Marx si racconta. Da: Prefazione a “Per la Critica dell’Economia Politica”, 1859.

Nel 1857-58, Marx  aveva compilato  alcuni quaderni riguardanti questioni economiche che vennero pubblicati con il titolo Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica noti anche più brevemente come Grundrisse e pubblicati soltanto nel 1939-41 dall’Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca. L’anno successivo, il 1859, Marx diede alle stampe presso l’editore Franz Gustav Duncker di Berlino, che le pubblicò in mille copie, le parti concernenti l’analisi della merce e del denaro contenute in quell’opera, con il titolo Per la critica dell’economia politica, a cui fece precedere una prefazione di cui riportiamo le parti eminentemente biografiche.

[…]

La mia specialità erano gli studi giuridici, ma io non li coltivavo se non come disciplina subordinata, accanto alla filosofia e alla storia [1]. Nel 1842-43, come redattore della Rheinische Zeitung [2], fui posto per la prima volta davanti all’obbligo, per me imbarazzante, di esprimere la mia opinione a proposito di cosiddetti interessi materiali. I dibattiti della Dieta renana sui furti forestali [3] e sullo spezzettamento della proprietà fondiaria, la polemica ufficiale che il signor von Schaper, allora primo presidente della provincia renana, iniziò con la Rheinische Zeitung circa la situazione dei contadini della Mosella [4], infine i dibattiti sul libero scambio e sulla protezione doganale, mi fornirono le prime occasioni di occuparmi di problemi economici. D’altra parte, in un’epoca in cui la buona volontà di “andare avanti” era di molto superiore alla competenza, si era potuta avvertire nella Rheinische Zeitung una eco, leggermente tinta di filosofia, del socialismo e comunismo francese. Mi dichiarai contrario a questo dilettantismo, ma nello stesso tempo, in una controversia con la Augsburger Allgemeine Zeitung [3], confessai senza reticenze che gli studi che avevo fatto sino ad allora non mi consentivano di arrischiare un giudizio indipendente qualsiasi sul contenuto delle correnti francesi. Fui invece sollecito nell’approfittare dell’illusione dei gerenti della Rheinische Zeitung, i quali credevano di poter far revocare la condanna a morte caduta sul loro giornale dandogli una linea più moderata, per ritirarmi dalla scena pubblica nella stanza da studio [4].

Il primo lavoro intrapreso per sciogliere i dubbi che mi assalivano fu una revisione critica della filosofia del diritto di Hegel, lavoro di cui apparve l’introduzione nei Deutsch-französische Jahrbücher [3] pubblicati a Parigi nel 1844. La mia ricerca arrivò alla conclusione che tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello Stato non possono essere compresi né per sé stessi, né per la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali dell’esistenza il cui complesso viene abbracciato da Hegel, seguendo l’esempio degli inglesi e dei francesi del secolo XVIII, sotto il termine di “società civile”; e che l’anatomia della società civile è da cercare nell’economia politica. Avevo incominciato lo studio di questa scienza a Parigi, e lo continuai a Bruxelles, dove ero emigrato in seguito a un decreto di espulsione del sig. Guizot. Il risultato generale al quale arrivai e che, una volta acquisito, mi servì da filo conduttore nei miei studi, può essere brevemente formulato così: nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione. Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione. A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società. I rapporti di produzione borghese sono l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale; antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorga dalle condizioni di vita sociali degli individui. Ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana.

Friedrich Engels, col quale, dopo la pubblicazione (nei Deutsch-französische Jahrbücher) del suo geniale schizzo di critica delle categorie economiche, mantenni per iscritto un continuo scambio di idee, era arrivato per altra via (si confronti la sua Situazione della classe operaia in Inghilterra [4]), allo stesso risultato cui ero arrivato io, e quando nella primavera del 1845 si stabilì egli pure a Bruxelles, decidemmo di mettere in chiaro, con un lavoro comune, il contrasto tra il nostro modo di vedere e la concezione ideologica della filosofia tedesca, di fare i conti, in realtà, con la nostra anteriore coscienza filosofica. Il disegno venne realizzato nella forma di una critica della filosofia posteriore a Hegel. Il manoscritto [5], due grossi fascicoli in ottavo, era da tempo arrivato nel luogo dove doveva pubblicarsi, in Vestfalia, quando ricevemmo la notizia che un mutamento di circostanze non ne permetteva la stampa. Abbandonammo tanto più volentieri il manoscritto alla rodente critica dei topi, in quanto avevamo già raggiunto il nostro scopo principale, che era di veder chiaro in noi stessi. Dei diversi lavori sparsi in cui esponemmo al pubblico in quel periodo, sotto questo o quell’aspetto, i nostri modi di vedere, menzionerò soltanto il Manifesto del Partito comunista, redatto in comune da Engels e da me, e un Discorso sul libero scambio da me pubblicato. I punti decisivi della nostra concezione vennero indicati per la prima volta in modo scientifico, benché soltanto in forma polemica, nel mio scritto Miseria della filosofia [6], pubblicato nel 1847 e diretto contro Proudhon, ecc. La pubblicazione d’una dissertazione, scritta in lingua tedesca, sul Lavoro salariato [7], in cui raccoglievo le conferenze tenute da me su questo argomento nella Associazione degli operai tedeschi di Bruxelles, venne interrotta dalla rivoluzione di febbraio e dalla mia espulsione dal Belgio che ne seguì.

La pubblicazione della Neue Rheinische Zeitung [8] nel 1848 e nel 1849 e i successivi avvenimenti interruppero i miei studi economici, che poterono essere ripresi soltanto a Londra nel 1850. L’enorme quantità di materiali per la storia dell’economia politica che sono accumulati nel Museo britannico, il fatto che Londra è un punto favorevole per l’osservazione della società borghese, infine la nuova fase di sviluppo in cui questa società sembrava essere entrata con la scoperta dell’oro dell’Australia e della California, mi indussero a incominciare di nuovo dal principio, e a studiare a fondo, in modo critico, i nuovi materiali. Questi studi mi portavano da sé, in parte, a discipline in apparenza molto lontane, sulle quali dovetti indugiare per un tempo più o meno lungo. In particolare, però, il tempo di cui disponevo mi venne ridotto dalla necessità imperiosa di lavorare per un guadagno. La mia collaborazione, che dura ormai da otto anni, al primo giornale anglo-americano, la New York Tribune [9], provocò una straordinaria dispersione dei miei studi, dato che non mi occupo che per eccezione di giornalismo propriamente detto. Gli articoli che scrivevo sui principali avvenimenti economici in Inghilterra e sul continente formavano però una parte così importante del mio lavoro, che fui costretto a familiarizzarmi con dei particolari pratici che escono dal terreno della scienza dell’economia politica propriamente detta.

Questo schizzo nel corso dei miei studi nel campo dell’economia politica deve solamente servire a dimostrare che le mie concezioni, in qualsiasi modo si voglia giudicarle e per quanto coincidano ben poco con i pregiudizi interessati delle classi dominanti, sono il risultato di lunghe e coscienziose ricerche.

Sulla soglia della scienza, come sulla porta dell’inferno, si deve porre questo ammonimento:

Qui si convien lasciare ogni sospetto
Ogni viltà convien che qui sia morta.

Karl Marx

Londra, gennaio 1859

NOTE

[1] Marx si era iscritto dietro stimolo e suggerimento del padre alla facoltà di Giurisprudenza prima a Bonn, dall’ottobre 1835 al luglio 1836, e poi a Berlino dall’autunno del 1836 sino a marzo 1841. A quanto sembra quest’indirizzo di studi non era molto gradito da Marx e lo si può notare notando come già il suo primo piano di studi di Bonn, le materie giuridiche pur prevalenti, conteneva anche anche corsi di mitologia, letteratura greco-romana, storia dell’arte, ambiti umanistici che si sarebbero poi dilatati enormemente con il suo trasferimento all’università di Berlino.
[2] Gazzetta renana di politica, commercio e industria, quotidiano democratico uscito a Colonia dal 1° gennaio 1842 al 31 marzo 1843. Dal 15 ottobre 1842 Marx ne fu redattore capo. La Renania, dal 1797 al 1815, era stata una “Répubblique sœur” con il nome di Repubblica Cisrenana a seguito dell’occupazione militare della Francia napoleonica e assumendone quindi a modello le istituzioni. Dopo il Congresso di Vienna fu annessa al Regno di Prussia. Nella primavera del 1842 entrarono a farvi parte numerosi giovani hegeliani, Max Stirner, ad esempio, vi pubblicò Il falso principio della nostra educazione e Arte e Religione. Il 16 novembre Friedrich Engels visitò gli uffici del giornale prima di recarsi in Gran Bretagna e vi incontrò Marx per la prima volta. Poco tempo dopo inviò dalla Gran Bretagna una serie di articoli sulle condizioni della classe operaia inglese che successivamente furono pubblicati in volume con il titolo The Condition of Working Class in England (La condizione della classe operaia in Inghilterra).
Marx pubblicò su questo giornale moltissimi articoli, il primo dei quali, molto importante, e risalente al 5 maggio 1842, contro la censura del governo prussiano uscì anonimamente con lo pseudonimo “un renano” (Osservazioni di un cittadino renano sulle recenti istruzioni per la censura in Prussia). Esso era stato scritto in realtà tra gennaio e febbraio dello stesso anno per gli Annali tedeschi di Arnold Ruge. In esso Marx denunciava la mancanza di razionalità ed eticità dello Stato prussiano, come avrebbe invece dovuto essere secondo la concezione hegeliano da lui condivisa. Gli articoli di Marx trovarono una risposta positiva tanto da far aumentare il numero di copie vendute che passarono dalle 885 dell’agosto 1842 alle 1820 del novembre e alle 3300 del gennaio 1843.
[3] Marx intende riferirsi ai dibattiti alla Dieta in cui si stava discutendo dell’abolizione dell’antico diritto tradizionale che riservava ai poveri la possibilità di raccogliere la legna caduta nei boschi dei proprietari privati. Nel suo articolo Dibattiti sulla legge contro i furti di legna, scritto per l’occasione, Marx denunciò, così come aveva fatto in occasione sull’adozione della legge sulla censura, la natura non soltanto non razionale ed etica dello Stato prussiano,  e cioè di non di essere affatto rappresentante dell’intera società come teorizzava Hegel, ma di essersi ridotto a guardiano degli interessi egoistici di ceto. Gli articoli sulla legge contro i furti di legna furono scritti  da Marx e pubblicati anomimi anch’essi sui numeri 

nell’ottobre del 1842 e apparvero anonimi sui numeri 298, 300, 303, 305 e 307 (25, 27, 30 ottobre, I e 3 novembre 1842) del quotidiano di Colonia Rheinische Zeitung (Gazzetta renana) con il titolo Verhandlungen des 6. Rheinischen Landtags. Von einem Rheinldnder. Dritter Artikel. Debatten über das Holzdiebstahlsgesetz (Le discussioni alla sesta dieta renana. Secondo un renano. Terzo articolo. Dibattiti sulla legge contro i furti di legna). Il testo è tratto dalle Opere complete di Marx ed Engels, a cura di Mario Cingoli e Nicolao Merker (Roma, Editori Riuniti, 1980, pp. 222-264). Le note, tra parentesi quadra, sono collocate nel testo.

[4] Marx si riferisce al fatto che interessandosi sempre più alle concezioni ideologiche e politiche più radicali, aveva contribuito in tal modo ad attirare l’attenzione della censura verso il giornale. Il governo, infatti, con decreto del 19 gennaio 1843, ne ordinò la soppressione. Il 17 marzo 1843, nella speranza di salvarlo dalla chiusura, Marx diede le dimissioni ma il 31 marzo esso cessava le pubblicazioni.


[] Gazzetta generale di Augusta. Quotidiano diretto da G. Kolb, ebbe più tardi una parte importante nella polemica Marx-Vogt.
[] Annali franco-tedeschi. Uscirono a Parigi un anno dopo la soppressione della Rheinische Zeitung da parte del governo prussiano (1843). Per il dissidio tra Marx e Ruge, che ne erano gli editori, la pubblicazione cessò dopo il primo fascicolo.
[4] Pubblicata a Lipsia nel 1845.
[5] L’Ideologia tedesca.
[6] Scritto in francese da Marx nel 1846-47.
[7] Lavoro salariato e capitale fu pubblicato in articoli editoriali dalla Neue Rheinische Zeitung a partire dal 4 aprile 1849.
[8] Nuova gazzetta renana, quotidiano democratico, uscito a Colonia sotto la direzione di Marx nel 1848-49.
[9] Organo democratico-borghese americano fondato nel 1841. Marx vi collaborò dal 1851 e, dal 1855, ne divenne l’unico corrispondente dall’Europa.

Tematiche marxiane. Lo Stato. Da: “Glosse marginali di critica all’articolo: Il re di Prussia e la riforma sociale, Firmato Un Prussiano” , (Vorwärts, 1844).

