Tori Amos – “Ocean To Ocean” (Decca, 2021).

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I “29 Years” di carriera della musicista e mezzo-soprano voice statunitense Tori Amos sono tutti condensati nei nuovi 45 minuti made by Decca Grammophon aka 11 brani freschi, intelligenti e resilienti, quelli del suo 16esimo album carriera. Tra brani impegnati al pianoforte, falsetto falstaff e alternative music riascoltiamo con molto piacere la rossa del rock, in perenne bilico tra la us cornflake girl e quella che nel 2017 cantava dei “Native Invader” della riserva, senza una, dico una, sbavatura moderna. La condizione nella donna oggi (“How Glass Is Made”), in mezzo a tutto, tra un oceano e l’altro; la sua continua rinascita (anche) come cittadina del mondo (“Flowers Burn To Gold”, è musica e parole e buon gusto per quella che risulta davvero come la mia preferita del disco), quando il mondo, eufemisticamente, “non c’è”! Infatti “Ocean To Ocean” (un album fondamentalmente sulla introspezione intima, e l’amore… il motor che muove la luna e l’altre stelle…) è stato scritto durante lo scorso lockdown trascorso in Cornovaglia. Ed è dire tanto. Quasi una fuga. Secondo fonti vicino all’artista “Ocean to Ocean” pare essere, anche, in parte influenzato dai recenti disordini di Capitol Hills. Prima di trovare le parole giuste per poter chiudere questo pezzo (molto sentito!) voglio ricordare all’ascoltatore di non perdersi gli assoli di chitarra di “Speaking with Trees” e l’elettrizzante elettronica di”Metal Water Wood” per capire meglio i luoghi di perdita e il peso delle parole dell’artista, quando canta: “ti incontrerò nel fango“. Per Myra Ellen, compiere un importante anniversario artistico è autoproclamarsi con un”Birthday Baby” finale; un salto in alto. Forse, un grande salto nel vuoto.

Turin Brakes – “We Were Here” (Cooking Vinyl, 2013).

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I Turin Brakes furono uno dei gruppi di punta di quel New Acoustic Movement che nei primi anni Duemila raggruppò, sotto questa definizione, band che mettevano le sonorità acustiche al centro delle loro composizioni: Kings Of Convenience, Starsailor, I Am Kloot e così via. E’ passato un decennio. Olly Knights e Gale Paridjanian hanno continuato a sfornare buoni dischi, ma certo senza raggiungere i livelli di “The optimist LP” o “Either song”. Ora il duo inglese ci riprova con questo “We were here”, sesto capitolo in studio della loro carriera. Il processo creativo del nuovo lavoro è partito in realtà andando ad esplorare vecchio materiale che il duo non suonava da parecchio: questo ha fatto scaturire numerose nuove idee, anche se il marchio di fabbrica dei Turin Brakes in questo album si sente eccome: i testi, tutti composti da Knights, parlano di temi come solitudine, sconnessione dalla realtà e ‘realizzare che ognuno ha il proprio posto nello schema delle cose’.

Sault – “Nine” (Forever Living Originals, 2021).

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Arrivato ieri “NINE” quinto album del gruppo SAULT. Il disco ripercorre lo stile ritmico dei precedenti album, un concentrato di Black Soul, Funk, R&B, Brekbeat e Urban contemporaneo. “Una band di musicisti che, perseguendo (per ora) la strada dell’anonimato, sta scrivendo uno dei capitoli che resteranno nella storia della cultura black”. Pare che l’ascolto on streaming non sia più disponibile. Il gruppo vuole cercare di rilanciare l’uso del mezzo “fisico.” Consiglio l’ascolto in solitudine, d’avanti ad un bicchiere di Martini bianco e fragole. Giusto per rimanere sobri.

Carmen Consoli – “Volevo Fare La Rockstar” (Polydor, 2021).

