, nel mentre che camminavo, non producevo alcun rumore, così che egli non poté avere alcun sospetto che io lo stavo spiando. Visitò tutte le botteghe, una dopo l’altra, e nondimeno non contrattò nulla, né pronunziò alcuna parola, ma solo buttò sulla merce uno sguardo smarrito e assente. Per modo che io, al colmo della meraviglia per quella sua condotta, mi Incaponii maggiormente a non abbandonarlo, innanzi che non avessi, in qualche modo, soddisfatta la curiosità che egli mi ispirava.

 

   Un rimbombante orologio batté in quel punto gli undici tocchi, e la gente sfollò in fretta. Un bottegaio, nel mentre che applicava la sua saracinesca, picchiò il vecchio con una gomitata e questi apparve, d’un subito, squassato da un violento tremore per tutta la persona. Si buttò a precipizio nella via, dopo aver guatato attorno in ansia e poi si mise a correre per un labirinto di stradine deserte fintanto che non ebbe di nuovo raggiunta la grande arteria da cui eravamo partiti e cioè la via dove s’apriva il caffè D. L’aspetto di questa era, a quell’ora, del tutto mutato. Fulgeva, ancora, di tutti i suoi becchi, ma per la pioggia ostinata e fitta non vi passava quasi più nessuno.

  Vidi lo sconosciuto sbiancarsi man mano. Mosse, palesemente irritato, qualche passo e poi ripiegò nella direzione del fiume, attraversando un nuovo labirinto di vicoli, fintanto che giunse in vista d’uno dei maggiori teatri della città, nel mentre che la folla, a spettacolo finito, si riversava, da tutte le porte spalancate, nella strada. Il vecchio, allora, aperse la bocca come per emettere un gran respiro che avesse covato, e lo vidi buttarsi a capofitto frammezzo alla folla.

   L’espressione di profonda angoscia, di cui portava i segni sul viso, parve distendersi; reclinò nuovamente il capo sul petto e nuovamente apparve quale lo avevo visto nel primo istante. Osservai ch’egli s’era incamminato seguendo la strada più affollata e, nondimeno, il suo comportamento rimaneva del tutto incomprensibile.

 

   Ma poiché il gruppo dietro al quale egli sembrava essersi messo, si diradava man mano, m’accorgevo che il poveretto era riacciuffato dalla sua inquietudine di prima. Si trascinò ancora qualche tempo dietro un ultimo relitto di folla, una dozzina appena di schiamazzatori, ma come costoro, separandosi un po’ alla volta, rimasero, allo svolto d’un vicolo oscuro, soltanto in tre, lo sconosciuto si fermò, e rimase un attimo sopra pensiero. Preda, poi, d’una straordinaria agitazione, egli infilò, a rapidi passi, una via che ci menò a una delle estreme propaggini della città, in luoghi del tutto differenti da quelli che avevamo attraversati fino allora, in un quartiere dei bassifondi londinesi, dove ogni oggetto portava il marchio della più miserabile abbiezione e del vizio più disperato. Alla torbida luce dei becchi di gas, intravvidi alti e vecchi caseggiati di legno rosicchiati dai tarli e raggruppati tra loro in un modo così sregolato e capriccioso che sembrava non esistesse alcun andito per potervi passare frammezzo. Il rigoglioso crescere delle erbacce aveva svelti, qua e là, i ciottoli del selciato ed immondizie imputridite stagnavano nelle cunette: l’atmosfera intorno era pregna di desolazione. Ma nel mentre che noi procedevamo, il rumore della vita ci veniva incontro, man mano, sempre più distinto e, a un tratto, vedemmo, nell’oscurità, scomposte torme di gente che s’agitava: erano le più abbandonate canaglie della plebaglia londinese.