[Lo Stato considerato come strumento imparziale e neutro tra interessi universali e interessi particolari]Vorwärts

Lo Stato non troverà mai nello “Stato e nell’ordinamento della società” il fondamento dei mali sociali, come il “prussiano” pretende dal suo re. Là dove sono partiti politici, ciascuno trova il fondamento di ciascun male nel fatto che al timone dello Stato si trova non già esso ma il suo partito avversario. Perfino i politici radicali e rivoluzionari cercano il fondamento del male non già nell’essenza dello Stato ma in una determinata forma di Stato, al cui posto essi vogliono mettere un’altra forma di Stato.
Lo Stato e l’ordinamento della società, dal punto di vista politico, non sono due cose differenti. Lo Stato è l’ordinamento della società. In quanto lo Stato ammette l’esistenza di inconvenienti sociali, li ricerca o in leggi di natura, cui nessuna forza umana può comandare, o nella vita privata, che è indipendente da esso, o nella inefficienza dell’amministrazione che da esso dipende. Così l’Inghilterra trova che la miseria ha il suo fondamento nella legge di natura, secondo la quale la popolazione supera necessariamente i mezzi di sussistenza. Da un’altra parte, il pauperismo viene spiegato come derivante dalla cattiva volontà dei poveri, così come secondo il re di Prussia dal sentimento non cristiano dei ricchi, e secondo la Convenzione dalla disposizione sospetta, controrivoluzionaria, dei proprietari. Perciò l’Inghilterra punisce i poveri, il re di Prussia ammonisce i ricchi e la Convenzione ghigliottina i proprietari.
Infine, tutti gli Stati ricercano la causa in deficienze accidentali intenzionali dell’amministrazione, e perciò in misure amministrative i rimedi dei loro mali. Perché? Appunto perché l’amministrazione è l’attività organizzatrice dello Stato.
Lo Stato non può eliminare la contraddizione tra lo scopo determinato e la buona volontà dell’amministrazione da un lato e i suoi mezzi come pure le sue possibilità dall’altro, senza eliminare se stesso, poiché esso poggia su tale contraddizione. Esso poggia sulla contraddizione tra vita privata e pubblica, sulla contraddizione tra gli interessi generali e gli interessi particolari. L’amministrazione deve perciò limitarsi ad una attività formale e negativa, poiché proprio là dove ha inizio la vita civile e il suo lavoro, là termina il suo potere. Anzi, di fronte alle conseguenze che scaturiscono dalla natura asociale di questa vita civile, di questa proprietà privata, di questo commercio, di questa industria, di questa reciproca rapina delle differenti sfere civili, di fronte a queste conseguenze, l’impotenza è la legge di natura dell’amministrazione. Infatti, questa lacerazione, questa infamia, questa schiavitù della società civile è il fondamento naturale su cui poggia lo stato moderno, così come la società civile della schiavitù era il fondamento su cui poggiava lo Stato antico.
L’esistenza dello Stato e l’esistenza della schiavitù sono inseparabili. Lo Stato antico e la schiavitù antica – schiette antitesi classiche – non erano saldati l’uno all’altra più intimamente che non siano lo Stato moderno ed il moderno mondo di trafficanti, ipocrite antitesi cristiane. Se lo Stato moderno volesse eliminare l’impotenza della sua amministrazione, sarebbe costretto a eliminare l’odierna vita privata. Se esso volesse eliminare la vita privata, dovrebbe eliminare se stesso, poiché esso esiste soltanto nell’antitesi con quella. Ma nessun essere vivente crede che i difetti della sua esistenza abbiano le loro radici nel principio della sua vita, nell’essenza della sua vita, bensì in circostanze al di fuori della sua vita. Il suicidio è contro natura. Perciò lo Stato non può credere all’impotenza interiore della sua amministrazione, cioè di se stesso. Esso può scorgere soltanto difetti formali, casuali, della medesima e tentare di porvi riparo. Se tali modificazioni sono infruttuose allora l’infermità sociale è una imperfezione naturale, indipendente dall’uomo, una legge di Dio, ovvero la volontà dei privati è troppo corrotta per corrispondere ai buoni scopi dell’amministrazione. E quali sono questi pervertiti privati? Essi mormorano contro il governo ogni qualvolta esso limita la libertà, e pretendono dal governo che impedisca le conseguenze necessarie di tale libertà.
Quanto più potente è lo Stato, quanto più politico quindi è un paese, tanto meno esso è disposto a ricercare nel principio dello Stato, dunque nell’odierno ordinamento della società, della quale lo Stato è l’espressione attiva, autocosciente e ufficiale, il fondamento delle infermità sociali, e ad intenderne il principio generale. L’intelletto politico è politico appunto in quanto pensa entro i limiti della politica. Quanto più esso è acuto, quanto più è vivo, tanto meno è capace di comprendere le infermità sociali. Il periodo classico dell’intelletto politico è la Rivoluzione francese. Ben lungi dallo scorgere nel principio dello Stato la fonte delle deficienze sociali, gli eroi della Rivoluzione francese scorsero piuttosto nelle deficienze sociali la fonte delle cattive condizioni politiche. Così Robespierre vede nella grande miseria e nella grande ricchezza un ostacolo alla pura democrazia. Egli desidera perciò stabilire una generale frugalità spartana. Il principio della politica è la volontà. Quanto più unilaterale, cioè quanto più compiuto è l’intelletto politico, tanto più esso crede all’onnipotenza della volontà, e tanto più è cieco dinnanzi ai limiti naturali e spirituali della volontà, tanto più dunque è incapace di scoprire la fonte delle infermità sociali. Non è necessario argomentare ulteriormente contro la balorda speranza del “prussiano”, secondo la quale “l’intelletto politico” è chiamato “a scoprire le radici della miseria sociale per la Germania”.

(Karl Marx, Glosse marginali di critica all’articolo : Il re di Prussia e la riforma sociale, Firmato : Un Prussiano, Vorwarts, 1844)

NOTE

Vorwarts

Grandi marxisti. Karl Korsch (1886 – 1961)

Grandi marxisti.

KORSCH

Il 21 ottobre 1961 muore negli Stati Uniti, nel Massachusetts a Cambridge Karl Korsch, fu un filosofo, insegnante, teorico e militante del comunismo dei consigli. Era nato in Germania a Tostedt, 15 agosto 1886.
korsch-marxismus-undNel 1911 ottenne il titolo di dottore in diritto all’Università di Jena. Dal 1912 al 1914 fu in Inghilterra dove fu in contatto con la Fabian Society. La prima guerra mondiale lo riporta in Germania dove è incorporato nell’esercito tedesco dove trascorrerà tutti gli anni del conflitto in cui verrà ferito due volte e subirà a secondo le fluttuazioni politiche degradazioni e promozioni.

korsch marxismo e filosofia

Contrario alla guerra, si unisce al partito socialdemocratico indipendente (USPD), la cui ala sinistra creerà nel dicembre del 1918 il Partito comunista tedesco (KPD). Durante la rivoluzione tedesca, Korsch partecipa alla creazione del consiglio operaio di Meiningen.
Iniziò a insegnare all’Università di Jena come conferenziere a partire dal 1919, poi come insegnante a partire dal 1924. Karl Korsch divenne deputato alla dieta della Turingia e per un breve periodo ministro della giustizia di questo Stato nell’ottobre del 1923 perché il governo operaio qui durò solo tre settimane. Dal 1924 al 1928 fu deputato al Reichstag oltre che redattore e caporedattore dell’organo teorico del KPD “Die Internationale” fondato nel 1915 da Rosa Luxemburg. Nel maggio del 1926, aspramente criticato dall’Internazionale comunista e avendo rifiutato di fare l’autocritica, fu espulso dal partito.
Dopo aver dimissionato da “Die Internationale”, Korsch partecipò all’organizzazione dell’ala sinistra del KPD, che creerà una corrente chiamata “Entschiedene Linke”, e la rivista Kommunistische Politik. Dopo la sua espulsione dal KPD creerà, insieme ad altri deputati comunisti esclusi e dissidenti, un gruppo parlamentare denominatosi “Linke Kommunisten”, che raggrupperà 15 deputati al Reichstag. Unitosi all’opposizione consiliare tedesca, Korsch si pose in relazione con il gruppo russo “Centralismo Democratico” e entrò in contatto con il Partito comunista operaio tedesco (KAPD) e l’opposizione di estrema sinistra presente all’interno del SPD.
Ostile alla degenerazione opportunista dell’Internazionale comunista, Korsch, la cui conoscenza e comprensione della teoria marxista erano superiori a quelle dei teorici ufficiali del partito, entrò in conflitto con l’ideologia ufficiale del partito bolscevico. Nel 1923, pubblicò Marxismo e filosofia, che segnò la sua rottura definitiva con il leninismo, libro che gli varrà la denuncia da parte dell’Internazionale comunista nel 1924. Korsch pubblicò in questo stesso anno una “anticritica” nella quale riaffermò la pertinenza delle sue tesi antibolsceviche.
Dopo il 1928 abbandonò la vita politica attiva per dedicarsi alla ricerca teorica. Nel 1933 l’ascesa al potere di Hitler lo costrinse a lasciare la Germania per andare in Inghilterra, per poi emigrare nel 1936 negli Stati Uniti, dove insegnò a New Orleans, dedicandosi unicamente, a causa delle circostanze storiche e politiche, allo studio della teoria marxista. Nel 1936, sostenne i comunisti libertari durante la rivoluzione spagnola.
Le sue opere principali sono: Marxismo e filosofia” (1923); Il materialismo storico (1929); Karl Marx (1938).

Aforismi marxisti. Erich Fromm.

 

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[Fromm in un disegno di Arturo Espinosa]

Aforismi marxisti.

“Direi piuttosto cosa è Marx per me. Non è stato, resta una delle fonti più importanti del mio pensiero e della mia ispirazione. Oggi è molto difficile parlare di Marx, perché pochi pensatori sono stati così manipolati, soprattutto da coloro che si autodefiniscono marxisti, dunque soprattutto i comunisti. In Russia non si conosce quasi Marx. L’ho notato, io stesso. Una volta ho partecipato ad una riunione a cui erano presenti alcuni esperti russi… i corifei: di Marx ne sapevano quanto un prete di campagna sa di teologia medioevale. Del resto non può essere diversamente, perché in un sistema come quello russo Marx deve essere ucciso per poter vivere”.

Fromm – Il coraggio di vivere.

Marxisti libertari. Massimo Cardellini – Herman Gorter (1864 – 1927).

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Massimo Cardellini
Il 15 settembre 1927 muore a Bruxelles Herman Gorter, un poeta, e marxista vicino al consiliarismo e uno dei fondatori del Partito Socialista Olandese. Era nato in Olanda a Wormerveer il 26 novembre 1864.
Suo padre era un pastore mennonita che morì quando Herman aveva 11 anni. Per poter vivere sua madre aprì una pensione. Gorter fu un membro importante dei Tachtigers, il “Movimento degli Ottanta”, un gruppo di scrittori olandesi che lavoravano insieme ad Amsterdam negli anni ’80 dell’800 e che avevano come proprio organo di espressione la rivista De Nieuwe Gids.

De_Nieuwe_Gids_5-1886 Gorter nel 1889 aveva pubblicato un racconto in versi Mei (Maggio), che lo rese celebre nel campo della poesia e che è considerato il vertice della letteratura impressionista olandese, a cui fece seguito Juni (Giugno) continuazione del poema, e un libro di poesie brevi intitolato Verzen (Versi, 1890). Opere poetiche fortemente improntate a un panteismo lirico profondo che porta una ventata innovativa nel panorama asfittico della poesia olandese caratterizzato da retorica e religiosità angusta. L’esaltazione pagana dei sensi e della natura da parte dell’individualità del poeta, paradigma autentico dell’uomo in armonia con l’intero universo, richiamano alla mente la filosofia di Spinoza, il filosofo panteista ebraico di origini portoghese e di cui Herman Gorter tradurrà nel 1895 la sua Etica. Gorter studiò greco e latino ad Amsterdam conseguendo il dottorato, ma non si adattò mai all’insegnamento.
Mei - GorterNel 1897 Gorter attratto dal pensiero marxista aveva aderito allo SDAP (Partito Socialdemocratico dei Lavoratori: “Sociaal-Democratische Arbeiderspartij”), fondato nel 1894, diventandone un ardente propagandista. L’anno seguente entrò a far parte della redazione di De Niewwe Tijd, una rivista di studi indipendenti di orientamento socialista di cui divenne la voce più autorevole e il rappresentante dell’opposizione marxista, finché quest’ultima non si raccolse intorno al settimanale De Tribune. La lotta di Gorter, fiancheggiato da notevoli figure come Henriette Roland-Holst, Pannekoek, Wynkoop, Van Ravenstyn, e altri, in questo periodo fu rivolta contro i revisionisti olandesi che avevano in Troelstra il loro principale leader.
SDAP_1918
L’adesione di Gorter ad una concezione del marxismo critico e libertario si concretizzano inoltre, oltre che nella lotta interna al partito ufficiale prima e a quello nuovo sorto dopo la scissione del 1909, nella produzione di opuscoli di divulgazione teorica del marxismo autentico con titoli come: Le basi della socialdemocrazia (1906); Marxismo e revisionismo (1907; Anarchismo e socialismo, Il Materialismo storico (1911); L’imperialismo, la Pace mondiale e la socialdemocrazia; Morale di classe; La Rivoluzione mondiale; testi diventati oramai classici.
gorter - L'imperialismo....
I “tribunisti” si scissero infatti dal SDAP nel 1909 e fondarono il SDP (Partito Socialdemocratico Neerlandese, Sociaal-Democratische Partij), considerato da molti ricercatori storici dei moderni movimenti radicali come il primo partito comunista marxista del mondo. Questa svolta intellettuale non fu senza conseguenze sulla produzione poetica di Gorter, che abbandonò il lirismo individuale per legare la propria individualità con il movimento delle masse. Een Klein Heldendicht [Un piccolo poema eroico], (1906) e Pan (1916) rappresentano i primi risultati di questo mutamento, in cui l’autore vuole cantare le lotte dei lavoratori intendendole come liberazione dell’intera umanità e avvento di un nuovo uomo.
gorter - Een_klein_heldendicht.CVRIl movimento socialista olandese proprio perché aveva espresso tendenze contrarie al parlamentarismo puro sin da prima della grande guerra 14-18, ed a cui avevano aderito molte note figure di intellettuali, tra cui Anton Pannekoek, Henriette Roland-Holst, oltre allo stesso Gorter e molti altri ancora; seppero porsi alla testa del dibattito politico e teorico in ogni momento di crisi e suscitare risposte e iniziative concrete al contrario dei settori collaborazionisti partitici e sindacali.
gorter - Karikatuur in De Notenkraker van 24 mei 1913 door Albert Hahn
Questo ha fatto sì che le organizzazioni autenticamente antisistema della II Internazionale trovassero in esso un prezioso alleato nonché delle figure importanti che collaborarono a criticare ogni forma di degenerazioni teorica o politica da qualunque parte provenissero in un aspirazione di natura profondamente antipartitico e antisindacalista, di denuncia cioè di ogni oppressione burocratica.
Anche l’antistatalismo, conseguentemente, era fortemente sentito dai settori socialisti olandesi di estrema sinistra e diede luogo alla teorizzazione e alla prassi di valorizzare in funzione antiburocratica forme di azione diretta di lotta delle classi lavoratrici, soprattutto a dare un notevole rilievo all’istituto del consiglio dei lavoratori come strumento di affermazione della volontà politica dei lavoratori.
Tutti questi elementi libertari, insiti nel marxismo, a cui le organizzazioni maggioritarie della II Internazionale avevano finito con il trascurare e criticare ai tempi del cosiddetto revisionismo, furono sempre al centro degli interessi teorici e politici di questi settori antisistema e libertari marxisti ed hanno attraversato l’intero XX secolo in molti modi fortunosi riuscendo a giungere sino ai nostri giorni, grazie al rigore morale e alla valenza teorica delle sue principali figure, di cui Herman Gorter fu una delle più intransigenti e coerenti.
Nel 1914, fervente internazionalista e quindi conseguentemente deciso oppositore della guerra, Gorter fu espulso dall’Olanda e andò a vivere e occuparsi di politica attivamente in Germania, dove si avvicinò allo spartachismo, poi al Partito Comunista di Germania (KPD), poi all’organizzazione sorta dalla scissione di quest’ultimo, la KAPD (Partito comunista operaio di Germania).
Dopo essersi entusiasmato per la rivoluzione bolscevica Gorter si disilluse ben presto circa la sua autentica natura socialista e marxista, e soprattutto anticapitalistica, fedele com’era allo spirito critico del marxismo. Entrò quindi ben presto in rottura con i comunisti sia tedeschi sia olandesi e lo stesso Lenin. Il piccolo SDP olandese si era trasformato sin dal 1917 nel Partito comunista olandese (Cpn), nel 1918 conquistò soltanto due seggi in parlamento, mentre nel 1919 aderì al Comintern. L’eccessiva sottomissione a Mosca però provocò l’uscita sia di Anton Pannekoek sia di Herman Gorter che non ammettevano compromessi o cedimenti nei confronti del comunismo dei consigli che essi opponevano alla nuova ortodossia leninista.
Gorter diede una grandissima testimonianza di questo stato di cose nella celebre Lettera aperta al compagno Lenin nel 1920, la sua risposta precisa e puntuale in cui fa a pezzi tutti gli argomenti del capo del bolscevismo mondiale verso i cosiddetti “estremisti” contenuti nel suo libro L’Estremisno, malattia infantile del comunismo. Le sue critiche alla dittatura di partito di Lenin contribuirono all’uscita dei comunisti consiliari dalla KPN olandese ed alla nascita della KAPN.
GORTER-Offener-brief-an-den-genossen-Lenin1920-----Come tanti marxisti libertari tedeschi e olandesi, Gorter dava grande risalto e valore all’autonomia delle classi lavoratrici che egli e i consiliaristi contrapponevano al burocratismo e collaborazionismo dei partiti ufficiali socialisti della II così come della III Internazionale. Critica che Gorter estendeva quindi al parlamentarismo come tattica politica di queste organizzazioni filosistema e anche ai sindacati. Ritrovare nell’esperienza rivoluzionaria russa la distruzione dei soviet da parte di chi si diceva loro rappresentante lo portò a schierarsi contro Lenin e tutto il bolscevismo in generale e a fare dell’antileninismo un punto critico e teorico irremovibile così come della denuncia della reale natura sociale dell’URSS, concepita da Gorter come dai consiliaristi, come un regime totalitario definito capitalismo di Stato, un assunto politico ideologico definitivo e irremovibile.
Negli ultimi anni di vita Gorter si ritirò progressivamente dalla politica, riprendendo la sua attività letteraria e tenendosi molto in disparte dalla vita pubblica.
Morì a Bruxelles nel 1927.
BIBLIOGRAFIA

