Intervista esclusiva a Finaz chitarrista della Banda Bardò a cura di Jankadjstrummer

 

Intervista a Finaz della Banda Bardò all’indomani dell’uscita del suo primo album solista “ guitar solo”.

JANKADJSTRUMMER : Grazie di aver accettato un intervista  per i miei amici  appassionati di rock e non solo:  Finaz per cominciare vorrei farti qualche domanda riguardo alla Banda Bardò arrivata in questi giorni al ventennale della carriera, 20 anni sono tanti forse abbracciano almeno 2 generazioni di giovani, trovi differenza nel pubblico di ieri e di oggi? E in che modo cercate di intercettare con i testi lo spirito e i sentimenti delle migliaia di ragazzi che affollano i vostri concerti?

Finaz: Non notiamo tantissime differenze tra il pubblico di ieri e quello di oggi nel modo di approcciarsi alla musica. La musica rimane uno dei pochi momenti in cui tutti ci sentiamo uniti. Si canta, si balla, si salta insieme. Una sorta di rito tribale primordiale per liberare e sublimare le energie tutti insieme. Chiaro che dopo il concerto quando incontri le persone cogli spesso un velo di sottile angoscia per la incertezza dei giorni che viviamo…non facciamo assolutamente niente per intercettare il nostro pubblico. La formula della Banda è essenzialmente quello di fare ciò che artisticamente ci rende soddisfatti, in completa libertà. Il nostro pubblico si riconosce in ciò che facciamo e ci segue.

finaz

JANKADJSTRUMMER.: Ho assistito nel corso di questi anni a 2 vostri concerti e devo dire che in entrambi i casi la cosa che più mi ha colpito  è la vostra capacità di coinvolgimento del pubblico, è impossibile rimanere freddi, voi siete un live band capace di divertire ma senza avere uno stile musicale ben definito, i vostri testi sono impegnati a tratti rabbiosi ma nello stesso tempo  capaci anche di grandi passioni e d’amore, in che rapporti siete con il vostro pubblico, cosa cercate di trasmettere e la cosa più importante cosa ricevete?

Finaz: noi cerchiamo sempre di trasmettere la gioia della musica, della vita. A volta anche la fatica di vivere, di affrontare certe situazioni. Il tutto però con la leggerezza e la ironia della nostra toscanità. Nei nostri testi puoi trovare spesso figure grottesche, antieroi, ma anche ritratti di persone che impostano la loro esistenza sulla gentilezza, il rispetto per gli altri, l’ambiente. Non ritengo che Bandabardò sia un gruppo politicizzato, ufficialmente prendiamo posizioni partitiche o cosa. Ma la politica è imprescindibile perchè fa parte del nostro essere cittadini, è chiaro che certe posizioni possono sembrare vicino a qualcosa o qualcuno, è normale. Ma non saliamo sul palco per fare comizi piuttosto la nostra è denuncia di quello che non ci va e dichiariamo il nostro amore per le persone che invece fanno tanto per la nostra società. Nei testi più che di rabbia io parlerei di ironia ei ci esprimiamo più con metafore esistenziali rappresentando storie che secondo noi fanno pensare e riflettere. 

JANKADJSTRUMMER  parliamo un po’ della vostra musica: ho l’impressione che abbiate tantissime influenze che affondano radici sia nel cantautorato impegnato anni ’70 ma anche nel rock e nella musica popolare, un mix esplosivo che nei concerti diventa quasi una rito collettivo, il pubblico balla ma lo fa cantando cosa che è difficile che succeda in altri concerti, siete unici in questo, cosa muove secondo te questo atteggiamento, qual è il segreto?

Finaz:  la nostra musica è sempre stata caratterizzata dalla miscellanea di tanti generi differenti. Questo perchè siamo sei musicisti ognuno con la propria formazione, con i propri gusti, con la propria storia. Ci rispettiamo e cerchiamo di influenzarci a vicenda. Ecco perchè trovi la canzone d’autore, il rock anni settanta, il funky, il flamenco, lo swing…sono tutti veicoli per esprimere la nostra libertà di composizione. Ci fa sorridere quando ormai dopo più venti anni siamo diventati un genere. Qualcuno dopo un festival di Sanremo ci dice che “stanno copiando la vostra musica”…ritengo che sia impossibile perché non siamo un genere musicale, non basta chitarra acustica o un ritmo popolare rivestito di rock…siamo molto più complessi dietro l’ apparente semplicità.

JANKADJSTRUMMER:  per finire con la Banda Bardò, come festeggerete la vostra ultraventennale attività della band?  avete progetti  nel breve periodo? Oltre alla musica siete impegnati in altre attività collaterali?

Finaz:  Siiamo stati in tour costantemente per  oltre venti anni, festeggiamo stando finalmente a casa. A parte gli scherzi veramente ci siamo presi una pausa per dedicarci sia ai progetti personali, sia alla composizione del nuovo lavoro che giocoforza dovrà contenere sia un sunto della nostra storia, ma anche delineare il futuro cammino della banda. Unica cosa che facciamo è presentare al Giffoni film festival il documentario che sky arte sta producendo sui nostri venti anni. Anche qui noi abbiamo voluto dirigere i lavori e abbiamo coinvolto il nostro caro amico Carlo Lucarelli e ci siamo inventati una finta puntata di Blunotte in cui Carlo investiga sul mistero della bandabardò…come è stato possibile che sei freakkettoni sgangherati imperversassero per tanti anni in Italia e all’estero? Mah….

JANKADJSTRUMMER   Parliamo adesso della tua esperienza da solista, da dove nasce l’esigenza di esprimere la propria dimensione artistica e il proprio pensiero, in perfetta solitudine, senza i soliti compagni di viaggio? Tutto sommato oltre alla banda Bardò ti sei sempre prestato a molte collaborazioni con molti artisti anche internazionali che un po’ ti hanno dato l’opportunità di esprimerti al di fuori dalla routine della Banda, qual è a molla che è scattata?

Finaz :  la esigenza di “Guitar solo” è stata dettata semplicemente dal mio gusto per le sfide. Ho suonato con tantissimi artisti sia italiani che stranieri, ho calcato i palchi dei festival più prestigiosi. Cosa mi mancava? Affrontare un disco e un live in completa solitudine, soprattutto senza usare loops, sequenze registrate. Solo io è la mia chitarra e qualche effetto progettato da me medesimo.

JANKADJSTRUMMER: “Guitar solo”  lo ritengo un disco importante fuori dagli schemi in cui hai dimostrato di non avere rivali in quanto alla purezza del suono della tua chitarra acustica, sei soddisfatto del risultato?

Finaz:  sono molto soddisfatto. Io pensavo di dare vita a un progetto che si esaurisse nell’arco di un paio di mesi. Fai il cd, lo presenti, un piccolo tour…pensavo che fosse un progetto di nicchia, per chitarristi e amanti del genere. Invece sono in tour dallo scorso novembre e ho già collezionato più di 60 date, alcune radio passano i brani e sono presente nei più importanti festival come Il Medimex, Pistoia Blues, Sarzana Acoustic meeting, Franciacorta acustica… E prossimamente partirò anche per un giro estero che comprende non solo Europa ma anche Canada e Stati Uniti. Molto soddisfatto, anche perchè noto che il pubblico che viene ai concerti non è specializzato in chitarra e, inoltre, non segue neanche Bandabardò, vengono proprio per questo specifico progetto.

JANKADJSTRUMMER: nel disco è presente una cover di “ no surprises” dei Radiohead ma anche  il brano “blue Haze”,un bellissimo tributo al mito di  Jimi Hendrix, cosa ha rappresentato per te e in che cosa ti ha influenzato?