   Il vecchio parve allora rianimarsi di nuovo e palpitare d’un guizzo di vita simile a quello che manda una lampada che sia presso a estinguersi, e ancora una volta riprese a camminare con una certa risoluzione e speditezza. A una svolta, un bagliore fiammeggiò dinanzi ai nostri sguardi. E infatti noi eravamo sulla soglia di uno dei più maestosi templi che i sobborghi abbiano eretti, in nome dell’intemperanza, al demone Gin.

 

   Era l’alba, ormai, e una folla di ubriachi si stipava ancora di fronte al pomposo accesso. Il vecchio trattenne a metà un grido di gioia selvaggia e di nuovo si buttò in mezzo alla calca, e di nuovo riprese il suo primitivo atteggiamento nel mentre che misurava in lungo e in largo, senza alcuno scopo plausibile, l’ingresso del locale. Egli non era occupato da gran tempo, in quell’esercizio dell’andare e venire, allorché un fiotto di gente che si precipitò dall’interno, verso le porte, fece capire che era giunto il momento di chiudere. Ciò ch’io potei leggere allora, nel volto dell’individuo sul quale la mia curiosità si stava esercitando con tanto accanimento, era qualcosa che passava, per l’intensità, la rappresentazione di un’anima disperata. Ed egli, tuttavia non si diede per vinto, e in un novello e pazzo impulso ritornò sui suoi passi verso il cuore possente di Londra. Corse per lungo tempo e con grande velocità ed io non smettevo di tenergli dietro, portato quasi dalla mia stessa meraviglia, deciso fino in fondo a non desistere da quella indagine che avevi assorbito tutt’intere le mie facoltà. Correvamo ancora quando sorse il sole e quando raggiungemmo ancora una volta il centro della città popolosa, e cioè a dire la via del caffè D., noi vi ritrovammo, nuovamente desti, il movimento e l’attività della calca che lo avevano caratterizzato il giorno innanzi. E in quel tumulto che s’accresceva ad ogni istante, io continuai vieppiù l’inseguimento dello sconosciuto. Ed egli, come la notte precedente, non faceva che andare e venire, né, per tutt’intera quella giornata, ebbe benché minimamente ad allontanarsi dal vortice spietato di quella via.

  Annientato dalla fatica com’ero, al cader della seconda sera, affrontai risolutamente lo sconosciuto e lo fissai negli occhi. Ma egli fece la vista di non accorgersene. E riprese, d’un subito, la sua solenne andatura, mentre io rimanevo immobile a riguardarlo, e a seguirlo non mi bastava più l’animo. «Questo vecchio», dissi allora a me stesso, «è il genio caratteristico del delitto più efferato. Egli non vuole rimanere solo. È l’uomo della folla. Sarebbe invano che lo continuassi a seguirlo, giacché non riuscirei a sapere di lui e delle sue azioni nulla più di quanto egli già non mi abbia fatto sapere. Il più malvagio cuore che esista al mondo è un libro ancor più volgare dell’Hortulus animae e dobbiamo gratitudine alla pietà di Dio che es läßt sich nicht lesen*“.