(A cura di Aldo Agosti) – Enciclopedia della sinistra europea nel XX secolo, Voci: Herman Gorter e Paesi Bassi.

(A cura di Jacques Droz) – I partiti socialisti di modello tedesco fino alla prima guerra mondiale. Il socialismo olandese, pp. 150-155; da: Storia del socialismo, vol. II, Dal 1975 al 1918; Editori Riuniti, Roma, 1974.

George Douglas Howard Cole, Storia del pensiero socialista. La Seconda Internazionale, vol. III, t. 2, cap. XVII, Olanda, pp. 161-174; Laterza, Bari, 1976.

Marxismo critico. Wertkritik. Anselm Jappe – Not in my name! (a proposito della domanda “Perché votare”?, da: “Critique de la valeur”, marzo 2012.

Not in my name!elezioni, piege a con

A proposito della domanda “Perché votare?”

Anselm Jappe

brecht.jpgIn una delle Storie del signor Keuner di Bertolt Brecht, intitolata “Misure contro la violenza”, Keuner racconta questo: “Un bel giorno, al tempo dell’illegalità, il signorEgge che aveva imparato a dire no, vide venire a casa sua un agente, che presentò un certificato creato da coloro che erano i padroni della città, e sul quale era scritto che ogni dimora nella quale egli metteva piede doveva appartenergli; allo stesso modo, ogni nutrimento che egli desiderava doveva appartenergli, ed ogni uomo che vedeva, doveva diventare suo servitore. L’Agente si sedette su una sedia, chiese da mangiare, si lavò, si mise a letto e chiese con il volto rivolto verso il muro: “Vuoi essere il mio servitore?”. Il signor Egge lo coprì con una coperta, scacciò le mosche, vegliò il suo sonno, e allo stesso modo di quel giorno, gli obbedì per sette anni. Però malgrado quanto facesse per lui, vi fu una cosa che egli si guardò ben dal fare: rivolgergli la parola. Quando i sette anni furono passati, e che l’Agente divenne obeso a furia di mangiare, di dormire e di dar ordini, l’Agente morì. Allora il signor Egge lo avvolse nella coperta tutta rovinata, lo trascinò fuori dalla casa, pulì il giaciglio, passò i muri a calce, respirò profondamente e rispose: “No!”.

elezioniNon ho mai votato in vita mia. Sono anche stato arrestato all’età di 17 anni per aver fatto propaganda anti-elettorale davanti ad un seggio elettorale. Non riesco a capire coloro che pretendono di essere “critici”, “rivoluzionari”, o “contro il sistema” e che vanno lo stesso a votare. I soli elettori che capisco, sono coloro che votano per il loro cugino o per qualcuno che procurerà loro un alloggio sociale.

È vero che, anche se si odia il denaro, non si può attualmente rinunciare al suo uso, e anche se si critica il lavoro, si è generalmente obbligati a cercarlo. Ma nessuno è obbligato a votare, né ad avere la televisione. A volte si è obbligati a tacere, ma non si è mai obbligati a dire: “Sì, padrone”.

landauer

Si può votare senza credervi, considerando soltanto la piccola differenza che potrebbe comunque esistere tra il candidato X e la candidata Y, tra il partito dei berretti bianchi ed il partito dei bianchi berretti? I candidati, i partiti e i programmi mi sembrano tutti uguali. Ma se le cose stanno così, mi si potrebbe obiettare, perché non partecipare alle elezioni con un programma diverso, non fosse che per attirare l’attenzione del pubblico, avere un rappresentante al consiglio comunale o al Parlamento, farsi rimborsare le spese per la propaganda? La cosa è andata male per tutti coloro che ci hanno provato, anche su scala locale. “Chi mangia dello Stato, ne crepa“, diceva Gustav Landauer, che ha pagato con la vita la sua partecipazione a un tentativo di cambiare realmente le cose, invece di andare a votare. La macchina politica stritola coloro che vi partecipano. Non è una questione di carattere personale. Bakunin diceva giustamente: “Prendete il rivoluzionario più radicale e ponetelo sul trono di tutte le Russie o conferitegli un potere dittatoriale- prima di un anno, sarà diventato peggio dello zar“.

elezioni, suffragettes

Ma esiste comunque una differenza, mi si obietterà, se non tra l’Olanda e Sarkozy, per lo meno tra Jean-Luc Mélenchon e Le Pen! Se non ci fossero che loro al secondo turno, e se tutto dipendesse dal tuo voto? Riusciresti comunque ad evitare il peggio, non foss’altro che per salvare qualche immigrato dalla deportazione! -Innanzitutto, è ridicolo evocare tali improbabilità, come lo si faceva nel 2002 per spingere il gregge verso i seggi elettorali. E il nemico, è sempre l’elettore: il problema non è Le Pen o Berlusconi, ma i milioni di Francesi o di Italiani che li amano perché li trovano simili ad essi.

elezioni, voting...E poi la domanda è malposta. Negli ultimi decenni, dei rappresentanti della sinistra, soprattutto della sinistra comunista o radicale, hanno partecipato a numerose esperienze di governo, nel mondo intero. Da nessuna parte essi hanno mostrato ripugnanza nell’applicare le politiche neo liberali, anche le più feroci; spesso sono essi che hanno preso l’iniziativa. Non conosco un solo caso di un membro della sinistra al potere che si sia dimesso dicendo che non poteva seguire una tale politica, che la sua coscienza glielo proibiva. Coloro che sono capaci di simili scrupoli non saranno nemmeno proposti alle elezioni comunali dai loro colleghi di partito.

election01Tuttavia, la corruzione esercitata dal potere, il gusto del privilegio, l’ambizione non costituiscono che il livello più superficiale della domanda. Il vero problema, è che viviamo in una società retta dal feticismo della merce, sia in “politica” sia in “economia”, non esiste nessuna autonomia delle persone, nessun margine di manovra. Se esiste un’autonomia, essa esiste fuori dalla politica e dall’economia, e contro quest’ultime. Si può in una certa misura, rifiutare di partecipare al sistema, ma non si può parteciparvi sperando di migliorarlo. Le “maschere”, come Marx chiamava gli attori della società capitalista, non sono gli autori dello scenario che essi sono chiamati a recitare. Essi non sono lì che per tradurre in realtà le “esigenze del mercato” e gli “imperativi tecnologici”. Perché allora meravigliarsi se coloro che vogliono “giocare il gioco”, una volta che arrivati a ciò che si chiama molto ingiustamente “il potere”, non fanno che essere “realisti”, concludono delle alleanze con i peggiori esseri spregevoli e si esaltano per ogni piccola vittoria ottenuta in cambio di dieci porcherie che hanno dovuto accettare allo stesso tempo? E vi ricordate di coloro che erano convinti che delle donne, o dei neri, o degli omosessuali dichiarati in politica  avrebbero fatto una politica “diversa”?

Vi erano effettivamente delle buone ragioni per preferire la democrazia borghese allo stalinismo o al fascismo. Ma Hitler non è stato fermato da nessun “voto utile”. È certo che non è attraverso la scheda elettorale che si eviterà il peggio, al contrario. “Elezioni, trappola per coglioni” [Elections, piège à cons], si urlava per le strade nel 1968. Alle urne, era sempre il Generale a vincere.

Anselm Jappe

[Traduzione di Massimo Cardellini]

Marx si racconta. Lettera al padre, 1837; Da: “Opere”, vol. I, pp. 8-17.

Lettera al padre

Berlino, 10 novembre 1837

Caro Padre! Ci sono momenti della vita, che si piantano come regioni di confine davanti ad un tempo trascorso, ma al tempo stesso indicano con precisione una direzione nuova. In un tale punto di passaggio ci sentiamo spinti a considerare con l’occhio aquilino del pensiero il passato e il presente, per attingere così la coscienza della nostra reale posizione. Si, la stessa storia del mondo ama un tale sguardo retrospettivo e si osserva, ciò che poi le imprime spesso l’apparenza della retrocessione e dell’arresto, mentre essa si getta soltanto sulla poltrona, per comprendersi, per penetrare spiritualmente la propria opera, l’opera dello spirito. Ma in tali momenti l’individuo diviene lirico, perché ogni metamorfosi è in parte canto di un cigno, in parte ouverture di un grande nuovo poema, che cerca di procurarsi un contegno in colori lucenti, ancora confusi; e tuttavia noi vorremmo elevate un monumento a ciò che si è una volta vissuto; questo deve riguadagnare nel sentimento il posto che ha perduto dal punto di vista dell’azione, e dove troverebbe un asilo più sacro che nel cuore dei genitori, il giudice più benevolo, colui che più profondamente s’interessa a noi, il sole dell’amore il cui fuoco riscalda il centro più intimo dei nostri sforzi! Come potrebbe qualcosa di odioso, di biasimevole, ottenere la sua composizione, il suo perdono, altrimenti che diventando la manifestazione di uno stato essenzialmente necessario? Come potrebbe lo spesso sfavorevole gioco del caso, dello smarrimento spirituale, essere sottratto almeno al rimprovero di un cuore mal fatto? Se dunque, alla fine di un anno vissuto qui, io getto uno sguardo indietro sugli avvenimenti di esso e cosi rispondo, mio caro Padre, alla Tua così cara, cara lettera da Ems, mi sia consentito di esaminare la mia situazione, come io considero la vita in generale, quale espressione di un agire spirituale che modella la sua forma in tutte le direzioni, nella scienza, nell’arte, nelle situazioni private.

Quando Vi ho lasciato era sorto per me un nuovo mondo, il mondo dell’amore, e di un amore, certo, all’inizio ebbro di struggimento, privo di speranza. Anche il viaggio verso Berlino che, altrimenti, mi avrebbe incantato al massimo grado, mi avrebbe sollevato alla contemplazione della natura, mi avrebbe infiammato di gioia di vivere, mi lasciò freddo, anzi mi mise straordinariamente di malumore, perché le rocce che io vedevo non erano più aspre e più fiere dei sentimenti della mia anima, le grandi città non più vive del mio sangue, i tavoli delle osterie non più sovraccarichi, non più indigeribili dei pacchi di illusioni che io portavo, e l’arte infine non era bella come Jenny.

Giunto a Berlino, ho rotto tutti i legami che avevo avuto fino allora, ho fatto di malavoglia rare visite e ho cercato di immergermi tutto intero nella scienza e nell’arte. Secondo quello che era allora lo stato del mio spirito la poesia lirica doveva essere necessariamente il primo argomento, perlomeno il più gradevole, il più immediato, ma, come comportavano la mia situazione e tutto il mio sviluppo anteriore, questa poesia era puramente idealistica. Un al di là altrettanto lontano quanto il mio amore, divenne il mio cielo, la mia arte. Ogni realtà svanisce, e tutto quel che svanisce non trova limiti, attacchi contro il presente, sentimento espresso in maniera prolissa ed informe, niente di naturale, tutto costruito a partire dal mondo della luna, la piena opposizione di ciò che è e di ciò che deve essere, riflessioni retoriche invece di pensieri poetici, ma forse anche un certo calore del sentimento e un lottar alla ricerca di vivacità caratterizzano tutte le poesie dei primi tre volumi che Jenny ha ricevuto da me. Tutta l’ampiezza di unostruggimento che non vede limiti si dibatte in forme molteplici e fa del «far poesia» («Dichten», condensare) una «effusione» («Breiten», effondere). Ora, la poesia poteva e doveva essere solo un accompagnamento; io dovevo studiare giurisprudenza e mi sentivo spinto soprattutto a lottare con la filosofia. Le due tendenze furono unificate in modo tale che in parte trattai Heineccius, Thibaut e le fonti del tutto acriticamente, solo scolasticamente(cosi per esempio tradussi in tedesco i due primi libri delle Pandette), in parte cercai di attuare una filosofia del diritto nel campo del diritto. Come introduzione feci precedere alcune frasi metafisiche e portai questa infelice opera fino al diritto pubblico, un lavoro di circa 300 fogli… Soprattutto risaltava qui in modo assai fastidioso la stessa opposizione della realtà e del dover essere che appartiene all’idealismo e che era la matrice della susseguente inutile, falsa partizione. In primo luogo veniva quella che io avevo benignamente battezzato metafisica del diritto, cioè principi, riflessioni, determinazioni concettuali, separata da tutto il diritto reale e da ogni forma reale del diritto, come accade in Fichte, solo, in me, in modo più moderno e più carente di contenuti. Inoltre vi era la forma non scientifica del dogmatismo matematico, in cui il soggetto si muove intorno alla cosa, raziocina di qua e di là, senza che la cosa stessa si dia forma come una ricca entità in sviluppo, come una entità vivente; questo era fin dall’inizio un ostacolo per la comprensione del vero.

