Kuroi kuruma

Questo post è dedicato a te, piccola kuroi kuruma.

A te che per 12 anni mi sei stata fedele, che mi hai accompagnata ovunque.

A te che strattonavi quando avevi le valvole del gpl andate.

A te che sei nata con la coppia troppo alta e sei sempre stata moscia.

A te che, nonostante fossi moscia, ho sempre tirato il motore per farti andare forte.

A te che dopo duecentomila km hai ancora la frizione originale che pattina in quarta ma funziona ancora.

A te che non mi hai mai lasciata a piedi.

A te che sei stata in certi momenti molto pulita e in altri ridotta a un cassonetto dell’immondizia.

A te che mi hai portata sulla neve, in mezzo alla nebbia, sotto la pioggia.

A te che mi hai ospitata per dormire più di una volta.

A te che che mannaggia il bagagliaio piccolo.

A te che mi hai accompagnato a casa dall’ospedale quando è nata Penny.

A te che sei con me da tanti anni, ogni giorno.

A te che sbandavi con le gomme lisce.

A te che da anni non devo guardare dove sono i comandi perché ti conosco a memoria.

A te che nonostante l’età non cigoli come una vecchia carretta.

A te dico addio…per sostituirti con un’altra te…più nuova…con un sacco di optional che nemmeno mai userò.

Ma non sarà te.

Addio kuroi kuruma.

 

 

Balle fenomenali e questioni serissime

Che essere genitori non fosse facile già lo sapevo.

Ma fino a non molto tempo fa era più faticoso che difficile.

Faticoso era il non dormire, faticoso era il dover uscire stracarichi di borse per avere sempre mezza casa a disposizione, faticoso era il dover stipare passeggino e le suddette molle borse su in utilitaria.

Ma il faticoso passa e poi tutto diventa più difficile.

Arrivano i primi “perché?”.

E dare delle risposte a volte è difficilissimo.

Perché non sono battezzata?

Perchè le suore pregano?

Sono questioni difficili da affrontare per me che sono atea, sono questioni difficili da affrontare sopratutto il lunedì mattina di buon ora.

Perché non ti ho fatta battezzare?

Beh, vorrei fosse una tua libera scelta. Scelta che a me anni fa fu preclusa. Ma hai 4 anni e delle questioni del libero arbitrio ci capisci poco.

Perché le suore pregano?

Pregano perché credono in Dio, che è un entità superiore che non vedremo mai e nessuno ci assicura che esista.

Ma posso mai dare una risposta così? Come posso spiegarti il concetto di “credere” in qualcosa che non vedi?

Sono impreparata. Mi cogli in fallo sempre più spesso.

Vorrei avere una risposta buona per ogni domanda, una risposta comprensibile da una quattrenne.

Non è così.

E poi, per non proseguire su questioni troppo serie…. ho iniziato a raccontare delle balle stratosferiche.

Che lunedì in piscina si è rotta una piastrella, si è fatto in buco e l’acqua è andata via, così non si può proprio andare.

Che quel tal negozio oggi è chiuso, ma solo oggi eh, domani riapre di sicuro.

Ci manca solo che mi invento che la duracell è fallita e le batterie per i giochi siano introvabili.

Sono pessima, mi sento pessima.

A te

Ho questo post in testa da sempre, non l’ho mai scritto. 

Ho sempre avuto il dubbio, la paura di sembrare troppo cattiva ma in fondo tu questa paura non l’hai mai avuta.

Non hai mai temuto di ferirmi, niente e nessuno ti ha mai fermato.

Il primo insegnamento che mi hai hai impartito è “non rompere”. 

Gioca, fai, disfa, sbucciati ginocchia ma non disturbare. Non disturbare mamma che lavora, mamma che fa cose. Insomma arrangiati. E se puoi, non ammalarti. Perché un figlio malato è un disguido. Come se la malattia non colpisse me ma te, i tuoi impegni.

Hai passato anni a ribadire concetti chiave.

“Il giorno in cui sei nata tu, sarebbe stato meglio rompersi una gamba”.

Già, avresti scambiato la peggiore delle fratture con me.

Tanto che per lungo tempo mi sono chiesta che senso avesse avuto mettermi al mondo.

Il senso risiede negli altri. Perché dopo qualche anno di matrimonio un figlio va fatto, lo dicono gli altri, lo dice la società. 