*che esso non possa essere letto

I fortunati e le clean influencer

   Maurizio Maggiani è a pieno titolo un uomo fortunato. Di più, privilegiato. Testuali parole: “Io risiedo nel privilegio, vivo in una vecchia casa ben fatta nel mezzo di una collina tenuta a vigna e frutteto. Il mio vicino più vicino è Giorgio, la sua casa è a duecento metri dalla nostra, ci divide un fosso e un filare di pioppi, nella ripa del fosso, tra le radici di una grande quercia, vive un grosso, scorbutico, tasso, se sono abbastanza discreto lo vedo la sera sgrufolare tra gli umidori in cerca dei suoi amati lombrichi. […] Risiedo nel privilegio. Col bel tempo che fa, passo buona parte del giorno all’aperto, nel giardino sono fiorite le giunchiglie e le bocche di leone, i tulipani sono lì lì, prendo e vago per i deserti campi, qua e là qualche bracciante rifinisce le potature, lavoro leggero più che altro per garantirgli il monte ore per la previdenza sociale, ci sbracciamo a salutarci, la stagione è in anticipo, i frutteti in fiore, la terra chiede già acqua…” In parole povere roba da far morire di invidia intere famiglie che devono contendersi, nella reclusione dei tempi, metri quadrati insufficienti a cancellare l’impressione di essere sul punto di soffocare. Perché se è vero quello che è scritto nell’Ecclesiaste: “C’è un tempo per gli abbracci, e un tempo per astenersi dagli abbracci”, è altresì vero che questo tempo dedicato forzatamente all’igienistica dell’anima si sta protraendo più del dovuto, e prima o poi verranno a noia i cantanti con i loro video homemade e anche le “clean influencer” che al grido di bleach is the new black, la candeggina è il nuovo nero, spopolano sul web con tutorial che già insegnavano a pulire e mettere in ordine la casa e ora anche a disinfettarla a dovere. Per dare un’idea della portata del fenomeno, l’influencer più famosa, Marie Kondo, ha un diario sul New York Times, un decluttering al tempo del Covid-19.

   Sarò pure schifiltosa ma questo entusiasmo per donne che un tempo avremmo definito semplicemente brave massaie mi fa lo stesso effetto dei balconi canterini, e per ritornare ad esser seri quando si parla di pandemia, chiuderei con una riflessione un tantino inquietante, sempre di Maggiani: “Mi sto assoggettando a questo  duro regime di restrizioni e costrizioni perché aderisco con convinzione a un patto di fiducia con chi me lo impone, perché condivido la veridicità delle informazioni che le hanno dettate, perché riconosco il governo del mio paese come contraente sincero e positivo del patto? O perché ho paura di morire e pur di vivere sono disposto a firmare qualunque carta? Se non fossi convinto della bontà del patto sarei latitante già da un pezzo, perché spogliato di sincerità tutto questo altro non sarebbe che l’immagine plastica di un colpo di stato di inedita e squisita fattura“.

Cinderella è tornata

   Stamattina mio fratello c’ha impiegato più del solito prima di rispondere al telefono e quando finalmente mi ha concesso udienza mi ha spiegato che era in giardino a lavorare con vanga e badile. Non che si sia improvvisamente convertito al verde, ma è che non gli resta molto altro da fare con l’attività ferma da due mesi. Dietro l’operosità para-casalinga c’è in realtà lo zampino della moglie che fa di tutto per tenerlo occupato, ché gli uomini sono più soggetti alla depressione, dice. Agli inizi della pandemia anche lui aveva creduto di poter ripartire per Pasqua, mentre oggi gli sembrava una chimera perfino l’estate; gli ho detto di non disperare e mi ha mormorato un sì, come faceva da piccolo. Ora non so se il monosillabo sia stato frutto della credibilità di cui godevo essendo la sorella maggiore oppure se era un modo educato per congedarmi, fatto sta che ha tagliato corto con la scusa di dover finire i lavori prima dell’ora di pranzo. Per quanto mi riguarda, non avendo un giardino ma solo una veranda che però si è già vestita di primavera, dovendo tenere a bada l’inventario dei pensieri, ho riscoperto l’arte della manutenzione della casa e tutta una serie di attrezzi praticamente intonsi, molti dei quali di uso dubbio, tra cui fa capolino, come un matusalemme, un Sidol di cui si indovina  a stento l’etichetta. Di buona lena è già un mese che mi adopero affinché la casa riacquisti l’antico splendore ma lungi dal sentirmi fiera dei risultati, al netto del brusio dell’aspirapolvere, continuo a sentire una coralità di voci indistinte che ripetono: non era così che doveva andare.

Di cosa parlavamo prima del coronavirus?

