The Cure – “The Cure” (Geffen Records, 2004).

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Giunto dopo una lenta lavorazione, più volte posticipata, questo lavoro rappresenta il ritorno dei Cure sulla scena dopo l’album del 2000 “Bloodflowers”, uscito un po’ in sordina per colpa di una sottopromozione forse dovuta alla mancanza di fiducia dell’etichetta Fiction nelle potenzialità della band. Questo album è il primo, dall’esordio “Three Imaginary Boys”, a non essere stato prodotto quasi interamente da Robert Smith. Infatti Smith ha lasciato la produzione a Ross Robinson, famoso per aver lavorato con band nu-metal come Korn, Slipknot, Limp Bizkit, Deftones e At the Drive-In. Nonostante ci fosse un timore abbastanza nascosto che questo potesse voler dire una svolta verso il metal del gruppo, questo album contiene sì molte canzoni chitarristiche, ma che non tradiscono mai lo spirito vero dell’opera precedente dei Cure, soprattutto nei testi, che continuano a parlare di amore perduto, impossibilità di comprensione dell’altro e perdita di identità in una relazione, come canta esplicitamente nella opening track “Lost”, uno dei pezzi migliori dell’album insieme con la mastodontica “The Promise”, caratterizzate entrambe da un ritmo pesante, sottolineato dalle cupe chitarre e da esplosioni di rabbia finali in un crescendo mirabile.

Cerrone – “DNA” (Malligator Préférence, 2020).

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Il y a plus de 40 ans, Cerrone sortait « Supernature », et donnait naissance à une disco plus synthétique, mutante. Un titre visionnaire, écrit par Lene Lovich, alors en passe de devenir une des icônes de la scène punk et new wave anglaise, qui s’inquiétait déjà du futur de la planète et qui s’est vendu, avec l’album éponyme, à près de 8 millions de copies. Cette année, il dévoile le Supernaturien « The Impact », porté par le discours de Jane Goodall (célèbre éthologue et activiste britannique) qui déplore les effets désastreux de notre civilisation sur la faune et la flore. Un teaser d’un nouvel album portant bien son nom « DNA » – Retour aux sources musicales. Avec un Cerrone à la fois vintage et furieusement contemporain.

Matthew Dear – “Bunny” (Ghostly International, 2018).

«Bunnies are cute. Bunnies are weird. They’re soft. They’re sexy. They’re lucky. They wildly procreate. They trick hunters, but get tricked by turtles. They lead you down holes» – Matthew Dear.Matthew-Dear-bunny-e1533998344299

Dall’uovo di Pasqua di cioccolato gigante ecco comparire l’enorme coniglietto rosa del deejay americano, che in questo album (oscillante tra il pop e il sophomore, dream-pop) arruola i Protomartyr, i Simian Mobile Disco e Tegan & Sara per un disco di altissimo profilo hi-dance. Morbidoso e sognante (come un marshmello) il dj kicks statunitense, alterna momenti geniali da produttore ad altri di EBM nevrotica e diabolica, come solo un bravo mixtaper sa fare.

Ed Harcourt – “Beyond The End” (Point Of Departure Recording Company, 2018).

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Lo strumento d’elezione di Ed Harcourt è stato fin dall’infanzia il pianoforte. Tutto è cominciato con le sue manine di bambino che si posavano sui tasti di un Hopkinson Baby Grand della nonna, imparava a suonare e poi scriveva le prime canzoni. Al punto che su quel pianoforte Ed Harcourt ha scritto i brani dei suoi primi tre dischi, compreso quell’”Here Be Monster” subito graziato da una nomination al Mercury Prize nel 2001, e il successivo fortunato “From Every Sphere” di due anni dopo. Su quel pianoforte si è guadagnato la fama di songwriter versatile, inserendosi immediatamente in quella zona grigia tra mainstream e non che ha caratterizzato l’inizio degli anni Zero.

Daniele Sepe – “Malamusica” (Polosud, 1996).

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“Ondeggia tra il kitsch e il popolar-folclorico l’iconografia di questa ristampa, con pulcinella suonatori e il faccione di Totò che appare sollevando il compact dalla custodia. E’ il primo disco di Daniele Sepe, finalmente di nuovo disponibile, per di più con alcune aggiunte interessanti. Gli elementi che hanno portato al successo il performer napoletano ci sono già tutti: enfasi bandistiche, vitalismo sfrenato, mescolanza d’idee e stilemi. Nel foglio di presentazione dice: “erano gli anni della fusion, ogni sassofonista sbavava sui soli di Brecker o sui dischi degli Steps. Il nostro eroe va controcorrente e fa un disco dove non c’è eco di solismi fantasmagorici”. Il suo stile resta nonostante tutto riconoscibilissimo, nel bene e nel male, e “Malamusica” ha il dono di non essere eccessivamente prolisso.”

Jade Jackson – “Wilderness” (ANTI-, 2019).

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“”Wilderness” as the title of my album is this in-between area I’m in right now as a musician. It’s the unknown—like when we’re touring, you don’t know where you’re gonna play, or sleep, what you’re gonna eat, if you’ll have monitors…there’s so much unknown at this grinding stage in the game. I am incredibly thankful for the way my career has started, but I’ve always had this urge propelling me forward. I know where I want to go—I can visualize it—but right now I’m walking through the wild, still picking up tools, still learning, and making my way.”