Due destini

Il colore e' poesia dell'anima

  Poco più di una stanza e poco meno di un monocale di dignitosa metratura, ma con un particolare di forte impatto visivo: una portafinestra all’inglesina che affacciava su un balcone battuto da cieli di pioggia. È opinione comune che un uomo sano di mente rifugga i cieli plumbei, ma nel caso del Poeta che occupava l’antro di pietra, quei cieli erano funzionali a tenere al riparo la tristezza dalla pulsione negativa che le è connaturata. Una scala ripida e un ballatoio buio s’offrivano da anticamera ai pochi selezionati visitatori; John – si dubiti pure che non fosse proprio quello il suo nome – condivideva la casa con il soriano Jacob e una felce di Boston; di lui si faticava ad indovinare l’età e la provenienza per via della ritrosia che, come un manifesto di intenti, gli opacizzava lo sguardo; neppure gli occhiali dalla montatura nera riuscivano, se non a schermarla, almeno a dissimularla. Qualcuno azzardò un’ascendenza teutonica, ma l’incarnato rimandava a cieli irlandesi.

  Il Poeta insegnò agli sparuti lettori che si può viaggiare nell’inesistenza del viaggio, e sopravvivere al succedersi degli addii; Hingehn will ich, Voglio andar via, fu la sua ultima poesia. Una sorta di testamento per la transitorietà che di lì a poco avrebbe smesso di essere tale.

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  Quando Nell pensava a John, era come se un liquido caldo le si riversasse dentro; pensava spesso a lui, ma avendo cura di reinventarlo di tanto in tanto per timore di farne un mausoleo. Lo immaginava nella stanza contigua a quella in cui si trovava in quel momento oppure lo vedeva stagliarsi oltre la linea di abeti all’orizzonte, nella casa sulla roccia dietro la quale il sole smetteva l’abito rosso. Nell non temeva le tenebre che presto premevano contro i vetri. Le era più congeniale temere se stessa.

  Pur non essendo andata a scuola, aveva imparato a leggere e scrivere d’istinto; leggeva soprattutto poesie, e aveva sviluppato una predilezione per Dante Gabriel Rossetti. Per i diciott’anni, con calligrafia minuta, si era fatta tatuare sull’avambraccio un suo verso Io sono tua, e tu sei uno con me, ma da quando aveva conosciuto John, erano già passati due anni, leggeva esclusivamente le sue poesie che mandava a memoria con cura maniacale. Quelle scritte in tedesco, però, erano state motivo di sconcerto perché, non conoscendo la lingua, non poteva neppure intuirne il senso, e la frustrazione l’aveva portata a sgualcire certe pagine tra le dita; ma col tempo si era rasserenata all’idea che, presto o tardi, sarebbe stato John in persona a tradurle per lei, e senza guardarla in tralice per la sua ignoranza. Anche Nell scriveva poesie, impreziosendole – pia aspirazione – con arcaismi a imitazione di Rossetti; tuttavia era più versata per i racconti onirici di cui però si vergognava indicibilmente; non li aveva mai fatti leggere a nessuno, e li custodiva al riparo da occhi indiscreti nel cassetto più grande della scrivania che le era costata una fortuna, e che ora sogghignava al suo indirizzo.

– John, posso restare da te, stanotte?

– Resta tutto il tempo che vuoi, Nell.

  Il miagolio di Musina riportò Nell alla realtà. Tirò indietro gli occhiali sul naso e s’allontanò dalla finestra. L’idea di felicità versata insieme al latte nella ciotola della gattina.

  John fece recapitare a Nell un plico contenente un volumetto di fattura artigianale, la cui copertina era priva di titolo e nome dell’autore; tra le pagine una busta bianca, sigillata con la ceralacca. Nell capì all’istante che si trattava di una raccolta di poesie del Poeta, ma non avrebbe mai immaginato di ritrovarsi tra le mani le poesie scritte in tedesco con testo a fronte in francese. Tuttavia, benché spinta dalla necessità di leggerle immediatamente, si impose di essere disciplinata: avrebbe letto e imparato a memoria una poesia al giorno, come d’abitudine; dieci giorni di estasi che, se solo ne avesse avuto facoltà, avrebbe procrastinato per l’eternità.

  La prima poesia John l’aveva dedicata alla madre e la seconda al mare; la moglie troneggiava nella terza, ma ne usciva con le ossa rotte; le altre liriche erano sostanzialmente un ricettacolo di suggestioni legate a terre reali o fittizie – troppo scarni i rimandi geografici per risolversi in un senso o nell’altro – e la penultima era dedicata a Nell: Nell con le spalle strette e i seni piccoli che si intravedevano appena sotto i maglioni di lana, e ancora Nell che si nascondeva tra i cespugli di rose come un’ombra fuggevole. (Non possiamo riportarne fedelmente i versi: tutto ciò che abbiamo è il racconto che di quel dono fece la sorella di Nell tanti anni dopo). L’ultima poesia, la decima, era una dichiarazione di intenti, come sappiamo già.

  A Nell l’atmosfera racchiusa nei versi della sua poesia ricordò Keats più che Rossetti, ma in quel momento non fu neppure sfiorata dall’idea di trovare conforto tra le scarne nozioni di letteratura in suo possesso; le premeva rompere il sigillo e aprire la busta. Sul cartoncino cremisi, abbandonati gli scrupoli filologici, John aveva scritto semplicemente:

Mia amata Nell,

torno in Irlanda, e intendo farne il mio ultimo confine. Dimostra a te stessa di essere tanto forte da sapermi dire addio.

Sarebbe questa la nostra ultima scena?, si chiese Nell. E subito pensò a un altro finale. Questo.

Due destiniultima modifica: 2020-09-12T12:43:05+02:00da RunaLudmilla

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