Doves – “The Universal Want” (Virgin Records, 2020).

doves

C’è una estate di tormentoni e di tropicalismi (più o meno bollenti); e poi, c’è una estate in un non-luogo fisico (forse in quel di Manchester, chissà!), dove nostalgia e speranza si specchiano del magico mondo della poesia sussurrata di Jezz Williams e quel che resta di una pseudo-band dai colori vivaci manco fossero i Coldplay. Foreste, luci al neon e dream-pop dei sentimenti nascosti si traducono in versi liberi (spoken words) e samples melodici (come quello di Tony Allen, scelto per il brano d’apertura “Carousel”) adagiati su tappeti mediatici, improvvisazione e musica noise. Musica liquida sì certo, ma con un quel non-so-che-di-comunque-radiofonico.  Entrambi forti di un ritornello deciso e radiofonico, “Broken Eyes” e l’altro singolo “Prisoners” sono due rock trasognati ma sferzanti, mentre “For Tomorrow” che incespica nella sua struttura variabile e ambiziosa è l’unico episodio a mostrare un po’ di ruggine. Entrano poi in scena i pezzi forti dell’album: “Cathedrals Of The Mind” e  “Mother Silverlake”, brani dallo spessore assolutamente incontestabile. Una piccola pausa dal caldo, insomma; e la fiducia in una band che dal 1998, ha ancora tanto da regalare.