   Ora che l’argomento principe è il Covid-19 che, oltre a instillare inquietudine, ci ha resi monchi di ogni altro interesse, è ozioso chiedersi di cosa parlavamo prima che la pandemia rendesse grevi i nostri giorni? Io me lo sono chiesta e confesso che, nel ripercorrere un tratto della nostra storia, un po’ di nostalgia l’ho provata.

  Novembre 2019. Tra entusiasmo e pragmatismo commentiamo l’invasione delle Sardine in piazza Maggiore a Bologna, le stesse che tre mesi dopo biasimeremo per via di una foto con i Benetton. Più o meno negli stessi giorni il Time mette in copertina Greta Thunberg, eleggendola persona dell’anno perché ha reso imprescindibile la necessità di contrastare il global warming. Sull’argomento un profluvio di parole.

   Dicembre 2019. Molti di noi si dicono fieri di appartenere a una nazione il cui Presidente stringe la mano a Liliana Segre nella cornice della Scala di Milano, un segnale forte in direzione dei negazionisti e di certe polemiche stantie che ritornano ciclicamente. Poco prima di Natale il pensiero politico a stelle e strisce si occupa dell‘impeachment di Trump, accostandolo a reazioni entusiaste per il telefonino con lo schermo pieghevole e qualche preoccupazione per il  social Tik Tok a cui i giovanissimi, in massa, stanno affidando il cazzeggio giornaliero. Arriva dalla Cina insieme al coronavirus, ma questo lo ignoriamo.

  Gennaio 2020. Archiviato il capodanno con l’onnipresente retorica sulle abbuffate natalizie, proclamiamo la volontà di affrontare il nuovo anno con una marcia in più.

   Febbraio 2020. Addetti ai lavori e popolino si chiedono se sia genuino o meno l’abbandono del palco di Sanremo da parte di Bugo durante l’esibizione con Morgan. Chi segue la Formula 1 constata che il test della Ferrari sul circuito di Barcellona è stato deludente. La nota più divertente arriva da quelli che scatenano una sorta di caccia al tesoro per i biscotti alla Nutella; qualcuno prova a dare delle dritte ma restano introvabili.

   Quando saremo fuori da questa emergenza, dobbiamo ricordare che siamo tutti elementi utili di un unico ingranaggio e se pure la pienezza della vita ci viene ora negata, presto, come Enrico di Ofterdingen, troveremo il nostro fiore azzurro. Perché ricostruirsi la vita è anche una questione di poesia.

E quindi uscimmo a riveder le stelle

Pantagruel 2019 - Cieli d'estate - Pantagruel - Rai Radio 3 ...

   La situazione attuale, che vede ancora saldamente al comando il Nemico Invisibile, è caratterizzata dal ruolo preponderante giocato dalla paura. Per lenire la pena dei giorni c’è chi invita alla resilienza e chi propone di leggere Diario dell’anno della peste, giusto per scoprire che non siamo differenti da coloro che ci hanno preceduto nel lontano 1665; a seguire, sempre sulla falsariga della consolazione fai da te, i più pragmatici suggeriscono di riappropriarsi del concetto di mortalità, arbitrariamente rimosso – e questo andrebbe recitato come un mea culpa – insieme a quel vastissimo arsenale che dice dell’impossibilità di essere all’altezza della vita; in coda ci sono i lungimiranti che, lungi dal consigliare, ammoniscono che dopo il virus ritorneremo a vivere ma non nel modo in cui avremmo vissuto se non ci fossimo beccati la sberla del Covid-19. Nel frattempo, e questo lo dico io, potremmo tornare a guardare le stelle, accantonando per qualche minuto la spettralità quotidiana e facendo riemergere le ragioni del cuore. Facciamolo il 12 aprile in occasione della Giornata Mondiale dei viaggi dell’Uomo nello Spazio. Saremo in tanti, saremo meno soli.