Il triangolo lascia che il matematico costruisca e dimostri, rimane pura rappresentazione nello spazio, non si sviluppa a niente di ulteriore, lo si deve portare vicino a qualcos’altro, allora assume altre posizioni, e questa diversità, applicata allo stesso soggetto che viene trasportato, dà a questo diversi rapporti e diverse verità. Al contrario nella concreta espressione del mondo vivente del pensiero, come è il diritto, lo Stato, la natura, tutta la filosofia, qui l’oggetto deve essere ascoltato nel suo sviluppo, partizioni arbitrarie non possono essere introdotte, la ragione della cosa (Dinges) stessa deve svolgersi progressivamente come una entità in sé contraddittoria e trovare in sé la sua unità. Come seconda sezione seguiva poi la filosofia del diritto, cioè, secondo la mia concezione di allora, la trattazione dello sviluppo del pensiero nel diritto positivo romano, come se il diritto positivo nel suo sviluppo di pensiero (intendo dire non le sue determinazioni puramente finite) potesse essere in generale una qualsiasi cosa diversa dalla formazione del concetto giuridico, che già la prima parte doveva comprendere. Avevo per dipiù diviso ancora questa sezione in dottrina formale e dottrina materiale del diritto, di cui la prima doveva descrivere la pura forma del sistema nella sua successione e nella sua connessione, la partizione e l’estensione del sistema; la seconda invece doveva descrivere il contenuto, il concretarsi della forma nel suo contenuto.

Un errore, che io ho in comune con il signor Savigny, come più tardi ho trovato nella sua dotta opera sulla proprietà, solo con la differenza che egli chiama determinazione concettuale formale «trovare il posto che prende quella determinazione concettuale e la dottrina nel (fittizio) sistema romano»; e determinazione materiale «la dottrina del positivo, ciò che i Romani hanno aggiunto ad un concetto così fissato»; mentre io ho inteso per forma architettonica necessaria delle formazioni del concetto, per materia la necessaria qualità di queste formazioni. Il difetto stava in ciò, che io credevo che l’una potesse e dovesse svilupparsi separata dall’altra, e così non ottenevo alcuna forma reale, ma una scrivania con cassettini in cui poi gettavo della sabbia. Il concetto è, certamente, ciò che media tra forma e contenuto. In uno svolgimento filosofico del diritto l’uno deve dunque venir fuori nell’altro; la forma può essere certamente solo il procedere del contenuto. Così dunque giunsi ad una partizione, quale l’argomento poteva delinearla al massimo per la facile e superficiale classificazione, ma lo spirito del diritto e la sua veritàscomparivano. Tutto il diritto si divideva in contrattuale e non contrattuale. Mi permetto di presentare qui, per una migliore rappresentazione in forma concreta, lo schema (del mio lavoro) fino alla partizione dello ius publicum, anch’esso elaborato nella parte formale.

 

I.ius privatum

I.ius publicum ius privatum

a)Del diritto privato contrattuale condizionato,

b)del diritto privato non contrattuale incondizionato.

A.Del diritto privato contratto condizionato

a) Diritto personale. b) Diritto sulle cose. c)Diritto personalmente materiale. a) Diritto personale

I. Dal contratto oneroso,

II. Dal contratto di garanzia

III. Dal contratto vantaggioso.

I. Dal contratto oneroso

2. Contratto di società (societas).

3. Contratto di appaltamento (locatio conductio).

3. Locatio conductio.

1. In quanto si riferisce alle operae.a) Vera e propria locatio conductio (non s’intende né il dare a nolo nell’appaltare romano!). b) mandatum.

2. In quanto si riferisce all’usus rei. a) Sui terreni: Usufructus (anche non nel significato puramente romano). b) sulle case habitatio.

I I. Da! contratto di garanzia1. Compromesso o contratto di comparazione. 2. Contratto di assicurazione.

III. Da contratto vantaggioso. 2. Contratto di approvazione.

1. Fidejusso. 2. Negotiorum gestio. 3. Contratto di donazione. 1. donatio.

2. gratiae promissumb) Diritto sulle cose.

I. Dal Contratto oneroso.

2. permutatio stricte sic dicta.1. vera e propria permutatio.

2. mutuum (usurae).

3. emptio venditio.

II. Dal contratto di garanzia.pignus

III. Da contratto vantaggioso.

2. commodatum.

3. depositum. 

Devo riempire oltre i fogli con cose che io stesso ho respinto? Partizioni tricotomiche attraversano il tutto, il quale è scritto con stancante prolissità e si abusa nel modo più barbaro delle rappresentazioni (giuridiche) romane, per farle entrare a forza nel mio sistema. D’altro lato così ho acquistato piacere e sguardo sintetico nei riguardi della materia, almeno in un certo modo. Alla conclusione del diritto privato, materiale io vidi la falsità del tutto, che nello schema fondamentale è vicino a quello kantiano, nello svolgimento se ne allontana completamente, e di nuovo mi divenne chiaro che non ci si dovesse addentrare nella materia senza filosofia. Così ho potuto ancora una volta gettarmi con buona coscienza nelle sue braccia, e ho scritto un nuovo sistema fondamentale metafisico, alla cui conclusione fui costretto ancora una volta a riconoscere l’assurdità e l’assurdità di tutti i miei sforzi precedenti.

Intanto mi ero fatta la consuetudine di prendere appunti da tutti i libri che leggevo, dal «Laocoonte» di Lessing, dall’«Erwin» di Solgers, dalla storia dell’arte di Winckelmann, dalla storia tedesca di Ludens, e di scribacchiarvi accanto delle riflessioni. Al tempo stesso traducevo la Germania di Tacito, i libri tristium di Ovidio e cominciavo a studiare in privato, cioè su grammatiche, l’inglese e l’italiano, cosa in cui non ho finora ottenuto nulla; lessi il diritto criminale di Klein e i suoi Annali e tutte le più recenti opere letterarie; certamente queste ultime le leggevo a parte. Alla fine del semestre cercai di nuovo le danze delle Muse e la musica del satiro, e già in quest’ultimo quaderno che Vi ho inviato, l’idealismo passa attraverso l’umorismo sforzato («Scorpion e Felix»), attraverso un fallito dramma fantastico («Oulanem»), finché alla fine si rovescia del tutto e trapassa in pura arte formale, per lo più senza oggetti capaci di ispirare, senza vivace movimento di idee.

Eppure queste ultime poesie sono le uniche in cui mi sia balenato di fronte improvvisamente come per un colpo di bacchetta magica – oh! il colpo fu al principio tale da sbalordire- il regno della vera poesia come un lontano palazzo di fate, e tutte le mie creazioni si dissolsero nel nulla. Che in queste molteplici occupazioni nel corso del primo semestre molte notti dovevano essere passate vegliando, molte battaglie dovevano essere combattute, molte eccitazioni interne ed esterne dovevano essere patite, che io alla fine non ne uscivo molto arricchito, che intanto avevo trascurato natura, arte, mondo, che avevo perso gli amici, questa riflessione sembrò farla il mio corpo; un medico mi consigliò la campagna e così per la prima volta capitai, attraversata tutta la lunga città, fuori della porta verso Stralow. Non sospettavo che io là avrei maturato una robusta saldezza del corpo, da un essere anemico, languente quale ero.

Un velo era caduto, il mio sacrario era distrutto, e nuovi dei dovevano essere introdotti. Dall’idealismo, che io, detto di passata, confrontavo e avvicinavo al kantismo e al fichtismo, giunsi a questa esigenza: cercare l’idea nel reale stesso. Se gli dei avevano vissuto prima sulla terra, ne erano ora diventati il centro. Avevo letto frammenti della filosofia di Hegel, la cui grottesca melodia rupestre non mi era piaciuta. Ancora una volta volli immergermi nel mare, ma con la ferma intenzione di trovare la natura spirituale altrettanto necessaria, concreta e solidamente fondata quanto la natura fisica, di non esercitare più l’arte della finzione, ma di portare la pura perla alla luce del sole.

Scrissi un dialogo di circa 24 fogli: «Cleante, o del punto di partenza e necessario progresso della filosofia». Qui si congiungevano in certo qual modo arte e scienza, che si erano del tutto staccate, e come un robusto viandante ho proceduto nell’opera ad uno sviluppo filosofico-dialettico della divinità, in quanto questa si manifesta come concetto in sé, religione, natura, storia. Lamia ultima frase era l’inizio del sistema hegeliano e questo lavoro, per il quale acquistai una certa conoscenza della scienza naturale, di Schelling, della storia,che mi causò infiniti mal di capo e che fu scritto (poiché doveva essere propriamente una nuova logica) in modo tale che anche adesso posso appena tornare a pensarci, questo mio figlio prediletto, allevato al chiaro di luna, mi porta come una falsa sirena nelle braccia del nemico. Dal dispiacere non potei pensare assolutamente nulla per alcuni giorni; come un pazzo correvo qua e là e nel giardino lungo le acque sporche dello Spree «che lava le anime e annacqua il tè», andai persino ad una partita di caccia con il mio padrone di casa, corsi a Berlino e volevo abbracciare ogni mendicante.

Poco più tardi mi sono rivolto a studi soltanto positivi, allo studio della «Proprietà» di Savigny, di Feuerbach e del diritto criminale di Grolmann, del De verborum significatione di Cramer, del sistema delle Pandette di Wcning-Ingenheims, di Mulenbruch:Doctrina Pandectarum, su cui studio ancora a fondo; infine di singoli titoli, seguendo il Lauterbach: il processo civile e soprattutto il diritto canonico, di cui ho letto quasi per intero nel corpus la prima parte, la Concordia discordantiumcanonum di Graziano, traendone degli appunti; come pure ho letto l’appendice, le Instituziones del Lancellotto. Poi tradussi in parte la Retorica di Aristotele, lessi il De augmentis scientiarum del famoso Bacone di Verulamio, mi occupai molto di Reimarus, il cui libro «Delle inclinazioni artistiche delle bestie» ho meditato con grande piacere, giunsi ad occuparmi anche di diritto tedesco, principalmente in quanto studiai i capitolati dei re franchi e i rescritti papali. Dal dolore per la malattia di Jenny e per i miei lavori intellettuali inutili e falliti,dal dispiacere, che mi consumava, di dover fare nei confronti del mio idolo una figura che mi era odiosa, caddi ammalato, come Ti ho già precedentemente scritto, caro Padre.

 

Ristabilitomi, bruciai ogni poesia e ogni abbozzo di novelle etc. Nell’illusione di non poter continuare in ciò, di cui non ha finora, per la verità, fornito ancora alcuna prova contraria. Durante la mia malattia avevo conosciuto da capo a fondo Hegel, e insieme la maggior parte dei suoi seguaci. Attraverso diversi incontri con amici a Stralow, capitai in un Doktorklub in cui erano alcuni liberi docenti e il mio più intimo amico di Berlino, il dott. Rutenherg. Qui, ndla discussione, si manifestò qualche opinione contraria, ed io mi legai sempre più saldamente alla odierna filosofia del mondo (Weltphilosophie), da «li avevo pensato si sfuggire, ma ogni clamore era ammutolito, un vero furore di ironia mi assalì come poteva accadere con molta facilità dopo tanta negazione. Vi si aggiunse il silenzio di Jenny, ed io non ho potuto avere pace finché non avessi acquisito, con alcune cattive produzioni come «La visita», la modernità ed il punto di vista della odierna opinione scientifica. Se forse, caro Padre, non ti ho esposto chiaramente tutto quest’ultimo trimestre, né sono entrato in tutti i particolari, ed ho anche cancellato tutte le sfumature, perdona il mio desiderio di discorrere del presente. Il signor Chamisso mi ha inviato un biglietto del tutto insignificante in cui mi annuncia che «si dispiace che l’Almanacco non possa utilizzare i miei contributi, perché è stampato già da molto tempo». Me lo mangerei per la rabbia. Il libraio Wigand ha inviato il mio progetto al dotto Schmidt, editore dell’esercizio commerciale Wunderschen, il quale commercia in buon formaggio e cattiva letteratura.

Accludo qui la sua lettera; il secondo non ha ancora risposto. Nel frattempo non abbandono in nessun caso questo progetto, specialmente perché tutte le celebrità estetiche della scuola hegeliana hanno promesso la loro collaborazione per intervento del Professor Bauer, che gioca tra di esse un grande ruolo, e del mio coadiutore dotto Rutenberg. Per quel che concerne, mio caro Padre, la questione della carriera amministrativa, ho fatto recentemente la conoscenza di un certo assessore Schmidhinner, il quale mi ha consigliato di passare all’avvocatura, dopo il terzo esame giuridico, in qualità di Justitiarus; ciò che mi sarebbe andato tanto più, in quanto io realmente preferisco, di tutta la scienza amministrativa, la giurisprudenza. Questo signore mi ha detto che egli stesso e molti altri hanno fatto carriera in tre anni fino al rado di assessore del Tribunale provinciale superiore di Miinster in Vestfalia, la qual cosa non sarebbe difficile, s’intende con molto lavoro, perché qui le tappe della carriera non sono rigidamente fissate come a Berlino ed altrove. Se più tardi ci si laurea essendo già assessore, vi sono anche maggiori probabilità di poter entrare subito come professore straordinario, come è successo al signor Gürtner a Bonn, che ha scritto un’opera mediocre sui codici provinciali e per il resto è conosciuto solo per il fatto di parteggiare per la scuola giuridica hegeliana. Magari, mio caro, ottimo, Padre, fosse possibile parlare di tutto ciòdirettamente con Te! Lo stato di Edoardo, gli affanni delta cara mammina, il Tuo malessere, per quanto sia da sperare che non sia forte, tutto mi ha fatto desiderare, anzi rende quasi necessario che io mi precipiti da Voi. Sarei già li, se non avessi dubitato proprio del Tuo permesso, della Tua approvazione. Credimi, mio caro, amato Padre, non mi spinge nessuno scopo egoistico(sebbene, sarei certo felice di rivedere Jenny), ma è un pensiero che mi spinge, e che non posso esprimere.