Finaz: Per quanto riguarda NO surprises è semplicemente un brano che adoro. Per quanto riguarda Hendrix…lui è tutto. L’inizio e la fine, alto e basso, destra e sinistra…un tributo che ogni musicista deve pagare. Il più grande.

JANKADJSTRUMMER: Sei un virtuoso della chitarra e come tale credo che tu passi molto tempo con lei, Cosa rappresenta per te? Un amore, una compagna, uno strumento di lavoro o cosa?

Finaz: semplicemente una parte del mio corpo e della mia mente. Inseparabile

JANKADJSTRUMMER:  Finaz, ti ringrazio tantissimo per la tua disponibilità.

Grazie a te janka

 

ROCK & DRUGS – Un viaggio verso la perdizione 2° puntata by Jankadjstrummer

https://youtu.be/r0Mo4QSedFo
jankadjstrummer
DRUGS & ROCK Un viaggio verso la perdizione 2° puntata
“ IL DOPO “ANNI 70”.
Nella prima puntata abbiamo visto come una lunga sfilza di musicisti rock fa le spese con l’ abuso di stupefacenti, nomi mitici che, a vario titolo e per svariate motivazioni, ci lasciano le penne, tutte queste vittime illustri probabilmente fanno riflettere sulla deriva autodistruttiva collettiva che si muove nella arcipelago della musica giovanile.
Nell’ambito dei musicisti rock e nei tanti milioni di appassionati di musica, la droga non fu più un “must”, ma ritornò ad essere una condizione che attiene alla sfera personale:
l’unica eccezione che ricordo di uso collettivo ed aggregante legato alle droghe è datato fine anni ’70 inizi degli ’80, un vero e proprio boom. Il raggae strettamente collegato all’uso dell’erba giamaicana, la ganja come viene definita nella religione “rasta”, la marjuana e tutti i suoi derivati “ olio, hashish ed in generale in cosiddetto “ Fumo” di cui
facevano e fanno uso i musicisti raggae che avevano in Bob Marley il loro profeta in Occidente (morto anche lui, nell’81, ma per cause indipendenti dall’uso della ganja). Il rito nei concerti raggae era quello del passaggio di mano in mano dello “ spinello “ come ricerca collettiva di una unità e di benessere al ritmo dei suoni caraibici. Per il resto,negli anni 80 e 90 hanno prodotto band che non teorizzavano l’uso delle droghe come i
Police, i Depeche Mode, gli HEAVEN 17, gli HUMAN LEAGUE ma che tuttavia rimasero coinvolte perché a livello soggettivo membri dei gruppi hanno avuto problemi legati all’ uso di sostanze stupefacenti, DAVE GAHAN dei Depeche Mode ha avuto una lunga
dipendenza da eroina, STING dei POLICE legato all’uso dell’alcool , ma le loro bands ne rimasero fuori, al contrario c’erano dei gruppi di hard rock i SAXON e i MANOWAR che,al contrario, diffondevano la filosofia della cultura fisica, muscoli in evidenza e zero
droghe. Basti pensare che DAVID LEE ROTH, storico cantante del gruppo dei VAN HALEN, fu allontanato dalla band perché passava più tempo in palestra che in studio di registrazione a provare), o come i METALLICA e i NIRVANA, troppo impegnati nel portare avanti discorsi socio-politici per annichilirsi con le droghe (il fatto che KURT COBAIN, morto suicida, facesse uso di eroina e psico farmaci è stato da lui ufficialmente
giustificato come lenitivo di fortissimi dolori allo stomaco, ma comunque non coinvolgeva ufficialmente la band). Stesso discorso, ma con l’interesse rivolto più alle filosofie orientali che alle lotte socio-politiche, vale per i DIRE STRAITS band mitica per i consumatori di droghe leggere i loro brani ( Sultan of swings in testa ) sono i sottofondi
più utilizzati insieme a quelli dei PINK FLOYD e C.S.N.&Y., per le “fumate” collettive. I DURAN DURAN e gli SPANDAU BALLET, rivali in tutto, lo erano anche in questo senso: i Duran ammettevano l’uso di droghe mentre gli Spandau le rifiutavano. Resistono comunque le band “pro-drugs”: MOTLEY CRUE e GUNS’N’ROSES (è loro un altro inno
all’eroina, “Mr.Brownstone”)
Mi sveglio attorno alle sette/ Esco dal letto alle nove / E non mi
preoccupo di niente/ Perche’ preoccuparmi e’ sprecare il mio tempo. Di solito lo spettacolo e’ alle sette/ Saliamo sul palco alle nove/ Alle undici siamo sul bus/ A bere e star bene/ Abbiamo danzato/
Con Mr .Brownstone
Ha bussato/ Non mi lascera’ mai/ Mi facevo un po’, ma un po’ non mi bastava/ Cosi’ un po’ e’ diventato sempre di piu’/ Ora cerco di stare un po’ meglio/ Almeno un po’ meglio di prima/ Abbiamo danzato/Con
Mr.Brownstone / Ha bussato/Non mi lascera’ mai/ Ora mi alzo a
qualunque ora/ Prima ero puntuale/ Ma quel vecchio e’ un figlio di puttana/Lo prendero’ a calci fino a farlo morire
sono due tra le band che hanno tenuto duro a lungo sul tema “sex,
drugs e rock’n’roll”, spesso rischiando anche la vita in nome del “mito” (NIKKI SIXX dei Motley Crue ha avuto varie overdosi, SLASH dei Guns è alcolista dichiarato, senza contare i vari problemi fisico-legali che un po’ tutti i componenti delle due bands hanno avuto per causa dell’uso di sostanze proibite). Consola, comunque, la lista dei tanti “rinnegati della
droga”: tra i più illustri MICK JAGGER ha affermato di fare uso, da anni, solo di…palestre, PAUL Mc CARTNEY si “carica”, invece, con lo Yoga e addirittura ALLEN GINSBERG, profeta dell’LSD, ha ritrattato tutto, ammettendo di aver preso “un’enorme cantonata”. Più o meno tutti coloro che, a suo tempo, hanno fatto uso di droghe (CLAPTON, GAHAN, MARTI PELLOW dei Wet Wet Wet) hanno ammesso di stare meglio