La lingua italiana ai tempi del coronavirus

   Concedendo loro un ascolto attento, oserei dire partecipativo, e in questo facilitati dall’assenza di quel brusio che in periodi normali si offre da sottofondo costante alle nostre vite, ti chiedi se il  linguaggio  di quegli esperti, la cui spocchia gliela leggi subito in viso, sia vittima di necrosi. E non lo dico con la petulanza di chi contesta il reato di mancata osservanza della consecutio temporum, ma con riferimento all’intelligibilità del loro dire perché – e penso che ormai tutti ne abbiamo fatto esperienza – molti dei signori deputati a far chiarezza sull’argomento che più ci sta a cuore, il Covid-19, pur sapendo di rivolgersi a una platea variegata che ovviamente non ha tutti i mezzi per afferrare al volo quello che blaterano, se ne fregano bellamente di essere efficaci vettori della comunicazione. A tal proposito, Francesco Sabatini, presidente onorario della Crusca, auspicando tra le altre cose che “il dibattito sulle debolezze e le deformazioni dell’istruzione linguistica” resti aperto, si è così espresso:

   “Con l’eccezione di alcuni scienziati che avvertono la serietà del problema e si fanno intendere, in larghe fasce e schiere dei parlanti attraverso i media si riscontrano abitudini linguistiche e paralinguistiche di questo genere: nei notiziari un parlare velocissimo e con pronunce affettate; costruzioni sintattiche aggrovigliate; argomentazioni monche; preferenza per termini inglesi scarsissimamente noti alla massa degli ascoltatori. Subito tre esempi dell’ultimo fenomeno: l’uso di smart working, che vuole segnalare la possibilità di condurre il lavoro con agevolazioni sugli orari e i luoghi. È stata proposta dagli esperti e qualcuno (il rettore dell’Università di Padova: siamo vicini a una delle zone rosse del contagio) ha felicemente accolto la traduzione in lavoro agile. Altro caso: è un’aberrazione l’uso di droplet per indicare le goccioline di saliva che emettiamo parlando. Ancora, non c’è affatto bisogno di chiamare caregiver i familiari assistenti”.

  Ora, non sarebbe preferibile lasciare gli avvitamenti narrativi, la nebulosità del pensiero pregresso alla prosa volta a compiacere la solitudine letteraria di chi la sceglie? Per tutto il resto meglio tornare ai saggi consigli della prof di scuola media che prima di ogni tema raccomandava: soggetto, verbo e complemento.

In alto un’opera di Emilio Isgrò

Molly, che non ha imparato a (soprav)vivere

   È morta suicida l’8 marzo scorso, alla vigilia del suo quarantesimo compleanno, la poetessa americana Molly Brodak. Al suo esordio si era guadagnata il consenso della critica grazie alla maturità e precisione del linguaggio della raccolta poetica A Little Middle of the Night che le valse l’Iowa Poetry Prize. Assecondando la propria natura, Molly continuò a scrivere per passione e per bisogno, quel bisogno che nasce dalla volontà di dare una qualche identità a ciò che si cela oltre l’apparenza; sulle spalle il dolore che le veniva dall’appartenere a una famiglia complicata, su tutti il padre, rapinatore di banche e mentitore seriale. A onor del vero va detto che anche la vita di Joseph Brodak era stata tutt’altro che lineare: traumatizzato dalla famiglia d’origine, incontra la madre di Molly quando ha già una moglie e una bambina; divorzia e si risposa creando un nuovo ménage famigliare costellato da continui litigi che Molly ricorda così: “Restavo in silenzio, ero buona, furba, leggevo e giocavo da sola, collezionavo sassi, disegnavo. E volevo diventare anche meno di questo, niente“.

   Certe vite vengono segnate troppo presto dal disincanto, quel disincanto che ha conseguenze perturbanti e talvolta fatali come nel caso di Molly. A differenza dell’Oriente, dove il suicidio ha valenza estetica, nel mondo occidentale esso continua a conservare sfumature romantiche e, forse perché figlia di questa sensibilità, non riesco a non provare empatia per vite spezzate volontariamente, per anime geneticamente disposte a soccombere.