Sarebbe per me sotto qualche riguardo persino un duro passo, ma come scrive la mia unica, dolce Jenny, queste considerazioni cadono tutte insieme di fronte all’adempimento di doveri che sono sacri. Ti prego, caro Padre, come anche Tu puoi decidere, di non mostrare questa lettera, o almeno questo foglio, alla madre dell’angelo. Il mio improvviso arrivo potrebbe forse risollevare quella grande, splendida signora. La lettera che ho scritto a mammina è stata redatta molto prima dell’arrivo del caro scritto di Jenny, e così ho scritto senza volerlo forse troppe cose che non sono affatto o sono molto poco opportune. Nella speranza che a poco a poco si disperdano le nuvole che si sono fermate sulla nostra famiglia, che sia permesso anche a me di soffrire e di piangere con Voi e di dimostrare forse vicino a Voi la profonda, intima partecipazione, l’immenso affetto, che io spesso ho potuto esprimere casi male; nella speranza che anche Tu, caro, sempre amato Padre, esaminando la forma del mio sentimento, proiettata in modo molteplice di qua e di là, voglia perdonare, se ogni tanto sembra che il cuore abbia sbagliato, mentre lo spirito in lotta lo soffocava, nella speranza che presto Ti ristabilisca completamente, così che io stesso Ti possa stringere al mio cuore e possa sfogarmi fino in fondo. Tuo figlio che ti ama sempre.

[A cura di Massimo Cardellini].

[1] Il manoscritto reca qui una parte non decifrabile, probabilmente due frammenti di parola cancellati. [Nota di M. Rubel]

Karl Marx, F. Engels Werke, Ergänzungband, Erster Teil, Berlin 1968, pp 3-12.

La Lettera fu pubblicata per la prima volta, con un’introduzione della figlia Eleanor su Die Neue Zeit XVI 1897. In italiano apparve per la prima volta nel numero 1 di “Marxiana”, bimestrale diretto da Enzo Modugno, gennaio/febbraio 1976. Ora in: Opere di Marx – Engels, vol. I, pp. 8-17.

Saggi su Marx. Antonio Gramsci – La Rivoluzione contro il Capitale; da: “Avanti!” del 24 novembre 1917 e “Il Grido del Popolo” del 5 gennaio 1918

La Rivoluzione contro il Capitale

Wiaz-Gramsci-1974

Antonio Gramsci

La rivoluzione dei bolscevichi si è definitivamente innestata nella rivoluzione generale del popolo russo. I massimalisti che erano stati fino a due mesi fa il fermento necessario perché gli avvenimenti non stagnassero, perché la corsa verso il futuro non si fermasse, dando luogo ad una forma definitiva di assestamento – che sarebbe stato un assestamento borghese, – si sono impadroniti del potere, hanno stabilito la loro dittatura, e stanno elaborando le forme socialiste su cui la rivoluzione dovrà finalmente adagiarsi per continuare a svilupparsi armonicamente, senza troppi grandi urti, partendo dalle grandi conquiste già realizzate.

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La rivoluzione dei bolscevichi è materiata di ideologie più che di fatti. (perciò, in fondo, poco ci importa sapere più di quanto sappiamo). Essa è la rivoluzione contro il Capitale di Carlo Marx. Il Capitale di Marx era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimostrazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un’era capitalistica, si instaurasse una civiltà di tipo occidentale, prima che il proletariato potesse neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione. I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico. I bolscevichi rinnegano Carlo Marx, affermano con la testimonianza dell’azione esplicata, delle conquiste realizzate, che i canoni del materialismo storico non sono così feroci come si potrebbe pensare e come si è pensato.

Das_Kapital_Marx_1867

Eppure c’è una fatalità anche in questi avvenimenti, e se i bolscevichi rinnegano alcune affermazioni del Capitale, non ne rinnegano il pensiero immanente vivificatore. Essi non sono “marxisti”, ecco tutto; non hanno compilato sulle opere del Maestro una dottrina esteriore di affermazioni dogmatiche e indiscutibili. Vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai, che è la continuazione del pensiero idealistico italiano e tedesco, e che in Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche e naturalistiche. E questo pensiero pone sempre come massimo fattore di storia non i fatti economici, bruti, ma l’uomo, ma la società degli uomini, degli uomini che si accostano fra di loro, si intendono fra loro, sviluppano attraverso questi contatti (civiltà) una volontà sociale, collettiva, e comprendono i fatti economici e li giudicano e li adeguano alla loro volontà, finché questa diventa la motrice dell’economia, la plasmatrice della realtà oggettiva, che vive, e si muove, e acquista carattere di materia tellurica in ebollizione, che può essere incanalata dove alla volontà piace.

Marx ha preveduto il prevedibile. Non poteva prevedere la guerra europea, o meglio non poteva prevedere che questa guerra avrebbe avuta la durata e gli effetti che ha avuto. Non poteva prevedere che questa guerra, in tre anni di sofferenze indicibili, avrebbe suscitato in Russia la volontà collettiva popolare che ha suscitata. Una volontà di tal fatta normalmente ha bisogno per formarsi di un lungo processo di infiltrazioni capillari; di una larga serie di esperienze di classe. Gli uomini sono pigri, hanno bisogno di organizzarsi, prima esteriormente, in corporazioni, in leghe, poi intimamente, nel pensiero, nella volontà […] di una incessante continuità e molteplicità di stimoli esteriori. Ecco perché, normalmente, i canoni di critica storica del marxismo colgono la realtà, la irretiscono e la rendono evidente e distinta. Normalmente, è attraverso la lotta di classe sempre più intensificata, che le due classi del mondo capitalistico creano la storia. Il proletariato sente la sua miseria attuale, è continuamente in istato di disagio e preme sulla borghesia per migliorare le proprie condizioni. Lotta, obbliga la borghesia a migliorare la tecnica della produzione, a rendere più utile la produzione perché sia possibile il soddisfacimento dei suoi bisogni più urgenti. E’ una corsa affannosa verso il meglio, che accelera il ritmo della produzione, che dà continuo incremento alla somma dei beni che serviranno alla collettività. E in questa corsa molti cadono, e rendono più urgente il desiderio dei rimasti, e la massa è sempre in sussulto, e da caos-popolo diventa sempre più ordine nel pensiero, diventa sempre più cosciente della propria potenza, della propria capacità ad assumersi la responsabilità sociale, a diventare l’arbitro dei propri destini.

Ciò normalmente, quando i fatti si ripetono con un certo ritmo. Quando la storia si sviluppa per momenti sempre più complessi e ricchi di significato e di valore, ma pure simili. Ma in Russia la guerra ha servito a spoltrire le volontà. Esse, attraverso le sofferenze accumulate in tre anni, si sono trovate all’unisono molto rapidamente. La carestia era imminente, la fame, la morte per fame poteva cogliere tutti, maciullare d’un colpo decine di milioni di uomini. Le volontà si sono messe all’unisono, meccanicamente prima, attivamente, spiritualmente dopo la prima rivoluzione [di febbraio].

La predicazione socialista ha messo il popolo russo a contatto con le esperienze degli altri proletariati. La predicazione socialista fa vivere drammaticamente in un istante la storia del proletariato, le sue lotte contro il capitalismo, la lunga serie degli sforzi che deve fare per emanciparsi idealmente dai vincoli del servilismo che lo rendevano abietto, per diventare coscienza nuova, testimonio attuale di un mondo da venire. La predicazione socialista ha creato la volontà sociale del popolo russo. Perché dovrebbe egli aspettare che la storia dell’Inghilterra si rinnovi in Russia, che in Russia si formi una borghesia, che la lotta di classe sia suscitata, perché nasca la coscienza di classe e avvenga finalmente la catastrofe del mondo capitalistico? Il popolo russo è passato attraverso queste esperienze col pensiero, e sia pure col pensiero di una minoranza. Ha superato queste esperienze. Se ne serve per affermarsi ora, come si servirà delle esperienze capitalistiche occidentali per mettersi in breve tempo all’altezza di produzione del mondo occidentale. L’America del Nord è capitalisticamente più progredita dell’Inghilterra, perché nell’America del Nord gli anglosassoni hanno cominciato di un colpo dallo stadio in cui l’Inghilterra era arrivata dopo lunga evoluzione. Il proletariato russo, educato socialisticamente, incomincerà la sua storia dallo stadio massimo di produzione cui è arrivata l’Inghilterra oggi, perché dovendo incominciare, incomincerà dal già perfetto altrove, e da questo perfetto riceverà l’impulso a raggiungere quella maturità economica che secondo Marx è condizione necessaria del collettivismo. I rivoluzionari creeranno essi stessi le condizioni necessarie per la realizzazione completa e piena del loro ideale. Le creeranno in meno tempo di quanto avrebbe fatto il capitalismo. Le critiche che i socialisti hanno fatto al sistema borghese, per mettere in evidenza le imperfezioni, le dispersioni di ricchezza, serviranno ai rivoluzionari per far meglio, per evitare quelle dispersioni, per non cadere in quelle deficienze. Ma le stesse condizioni di miseria e di sofferenza sarebbero ereditate da un regime borghese. Il capitalismo non potrebbe subito fare in Russia più di quanto potrà fare il collettivismo. Farebbe oggi molto meno, perché avrebbe subito di contro un proletariato scontento, frenetico, incapace ormai di sopportare per altri i dolori e le amarezze che il disagio economico porterebbe. Anche da un punto di vista assoluto, umano, il socialismo immediato ha in Russia la sua giustificazione. La sofferenza che terrà dietro alla pace potrà essere solo sopportata in quanto i proletari sentiranno che sta nella loro volontà, nella loro tenacia al lavoro di sopprimerla nel minor tempo possibile.

Si ha l’impressione che i massimalisti siano stati in questo momento la espressione spontanea, biologicamente necessaria, perché l’umanità russa non cada nello sfacelo più orribile, perché l’umanità russa, assorbita nel lavoro gigantesco, autonomo, della propria rigenerazione, possa sentir meno gli stimoli del lupo affamato e la Russia non diventi un carnaio enorme di belve che si sbranano a vicenda.

[A cura di Massimo Cardellini].

Marx dalla rete. Winston Ronwen – La dimensione marxiana dell’anarchismo, da: “Alternative Libertaire”

La dimensione marxiana dell’anarchismo

Bakunin - Marx
Bakunin – Marx

Duecento anni fa nasceva Karl Marx. Perché continuare oggi a spiegare i fondamenti della sua critica all’economia? Semplicemente perché, se vi è un elemento teorico comune al marxismo e all’anarchismo, è proprio l’analisi del capitalismo. A un punto tale che possiamo affermare che la critica dell’economia corrisponde – in modo chiaro o inconsapevole – alla dimensione “marxiana” dell’anarchismo. Dirsi “marxiano” e non “marxista” significa aderire al metodo di analisi di Marx, ma non ai suoi orientamenti politici e a quelli dei suoi successori accreditati – socialisti parlamentari o autoritari.Al di là delle loro divergenze sul socialismo, Proudhon, Marx e Bakunin ebbero numerose identità di vedute: sulla proprietà dei mezzi di produzione e la lotta di classe, il salariato, sull’idea che soltanto il lavoro è creatore di ricchezze, dunque di plusvalore.Marx ha preso in prestito molto dagli scritti di altri autori (Ricardo, Proudhon, Victor Considérant, Saint-Simon, ecc.). La sua opera monumentale, Il Capitale, condensa tutti questi apporti, portando l’analisi a un grado di rigore e di chiarezza senza precedenti. Esso è stato sin da allora integrato al corpus teorico delle diverse correnti del socialismo, compreso l’anarchismo.Evocando in un manoscritto del 1870, la “magnifica opera sul Capitale” di Marx, Bakunin giudica che “avrebbe dovuto essere tradotto da tempo in francese, perché nessun altra, che io sappia, racchiude un’analisi così profonda, così luminosa, così scientifica, così decisiva, e, se posso così esprimermi, così spietatamente smascherante, della formazione del capitale borghese, e dello sfruttamento sistematico e crudele che questo capitale continua a esercitare sul lavoro del proletariato”.

Ma la controversia storica tra Marx e Bakunin avrebbe portato la maggioranza degli anarchici delle generazioni successive a buttare via il bambino con l’acqua sporca. Oramai, nel movimento anarchico, il nome di Karl Marx non poteva più essere pronunciato se non con un gesto di disgusto… Per molti decenni, rari furono, uomini o donne, che assunsero quest’eredità – e tra questi si possono citare Amédée Dunois (1878-1945), Georges Fontenis (1920-2010) o Daniel Guérin (1904-1988) – prima che la corrente comunista libertaria non integrasse apertamente “il meglio di Marx”.

Negli anni 70, la Organisation révolutionnaire anarchiste ristampò così il Compendio del Capitale di Carlo Cafiero. Successivamente la UTCL e infine Alternative Libertaire hanno proseguito questo slancio.

Winston Ronwen (AL Moselle)

[Traduzione di Ario Libert]

Link al post originale:
Dossier spécial: La dimension marxienne de l’anarchisme

Marx dalla rete. Marcello Musto – Marx ai tempi de Il signor Vogt. Appunti di biografia intellettuale (1860-1861); dal blog “Marcello Musto”.

Marx ai tempi de Il signor Vogt. Appunti di biografia intellettuale (1860-1861)

Marcello Musto

I. Vicissitudini editoriali delle opere di Marx ed Engels

A dispetto dell’enorme diffusione degli scritti e dell’ampia affermazione delle loro teorie, Marx ed Engels rimangono ancora privi di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere.

La prima ragione di questo paradosso va ricondotta all’incompiutezza e alla frammentarietà dell’opera di Marx, della quale, escludendo gli articoli giornalistici editi nel quindicennio 1848-1862, i lavori pubblicati furono relativamente pochi se comparati ai tanti realizzati solo parzialmente o all’imponente mole di ricerche svolte. A testimoniarlo fu lo stesso Marx che, quando nel 1881, in uno dei suoi ultimi anni di vita, fu interrogato da Karl Kautsky circa l’opportunità di un’edizione completa delle sue opere, rispose: «queste dovrebbero prima di tutto essere scritte». In secondo luogo, sulla pubblicazione dei lavori dei due autori hanno influito le vicende del movimento operaio, che troppo spesso hanno ostacolato, anziché favorito, l’edizione dei loro testi.