senza. Per tutti, ascoltiamo ciò che dice STEVEN TYLER, leader degli AEROSMITH, altra mitica band rock nota per gli abusi di droga: “Da quando ho smesso è una vacanza permanente (“Permanent vacation”, come il titolo di un famoso album della band)! Ogni
mattina ringrazio Dio di darmi un nuovo giorno a tempo di rock!”. Amen!!!
 https://youtu.be/r0Mo4QSedFo
LE DROGHE E IL ROCK.
L’ EROINA:
Fu la casa farmaceutica Bayer a metterla in commercio per la prima volta
verso la fine del 1800 come farmaco capace di combattere alcune patologie dell’apparato respiratorio. Si accorsero un po’ in ritardo della tossicità della sostanza, e la ritirarono dal mercato quasi 20 anni dopo, ma ormai il fenomeno della tossicodipendenza era diffuso e quando, alle soglie degli anni 20, negli Stati Uniti l’eroina fu vietata e quindi se
ne proibì la diffusione, ormai si era già sviluppato un mercato clandestino che si diffuse poi in tutto il mondo e resiste a tutt’oggi. È la droga per eccellenza, ad alto tasso di tossicità ed assuefazione, quella di cui non ti puoi più liberare. Il suo effetto sconvolgente
è stata la prima causa del suo boom nel mondo del rock. Associata ad altre sostanze (coca, alcol ecc.) può dare anche effetto eccitante (ne hanno fatto molto spesso uso anche i componenti dei RED HOT CHILI PEPPERS band nota per i suoi shows devastanti).
Attualmente viene anche “sniffata” (soprattutto dai giovani, terrorizzati dall’AIDS) e, da qualcuno, anche fumata. Nell’ambito del rock gossip per un periodo è stata anche sostituita dalla MORFINA, farmaco con effetti simili, considerato un buon surrogato dell’ERO (“Sister Morphine” dei ROLLING STONES ne decantava le…qualità).
LA COCAINA:
Derivata dalle foglie di Coca, pianta di cui quasi tutto il Sud-America è pieno e le cui foglie vengono masticate da secoli dagli indigeni, venne sintetizzata intorno alla metà del 1800 da un chimico tedesco per cercare di condensarne le proprietà eccitanti.
Nel 1912 venne bandita dalla Società delle Nazioni per gli effetti distruttivi dal punto di vista fisico. Tra le rockstar vittime della coca ricordiamo JEFF PORCARO, batterista dei
TOTO, JERRY GARCIA chitarrista dei GRATEFUL DEAD e MICHAEL HUTCHENCE, cantante degli australiani INXS, morto non direttamente a causa degli effetti della sostanza ma suicida a causa dei debiti conseguiti dall’uso smodato della stessa.
 L’ L.S.D.:
Altra droga nata in laboratorio. Intorno al 1940 la Sandoz, industria farmaceutica svizzera, “grazie” agli studi del chimico Albert Hoffman, scoprì il dietilamidetartrato, meglio conosciuto come LSD, cioè
dextro lisergic acid diethylamide tartrate. Lo stesso ne sperimentò gli effetti su sé stesso e li diffuse in un libro che provocò una vera e propria
rivoluzione intellettuale, grazie anche all’opera solerte dei vari profeti
beat del periodo (ALLEN GINSBERG, TIMOTHY LEARY, JACK KEROUAC ecc.). Gli effetti dell’acido sono devastanti, soprattutto a livello cerebrale. C’è stato anche chi, dopo averne preso solo uno, è uscito fuori di testa per sempre…
LE ANFETAMINE:
Sintetizzate per la prima volta intorno al 1890, inizialmente vennero
usate come cura per l’asma, e dagli anni 30 in poi gli ospedali ne fecero uso abituale per curare i narcolettici. Ma fu durante la seconda guerra mondiale che la sostanza, già da tempo distribuita normalmente nelle farmacie, ebbe larga diffusione; ne facevano uso abituale soldati di vari eserciti, e lo stesso Adolf Hitler ne era un consumatore accanito.
Le anfetamine eliminano la sensazione di fame, così come quella di stanchezza, sostituendole con euforia, loquacità, iperattività. È un fortissimo stimolante nervoso, con tutte le controindicazioni del caso. In Italia per un periodo vennero consumate sotto forma di pasticche (le Plegine) abitualmente prescritte nei casi di obesità, e per questo ad
alto contenuto anfetaminico.
LA MARIJUANA, HASHISH:
Derivati dalla pianta di Canapa, già nel 3000 a.C. ne facevano largo uso i cinesi come erba curativa. Nel corso dei secoli furono innumerevoli le civiltà che ne fecero uso in vari modi, soprattutto a carattere terapeutico, specialmente per ciò che riguarda le foglie di Marijuana. Troviamo invece le prime tracce di Hashish (derivato della resina della pianta di canapa) tra i Cartaginesi, che pare avessero un “filo diretto” con Roma per la vendita della preziosa sostanza.
Che dire sul “fumo”che già non si sappia? Dai “calumet della pace” dei Pellirossa alle “fumate trascendentali” dei saggi indiani, il rito continua ancora oggi, come “socializzante” o… rilassante, in gruppo o anche da soli. Ma per quanto minimi rispetto il tasso di tossicità e la pericolosità delle altre droghe su elencate, anche il “fumo” ha i suoi
effetti negativi (d’altra parte, se non facesse niente, come qualcuno molto ingenuamente si ostina ad affermare, che scopo avrebbe…”farsi le canne”?!?!). Basti pensare che anche le semplici sigarette “nuocciono gravemente alla salute”… Per concludere, è innegabile che la libertà, soprattutto per quanto riguarda le scelte personali, sia un diritto supremo, ma altrettanto importante è informarsi, in modo di essere pienamente consapevoli delle proprie scelte.
JANKADJSTRUMMER