Dal memoir di Molly Brodack:

When I was seven, I stole a book. It was just a pamphlet of baby names but, as kids sometimes do, I wanted it so I took it. My father Joseph realised what I’d done and furiously marched me back to the shop to return it and apologise to the owner. It was ironic, given that a few years later he started robbing banks.

Dad carried out 11 robberies in the summer of 1994, after losing his job in a car factory. He’d walk into a bank and slide a handwritten note across the counter: “This is a robbery, give me all the bills in your drawer.”

When the police eventually caught up with him, he was sitting in a bar, drinking a beer and eating a sandwich. I was 13 and my sister Boo was 15, and his crimes were a complete surprise to us. We didn’t know he’d lost his job, so didn’t question where his money was coming from.

My mum Nora had divorced him in 1989. She suspected something but never confronted him as she didn’t want to get involved.

My sister had to identify Dad for the FBI – she had chosen to live with him, whereas I lived with our mum. Looking at blurry CCTV footage, Boo recognised him because he was wearing her University of Michigan hat. It seems Dad was always in disguise. For one robbery he wore braces and a  false moustache, which earned him the nickname “the Mario Brothers bandit”.

Boo wanted to go to every court appearance, but Dad’s trial dragged on and eventually Mum said she’d had enough, so we read about it in the paper. In late 1995, he was sentenced to 10 years in prison. I was angry with him, but also relieved.

Dad didn’t even keep much money as he was a compulsive gambler – that was what had led to him robbing banks. But the courts made him pay back what he’d stolen – about $53,000.

When he was arrested, some of my childhood memories of Dad’s strange behaviour and the tension between him and Mum made more sense. Once, when I was six, I found a bag in his wardrobe with a gun in it.

I’d never seen a real weapon before and thought it was a toy, but I can still remember how heavy it was. I don’t know why he had it, but after the robberies, I wondered if that was the gun he’d used.

I chose not to visit Dad in prison – I got on with my life and went to college.He was released after serving seven years, and Boo and I went to see him at his brother’s house. Dad was in the kitchen, laughing with a beer as if nothing had happened. My sister hugged him, but I was wary, certain he’d soon be back to his old habits.

Sure enough, in 2010, Dad was sentenced to 10 years in prison for robbing three more banks. It wasn’t a surprise, but it was still disappointing.

For a while, I worried I had his addictive genes and even found myself experimenting with shoplifting. I never got caught but it didn’t give me a buzz, so I stopped. I tried gambling, too, but didn’t get a thrill from that either. Thankfully, I realised that my father’s ways weren’t hereditary.

I found a bag in his wardrobe with a gun in it. I’d never seen a real weapon before and thought it was a toy.

I used to worry that I’d never be able to trust men, but that’s not the case as I’ve been with my boyfriend Blake ever since we met at a poetry reading five years ago. I can’t wait to marry him next spring.

In spite of everything, I still love my father, even though he’s made it very difficult. When he gets out of jail in the next couple of years, he’ll be in his 70s, and I imagine too old to return to his criminal ways.

At least, that’s what I’m hoping“.