MEGA - volume 2
MEGA – volume 2

Il primo tentativo di pubblicare tutti gli scritti di Marx ed Engels risale agli anni Venti, quando David Borisovič Rjazanov, noto studioso e conoscitore di Marx nonché direttore dell’Istituto Marx-Engels nella neonata repubblica dei Soviet, ne avviò la pubblicazione in lingua originale attraverso la Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA). Tuttavia, a causa delle epurazioni dello stalinismo che s’abbatterono anche sugli studiosi dell’istituto – lo stesso Rjazanov fu destituito e condannato alla deportazione nel 1931 –, il progetto venne interrotto nel 1935 e dei 42 volumi inizialmente previsti ne furono dati alle stampe soltanto 12 (in 13 tomi). Ancora in Unione Sovietica, dal 1928 al 1947, fu pubblicata la prima edizione in russo: la Sočinenija (opere complete). Ad onta del nome, essa riproduceva solo un numero parziale di scritti; ma, con i suoi 28 volumi (in 33 tomi), costituì per l’epoca la raccolta quantitativamente più consistente dei due autori. La seconda Sočinenija, invece, apparve tra il 1955 e il 1966 in 39 volumi (42 tomi).

Dal 1956 al 1968 nella Repubblica Democratica Tedesca, per iniziativa del Comitato Centrale della SED, furono stampati i 41 volumi (in 43 tomi) dei Marx Engels Werke (MEW). Tale edizione, però, tutt’altro che completa, era appesantita dalle introduzioni e dalle note che, concepite sul modello dell’edizione sovietica, ne orientavano la lettura secondo la concezione del «marxismo-leninismo». Ciò nonostante, essa costituì la base di numerose edizioni analoghe in altre lingue tra cui anche le Opere italiane, le quali non furono mai completate e apparvero solo in 32 dei 50 volumi previsti.

Marx Engels Werke, volume 34
Marx Engels Werke, volume 34

Il progetto di una «seconda» MEGA, che si prefiggeva di riprodurre in maniera fedele e con un ampio apparato critico tutti gli scritti dei due pensatori, rinacque durante gli anni Sessanta. Tuttavia, le pubblicazioni, avviate nel 1975, furono anch’esse interrotte, stavolta in seguito al crollo del blocco dei ‘paesi socialisti’.

Nel 1990, con lo scopo di completare l’edizione storico-critica, diversi istituti in Olanda, Germania e Russia hanno costituito la «Internationale Marx Engels Stiftung» (IMES). Dopo un’impegnativa fase di riorganizzazione, nella quale sono stati approntati nuovi principi editoriali, e dopo il passaggio di casa editrice, dalla Dietz Verlag all’Akademie Verlag, dal 1998 è ripresa la pubblicazione della Marx-Engels-Gesamtausgabe, la cosiddetta MEGA². Questa impresa riveste grande importanza se si considera che una parte ragguardevole dei manoscritti, dell’imponente corrispondenza e dell’immensa mole di estratti e annotazioni che Marx era solito compilare dai testi che leggeva è ancora inedita [1]. Il progetto complessivo, al quale partecipano studiosi che operano in Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Olanda, Francia e Danimarca, si divide in quattro sezioni: la prima comprende tutte le opere, gli articoli e le bozze escluso Il capitale; la seconda Il capitale e tutti i suoi lavori preparatori a partire dal 1857; la terza l’epistolario; la quarta gli estratti, le annotazioni e i marginalia. Fino ad oggi, dei 114 volumi previsti ne sono stati pubblicati 52 (ben 12 dopo la ripresa del 1998), ognuno dei quali consta di due tomi: il testo più l’apparato, che contiene gli indici e molte notizie aggiuntive (dettagliate informazioni su www.bbaw.de/vs/mega).

Il volume che qui si presenta [2] è l’ultimo edito. Esso include una parte del carteggio intrattenuto tra Marx ed Engels nel corso delle loro vite, nonché quello intercorso tra loro e i tantissimi corrispondenti con i quali furono in contatto. Il numero complessivo delle lettere di questo epistolario è enorme. Ne sono state ritrovate, infatti, oltre 4.000 scritte da Marx ed Engels, di cui 2.500 sono quelle che essi si sono scambiati direttamente, e 10.000 indirizzate loro da terzi. Altre 6.000, inoltre, pur non essendo state tramandate, hanno lasciato testimonianza certa della loro esistenza. In seguito alle nuove linee editoriali adottate nella MEGA², tutte le lettere seguono rigorosamente il criterio della successione cronologica e i volumi non sono più divisi, come per il passato, in due parti distinte, l’una contenente le lettere scritte da Marx ed Engels e l’altra quelle da loro ricevute.

Il testo in esame presenta la corrispondenza intercorsa tra il giugno del 1860 e il dicembre del 1861, periodo che racchiude, essenzialmente, le tortuose vicende relative alla pubblicazione de Il signor Vogt e al violento scontro che vi fu tra questi e Marx. Delle 386 lettere conservate, 133 sono di Marx ed Engels e 253 quelle da essi ricevute – tra queste ben 204 pubblicate per la prima volta. Delle prime 133, 95 sono quelle scambiate reciprocamente tra i due (73 furono scritte da Marx a Engels e 22 da Engels a Marx – dalla ricostruzione del carteggio è però emerso che almeno 17 lettere di Engels a Marx non sono state tramandate). Undici, infine, sono le lettere scritte da Ferdinand Lassalle a Marx.

II. Il Signor Vogt

Herr Vogt di Karl Marx
Herr Vogt di Karl Marx

Rappresentante della sinistra nell’Assemblea nazionale di Francoforte, durante il 1848-1849, Carl Vogt, esule in Svizzera dopo gli anni rivoluzionari, era, al tempo, professore di scienze naturali a Ginevra. Nella primavera del 1859, egli pubblicò il pamphlet Studien zur gegenwärtige Lage Europas, nel quale sostenne il punto di vista bonapartista in politica estera. Nel giugno dello stesso anno, apparve a Londra un volantino anonimo che denunciava gli intrighi di Vogt in favore di Napoleone III, specialmente i tentativi svolti dal primo per corrompere alcuni giornalisti affinché fornissero versioni filo-bonapartistiche degli avvenimenti politici in corso. L’accusa – che come poi si dimostrò fu opera di Karl Blind, giornalista appartenente al mondo della democrazia e scrittore tedesco emigrato a Londra – venne ripresa dal settimanale «Das Volk», al quale collaboravano anche Marx ed Engels, e dalla «Allgemeine Zeitung» di Augusta. Ciò indusse Vogt a promuovere un’azione legale contro il quotidiano tedesco, che non poté confutare la denuncia a causa dell’anonimato nel quale Blind volle restare. Nonostante la querela fosse stata respinta, Vogt fu il vincitore morale dell’intera faccenda. Così, nel pubblicare il resoconto degli avvenimenti (Mein Prozess gegen die Allgemeine Zeitung), egli accusò Marx di essere l’ispiratore di un complotto nei suoi confronti, nonché il capo di una banda che viveva ricattando coloro che avevano partecipato ai moti rivoluzionari del 1848, in particolare minacciando di rivelare i nomi di quanti non avessero provveduto a pagare il prezzo del silenzio [3].

Karl Vogt
Karl Vogt

Oltre ad avere una eco in Francia e Inghilterra, lo scritto di Vogt ebbe un significativo successo in Germania e fece un gran chiasso sui giornali liberali: «naturalmente il giubilo della stampa borghese non ha limiti» [4]. La «National-Zeitung» di Berlino ne pubblicò un riassunto in due lunghi articoli di fondo nel gennaio del 1860 e Marx, di conseguenza, querelò il quotidiano per diffamazione. Il «Supremo Tribunale Reale Prussiano», però, ne respinse l’istanza decretando che gli articoli non oltrepassavano i limiti di una critica consentita e che da essi non risultava l’intenzione di offendere. Il sarcastico commento di Marx alla sentenza fu: «Come quel turco che tagliò la testa a un greco, senza aver intenzione di fare del male» [5].

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Il testo di Vogt mescolava, con abile maestria, accadimenti veri ad altri completamente inventati, così da poter fare sorgere dubbi sulla reale storia dell’emigrazione tra quanti non erano al corrente di tutti gli avvenimenti. Dunque, per salvaguardare la propria reputazione, Marx si sentì obbligato a organizzare la sua difesa e fu così che, alla fine di febbraio del 1860, cominciò a raccogliere il materiale per un libro contro Vogt. Ciò avvenne utilizzando due strade. Anzitutto, egli scrisse decine di lettere ai militanti con i quali aveva avuto rapporti politici durante e dopo il 1848, al fine di ottenere da loro tutti i documenti possibili riguardanti Vogt [6]. Inoltre, per illustrare al meglio la politica dei principali Stati europei e rivelare il ruolo reazionario di Bonaparte, egli condusse vasti studi sulla storia politica e diplomatica del XVII, XVIII e XIX secolo [7]. Questa ultima parte è senza dubbio la più interessante dello scritto, nonché – insieme con quella che contiene la ricostruzione della storia della «Lega dei Comunisti» – l’unica a conservare valore per il lettore contemporaneo. Ad ogni modo, come accadeva sempre a Marx, i suoi studi aumentarono di molto le dimensioni del libro, che gli «cresceva sotto le mani» [8]. Inoltre, i tempi del suo completamento si prolungarono sempre di più. Infatti, nonostante Engels lo esortasse – «Sii dunque almeno una volta un po’ superficiale per poter uscire a tempo giusto» [9] – e scrivesse a Jenny Marx: «Noi facciamo sempre le cose più stupende, ma facciamo sempre in modo che non escano al tempo giusto, e così cadano tutte a vuoto (…) mi raccomando, di fare il possibile perché si faccia qualcosa, ma subito, per trovare l’editore e perché l’opuscolo sia finalmente pronto» [10], Marx si decise a terminarlo solo in novembre.

Egli avrebbe voluto intitolare il libro «Dâ-Dâ-Vogt» [11], per richiamare la somiglianza di vedute tra Vogt e il giornalista bonapartista arabo, a lui contemporaneo, Dâ-Dâ-Roschaid. Questi, traducendo i pamphlet bonapartisti in arabo per ordine delle autorità di Algeri, aveva definito l’imperatore Napoleone III «il sole di beneficenza, la gloria del firmamento» [12] e a Marx nulla pareva più appropriato per Vogt che l’epiteto di « Dâ-Dâ tedesco» [13]. Tuttavia, Engels lo convinse a optare per un più comprensibile Herr Vogt (Il signor Vogt).

Ulteriori problemi si manifestarono rispetto al luogo di pubblicazione del libro. Engels, in proposito, raccomandò vivamente di far uscire il libro in Germania: «Bisogna a tutti i costi evitare di stampare il tuo opuscolo a Londra (…) Abbiamo già fatto esperienza centinaia di volte con la letteratura dell’emigrazione, sempre senza nessuna riuscita, sempre denaro e lavoro buttati per niente e per di più la rabbia» [14]. Tuttavia, poiché nessun editore tedesco si rese disponibile, Marx pubblicò il libro a Londra presso l’editore Petsch e ciò fu possibile, per giunta, solo grazie a una raccolta di denaro per pagarne le spese. Engels commentò che sarebbe stato «preferibile stampare in Germania e bisognava assolutamente riuscirci (…) un editore tedesco (…) ha ben altra forza per spezzare la cospiration du silence» [15].

La confutazione delle accuse di Vogt tenne impegnato Marx per un anno intero, costringendolo a tralasciare del tutto i suoi studi economici che, secondo il contratto stilato con l’editore Duncker di Berlino, avrebbero dovuto proseguire con il seguito di Per la critica dell’economia politica, pubblicata nel 1859. A quanto pare, la frenesia che lo aveva pervaso durante questa vicenda contagiò anche coloro che gli erano più vicino. La moglie Jenny trovava Il signor Vogt una fonte di «piacere e diletto senza fine»; Engels affermò che l’opera era «certamente il migliore lavoro polemico che [egli avesse] scritto finora» [16]; Lassalle salutò il testo come «una cosa magistrale in tutti i sensi» [17]; Wilhelm Wolff, infine, disse: «è un capolavoro dall’inizio alla fine» [18].

In realtà, per poter essere compreso oggi in tutte i suoi riferimenti e allusioni, Il signor Vogt richiede un ampio commento. Inoltre, tutti i principali biografi di Marx sono stati unanimi nel considerare questa opera come un notevole spreco di tempo ed energie. Nel ricordare come diversi conoscenti di Marx avessero tentato di dissuaderlo dall’intraprendere questa impresa, Franz Mehring affermò come «si sarebbe tentati di desiderare che egli avesse dato ascolto a queste voci [poiché] essa ostacolò (…) la grande opera della sua vita (…) a causa del costoso dispendio di forza e tempo che inghiottì senza reale guadagno» [19]. Di analogo parere, nel 1929, Karl Vorländer scrisse: «Oggi, dopo due generazioni, si può a ragione dubitare se valesse la pena sprecare, in questa miserabile faccenda, durata quasi un anno, tanto lavoro spirituale e tante spese finanziarie per scrivere un opuscolo di 191 pagine redatto con brillante arguzia, con motti e citazioni da tutta la letteratura mondiale (Fischart, Calderon, Shakespeare, Dante, Pope, Cicerone, Boiardo, Sterne, e dalla letteratura medio-alto tedesca), nel quale egli si scagliava contro l’odiato avversario» [20]]. Anche Nikolaevskij e Maenchen-Helfen biasimarono il fatto che: «Marx aveva impiegato oltre un anno a difendersi contro il tentativo di metter fine alla sua vita politica con le denunce [e che] solo verso la metà del 1861 poté riprendere la sua opera di economia» [21]. Ancora, secondo David McLellan, la polemica contro Carl Vogt «fu un chiaro esempio della singolare capacità [di Marx] di produrre una gran quantità di energie su argomenti assolutamente trascurabili e del suo talento per l’invettiva» [22]. Francis Wheen, infine, si è così interrogato: «Per rispondere alle calunnie pubblicate sulla stampa svizzera da un oscuro politico, tale Carl Vogt, era proprio necessario scrivere un libro di duecento pagine?» [23]. E, continuando, notò che: «i quaderni di economia giacquero chiusi sulla sua scrivania mentre il loro proprietario si distraeva con una contesa, tanto spettacolare quanto superflua (…) una violenta replica che, sia per lunghezza sia per il tono furibondo, superava di gran lunga il libello originario a cui intendeva rispondere» [24].