“TOMMY “ DEGLI WHO – soundtrack – by Jankadjstrummer

 A opera rock

tommy

La copertina richiama il mondo di Tommy: sbarre di metallo oltre il quale c’è il buio ma gabbiani bianchi riescono a volare oltre le sbarre, è la fantasia che vola via leggera!

  1. L’opera rock “Tommy” degli Who fu, dapprima un album storico, la sua prima uscita risale al 1969 e poi un grande film affidato alla magistrale regia di Ken Russell sei anni dopo. E’ un concept-album che ha fatto la storia del rock e credo sia stato un punto di riferimento per generazioni di rocker. Il cinema Universale di Firenze almeno una volta al mese, per anni, ha proposto il film, una pellicola coloratissima, psichedelica che fa da contrappeso all’oscurità in cui era costretto Tommy. In sala orde di giovani che cantavano in coro tutti i brani del film, rendevano quel posto magico, una immedesimazione collettiva con il personaggio. Tommy, infatti è la storia di un adolescente il cui padre è disperso in guerra mentre la madre si consola con un nuovo compagno, ma c’è un colpo di scena: il padre ritorna all’improvviso è uccide l’amante della moglie, Tommy assiste all’omicidio attraverso i riflessi di uno specchio e ne resta traumatizzato, uno schock che gli fa perdere la parola, l’udito e la vista, la storia assume connotati di riscatto attraverso una sorta di odissea che lo farà maturare e lo condurrà verso la luce. Sul suo cammino incontri strani ed inquietanti: il violento cugino kevin, lo zio schifosamente cattivo, il contatto con le droghe sintetiche. Tommy diventera’ un mago del  flipper attraverso il tatto e le vibrazioni. Un medico però si accorgerà che l’unico modo di comunicare di Tommy è attraverso gli specchi ma la madre non accetta questa bizzarra teoria e distrugge gli specchi di casa, questo crea in Tommy un contro-schock che avrà l’effetto miracoloso di restituirgli i sensi perduti. La storia è bella, è una metafora quasi autobiografica del chitarrista Pete Townshend; Tommy e’ un ragazzo che a causa del suo handicap dovrà imparare a vedere e scoprire il mondo con l’immaginazione, è una creatura acerba che non ha esperienze e nè conoscenze, chiuso nella sua prigione buia sente scorrere la sua vita senza che lui possa far nulla per afferrarla, si costruirà con la sua fantasia e l’immaginazione un suo mondo parallelo e solo quando la sua odissea si concluderà potrà diventare un giovane come tutti gli altri.  Pete Townshend viene dalla periferia degradata e l’unico mezzo che ha per sfuggire ad un triste destino è la fuga che lui riesce a progettare solo con la musica, Pete Townshend con i suoi WHO  è riuscito ad elevarsi, a salvarsi da un triste grigiore, un po’ come ha fatto Tommy che per sentirsi vivo e riuscire a comunicare con gli altri diventa il mago del flipper. Un capolavoro in cui gli Who riescono a fare una musica più patinata, più liscia rispetto allo standard quasi dannato ed ostico del loro rock, i testi sono un insieme di sensazioni, stati d’animo, sentimenti che rendono quasi reale la storia che raccontano. La musica diventa aulica con l’inserimento dell’orchestra nel celeberrimo brano che apre questa opera l’ “Overture”, poi canzoni che alternano momenti di commozione e tenerezza come “It’s A Boy”, a momenti di forte nervosismo come in “Amazing Journey” oppure la splendida “1921”, il brano che preferisco affidato alla voce struggente di Roger Daltrey,   Il calvario di Tommy è segnato e reso vivo da musiche e testi molto laconici, tristi che rendono bene il suo malessere, la sua sofferernza  “Eyesight To Blind ,”Christmas”, ma anche “Cousin Kevin” supportato da un bel coro etereo.  Molto particolare è il brano “Underture” che per sonorità riprende l’Overture ma qui il brano è gestito dal basso di Entwistle che indica il percorso violentato dalla chitarra rabbiosa elettrica di Townshend che surclassa la dolce melodia impressa dalla chitarra acustica. Un coretto e dei dolci rintocchi di piano introducono la stupenda “Pinball Wizard” qui la voce di   Daltrey si eleva e diventa evocativa. Il brano finalmente è arioso quasi a voler dare l’impressione di una ritrovata gioia di vivere di Tommy che riesce ad avere le prime gioie riuscendo a vincere le partite al flipper. Ancora un altro capolavoro con “Go To The Mirror” in cui è viva la voglia di ribellione nella voce combattiva di Daltrey e in quel riff chitarristico quasi rabbioso, salvo poi chiedere aiuto nel momento del cedimento, della crisi, con la celebre implorazione “see me, feel me, touch me, heal me!”.  Questi sono i passaggi cruciali del lavoro degli Who, quelli che imprimono valore alla storia: è vero ci sono altri brani significatici quali in “Smash The Mirror” in cui lo specchio si frantuma oppure “Sally Simpson” un brano in cui dapprima un piano e poi una stupenda chitarra acustica accompagna l’allegro canto di Daltrey, per finire con “I’m Free” in cui Tommy finalmente, dopo aver attraversato il suo calvario, rivede la luce. Daltrey riesce a dare voce a Tommy che è estasiato dai colori e dai suoni che riesce, ormai, a sentire che gli danno quella felicità che cercava a tutti in costi, Il finale”We’re Not Gonna Take It” diventa una preghiera laica di ringraziamento per la ritrovata felicità.
  1. Overture
  2. It’s A Boy
  3. 1921
  4. Amazing Journey
  5. Sparks
  6. Eyesight To The Blind (The Hawker)
  7. Christmas
  8. Cousin Kevin
  9. The Acid Queen
  10. Underture
  11. Do You Think It’s Alright?
  12. Fiddle About
  13. Pinball Wizard
  14. There’s A Doctor
  15. Go To The Mirror Boy!
  16. Tommy Can You Hear Me?
  17. Smash The Mirror
  18. Sensation
  19. Miracle Cure
  20. Sally Simpson
  21. I’m Free
  22. Welcome
  23. Tommy’s Holiday Camp
  24. We’re Not Gonna Take It

JANKADJSTRUMMER

 

Rock & drugs 1° parte – Gli anni ’60, In viaggio verso la perdizione.

La storia di un viaggio verso la perdizione – gli anni ‘60

“Ho la fortuna di avere dei parenti a Frascati. Ogni anno non vedo l’ora che vengano le feste natalizie per poterli andare a trovare e farmi delle overdose di porchetta e vino dei Castelli Romani”.
(Brian Johnson, cantante degli AC/DC).
“Voglio morire prima di diventare vecchio”, cantavano WHO nel loro hit generazionale “My Generation”.

 Questi sono forse i due estremi, due filosofie di vita che si contrappongono, da una parte le band che ritengono che l’uso di droga sia  uno dei modi migliori per “accelerare i tempi”dell’autodistruzione, un eccesso autolesionista che comunque portava spesso alla morte nella ricerca della felicità . Dall’altra i morigerati artisti che rifiutarono apertamente le droghe, tipo i DEEP PURPLE  che col chitarrista RITCHIE BLACKMORE ebbero a dire “Come si fa a drogarsi per suonare? La musica è già di per sé una droga!” o i LED ZEPPELIN e i BLACK SABBATH, che preferivano dedicarsi a pratiche esoteriche piuttosto che annichilirsi, per non parlare poi dei gruppi rock progressive come i JETHRO TULL, i GENESIS gli YES EMERSON,LAKE & PALMER che non si sono mai lasciati andare preferendo suonare, sperimentare nuove dimensioni sonore da veri professionisti. GENE SIMMONS, leader dei KISS , ha sempre affermato che l’unica cosa che adora sniffare è il profumo di… donna. Molti gruppi rock sul finire degli anni ’60, invece, abbracciarono questo strano modo di condurre la propria vita, alcuni con consapevolezza altri con ingenua disinformazione mossi solo dalla voglia di trasgredire, spesso legata ad una profonda timidezza: JIM MORRISON e JANIS JOPLIN hanno sempre affermato che non sarebbero mai riusciti a salire su di un palco senza darsi un “aiutino”. Hashish, marijuana, amfetamine ma in particolare l’eroina e la cocaina furono il veloce strumento usato dai musicisti che hanno teorizzato l’autodistruzione. “ White Rabbit” dei Jefferson Airplane, “Heroin” dei Velvet Underground di Lou Reed, “Brown Sugar”, Sister morphine” dei Rolling Stones e “Carmelita”di Linda Ronstadt furono dei veri e propri inni dedicati a queste droghe che, forse, contribuirono alla loro capillare diffusione.  Inoltre, bisogna ricordare che spesso erano i mix esplosivi a creare danni irreparabili al sistema nervoso e all’annientamento: alcool e psicofarmaci o i mix di diverse droghe inventate spesso nel mondo del rock, famosa era “la palla di fuoco” inventata Keith Richards dei Rolling Stones e  consigliata a tutti i musicisti, la dose era questa: una sniffata d’eroina poi una di cocaina seguita da un punch di Whisky caldo. A farne le spese di questa filosofia di vita furono non solo musicisti famosi o meno ma anche tanti giovani che vedevano le rock-star come modelli da imitare, il loro punto di riferimento. Si è detto di questo spirito distruttivo dell’uso di droga ma esiste anche quello che molti consideravano addirittura costruttivo, tipo l’ LSD o acido lisergico molto utilizzato nel mondo del rock, una sostanza capace di “dilatare la mente”, di amplificare i sensi aumentando le possibilità percettive fino a distorcere la realtà ma che permette di arrivare a stati di ultra-coscienza. Lo scrittore  ALLEN GINSBERG, padre della beat generation, provocatoriamente lo consigliò ai vari Capi di Stato in modo che potessero trovare soluzioni migliori e più veloci ai problemi mondiali. Pink Floyd, I Cream di Jack Bruce e Eric Clapton e in America i Grateful Dead e gli Experience di Jimi Hendrix furono assidui consumatori sia in fase di composizione dei brani che nelle performance dal vivo. Ma non fu solo l’acido la droga “costruttiva” degli anni ’60, I BEATLES, per esempio, non fecero mistero che per reggere fisicamente e psicologicamente  gli impegni musicali ( concerti,registrazioni,interviste ecc.ecc. ) facevano uso massiccio di eccitanti  e per rilassarsi di “canne di hashish” (“Lucy in the sky with diamonds”) oppure Eric Clapton che in “Cocaine”, cover rock-blues di J.J.CALE, enfatizzò l’utilità della cocaina (“fa bene”, “ti fa stare su”, “con lei fai tutto bene”).
hendrix

