Quel gatto randagio…

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È ora, mentre guardi questo paesaggio di grondaie e camini, che ti rendi conto che non puoi iniziare una casa attraverso le porte della routine o i tramonti guardando le nuvole che passano. Sei in ritardo per le fondazioni delle casseforme ed è ancora troppo presto per quei vasi in cui fiorisce l’amore. Solo lì, dal tuo punto di vista di cavi e antenne, scopri che l’indifferenza scaturisce dai patii di luci che odorano di pesce fritto e discussioni nevrotiche interrotte da una voce fuori campo che sputa su qualche televisore che nessuno vede.

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A disagio, stanco di tante tegole suicide contenute nei sassi, ti scherzi con l’idea di camminare sul filo del rasoio tra due acque e quel cielo promettente, con quello scivolone in discesa senza fine e il salto nel vuoto che ti porterà dritto nella spazzatura lattine di quel vicolo.
Solo tu, quello che centrifuga le sue idee prima di appenderle al sole da uno stendibiancheria senza pinze, ti siedi su questo tetto costruito su un terreno vuoto e sprechi i tuoi pomeriggi ad accarezzare la schiena di quel gatto randagio che porta il mio nome.

 

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