Ciò che colpisce più di ogni altra cosa di questo scritto è l’uso spropositato, nelle argomentazioni di Marx, dei riferimenti letterari. Accanto agli autori già menzionati da Vorländer, sul palcoscenico di questa opera compaiono, tra gli altri, Virgilio, diversi personaggi della Bibbia nella traduzione di Lutero, Schiller, Byron, Hugo e, naturalmente, gli amatissimi Cervantes, Voltaire, Goethe, Heine e Balzac [25]. Tuttavia, queste citazioni – e, dunque, il prezioso tempo impegnato per inserirle nel testo – non rispondevano soltanto al desiderio di Marx di mostrare la superiorità della sua cultura su quella di Vogt o a quello di rendere, attraverso spunti satirici, il pamphlet più gradevole ai lettori. Esse riflettono due caratteristiche essenziali della personalità di Marx. La prima è la grandissima importanza che egli attribuì, per tutto il corso della propria esistenza, allo stile e alla struttura delle sue opere, anche quelle minori o solo polemiche come Il signor Vogt. La mediocrità della gran parte degli scritti che, nelle sue tante battaglie, egli contrastò, la loro forma scadente, la costruzione incerta e sgrammaticata, la mancanza di logica nelle formulazioni e la presenza in essi di tanti errori suscitarono sempre grande sdegno in Marx [26]. Così, accanto al conflitto di natura teorica, egli si scagliò anche contro la intrinseca volgarità, la mancanza di qualità delle opere dei suoi contendenti e volle mostrare loro non solo la giustezza di ciò che egli scriveva, ma anche quale era il modo migliore per farlo. La seconda impronta tipicamente marxiana, che si intravede attraverso l’imponente lavoro di preparazione de Il signor Vogt, è l’aggressività e l’irrefrenabile virulenza con la quale egli si lanciava contro i suoi avversari diretti. Fossero essi filosofi, economisti o militanti politici e si chiamassero Bauer, Stirner, Proudhon, Vogt, Lassalle o Bakunin, Marx voleva come annientarli, dimostrarne in ogni modo possibile l’infondatezza delle concezioni, costringerli alla resa mettendoli nell’impossibilità di produrre obiezioni alle sue asserzioni. Così, guidato da questo impeto, era tentato dal seppellire i suoi antagonisti sotto montagne di argomentazioni critiche e, quando questa furia s’impossessava di lui, al punto da fargli perdere di vista anche il suo progetto di critica dell’economia politica, ecco che egli non si accontentava più dei ‘soli’ Hegel, Ricardo o dell’utilizzazione degli avvenimenti storici, ma si serviva di Eschilo, Dante, Shakespeare e Lessing. Il signor Vogt fu come un incontro nefasto tra queste due componenti del suo carattere. Un corto circuito causato da uno degli esempi più eclatanti di cialtroneria letteraria, così tanto odiata da Marx, e dalla volontà di distruggere il nemico che, con la menzogna, ne aveva minacciato la credibilità e tentato di macchiare la storia politica.

Con questo libro, Marx si aspettava di suscitare scalpore e tentò il più possibile di farne parlare la stampa tedesca. Tuttavia, i giornali e lo stesso Vogt non gli concessero nessuna attenzione: «I cani (…) vogliono ammazzar la cosa col silenzio» [27]. Anche «l’uscita di una rielaborazione francese, molto abbreviata, che si trovava in corso di stampa» [28], venne impedita poiché il volume fu colpito dalla censura e incluso nella lista dei volumi proibiti. Marx ed Engels viventi, non apparve nessun’altra edizione de Il signor Vogt e non ne furono ristampati che brevi passi scelti. In traduzione italiana il libro uscì solo cinquant’anni dopo, nel 1910, presso Luigi Mongini Editore.

III. Marx negli anni 1860-1861: miseria, critica dell’economia politica e giornalismo

A prolungare i ritardi del lavoro di Marx e a complicare terribilmente la sua situazione personale contribuirono le sue due nemiche giurate di sempre: la miseria e la malattia. In questo periodo, infatti, la condizione economica di Marx fu davvero disperata. Accerchiato dalle richieste dei tanti creditori e con alle porte lo spettro costante delle ingiunzioni del broker, lufficiale giudiziario, egli si lamentava con Engels affermando: «Come potrò cavarmela non so, perché tasse, scuole, casa, droghiere, macellaio, dio e il diavolo non vogliono più darmi tregua» [29]. Alla fine del 1861, la situazione divenne ancor più disperata e per resistere, accanto al costante aiuto dell’amico – verso il quale egli provava immensa gratitudine «per le straordinarie prove d’amicizia» [30] –, Marx fu costretto a dare in pegno «tutto fuori che i muri della casa» [31]. Sempre all’amico, egli scrisse: «Di qual giubilo non m’avrebbe riempito l’animo il fiasco del sistema finanziario decembrista, da me così a lungo e così spesso pronosticato sulla ‘Tribune’, se fossi libero da queste pidocchierie e vedessi la mia famiglia non schiacciata da queste miserabili angustie!» [32]. Inoltre, nell’indirizzargli, alla fine di dicembre, gli auguri per il nuovo anno alle porte, si espresse così: «Se questo dovesse essere uguale al trascorso, per quel che mi riguarda, desidererei piuttosto l’inferno» [33].

Accanto agli sconfortanti problemi di natura finanziaria si accompagnarono, puntualmente, quelli di salute, che i primi concorsero a determinare. Lo stato di profonda depressione che colse per molte settimane la moglie di Marx, Jenny, la rese maggiormente recettiva a contrarre il vaiolo, del quale si ammalò alla fine del 1860, rischiando seriamente la vita. Per l’intero corso della malattia e la degenza della sua compagna, Marx fu costantemente al suo capezzale e riprese la sua attività solo quando Jenny fu fuori pericolo. Durante il tempo trascorso, come egli scrisse a Engels, lavorare era stato del tutto fuori questione: «La sola occupazione con la quale posso conservare la necessaria tranquillità d’animo, è la matematica» [34], una delle più grandi passioni intellettuali della sua esistenza. Pochi giorni dopo, inoltre, aggiungeva che una circostanza che l’aveva «molto aiutato [era] stato un terribile mal denti». Recatosi dal dentista per farsi estrarre un dente, questi gliene aveva lasciato per errore una scheggia, così da fargli venire una faccia «gonfia e dolente e la gola mezza chiusa». Pertanto, Marx affermava stoicamente: «Questo malessere fisico stimola molto le facoltà di pensare e perciò la capacità di astrazione, poiché, come dice Hegel, il pensiero puro o l’essere puro o il nulla sono la medesima cosa» [35]. Nonostante i problemi, nel corso di queste settimane egli ebbe l’occasione di leggere molti libri e tra questi Sull’origine della specie attraverso la selezione naturale di Charles Darwin, dato alle stampe l’anno prima. Il commento che Marx comunicò per lettera a Engels era destinato a far discutere schiere di studiosi e militanti socialisti: «Per quanto svolto grossolanamente all’inglese, ecco qui il libro che contiene i fondamenti storico-naturali del nostro modo di vedere» [36].

Al principio del 1861, le condizioni di Marx si aggravarono a causa di una infiammazione al fegato che lo aveva già colpito l’estate precedente: «Sono tribolato come Giobbe, quantunque non altrettanto timorato di Dio» [37]. In particolare, lo stare curvo gli procurava enorme sofferenza e scrivere gli fu interdetto. Così, per superare la «condizione schifosissima che [lo] rende[va] incapace di lavorare» [38], egli si rifugiò ancora nelle letture: «Alla sera per sollievo [leggo] le guerre civili romane di Appiano nel testo greco originale. Libro di gran valore (…) Spartaco vi figura come il tipo più in gamba che ci sia posto sotto gli occhi da tutta la storia antica. Grande generale (non un Garibaldi), carattere nobile, real representative dell’antico proletariato» [39].

Ristabilitosi dalla malattia alla fine del febbraio 1861, Marx si recò a Zalt-Bommel in Olanda per cercare una soluzione alle proprie difficoltà finanziarie. Lì trovò l’aiuto dello zio Lion Philips, uomo di affari e fratello del padre del futuro fondatore della fabbrica di lampade da cui discende una delle più importanti aziende di apparecchiature elettroniche al mondo, che accettò di anticipargli 160 sterline della futura eredità materna. Da qui, Marx si recò clandestinamente in Germania, ove fu ospite di Lassalle a Berlino per quattro settimane. Quest’ultimo lo aveva ripetutamente sollecitato a promuovere insieme la fondazione di un organo di ‘partito’ e ora, con l’amnistia promulgata nel gennaio del 1861, si presentavano anche le condizioni affinché Marx riottenesse la cittadinanza prussiana, che gli era stata tolta dopo l’espulsione del 1849, e potesse trasferirsi a Berlino. Tuttavia, lo scetticismo che Marx nutriva nei confronti di Lassalle impedì che il progetto venisse mai preso seriamente in esame [40]. Di ritorno dal suo viaggio, egli descrisse così a Engels l’intellettuale e militante tedesco: «Lassalle, abbagliato dalla considerazione di cui gode in certi circoli dotti per il suo Eraclito e in un altro cerchio di scrocconi per il vino buono e la cucina, naturalmente non sa che presso il grande pubblico è screditato. Inoltre ci sono la sua prepotenza, il suo impigliarsi nel ‘concetto speculativo’ (il giovanotto sogna perfino di voler scrivere una nuova filosofia hegeliana alla seconda potenza), l’essere infetto di vecchio liberalismo francese, la sua penna prolissa, la sua importunità, la mancanza di tatto, ecc. Lassalle, tenuto sotto una stretta disciplina, potrebbe render servigi come uno dei redattori. Altrimenti solo compromettere le cose» [41]. Il giudizio di Engels non era da meno, poiché lapidariamente ne scriveva: «Quest’uomo non lo si può correggere» [42]. In ogni caso, la domanda di cittadinanza di Marx fu respinta rapidamente e, poiché egli non si fece mai naturalizzare in Inghilterra, rimase apolide per tutto il resto della vita.

Di questo soggiorno tedesco, la corrispondenza di Marx offre divertenti resoconti che agevolano la comprensione del suo carattere. I suoi ospiti, Lassalle e la sua compagna, la contessa Sophie von Hatzfeldt, si prodigarono ad organizzare per lui una serie di attività che solo le sue lettere mostrano quanto egli detestasse profondamente. Da un breve resoconto dei primi giorni trascorsi in città, lo vediamo alle prese con la mondanità. Il martedì sera era tra gli spettatori di «una commedia berlinese piena di autocompiacimento prussiano: tutto sommato una faccenda disgustosa». Al mercoledì fu costretto ad assistere a tre ore di balletto all’Opera – «una roba davvero mortalmente noiosa» – e, per giunta, «horribile dictu» [43], «in un palco proprio vicinissimo a quello del ‘bel Guglielmo’» [44], il re in persona. Il giovedì Lassalle diede un pranzo in suo onore al quale presero parte alcune ‘celebrità’. Per nulla allietato dalla circostanza, a mo’ di esempio del riguardo che nutriva per i suoi commensali, Marx diede questa descrizione della sua vicina di tavola, la redattrice letteraria Ludmilla Assing: «È la creatura più brutta che io abbia mai visto in vita mia, con una laida fisionomia ebraica, un naso sottile assai sporgente, eternamente sorridente e ridacchiante, sempre a parlare una prosa poetica, continuamente nello sforzo di dire qualcosa di straordinario, fingendo entusiasmo e spruzzando saliva sui suoi ascoltatori durante gli spasimi delle sue estasi» [45]. A Carl Siebel, poeta renano e lontano parente di Engels, scrisse: «Qui mi annoio a morte. Vengo trattato come una specie di leone da salotto e sono costretto a vedere molti signori e signore ‘di ingegno’. È terribile» [46]. In seguito, scrisse ad Engels: «Anche Berlino non è che un paesone», mentre a Lassalle non poté negare che la cosmopolitica Londra esercitava su di lui «una straordinaria attrazione», sebbene egli ammettesse di vivere «come un eremita in questo buco gigantesco» [47]. E così, dopo essere passato per Elberfeld, Bermen, Colonia, la sua Treviri e poi ancora in Olanda, vi fece ritorno il 29 aprile. Ad attenderlo c’era la sua «Economia».

Come ricordato, nel giugno del 1859, Marx aveva pubblicato il primo fascicolo di Per la critica dell’economia politica e aveva in programma di far seguire ad esso una seconda dispensa il più presto possibile. Nonostante gli annunci ottimistici che egli era solito fare in proposito – nel novembre del 1860 scrisse a Lassalle: «Penso che entro pasqua potrà uscire la seconda parte» [48] –, per le vicissitudini sin qui narrate, trascorsero invano oltre due anni affinché egli potesse ritornare ai suoi studi. D’altronde, egli era profondamente frustrato delle circostanze e se ne lamentò con Engels in luglio: «Non vado avanti così rapidamente come vorrei, perché ho molti problemi domestici» [49]; e ancora in dicembre: «Il mio scritto prosegue, ma adagio. Infatti non era possibile risolvere rapidamente tali questioni teoriche in mezzo a simili circostanze. E pertanto verrà molto più popolare e il metodo molto più dissimulato che nella prima parte» [50]. Ad ogni modo, nell’agosto del 1861 riprese con assiduità a lavorare alla sua opera.

Fino al giugno del 1863, redasse i 23 quaderni – di 1472 pagine in quarto – che comprendono le Teorie sul plusvalore. La prima delle tre fasi di questa nuova redazione dell’«Economia», quella relativa ai primi cinque quaderni di questo gruppo, corre dall’agosto del 1861 al marzo 1862. Essi trattano la trasformazione del denaro in capitale – tema affrontato nel libro primo de Il capitale – e costituiscono la prima redazione esistente di tale argomento. Differentemente dalle Teorie sul plusvalore, date alle stampe da Kautsky tra il 1905 e il 1910, seppure in un’edizione rimaneggiata e spesso poco conforme agli originali, questi quaderni sono stati ignorati per oltre cent’anni. Essi furono pubblicati per la prima volta solo nel 1973, in traduzione russa, quale volume aggiunto (numero 47) delle Sočinenija. La versione in lingua originale, invece, uscì solo nel 1976 nella ‘seconda’ MEGA [51].