 

JIM MORRISON – LA LEGGENDA SULLA NUOVA VITA DEL RE LUCERTOLA by Jankadjstrummer

 

JIM MORRISON – LA LEGGENDA SULLA NUOVA VITA DEL RE LUCERTOLA

L’articolo su Jim Morrison questa volta non riguarda la sua biografa o il ruolo che ebbe come precursore della rivoluzione culturale che diede vita al ‘ 68 ma una leggenda metropolitana che lo vorrebbe ancora vivo. Come sappiamo Jim Morrison (1943 – 1971)era genio e sregolatezza, amava tutti gli eccessi e portava la trasgressione nel rock. Il 3 luglio 1971, a soli 27 anni, Morrison morì in circostanze ritenute non chiare; il corpo fu rinvenuto dalla fidanzata Pamela nella vasca da bagno con il sangue che colava dal naso. Già da quel momento però un susseguirsi di notizie frammentarie e voci gettarono  un ombra sinistra sulla veridicità del decesso. Nessuno ebbe modo di vedere il corpo di Jim se non Pamela e il medico che firmò l’avvenuto decesso, il caso fu chiuso immediatamente e questo non fece altro che alimentare dubbi su una probabile messinscena della morte. La fidanzata dichiarò che Jim la sera si sentisse già male tanto che lei aveva in mente di chiamare un medico ma lui non ne volle sapere e preferì fare un bagno caldo. Lei si addormentò e al suo risveglio, lo trovò riverso nella vasca ormai morto da qualche ora. Il Medico compilò uno referto sommario in cui evidenziò che non vi erano segni  di nessun genere sul corpo e dichiarò che il decesso avvenne per cause naturali  e non venne richiesta nessuna autopsia sul corpo. Anche i funerali avvennero in maniera insolita senza l’officiante, senza  recita di preghiere e ad un orario improbabile: alle ore 8,00 del mattino. La salma venne seppellita senza una targa sulla lapide e solo dopo mesi fu apposto il nome peraltro sbagliato “Morisson”. Questo ingenerò molti sospetti nei fans sia perchè difficilmente personaggi stranieri venivano sepolti nel cimitero di  Pére Lachaise, sia perchè il loculo, secondo il batterista della band John Densmore, era minuscolo. Comunque, come spesso accade, per la morte di Jim  furono scomodati servizi segreti, cospirazioni di vario genere che trovarono ampio eco nei giornali dell’epoca. Un giornalista californiano si chiese come mai non trapelavano notizie sulla modalità di decesso di Jim, il medico personale asserì che  Jim  era in ottima salute prima di partire per Parigi e che era tentato di credere che Jim avesse messo in scena la sua morte. In effetti, chi lo conosceva riferì che aveva già da molto tempo paventato l’idea di fingere la sua morte. Nel 1980 uscì un libro, scritto da due amici di Morrison, Jerry Hopkins e Danny Sugerman, dal titolo “Nessuno uscirà vivo di Qui” (In Italia: 1981, Gammalibri ), la prima biografia dove verranno sollevati alcuni dubbi sulla sua morte, così avvolta dal mistero, riferirono che Morrison aveva preso in considerazione, seriamente, l’ipotesi di cambiare carriera in modo radicale, riapparendo come un uomo d’affari in giacca e cravatta. Nel 1986 fece scalpore un libro “Vivo!”  scritto da Jacques Rochard, che riaprì il caso sulla morte del Re Lucertola e cercò di dimostrare che in realtà l’ex leader dei Doors fosse vivo e vegeto, e lui stesso lo avrebbe incontrato diverse volte. Jim gli avrebbe spiegato che avrebbe inscenato la sua morte per sfuggire alle pressioni della sua vita da divo, per poter meglio dedicarsi alla sua passione più grande: la poesia.  Nel 1995 Rochard si ripropone con un nuovo libro, “Poesie Apocrife” (In Italia: Ed. Blues Brothers), una collezione di poesie che Morrison avrebbe scritto negli ultimi anni. “Nel gennaio 1986 ho trovato nella mia cassetta delle lettere un plico speditomi alcuni giorni prima da Amsterdam. – racconta Rochard nella prefazione – una busta di quelle commerciali di colore arancione, priva di mittente, con dentro tre minuscoli quadernetti dalla copertina verde, ciascuno con un diverso titolo manoscritto a caratteri stampatello: ‘Gemiti della coscienza’, ‘Rumori della memoria’ e ‘Parole di polvere’.” Tanti furono gli avvistamenti a Parigi, Amsterdam, tanti decisamente fantasiosi altri ritenuti attendibili. I dubbi sulla sua morte non sono mai ritenuti così importanti da indurre la magistratura ad aprire un caso sulla sua scomparsa anche perchè Pamela , unica testimone, morì nel 1974 per overdose . Comunque Vivo o morto che sia, Jim Morrison è una leggenda, e come tale esisterà per sempre. Queste ricostruzioni  sono recuperate  qua e la sul web, per chi volesse approfondire si faccia sentire. Buon divertimento da  JANKADJSTRUMMER

ULTRAVIOLET TRIBUTE COVER BAND DEGLI U2 S. PIETRO IN AMANTEA

 

ULTRAVIOLET TRIBUTE  COVER BAND DEGLI U2

Nella grande piazza di S.Pietro in Amantea un bellissimo pioppo dalle larghe fronde si staglia nel cielo, è un albero secolare che regala il fresco ai suoi concittadini ma che in una calda serata di agosto diventa lo spettatore d’eccezione di uno stupefacente concerto degli ULTRAVIOLET TRIBUTE cover Band degli U2. Doveva essere per me una serata con amici a sorseggiare birra e fare quattro chiacchiere ma già al mio arrivo al parcheggio la prima sorpresa: il gruppo impegnato nel sound-check si è lasciato andare ad un attacco di  pochissime note di  “Where the streets have no name”, veramente sorprendente, pochi accordi che mi sono sembrati un bel biglietto da visita. Assumo qualche informazione sul gruppo e capisco che si tratta di musicisti giovani ma particolarmente esperti a cui non si insegna nulla. Il concerto non è affollatissimo ma il pubblico è attento, partono i primi brani, i classici del repertorio dei U2 degli esordi:  “New years day” , “Sunday Bloody Sunday”, “I Will Follow”, “Pride” sono riproposti magistralmente dal gruppo, la chitarra di Mario Pagliaro non fa rimpiangere assolutamente il magico tocco delle corde di  The Edge, il basso e la batteria segnano il tempo con grande precisione mentre il cantante e front-man guida il gruppo in un meraviglioso viaggio verso un pub fumoso della Dublino degli anni ’80, un ponte ideale che dalla calda Calabria conduce alla verdissima e gelida Irlanda. Le cover band degli U2 sono tantissime e molte di grande valore, ricordo i famosi  Actung Babys da Roma, ma anche gli omonimi Ultraviolet da Pescara, bands che difettano, a mio parere, di troppo manierismo nel riproporre pedissequamente i brani con puntigliosa precisione, qui invece penso ci sia un po’ più di originalità, il basso ben in evidenza e capace di assoli improbabili dimostra la grande professionalità di Feroleto che gioca con lo strumento dando fiducia a tutto il gruppo. La cosa che si percepisce nell’ascolto di questa band è l’amore viscerale per il sound degli U2 e per quello che la band rappresenta per milioni di giovani che va ben al di la delle mode, mi è bastato vedere con quale trasporto e con quanta passione il cantante interpreta i brani più di denuncia, più di impegno sociale con movenze, gestualità  e molta personalità  e non, come spesso accade, scimmiottando le espressioni di BONOVOX.  Il concerto prosegue e  ripercorre tutta la carriera e i successi degli U2 dagli album “ Unforgettable fire, Joshua tree, Actung Baby, Zooropa, fino a Vertigo , “ I still haven’t found what looking for” “Desire”, Beautiful day, una struggente “One love”  e una versione dilatata di With or without you diventano l’apoteosi e come avviene nei concerti degli U2, il pubblico presente canta in coro i ritornelli. Il repertorio degli Ultraviolet T. è vastissimo, concedono molto al pubblico dimostrando che suonare per loro diventa una necessità vitale e questa passione riescono a trasmetterla ai numerosi fans che vengono coinvolti nella loro performance. La loro proposta è chiara, vogliono, prima di tutto, un sound che soddisfi loro stessi, semplice ed al tempo stesso energico e lineare tipico dello stile U2, un sound ribelle segnato da una batteria potente e magica ma intriso di impegno civile, pacifismo, terzomondismo, argomenti che sono sempre stati cavalli di battaglia dell’ambasciatore di pace BonoVox.. Devo dire che gli Ultraviolet T. sono veramente bravi e hanno sfornato un prodotto molto lusinghiero, gradevole e condito con estro regalandoci una serata sorprendente piena di ricordi che ho apprezzato molto e che mi fa ben sperare in una scena rock amanteana molto fertile e originale. S. Pietro in Amantea, per una notte, è diventato un palcoscenico rock a cui forse non era  abituato e le note potenti degli Ultraviolet T. che sono state la colonna sonora di  più generazioni di giovani , sono state in grado di far vibrare oltre che i nostri cuori anche le foglie del mitico pioppo. Per chiudere una nota di colore: il collettivo Be-bay attivo nella zona di Amantea che ha organizzato la serata oltre alle attività culturale legate all’arte, alla pittura per la next generation ha sfornato una leccornia:  panini con salsiccia, patate e peperoni veramente sublimi.