Gli assassini giusti

   A Dresda, nel quartiere di Blasewitz, viveva un antiquario che, per  il libri e le conoscenze che possedeva, nonché per una scarsa inclinazione a lasciarsi impressionare dalle attese del suo tempo, godeva di una reputazione impareggiabile. Non erano solo gli abitanti del posto a rivolgersi a lui, il suo indirizzo era custodito gelosamente ben oltre Lipsia, Berlino o Jena; lettori affamati giungevano a fargli visita persino dalle isole baltiche Rügen e Usedom. Affrontavano ore di treno o in automobile, dormivano su materassini gonfiabili a casa di amici o sopportavano alloggi da pochi soldi soltanto per poter iniziare, alle dieci in punto del giorno successivo, il viaggio esplorativo che, interrotto da una pausa di due ore a mezzogiorno, proseguiva poi fino alle diciotto, talvolta anche fino a notte. […] Altri antiquari disponevano forse di un’offerta più ampia, con più rarità in spazi più estesi. Ma chi arrivava nella Brucknerstraße a Dresda-Blaewitz, spingeva il cancello di accesso al giardino, raggiungeva la porta di casa passando accanto a siepi e bidoni della spazzatura, premeva il malfermo campanello bianco accanto alla targhetta LIBRERIA D’ANTIQUARIATO, pazientava finché la porta si apriva con un clac, saliva gli scalini in arenaria fino al primo piano e finalmente suonava il campanello d’alluminio chiaro con la scritta GIRARE, ambiva a qualcosa di più: appunto a essere ammesso nel regno del celebre antiquario Norbert Paulini […]

   Non era possibile chiarire se i libri abitassero le tre stanze più belle di Norbert Paulini o se fosse lui ad avere preso dimora tra di essi. I libri e l’antiquario vivevano insieme, di giorno e di notte, e siccome davanti alla finestre che davano sulla strada si ergevano degli aceri e sul lato del cortile la casa era protetta da un grande castagno, le ore del giorno e le stagioni si perdevano in una semioscurità che giustificava in qualsiasi momento la luce di una lampada da lettura. Norbert Paulini poteva però diventare anche molto severo e persino spietato se dei visitatori, dopo aver sfogliato un libro, lo riponevano in modo sbagliato o lo lasciavano di traverso sopra gli altri. Teneva con ostinazione, in qualsiasi circostanza, al mantenimento del suo ordine. Solo l’ordine infatti preservava i libri dal rendersi introvabili, ossia dallo scomparire.

   L’ordine era anche alla base del sesto senso di Norbert Paulini. Aveva la dote di scorgere con la coda dell’occhio i cambiamenti nella successione dei dorsi. Se la sequenza era stata violata, lui trovava immediatamente il punto e avrebbe potuto nominare l’autore e il titolo ancora prima che il libro finisse sul suo banco. Talvolta Norbert Paulini aveva già in serbo le raccomandazioni del caso. Per due volte aveva intimato a un ladro, snocciolando l’indicazione bibliografica completa, di cacciare fuori il volume. Alcuni gli attribuivano forze soprannaturali o si guardavano attorno di nascosto cercando specchi misteriosi. Era ovvio ritenere Norbert Paulini un uomo anziano. Chi però non si turbava di fronte ai suoi occhiali dal modello antidiluviano o alla chierica involontaria che brillava sul suo occipite cinta da capelli scuri e ricci, chi non attribuiva le sue spalle larghe e le braccia forti al golf che indossava sotto il grembiule grigioblu, chi non si scandalizzava per la piega dei pantaloni o per le pesanti scarpe ortopediche in cui egli attraversava ogni giorno le stanze, chi non si lasciava confondere neppure dalla sua parlata devota alla lingua scritta e colorita dal dialetto sassone, ma guardava in faccia Norbert Paulini come feci io allora, intravedeva in mezzo a quel travestimento un ragazzo che nessuno poteva immaginarsi, cogliendo che quell’uomo non era mai stato altro né lo sarebbe mai stato.

di Ingo Schulze, tradotto da Stefano Zangrando

Promemoria per le letture a venire. Il libro di Ingo Schulze, appena uscito in Germania, sarà pubblicato da Feltrinelli nel 2021.

Un altro mondo è possibile

Women of Kihnu island (Estonia) || Women are known as the keepers ...