Perché per te apparire agli occhi degli altri come una brava persona è fondamentale. 

Ma essere e apparire sono due concetti distantissimi.

Tu non eri contenta di me ma la sorte è simpatica e ti ha messo di fronte una bambina musona, mai contenta, incapace di abbracciare. Ti ha reso le cose difficili, le ha rese difficili per entrambe.

Perché io sono cresciuta lo stesso, senza rompere, con un grande senso di autonomia.

Sono cresciuta, tanto, in altezza. 

Così hai iniziato a dire che la mia crescita era solo fisica, che il cervello era un po tardo. Ma ero già tanto alta. 

Mai una volta che ti ho sentita ammettere che ero brava in qualcosa. Mai.

E ho fatto di altezza virtù, scegliendo uno sport, la pallavolo, in cui almeno essere più alti della media qualcosina conta.

E apriti cielo.

Una figlia che fa sport, che perde tempo, che la sera ha sempre allenamenti e partite.

Mi odiavi, lo so.

Perché erano gli anni in cui ti facevi di xanax, il periodo in cui mi guardavi con disprezzo, quell’unica volta l’anno in cui c’era la pizza della squadra con i genitori.

E tu in pizzeria non stavi bene, in mezzo alle persone eri a disagio e mi guardavi da lontano, con odio.

Ma io non ho mai mollato. 

Nemmeno quando mi guardavi vomitare ogni mattina dal nervoso che avevo. 

E tu a scuotere la testa per l’ennesima colazione andata sprecata. 

Non ho mollato nemmeno quando mi hai fulminato con lo sguardo vedendomi con un braccio ingessato. Lo sport fa male, lo hai sempre detto. Avere un’adolescente per casa con il braccio destro fuori uso lo vedevi come una scocciatura. Non ti ho mai chiesto niente, mai. Mi sono adattata alla vita da mancina, pur di non doverti chiedere niente.

Finché sono stata abbastanza grande per andarmene. 

Ed ero felice. 

Lo eri anche tu, anche se la società ti obbligava nel ruolo della mamma preoccupata. Stavi meglio senza di me. 

E ora, che ho bisogno di te, come nonna, è iniziata la mia purga. 

Pago per la persona che sono stata, che sono.

Ma stavolta non c’è xanax che tenga. Te lo leggo negli occhi quando hai le tue crisi. Adesso fai finta, per impedirmi di vivere.

E io abbasso la testa, perché sei la nonna di mia nipote.

Ma quello che mi hai fatto, io non lo dimentico.

Perché non troppi mesi fa avevo la faccia tosta di dirmi “tieni botta”, mentre io non avevo più un soldo in tasca e tu eri comodamente seduta su una panchina fronte mare in Costa Azzurra.

Mi posso anche piegare alla tua lucida follia, ma la testa non la cambierò mai.

 

Chiedo troppo?

Ci risiamo! Mi girano le balle.

Sono le 19.10 e sto aspettando di sapere se mostra figlia cenerà o meno da te. Perché nonostante la mia domanda, posta a metà pomeriggio… tu non sei ancora riuscito a partorire una risposta.

Dovrei pretendere un preavviso congruo… mi accontento di molto meno ma adesso esageri.

Cazzo.

Che faccio? Le metto su la cena? Aspetto?

Per ora mi incazzo.

Hey, Siri, portami a casa.

Ho tanti difetti, tantissimi ma ho un grande senso dell’orientamento.

Non mi perdo mai.

O meglio, ho sempre la percezione di dove sia casa.

Ovunque mi trovo, mi basta fermarmi un attimo, riorganizzare le idee e sapere che direzione seguire per tornare a casa.

Poi magari sono in una città che non conosco e non prendo la via più breve, ma so dove andare.

Oggi no.

Moggi, stavo rientrando dalla montagna e la mia capacità è andata a farsi friggere.

Avevo un mal di testa atroce, la sinusite non mi da tregua. Ero stanca morta, assonnata.

Ho fallito.

Ho sbagliato strada e non avevo nemmeno idea della mia posizione.

Ho vagato un po’, cercando un qualche cartello che mi illuminasse il cammino. Niente.

Non sapevo più che pesci prendere. Mi sono arresa.

Ho implorato Siri di riportarmi a casa.

È stata bravissima.

Mi ha tolta dagli impicci. In dieci minuti ero su una bella statale, finalmente diretta a casa.