Dal vostro  JANKADJSTRUMMER

LA CANTASTORIE FRANCESCA PRESTÌA RACCONTA LA CALABRIA

LA CANTASTORIE  FRANCESCA PRESTÌA RACCONTA LA CALABRIA

Quando il fuoco della passione resta soffocato per tanto tempo, come è avvenuto per Francesca Prestia, prima o poi esplode ed erutta come un vulcano che non brucia e non porta distruzione, ma  genera una lava culturale  che  diventa un naturale humus per far germogliare e riportare in vita antiche tradizioni musicali. Così dopo anni in cui ha preferito dedicarsi all’educazione delle due figlie, la cantastorie calabrese è tornata a far sentire la sua voce, il suo impegno, proponendo canzoni, ballate e storie che parlano di uomini e donne calabresi, per dare voce e promuovere la cultura calabrese, un bisogno quasi viscerale di “cuntari e cantari” come ama dire lei, raccontare e cantare il coraggio e la voglia di riscatto del popolo calabrese. Francesca Prestìa è una cantastorie ma prima di tutto è una donna che ama la sua terra e la sua gente e che vuole mettere il suo talento, la sua competenza per far conoscere le tante storie di riscatto delle tante donne che si sono ribellate alla ‘ndrangheta ma anche di quelle donne che piangono in silenzio che rimangono soggiogate e sottomesse ai capifamiglia e a quella cultura dominante che stenta ad essere sconfitta.  Già i suoi primi lavori, l’esordio discografico  “Mina Ventu” del 2003 e poi  “A Cantastorij” del 2007, sono intrisi di una forte passione e sono il risultato di serie e approfondite ricerche sul campo riguardanti ogni tipo di fonte, i testi curati e le musiche originali rendono un risultato stilistico perfetto. Mi piace ricordare la sua capacità di spaziare in tutte le arti, dal teatro al cinema e alla letteratura per non parlare delle tante collaborazioni con artisti, cantanti, musicisti, attori, in cui ha dato il suo contribuito a fondere la cultura con la passione. Nella primavera del 2008 compone la colonna sonora dell’opera musico-teatrale JOFHA’, figura del teatro della Commedia dell’arte calabrese, cura lo spettacolo musico-teatrale Penny Petrone che affronta il tema scottante dell’emigrazione ispirandosi agli scritti dell’autrice calabro-canadese Serafina Petrone, affrontando il processo di spaesamento e di disgregazione vissuto dai calabresi in America, storie intrise di vecchie melodie tradizionali. Nell’estate 2009 da vita ad una iniziativa musical-letteraria denominata “Muse calabresi”, dedicata a figure femminili che hanno ispirato la fantasia ed il pensiero di scrittori calabresi quali Mario La Cava, Corrado Alvaro, Franco Costabile, Saverio Strati, traendo spunto per discutere, confrontare le condizioni della donna nel passato, anche se letterarie, con quelle del presente. Nella primavera del 2010 cura la sceneggiatura e le musiche per lo spettacolo musico-teatrale “La Rivolta di Casignana” dello scrittore calabrese Mario la Cava con testimonianze dirette inerenti la prima rivolta contadina nella Calabria degli anni venti. In qualità di cantastorie popolare durante l’estate avvia il progetto “Aedi Viandanti” per raccontare e cantare il quotidiano e lo straordinario, il lavoro, la fame, il mondo dei potenti, la guerra, la violenza, l’amore e l’odio, per far conoscere, per educare e per non far dimenticare. Otello Profazio l’ha definita la sua erede «Qualche anno fa mi presentai a Profazio – ama raccontare Francesca – con la mia chitarrina battente e i miei teli dipinti. Lui si sedette e disse: Vediamo cosa sai fare. Allora incominciai a cantare. E’ stato molto critico ma ha gradito il mio coraggio e oggi ribadisce che sono la sua successora». In effetti Francesca Prestia rappresenta il naturale proseguimento culturale dell’eccellente lavoro di Otello Profazio nella valorizzazione e nelle promozione delle tradizioni musicali e umane della terra calabrese. Con la giusta ironia ed intelligenza e con straordinaria caparbietà cerca di far emergere gli aspetti positivi del suo popolo, spezzando e ridicolizzando i tanti luoghi comuni che vengono attribuiti alla sua gente. Il suono utilizzato è, quasi sempre, la tarantella calabrese suonata con voce appassionata e chitarra battente, così inizia i suoi viaggi nella celebrazione della bellezza e della storia della regione, non mancano, però, le ballate e i suoi racconti coinvolgenti affollati di personaggi coraggiosi che, per amore della propria terra, lottano per la giustizia, la libertà e per un meritato riscatto sociale e culturale. Francesca ha restituito al cantastorie la sua funzione primaria, quell’impegno sociale che nel tempo era stato abbandonato per lasciare il posto ad una più “tranquilla” tradizione popolare. Le ballate di Francesca nascono da incontri normali, dal quotidiano “Io ascolto e mi lascio interrogare da ciò che accade intorno a me o da quello che leggo nel giornale”. Un esempio per tutti è : la “Ballata di Lea” (Ciangiti assema a mia, ciangiti forti! Ciangiti ‘e chista donna ‘a dura sorti! Piangete insieme a me, piangete forte! Piangete di questa donna la dura sorte! Almenu ppe mia figghja ncuna cosa ha da cangiàra. A iddha nci dugnu a vita cchi a mia non po’ tornàra – Nu jornu fu rapita e Lea neppuru l’umbra. Nta l’acidu, si dicia, sciogghjutu u corpu fu » ( «Almeno per mia figlia qualcosa deve cambiare. A lei darò la vita che a me non può tornare – Un giorno fu rapita, di Lea neppure l’ombra: nell’acido, si dice, disciolto il corpo fu») che si ispira alla vicenda della pentita di ‘ndrangheta, trucidata dal suo stesso compagno e padre di sua figlia. Francesca Prestìa rappresenta la voce  che tiene in vita la tradizione musicale e di denuncia nel sud, sulla scia di altre grandi interpreti del passato, dalla siciliana Rosa Balestrieri a Giovanna Marini: il cantastorie, con le sue ballate, – afferma –  ha il compito di fare cronaca, oggi nessuno canta il presente e allora bisogna comporre. Il suo repertorio, come dicevo, è dedicato alle querce del Meridione a quelle  figure femminili straordinarie che nel loro piccolo si sono ribellate:  non possiamo – dice Francesca – lasciare in eredità alle giovani generazioni questa Calabria dove le eccellenze, le persone in gamba, i lavoratori, vengono sconfitti da una classe politica marcia, collusa con la ndrangheta che porta voti alle elezioni. La mia generazione può giocarsi una carta importante con i figli, educarli al coraggio, a condividere un progetto di Calabria diversa. Solo una alleanza al femminile può salvare questa terra, io lotto come donna di cultura, lotto con la mia chitarrina per risvegliare gli animi e costringere i cittadini a reagire, del resto fare il cantastorie è una scelta politica. Mi sento un’agente politico della società, che attraverso i teli e la chitarra lascia messaggi più impressi che un comizio elettorale. Questo in sintesi il messaggio forte di Francesca che non deve rimanere confinato alla Calabria ma che va esportato, perché i problemi della Calabria sono, quasi sempre, i problemi dell’Italia intera.