«Io volevo fare la rockstar, ma andavo dalle Orsoline e sognavo il palco mentre facevamo la merenda. Non era il successo, ma il palco, le luci e una chitarra vera. E poi, chissà perché, pensavo che per essere una rockstar dovessi fare delle bolle enormi con le gomme rosa e che in America le gomme fossero ancora più grosse» – Carmen Consoli.

cconsoliCatania-Trieste: un viaggio di sola andata in lungo e in largo per il nostro Paese, tra BR e Cosa Nostra, per una piccola giovane Cantantessa alla ricerca della migliore canzone d’autore italiana. A dispetto del titolo dell’album infatti, non “parla” di rock’n’roll acido (come quello degli inizi) di cui ci delizia Carmen nel suo album solo no. 9 ma di tanto oriente, e tanto amore materno (per la sua patria). Dolci sogni e speranze nei testi sempre più impegnati che narrano la vita in Sicilia degli ultimi 25 anni, di quella che è stata (senza dubbio) una grande carriera: polistrumentismo pop-mediterraneo e grande senso critico nelle canzoni che non cantano di aria fritta, ma di realtà e utopia moderna. Woodstock non è completamente assente nelle corde acustiche o nel basso elettrico geniale dei suoi racconti; deve soltanto fare i conti (e far pace) con la natura più magica e bambinesca di quella creatura con cui condivide la copertina del nuovo album. Un disco colmo di valori perduti, semplici, da riscoprire: a tratti, davvero delizioso.

 

Pavlov’s Dog – “At the Sound of The Bell” (CBS, 1976).

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A very good collection of tightly executed Rock/Pop tunes. The ballads of the first side have a remarkably breezy feeling to them, while the second has some heavier fun. It fails to recapture the hypnotic atmosphere of the preceding record “Pampered Menial”, and the songs aren’t as consistently high-quality either. Nonetheless, the melodies are consistently strong and the second side gives the band more of a chance to flex their technical muscles. Not as good as the debut, but otherwise an excellent Pop record.

Gamma Ray – “30 Years Live Anniversary” (Sony Music, 2021).

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In 2020, Gamma Ray celebrated their anniversary – 30 years of true metal! Despite not being able to fill a hall with devoted fans like they usually do due to covid-restrictions, they decided to put on a hell of a show. Filmed with several cameras, the show at the impressive ISS Dome in Duesseldorf, Germany brought band and fans together via Live-Stream. To incorporate the fans into the show, the band members invited them to send in recordings of themselves screaming, hailing and whistling to their favourite Gamma Ray songs which will be added to the end of the show.

Yes – “The Quest” (Sony Music, 2021).

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Il 22esimo album della storia del rock progressive inglese: gli Yes tornano, il 1 Ottobre, con uno degli album più attesi dell’anno. E si sente subito, fin dalle prime note di “The Quest”, dall’artwork semplice ed essenziale di un album unico, dai due dischetti audio ai quali si aggiunge una versione unica e deluxe in formato +vinile e +blu ray (al “modico” prezzo di 48€) per un packaging la cui superproduzione è marcata Steve Howe e le cui parole come sempre sono affidate “al mago” degli Yes, Jon Anderson. Controverso come la memoria, contraddittorio come la vita, “The Quest” (ossia “la ricerca”) suona come un album fondamentalmente acustico e strumentale, con picchi di eclettismo elettronico come il potentissimo rock-single di lancio “The Ice Bridge”. Sacro o profano, attraverso il ponte di ghiaccio e osservo la vita intorno a me degli ultimi 10 anni e provo a rispondere a quella voce che mi diceva (nel caos), che la vita attorno a me si sarebbe modellata soltanto se io l’avessi voluto: non lo so se così è ed è stato. I miei ragazzi sono ancora alla ricerca “di una dritta” se sia necessario studiare o meno, e per quale fine; la ricerca è anche nella tivù di oggi che per un futuro migliore ci obbliga a comprare televisori  nuovi e ad osservare il simpatico mutamento di un camaleonte alla prese col telecomando del futuro. Meglio soli o male accompagnati e dov’è l’amore. Generazioni. Gli anziani hanno messo da parte il bastone per la carota e la gente che è volata in Cielo è ancora “music to my hears“. “La ricerca” è tutta intorno a me, un gran mistero nascosto nel virtuosismo prog degli Yes, una band che vanta 50 anni di carriera rock e palchi, pubblico di curiosi e fans accaniti. Hanno scritto brani di una complessità estrema (“Sister Sleeping Soul”) e sbancato le classifiche di tutto il mondo: questa la storia di un album, di cui sto ancora godendo l’ascolto della fine del primo tempo (“A Living Island”, bellissima!). E vorrei che la vita, fosse proprio come questa “The Quest”: cioè, che non finisse mai.