Robert Wyatt – “Rock Bottom” (Virgin Records, 1974).

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L’album è un viaggio onirico nato da uno stralunato flusso di coscienza, scaturito dal dolore e dalla risurrezione. Si staglia disteso e pacato, quasi rassegnato alla nuova condizione, ma nello stesso tempo riflette uno stato di coscienza dell’anima che forse diversamente non sarebbe mai scaturito. Il disco si apre con la fluttuante elegia di “Sea song”, struggente canzone d’amore forte di una disperata dolcezza. Wyatt cerca di scandagliare in fondo alla sua anima, e ne viene fuori un autentico capolavoro senza tempo. Segue “A last straw”, ancora più misteriosa ed inquieta, cercando di dare voce a quel gelo che sottace nel fondo della sua anima. “Little red riding hood hit the road” stravolge l’apparente quiete creata dai due brani precedenti, in un sulfureo dipanarsi di fiati e cacofonie varie, con un ritmo incalzante, quasi cavalcante. Il lato B si apre col respiro ritmico di “Alifib”, alternato da alcune note alle tastiere, che si accordano in tonalità celestiali, eteree. Questa tonalità jazz non fa che alimentare il flusso di coscienza che Wyatt sta cercando nella sua musica guaritrice. “Alfie” invece si arricchisce di una ritmica quasi tribale, primitiva, sulla quale si cadenzano delle note suonate al pianoforte, su un tappeto sonoro scandito dall’harmonium. Wyatt pronuncia delle frasi spezzate, quasi mozzicate. Il tutto suona così stupendamente surreale!

Loma – “Don’t Shy Away” (Sub Pop Records, 2020).

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Da che pulpito viene questa voce al femminile… E questo è un album tenero, troppo tenero per voi! “Don’t Shy Away” è un disco gratificante e ambizioso. Un album vivido, che tratta gentilmente i temi della solitudine, della temporaneità e della ricerca della luce. I Loma sembravano destinati a esaurirsi rapidamente, ma ora la loro musica ha preso definitivamente forma, dotando il trio di una personale visione e di una piena autonomia artistica. E se il garante porta il nome di Brian Eno…

Big Black – “Atomizer” (Homestead Records, 1986).

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Non c’è atomica più pericolosa del confronto tra i generi umani. È arcaica, antica e scorre scritta nel nostro DNA. È psicostoria, da sempre, la guerra tra uomo e donna – il gioco si scontra quasi sempre con la vanagloria – e siamo qui nel 2000 ancora a chiederci chi vincerà questa lotta passiva, difensiva ed estenuante. Tutte queste cose mi sono venute in mente con l’ascolto di questa pietra miliare del noise rock americano, specie se a nascondersi dietro c’è il sacro fuoco artistico di Steve Albini. Alla domanda di cui sopra non c’è gran risposta se non quella maturata dai Big Black al loro esordio e con gli anni della triste esperienza. Tra le chitarrate dei Killing Joke e quelle dei Suicide, il meglio del peggio degli atti efferati e crudeli di una musica sovversiva del buon vecchio delinquente hardcore americano. Vincere non si può vincere, ma si può continuare ad andare avanti. Comunque e dovunque. La cervellotica (anche se con sprazzi di melodia qua e la) “Kerosene” sembra essere la giusta soluzione ad un dramma umano che si riserva di essere freddo quanto quello di una ben più famosa diplomazia militare.