Jankadjstrummer

Riascoltati per voi – Laurie Anderson – big science. by Jankadjstrummer

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Uno dei maggiori pregi di Laurie Anderson è quello di essere riuscita a coniugare bene il rock con le arti visiveattraverso l’ utilizzo del corpo, della tecnologia e della musica pop. Certo l’originalità dell’artista rappresenta il punto di forza del suo lavoro ma bisogna dire che tante sono le influenze, da John Cage alle performance dei Fluxus oltre al forte sodalizio sia artistico che sentimentale con Lou Reed. I suoi video sono fortemente innovativi, una bella commistione di poesia metropolitana, suoni e musica sperimentale. La sua carriera parte a metà degli anni ’70 e culmina con un capolavoro “United States I-IV”, quasi otto ore di performance multimediale che vede la pubblicazione solo nel 1984 ( la bellezza di cinque album ). La performance vede infatti la Anderson recitare e suonare davanti a uno schermo su cui diversi proiettori riversano immagini, filmati e giochi di luce, illustrando un grande ritratto dell’America in quattro parti (trasporti, politica, soldi, amore) e concentrandosi sull’idea degli Usa come terra dell’utopia tecnologica.
Un altro tema del suo lavoro è l’ accettazione e la convivenza con la tecnologia, per lei non è “buona o cattiva”, dipende da come la si usa. Riferendosi a Internet ha dichiarato “ Molta gente crede che la tecnologia impedisca di comunicare e’ come dire che la matita e’ dannosa… Non e’ la matita che è dannosa, ma e’ il come la usi che può
renderla dannosa. Quindi il problema non e’ la tecnologia, ma come questa viene utilizzata.
Da questo lavoro, però, la Anderson aveva già estratto delle perle che avevano dato vita nel 1982 all’album “Big Science” che considero il suo
capolavoro. Anche gli ascoltatori meno attenti non hanno potuto fare a meno di ascoltare la hit dell’ album “O Superman (For Massenet)”, utilizzata alla fine degli anni ’80 nello spot per la campagna di sensibilizzazione sull’ “AIDS”, un filtro vocale sulla recitazione del brano, due accordi vocali che sembrano provenire da un freddo robot creano un brano ossessivo, inquietante che ben si adatta al clima della “ peste del xx° secolo.
Il pezzo si apre con un messaggio in segreteria telefonica (“Hello? This is your mother.”), poi prosegue con un testo ironico “Quando l’amore è perso c’è sempre la giustizia. Quando la giustizia è persa c’è sempre la forza. Quando la forza è persa c’è sempre la mamma”. il finale è inquietante ed apocalittico c’è un chiaro riferimento alla crisi USA-IRAN del 1979 ma anche una spaventosa invocazione “Così tienimi, Mamma, tra le tue braccia/ le tue braccia petrolchimiche/ le tue braccia militari/ le tue braccia elettroniche”. Questo pezzo è un misto di sinistra ironia dipinge
una America come una grande mamma che protegge i suoi figli ma li tiene soggiogati “Gli Stati Uniti aiutano, non danneggiano, fanno sviluppare nazioni usando le loro risorse naturali e materie prime” questo è l’ ammiccante slogan.
In “From The Air” la Anderson dichiara le sue origini rock con un bel duetto batteria e sax a cui segue però un recitativo, su una base di sintetizzatori, raccapricciante “This is your Captain/ and we’re going down”,.
Il brano “ Big science “ è pura elettronica, sorretto da synth e percussioni, qui alterna il canto alla recitazione, un dialogo padre e figlia sui grandi temi dell’ecologia e della filosofia , si tratta, insieme al singolo, del momento più alto dell’album.
Poi c’è la ludica “Sweaters” intrisa di cornamuse, “Walking & Falling” bel pezzo in cui l A riesce a creare tensione esclusivamente con la recitazione e pochissimi suoni sparsi. “Born, Never Asked” ricorda molto lo stile di Peter Gabriel peraltro molto legato alla Anderson con cui ha collaborato nell’album” So” e con un bel finale di assolo di violino.
Segue poi “Example # 22” pieno di vocalizzi e ma supportata da numerosi strumenti: violino, flauto, sax tenore e baritono, e clarinetti che dimostra come l’aspetto musicale non sia mai stato per lei secondario, anzi credo che peschi a piene mani dal rock per poterlo contaminare con le arti visive, creando un bellissimo spettacolo multimediale.
Anche “Let x =x” è allegra, tastiere, marimba e hand clap
e nel finale un bel virtuosismo di trombone.
Nell’ultimo brano “It Tango” continua il dialogo iniziato in “ Big science “ in cui i due personaggi dialogano ma non riescono a comunicare, un altro grande tema vissuto con un atteggiamento contraddittorio tra un approccio creativo ed umano alla tecnologia e la paura della propria alienazione. Credo che sia nella ricerca e nella sua dignità artistica la grandezza della Anderson, lei ha sempre mantenuto la barra dritta, non si è fatta condizionare ed ha rinunciato ai facili successi, per crearsi un immagine di artista globale, apprezzata e stimata dai grandi nomi del rock d’avanguardia, non ha caso il genio di Brian Eno ha realizzato nel 1994 con lei lo stupendo album “Bright Red”. Buon ascolto JANKADJSTRUMMER
1. From The Air
2. Big Science
3. Sweaters
4. Walking & Falling
5. Born, Never Asked
6. O Superman (For Massenet)
7. Example #22
8. Let x =x
9.It Tango
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DISCHI STORICI RIASCOLTATI PER VOI – THE SMITHS / THE QUEEN IS DEAD – by Jankadjstrummer