   Con i suoi 18 chilometri quadrati e una popolazione di 300 anime, in massima parte donne, Kihnu, piccola isola estone del Mar Baltico, è stata inserita dall’Unesco nella Lista del patrimonio culturale dell’umanità. A contraddistinguerla sono le isolane le quali, abituate all’assenza prolungata degli uomini che vanno per mare a caccia di foche, sono in grado di coprire ogni incombenza del quotidiano, dal motore del trattore che dà forfait alla macellazione di un animale; persino il pope, quando necessario, viene sostituito da una donna che si incarica di officiare le funzioni. Da qualche tempo però vi sono dei segnali che potrebbero minare l’affascinante sospensione temporale di Kihnu: gli abitanti emigrano in cerca di lavoro e gli uomini, per via delle trasformazioni dell’industria del pescato, restano a casa per periodi più lunghi, inficiando quella quotidianità che è andata consolidandosi dal XIX secolo e che ha fatto sì che al vertice di una piramide immaginaria vi siano i bambini, seguiti dalla comunità e in basso proprio loro. D’altro canto è comprensibilissimo il punto di vista dei giovani che, frustrati da uno stato di cose che non s’addice alla loro età e in opposizione alla generazione anziana, vorrebbero aprire al turismo nell’ottica di un ulteriore fonte di sostentamento; ma l’isola non è attrezzata a ricevere visitatori che infatti vengono considerati ospiti, non turisti. E non potrebbe essere altrimenti dal momento che non vi sono bancomat né ristoranti aperti tutto l’anno e la segnaletica orizzontale ricama grossolanamente le pochissime strade asfaltate. Ora, al di là di ogni nostra speculazione in un senso o nell’altro, gli abitanti di Kihnu si dicono fieri della loro cultura e fanno spallucce a chi, in quel modo di vivere, intravede precipuamente la volontà di proclamare la superiorità delle donne.

   Quanto a me, se potessi avvalermi di un balzo spazio-temporale, non esiterei un attimo ad abbandonare la civiltà occidentale che ha svalutato con petulanza la bellezza, l’onestà e la compassione. E non s’accorge che, oltre al virus, anche la pioggia ha opposto il suo diniego. Bagna poco, corrode tanto.

Circolare è meglio che lineare

   Ha intuito che era tempo di cambiare rotta e passare dall’economia lineare a quella circolare facendo yachting offshore, pratica estrema che l’ha portata, nel 2005, ad aggiudicarsi il record mondiale di circumnavigazione del globo in solitaria e il titolo di Dame of the British Empire. Schiva, e compresa nel ruolo di riformatrice dell’economia, Ellen MacArthur è sconosciuta ai più ma non alle tavole rotonde del World Economic Forum di cui, a differenza di Greta Thunberg, è beniamina perché come spiega lei stessa “la mia Fondazione ha parlato, fin dalla sua nascita, la loro lingua, quella dei soldi, focalizzandosi sui benefici economici dell’economia circolare, che sono molti e chiaramente quantificabili”. Ed è stato proprio questo il punto di forza di MacArthur, l’aver dimostrato, dopo anni di studi seguiti all’abbandono dello yachting estremo, che i princìpi dell’economia circolare avrebbero avuto un buon impatto se applicati in modo sistemico e soprattutto – qui titillando gli interessi di giganti come Google, Intesa Sanpaolo e Renault ora suoi partner – i vantaggi economici sarebbero stati reali per i big player, i protagonisti dell’economia. La missione della Fondazione Ellen MacArthur è quella di abolire l’economia lineare che trasforma le materie prime in prodotti destinati a un ciclo che si compie in discarica (esiguo il quantitativo che finisce al riciclo), per sostituirla con l’economia circolare in grado di allungare la vita dei prodotti attraverso la ripartizione, la ridistribuzione e la rigenerazione, processo che ingloba anche oggetti derivanti da materiale biologico per i quali è prevista la re-immissione nel ciclo naturale e la trasformazione in bio-energia. Ma perché ciò si realizzi bisogna disassemblare gli oggetti prima che arrivino in discarica, abbandonando l’obsolescenza programmata e quindi confidando su una progettazione intelligente che consenta di recuperare a fine ciclo tutte le parti. Semplice, no?