Grazie Siri.

La mia prigionia

Oggi avevo voglia di uscire. Era una bella giornata, con un bel sole e ancora parecchia neve sui prati.

Mi sarebbe piaciuto andare al cinema, ma non in  un multisala a chissà che distanza da casa. No, mi sarei accontentata del piccolo cinema parrocchiale, a meno di due chilometri da casa.

Invece, uscite, cinema, vita sociale mi sonn preclusi.

Sono rimasta a casa; visto un film, girato in parte a Torino.

È stato carino individuare le

Poi mi sono dedicata con dedizione alla mia opera titanica e quando iniziavo ed esserestanca e annoiata minsono attaccata ad American Gods.

Ne ho visti 3 episodi edevo dire che è stato tempo ben speso. È davvero una serie molto bella.

Ho poi cenato, con una triste pasta al tonno; non avevo fame ma ho ancora parecchie medicine da prendere, alcune delle quali a stomaco pieno.

E ora son qui a scrivere questo resoconto.

Mi sono divertita oggi? Non sempre.

Sono felice? No.

Sono rassegnata? Non ancora.

Spero che almeno il tempo faccia cambiare la mia ultima risposta.

 

 

Sola

A volte, nella mia esistenza solitaria ho degli slanci di socialità.  Come sempre, i miei slanci sono pie illusioni.

Perché puntualmente poi sbatto il muso contro la realtà.

E la realtà ha una forma e un nome: mia madre.

Lei, che quando parla di me agli altri, fa la splendida. Lei che sarebbe contente se avessi una vita.

Sempre lei, che appena metto il naso fuori di casa, salta su con paranoie, con film mentali. Inizia a suonarsela, cantarsela, ballarsela e si fa anche da giuria.

Lei però ha un arma. Mia figlia.

Che giustamente va tutelata. Sono sempre stata io a farlo, senza il suo intervento. Io che sono irreprensibile sempre. Io che come faccio sbaglio.

Io che devo restare sola.

Cosi, per prevenire. E non dico star sola quando mia figlia sta con me, quello è sacrosanto. L’ho sempre detto e resto ferma sulle mie idee. Io devo star sola anche quando mia figlia è col papà.

Cosi, per far star tranquilla lei.

Io, che a quasi 39 anni, non devo andare al cinema, a mangiare qualcosa.

Cosa mi resta?

Una figlia da crescere.

Del tempo libero, quando lei è col padre, da impiegare in solitudine.

E va bene, me lo faccio andare bene. In fondo ho la mia opera titanica, ho una lunga serie di telefilm da vedere.

Sono felice?

No.  Ma tanto si torna sempre al solto discorso. Quello che voglio io non conta nulla.

E più mi illudo di intravedere uno spiraglio più arriva la mazzata.

Devo, in maniera tassativa, guardare in faccia la realtà.

Sono sola.

Non si muore certo per solitudine, magari finirò per essere ancora un po’ più cinica.

Speriamo non venga mai a sapere del blog, riuscirebbe anche a togliermi questo

Settimana bislacca

Ho la febbre.

Da circa due giorni.

Non sono abituata a star male o meglio non sono abituata a dovermi fermare. Io che sono un carro armato questa volta ho ceduto.

La febbre fissa a 39 da due giorni mi ha dato una bella mazzata.

Ho la sensazione di essermi presa un tram in faccia. Ho male ad ogni singola articolazione, anzi mi sembra si averne scoperte delle nuove. Dai classici dolori intercostali al male alle caviglie, ai polsi, alle dita dei piedi.

E devo riprendermi. Mi deve passare, perché giovedì c’è l’udieza.

E non pretendo di arrivarci agguerrita ma almeno sfebbrata e non troppo dolorante.

Mille domande mi affollano la mente. Ti presenterai questa volta? Quanta merda mi butterai addosso? Quanto sei disposto a dire o fare per farmi passare per una madre di merda?

E cosa deciderà il giudice? Quali saranno le regole che metterà?

Lo ammetto… vorrei evitarla questa udienza. Perchè affrontare questioni non è il mio forte, perché o scappo o mi chiudo in me stessa. Ma questa non è una situazione dalla quale fuggire.

Devo guarire, devo essere forte, lucida, devo … ma non oggi. Ora mi metto a letto. Sperando che il paracetamolo faccia effetto.