smithsTHE SMITHS  / THE QUEEN IS DEAD

The Queen Is Dead  degli Smiths viene pubblicato nel giugno 1986; siamo in Inghilterra in piena epoca Tachteriana, il disco doveva originariamente intitolarsi “Margaret On The Guillotine”  e doveva essere l’ennesima bordata alla Lady Thatcher che finisce al patibolo, con tanto di colpo di lama finale – questa storia costerà a Morrissey una visita a casa con perquisizione da parte della polizia. Il disco mette in risalto la forte insofferenza nei confronti di un paese decaduto sia dal punto di vista morale che da quello politico. Qualcuno ritiene che è  riduttivo interpretare il titolo e l’opera nel suo insieme in una chiave esclusivamente anti-inglese, la crisi a cui gli Smiths fanno riferimento riguarda le illusioni, le speranze collettive di cui sono nutriti i grandi movimenti libertari dei decenni precedenti ridotte a macerie e solitudine. Musicalmente il disco è in perfetto stile  smithsiano ed entra di fatto nella storia del rock britannico più degli altri perchè qui sono nate le perle più pure e convincenti della coppia Morrissey/Marr vere anime della band. Da questo punto di vista il lavoro è perfetto la voce di Morrissey è ai suoi apici interpretativi: i brani sono “Cemetery Gates” un country-rock dal sapore antico su cui ruota un bel giro di basso, “Bigmouth Strikes Again” e “The Boy With The Thorn On His Side”, sono dolci melodie vocali sulla quali Morrissey  tesse le sue trame, due pezzi leggeri ma intensi ed ancora “There Is A Light That Never Goes Out” una canzone senza fine, al tempo stesso elegante ed essenziale che ricorda vagamente la migliore canzone francese Anche i pezzi della prima metà del disco catturano l’ascoltatore: “The Queen Is Dead” è una composizione di oltre sei minuti è rappresenta il pezzo più sperimentale dell’album. “Frankly, Mr. Shankly” è un ritornello scanzonato mentre “I Know It’s Over” è un altro pezzo interessante di soul  leggero e malinconico.                   Il clamoroso successo del disco è accompagnato dalle inevitabili polemiche sulle sortite anti-monarchiche di Morrissey che in un’intervista va giù pesante: “Disprezzo la famiglia reale. L’ho sempre disprezzata. E’ un non-sense fiabesco, l’idea stessa della loro esistenza in giorni come questi, durante i quali la gente muore quotidianamente perché non ha abbastanza denaro per pagarsi il riscaldamento, tutto ciò è immorale”.                           Devo dire che ho riascoltato con attenzione l’album e mi sento di affermare che gli anni ’80 senza gli Smiths sarebbero stati monchi.

JANKADJSTRUMMER

RIASCOLTATI PER VOI – THE CURE “The Head On The Door” by Jankadjstrummer

“The Head On The Door”cure

Siamo a metà degli anni ’80 e i Cure si trovano ad affrontare un dilemma, un dubbio amletico che riguarda il loro futuro: continuare nella deriva delle ossessioni quasi apocalittiche dell’album “Pornography” o abbracciare definitivamente la pura sperimentazione come avevano fatto con il deludente “ The top”, la scelta è chiaramente affidata a Robert Smith che tiene ben saldo il timone del comando rinnovando per l’ennesima volta la line-up del gruppo, l’ex batterista Lol Tolhurst, infatti, passa alle tastiere, rientra il bassista Simon Gallup dopo la parentesi solista, rientra anche Porl Thompson, chitarrista della prima stagione Cure mentre a Boris Williams vengono affidate le drums. Con questa nuova formazione viene alla luce  “The Head On The Door” un disco che possiamo definire una rinascita dopo anni in cui i Cure erano scesi negli inferi dell’animo umano ma riuscendo comunque a rimanere a galla, una rinascita sulla strada del pop-rock melodico che vuole strizzare l’occhio alle classifiche e ai passaggi radiofonici ma senza perdere i propri connotati di band post-punk dalle sonorità dark. Una scelta coraggiosa che avrebbe fatto gridare all’eresia, allo scandalo per qualunque altra band ma che è diventata, per loro, quasi una metamorfosi per uscire da un clichè che li stava spegnendo. Dieci brani che hanno la pretesa di chiarire che Robert Smith e soci hanno ancora qualcosa da dimostrare: possono ancora lavorare per creare qualcosa di alternativo che non sia necessariamente tristezza e depressione ma che sia piacere di creare e divertirsi nel suonare insieme. Il disco parte in maniera travolgente con “In Between Days”, in cui una chitarra ritmica e la batteria prepara una base ritmica eccezionale su cui ben si poggiano le tastiere e il basso, non più suoni tenebrosi, ma dolci e solari, una dimostrazione tangibile che i Cure sono cambiati anche se resta il contrasto tra l’apparente spensieratezza della musica e la tensione del testo. La successiva “Kyoto Song” è più distesa ma intensa, malinconica, ricorda i primi Cure , con un testo all’altezza della situazione e dotata di un fascino irresistibile (“The trembilng hands of the trembling man hold my mouth to hold in a scream”) (“Le mani tremanti dell’uomo tremante tengono la mia bocca per trattenere in un urlo”). Qui il suono dark è magico non racchiude solo incubi ma anche alcune riflessioni di Smith sull’Oriente. Ancora variazioni sul tema in “The Blood” una rilettura spagnoleggiante delle sue ossessioni religiose, bellissime chitarre acustiche in versione da flamenco moresco dagli echi arabeggianti. Molto più vicina al tipico stile Cure è “Six Different Ways”, forse il brano in cui meglio convergono le due esigenze stilistiche del gruppo. Una piacevole favola affollata di animaletti elettronici che saltellano in un bosco fatato. “Push”, uno dei momenti migliori dell’album in cui si fondono alla perfezione gli strumenti e con le chitarre ben in evidenza, un vero brano da arena del rock che potremmo definire epico anche quando la batteria di Boris Williams segna il battito del cuore e la voce di Robert grida senza esitazione “Go, go, go!”. La seconda facciata dell’album si apre con“The Baby Screams” in cui il basso di Gallup intrigante ed al tempo stesso affascinante fa da tappeto sonoro ad una canzone cantata con energia.  “Close To Me” è il manifesto dei Cure di questo periodo, un capolavoro dall’attacco indimenticabile che si regge su di una dolcissima ritmica, su una sovrapposizione di pianole e sulla voce a tratti addolcita da languidi sospiri e sussurri di Smith, una grande interpretazione e un ritornello che si insinua nella testa per non uscirne più. Il suono delle chitarre è un bel marchio di fabbrica per “A Night Like This”, un brano squisitamente dark carico di energia e ipnotismo che sale piano per chiudere, poi, in un crescendo che sfiora la perfezione.
“Screw”, è, invece, un selvaggio pezzo dance che parte da un riff di basso
per diventare a poco a poco quasi un pezzo hard. Il disco si chiude con  “Sinking”, un brano per i nostalgici del sound degli esordi, mai rinnegato dai Cure, ma che in questa fase vogliono solo rigenerarlo, un brano costruito in maniera magistrale in cui c’è una perfetto percorso nei meandri dei sogni dark di Robert Smith. Con “The Head On The Door” credo si sia raggiunta la perfetta alchimia tra il pop e il dark, un risultato ottenuto con sofferenza da Robert Smith che ha avuto la capacità di capire che essere fragile e sensibile non sempre è l’anticamera della depressione ma a volte fa scoprire che c’è sempre un’altra faccia della medaglia e che spesso possa esserci una               “ tristezza allegra”.  Jankadjstrummer

  1. “Inbetween Days”
  2. “Kyoto Song”
  3. “The Blood”
  4. “Six Different Ways”
  5. “Push”
  6. “The Baby Screams”
  7. “Close To Me”
  8. “A Night Like This”
  9. “Screw”
  10. “Sinking”