Lucy in Blue – “In Flight” (Karisma Records, 2019).

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Amanti del prog-rock anni ’70 (di Robert Fripp, degli Yes e dei King Crimson) questa pappa è per voi: cade manna dal cielo, anche in solitaria, una sinapsi docile docile sui frammenti scapestrati dell’uomo schizoide made in anni 2000, che lontano lontano nelle highland terre nere di quel che resta dell’Islanda europea, vede auto impazzire lungo le dorsali soleggiate delle curve che conducono a vulcania. L’arte come una droga, il cuore parla al cuore, e stimola viaggi intensi, a tratti spirituali. Ed è li che puoi trovare condensanti nei 40 minuti di un album psichedelico e strumentale a dir poco monumentale, una realtà nuova, onirica, perduta (“concreta, dorata” e sensuale per far felice Nicolas Godin e tutti quelli che lo seguono) il falstaff ribaldiere di scorribande perdute, e parabole creative immense se pensiamo ad “Atom Heart Mother”, album del 1970 dei Pink Floyd (EMI) e al senso di immenso che ancora una volta questo esprime.

Jeremy Tuplin – “Pink Mirror” (Trapped Animal Records, 2019).

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Tuplin describes ‘Pink Mirror’ as a “jovial sojourn through some of human nature’s so-called dark sides. It’s a satirical look at representations of love, desire, vanity, society, the internet and more in the modern world. For Tuplin, the pink mirror represents the rose-tinted spectacles through which we often view our world and/or our own places within it.

W.A.S.P. – “The Headless Children” (Capitol Records, 1989).

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Buongiorno e buona domenica, rockers! Il 2020 ha ancora poco da dirci in fatto di novità (se non fosse per Calibro 35 e Air) e allora metalliziamoci al suono dell’heavy metal della band losangelina dei W.A.S.P. e del loro IV album studio in carriera. Capolavoro assoluto di 16 brani e 50 minuti totali che non sembrano terminare mai e smettere di insegnarci qualcosa. Siamo agli sgoccioli di un decennio, gli ’80, in cui in fatto di musica rock sembrava essere stato detto già tutto: il salto beat dei Van Halen, la rabbia e l’armonia nei pezzoni degli Metallica e degli Iron Maiden, il canto country dei Def Leppard, il rock camaleontico dei Lynyrd Skynyrd e l’ombra del gigante nella gotica di Blacky Lawless e soci. Proprio loro il merito di aprire e chiudere (con la grande energia delle loro chitarre) l’etica morale del portone immenso della dark music che fu di Black Sabbath, Jethro Tull, The Who, Uriah Heep etc.etc.

Field Music -“Open Here” (Memphis Industries, 2018).

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“Open Here” è il manifesto politico dei Field Music, “campo musicale” appunto, dove la storia ha un lieto fine solo se è risposta a tutto quello che è successo negli ultimi anni di lavorazione dall’altra parte dell’Atlantico, una analisi «sulla perdita di fiducia nelle cose, nelle istituzioni e nelle persone». Un lavoro fitto, strutturalmente complesso e ricco negli arrangiamenti, con una pletora di ospiti alle prese con fiati, percussioni e addirittura un quartetto d’archi (una roba che, ultimamente soprattutto, non si vede così spesso). Tutto ha un ruolo ben preciso, tutto suona in maniera perfetta: il modo più giusto e romantico per dire addio a quello che non era solo uno studio di registrazione, ma un membro aggiuntivo della band. E la meccanica dell’anima, ancora una volta, è jazz.