L’ultima fase del 1861 è anche quella durante la quale Marx riprese la sua collaborazione con la «New-York Tribune» e scrisse per il quotidiano liberale di Vienna «Die Presse». La maggior parte delle sue corrispondenze di questo periodo furono dedicate alla guerra civile negli Stati Uniti. In essa, secondo Marx, «la lotta si gioca[va] tra la più alta forma di autogoverno popolare mai realizzata finora e la più abbietta forma di schiavitù umana che la storia conosca» [52]. Questa valutazione rende palese, più di ogni altra possibile, l’abisso che lo separava da Garibaldi, che aveva rifiutato l’offerta del governo nordista di assumere un posto di comando nell’esercito, perché riteneva che tale guerra fosse solo un conflitto di potere e non riguardasse l’emancipazione degli schiavi. Rispetto a tale posizione e a una tentata iniziativa di pacificazione tra le parti operata dall’italiano, Marx commentò con Engels: «Quell’asino di Garibaldi si è reso ridicolo con la lettera sulla concordia agli yankees» [53]. Nei suoi articoli, inoltre, Marx analizzò le ricadute economiche del conflitto americano per l’Inghilterra, della quale prese in esame lo sviluppo del commercio, la situazione finanziaria, nonché le opinioni che ne attraversavano la società. Su questo punto, un interessante riferimento è contenuto anche in una lettera a Lassalle: «Naturalmente tutta la stampa ufficiale inglese è per gli slave-holders (schiavisti). Sono proprio gli stessi personaggi che hanno stancato il mondo con il loro filantropismo contro il commercio degli schiavi. Ma: cotone, cotone!» [54].

Sempre nelle lettere a quest’ultimo, infine, Marx sviluppò diverse riflessioni relative a uno dei temi politici per il quale, in quegli anni, profuse l’impegno maggiore: la violenta opposizione alla Russia e ai suoi alleati Henry Palmerston e Luigi Bonaparte. In particolare, Marx si diede da fare nel chiarire a Lassalle la legittimità della convergenza, in questa battaglia, tra il loro ‘partito’ e quello di David Urquhart, un politico tory di vedute romantiche. Di questi, che nei primi anni Cinquanta aveva avuto l’audacia di ripubblicare, in funzione anti-russa e anti-whig, gli articoli di Marx contro Palmerston, apparsi sull’organo ufficiale dei cartisti inglesi, egli scrisse: «è certamente un reazionario dal punto di vista soggettivo (…) ciò non impedisce affatto al movimento che egli guida in politica estera di essere oggettivamente rivoluzionario (…) la cosa mi è indifferente come lo sarebbe a te se, per esempio in una guerra contro la Russia, il tuo vicino sparasse sui russi per motivi nazionali o rivoluzionari» [55]. E ancora: «Del resto va da sé che nella politica estera frasi come ‘reazionario’ e ‘rivoluzionario’ non servono a nulla» [56].

Risale al 1861, infine, anche la prima fotografia conosciuta di Marx [57]. L’immagine lo ritrae mentre posa in piedi con le mani poggiate su di una sedia davanti a lui. I capelli folti appaiono già bianchi, mentre la barba fitta è di un nero corvino. Lo sguardo deciso non lascia trasparire l’amarezza per le sconfitte subite e per le tante difficoltà che lo attanagliavano, ma, piuttosto, la fermezza d’animo che lo contraddistinse per tutta l’esistenza. Eppure, inquietudine e malinconia percorrevano anche lui, che nello stesso periodo in cui fu scattata quella foto scriveva: «Onde mitigare il profondo malumore causato dalla mia situazione incerta in ogni senso, leggo Tucidide. Almeno questi antichi rimangono sempre nuovi» [58]. Anche limitandosi a leggere soltanto le sue lettere, come non affermare, oggi, lo stesso anche di quel grande classico della modernità che è Karl Marx?

[A cura di Massimo Cardellini]

Link all’articolo originale:

Marcello Musto – Marx ai tempi de Il signor Vogt. Appunti di biografia intellettuale (1860-1861)

NOTE

[1] Per maggiori notizie in proposito si veda Marcello Musto (a cura di), Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, Roma 2006 (2005).
[2] Marx-Engels Gesamtausgabe (MEGA2), Dritte Abteilung, Band 11: Briefwechsel Juni 1860 bis Dezember 1861, a cura di Rolf Dlubek e Vera Morozova e con la partecipazione di Galina Golovina e Elena Vaščenko, Akademie Verlag, Berlin 2005, 2 voll., 1467 pp., € 178.
[3] Nel 1870, nelle carte degli archivi francesi pubblicate dal governo repubblicano dopo la fine del Secondo Impero, furono trovati i documenti che comprovavano che Vogt era stato sul libro paga di Napoleone III. Questi, infatti, nell’agosto del 1859 gli aveva versato 40.000 franchi dai suoi fondi segreti. Cfr. Papiers et correspondance de la famille impériale. Édition collationnées sur le texte de l’imprimerie nationale, Vol. II, Paris 1871, p. 161.
[4] Karl Marx a Friedrich Engels, 31 gennaio 1860, in Marx Engels Opere, vol. XLI, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 17.
[5] Karl Marx, Herr Vogt, in Marx Engels Opere, vol. XVII, Editori Riuniti, Roma 1986, p. 271.
[6] Sullimportanza di queste lettere quale strumento di comunicazione politica tra i militanti delle rivoluzioni del 1848-1849 e per analizzare il conflitto tra Marx e Vogt da una prospettiva generale – e dunque non solo dal punto di vista di Marx – si rimanda a Christian Jansen, Politischer Streit mit harten Bandagen. Zur brieflichen Kommunikation unter den emigrierten Achtundvierzigern – unter besonderer Berücksichtigung der Controverse zwischen Marx und Vogt, in Jürgen Herres – Manfred Neuhaus (a cura di), Politische Netzwerke durch Briefkommunikation, Akademie Verlag, Berlin 2002, pp. 49-100, che prende in esame le motivazioni politiche che avrebbero spinto Vogt a parteggiare per Bonaparte. Il saggio contiene anche un’appendice di lettere scritte da Vogt e altre a lui indirizzate. Di altrettanto interesse, perché privi della scontata e spesso dottrinale interpretazione di parte marxista, i testi di Jacques Grandjonc – Hans Pelger, Gegen die “Agentur Fazy/Vogt. Karl Marx’ “Herr Vogt” (1860) e Georg Lommels, Die Wahrheit über Genf” (1865). Quellen- und textgeschichtliche Anmerkungen, entrambi in «Marx-Engels-Forschungs-berichte», 1990 (Nr. 6), pp. 37-86 e quello dello stesso Lommels, Les implications de l’affaire Marx-Vogt, in Jean-Claude Pont – Daniele Bui – Françoise Dubosson – Jan Lacki (a cura di), Carl Vogt (1817-1895). Science, philosophie et politique, Georg, Chêne-Bourg 1998, pp. 67-92.
[7] Frutto di queste ricerche furono i sei quaderni di estratti da libri, riviste e quotidiani dei più differenti orientamenti. Questo materiale – denominato Vogtiana –, che mostra il modo in cui Marx utilizzava i risultati dei suoi studi per le opere che scriveva, è ancora inedito e sarà pubblicato nel volume IV/16 della MEGA².
[8] Karl Marx a Friedrich Engels, 6 dicembre 1860, in MEGA² III/11, Akademie Verlag, Berlin 2005, p. 250; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XLI, op. cit., p. 135.
[9] Friedrich Engels a Karl Marx, al più tardi 29 giugno 1860, Ivi, p. 72; tr. it. Ivi, p. 83.
[10] Friedrich Engels a Jenny Marx, 15 agosto 1860, Ivi, p. 113; tr. it. Ivi, p. 604.
[11] Karl Marx a Friedrich Engels, 25 settembre 1860, Ivi, p. 180; tr. it. Ivi, p 108.
[12] Cfr. Karl Marx, Herr Vogt, op. cit., p. 180.
[13] Ibidem.
[14] Friedrich Engels a Karl Marx, 15 settembre 1860, in MEGA² III/11, op. cit., p. 158; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XLI, op. cit., p. 103.
[15] Friedrich Engels a Karl Marx, 5 ottobre 1860, Ivi, p. 196; tr. it. Ivi, p. 114.
[16] Friedrich Engels a Karl Marx, 19 dicembre 1860, Ivi, p. 268; tr. it. Ivi, p. 143.
[17] Ferdinand Lassalle a Karl Marx, 19 gennaio 1861, Ivi, p. 321.
[18] Wilhelm Wolff a Karl Marx, 27 dicembre 1860, Ivi, p. 283.
[19] Franz Mehring, Vita di Marx, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 295.
[20] Karl Vorlaender, Karl Marx, Sansoni, Firenze 1948, pp. 209-210.
[21] Boris Nikolaevskij – Otto Maenchen-Helfen, Karl Marx. La vita e l’opera, Einaudi, Torino 1969, p. 284.
[22] David McLellan, Karl Marx, Rizzoli, Milano 1976, p. 317.
[23] Francis Wheen, Marx. Vita pubblica e privata, Mondadori, Milano 2000, p. 145. Bisogna tuttavia sottolineare che – diversamente da quanto affermato da Wheen – Vogt non fu affatto un «oscuro politico». Tra i maggiori esponenti dell’Assemblea Nazionale di Francoforte del 1848-1849 e protagonista della guerra per la ‘difesa della Costituzione del Reich’, egli svolse sicuramente un importante ruolo nella storia tedesca di quel periodo.
[24] Ivi, pp. 204 e 207.
[25] In proposito si rimanda alle riflessioni di S. S. Prawer, La biblioteca di Marx, Garzanti, Milano 1978: «in Herr Vogt sembra che Marx sia incapace di considerare qualsiasi fenomeno politico o sociale senza associarlo a qualche riferimento alla letteratura mondiale», p. 263, e che fa notare che questo testo può essere studiato «come antologia dei vari metodi che Marx aveva appreso per incorporare allusioni e citazioni letterarie nelle sue polemiche», p. 260. La ragguardevole importanza delle influenze letterarie nelle opere di Marx e dell’eruditissimo retroterra culturale della sua teoria critica suscita, d’altronde, sempre maggiore attenzione. In proposito si veda il recente Francis Wheen, Marx’s Das Kapital. A biography, Atlantic Books, London 2006.
[26] Su questo punto si vedano ancora le brillanti considerazioni di S. S. Prawer, op. cit., p. 264.
[27] Karl Marx a Friedrich Engels, 22 gennaio 1861, in MEGA² III/11, op. cit., p. 325; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XLI, op. cit., p. 162.
[28] Karl Marx a Friedrich Engels, 16 maggio 1861, Ivi, p. 476; tr. it. Ivi, p. 188.
[29] Karl Marx a Friedrich Engels, 29 gennaio 1861, Ivi, p. 333; tr. it. Ivi, p. 164.
[30] Karl Marx a Friedrich Engels, 27 febbraio 1861, Ivi, p. 380; tr. it. Ivi, p. 177.
[31] Karl Marx a Friedrich Engels, 30 ottobre 1861, Ivi, p. 583; tr. it. Ivi, p. 217.
[32] Karl Marx a Friedrich Engels, 18 novembre 1861, Ivi, p. 599; tr. it. Ivi, p. 222.
[33] Karl Marx a Friedrich Engels, 27 dicembre 1861, Ivi, p. 636; tr. it. Ivi, p. 237.
[34] Karl Marx a Friedrich Engels, 23 novembre 1860, Ivi, p. 229; tr. it. Ivi, p. 124.
[35] Karl Marx a Friedrich Engels, 28 novembre 1860, Ivi, p. 236; tr. it. Ivi, p. 128.
[36] Karl Marx a Friedrich Engels, 19 dicembre 1860, Ivi, p. 271; tr. it. Ivi, p. 145.
[37] Karl Marx a Friedrich Engels, 18 gennaio 1861, Ivi, p. 319; tr. it. Ivi, p. 160.
[38] Karl Marx a Friedrich Engels, 22 gennaio 1861, Ivi, p. 325; tr. it. Ivi, p. 162.
[39] Karl Marx a Friedrich Engels, 27 febbraio 1861, Ivi, p. 380; tr. it. Ivi, p. 176.
[40] Per maggiori notizie su questo periodo trascorso da Marx a Berlino, si veda il recente articolo di Rolf Dlubek, Auf der Suche nach neuen politischen Wirkungsmöglichkeiten. Marx 1861 in Berlin, in «Marx-Engels Jahrbuch», 2004, Akademie Verlag, Berlin 2005, pp. 142-175.
[41] Karl Marx a Friedrich Engels, 7 maggio 1861, in MEGA/2 III/11, op. cit., p. 460; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XLI, op. cit., pp. 180-181.
[42] Friedrich Engels a Karl Marx, 6 febbraio 1861, Ivi, p. 347; tr. it. Ivi, p. 171.
[43] Karl Marx a Antoinette Philips, 24 marzo 1861, Ivi, p. 404; tr. it. Ivi, p. 642.
[44] Karl Marx a Friedrich Engels, 10 maggio 1861, Ivi, p. 470; tr. it. Ivi, p. 186.
[45] Karl Marx a Antoinette Philips, 24 marzo 1861, Ivi, p. 404; tr. it. Ivi, p. 642.
[46] Karl Marx a Carl Siebel, 2 aprile 1861, Ivi, p. 419; tr. it. Ivi, p. 646.
[47] Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 8 maggio 1861, Ivi, p. 464; tr. it. Ivi, p. 656.
[48] Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 15 settembre 1860, Ivi, p. 161; tr. it. Ivi, p. 615.
[49] Karl Marx a Friedrich Engels, 20 luglio 1861, Ivi, p. 542; tr. it. Ivi, p. 212.
[50] Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 9 dicembre 1861, Ivi, p. 616; tr. it. Ivi, p. 230.
[51] MEGA² II/3.1, Dietz Verlag, Berlin 1976. La traduzione italiana apparve velocemente a cura di Lorenzo Calabi: Karl Marx, Manoscritti del 1861-1863, Editori Riuniti, Roma 1980, ma non riuscì a essere inclusa nei volumi delle Opere.
[52] Karl Marx, Die Londoner «Times» über die Prinzen von Orleans in Amerika, 7-XI-1861, in MEW 15, Dietz Verlag, Berlin 1961, p. 327.
[53] Karl Marx a Friedrich Engels, 10 giugno 1861, in MEGA² III/11, op. cit., p. 493; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XLI, op. cit., p. 190.
[54] Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 29 maggio 1861, Ivi, p. 480; tr. it. Ivi, p. 658.
[55] Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 1 o 2 giugno 1860, Ivi, p. 19; tr. it. Ivi, p. 596.
[56] Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 1 o 2 giugno 1860, Ivi, p. 20; tr. it. Ivi, p. 597.
[57] Essa è databile al mese di aprile: vedi MEGA² III/11, op. cit., p. 465.
[58] Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 1 o 2 giugno 1860, Ivi, p. 20; tr. it. Ivi, p. 465.
[59] Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 29 maggio 1861, Ivi, p. 481; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XLI, op. cit., p. 659.