Negli Uffici Pubblici Basta L!Autocertificazione

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Ma Negli Uffici Pubblici Entri Dichiarando Che Non Hai Il Covid – Vietato Lavorare Senza Pass Ma Negli Uffici Pubblici Basta L!Autocertificazione

 

L’ASSURDITÀ
Ma negli uffici pubblici entri dichiarando che non hai il Covid

¦ Esterno giorno, ingresso di un Municipio di Roma. Addetto: «Che deve ffà? ». Signora: «Rinnovare la carta d’identità». «C’ha l’appuntamento?». «Sì, certo: ho prenotato sul sito, e non le dico la fatica per entrarci usando lo Spid (Sisterna pubblico d’identità digitale, un’altra invenzione che avrebbe dovuto migliorarci la vita, nda), perché il sistema non lo accettava». «C’ha la ricevuta? ». «Perché, a voi non risulta? Comunque sì, l’ho stampata,
Vietato lavorare senza pass Ma negli uffici pubblici basta l’autocertificazione
Senza card non si può stare in un bar o avere lo stipendio, entrare negli enti statali invece sì: Ti è sufficiente dichiararsi «sani». L’ultima falla di una burocrazia in panne
eccola». «Signora mia, le cose nun per richiedere la carta d’i«Ora però me deve firma’ le decido io. E comunque le dentità per mio figlio Romeo ‘sto fojo». chiacchiere stanno a zero, – mi allontano prima di met«Cos’è?». perché intanto noi oggi non termi a smoccolare. Benve«L’autocertificazione anti potemo fa’ gniente». nuti nella stagione del greenCovid». «Cioè?!?». pass, dal 15 ottobre obbliga«Ho il greenpass, non ser- «Nun c’avemo internet, torio per il settore privato ve?». seme scollegati, poterno solo ma anche in parte per quello «No, signo’, qui non il rifa’ le tessere elettorali sea- pubblico (Parlamento corngreenpass non è obbligato- dute. Però po’ lassà er nume- preso). rio». ro, noi la richiamiamo e en- A scanso di equivoci: sono «Mi perdoni: io -doppia- tro 2-3 giorni, massimo ‘na un vaccinista e un vaccinato, mente vaccinata e con green- settimana, potrà ritornà ». ho il greenpass e mi attengo pass regolamentare- per en- «Scusi…(ss’inserisce un’aItrare in un ufficio pubblico tra donna, alzando educatami devo autocertificare sa- mente la mano, nda) ma io na, mentre se entro al risto- sono stata richiamata già rante devo esibirlo?» due volte, Internet non fun«Che je devo di? E la legge. ziona mai. Mi sta dicendo E poi, anche volendo, nun che devo tornare di nuovo c’avemo er lettore». prendendo un altro permes«Basta un’applicazione so dal lavoro?». scaricata sul telefonino per L’addetto allarga sconsocontrollarlo», lato le braccia, e io -in coda

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alle regole, anche quando posso trovarle farraginose, confuse o stravaganti, perché «wrong or right, it’s my country», giusto o sbagliato è il mio Paese. Ma qui ormai siamo a «quattro passi nel delirio», dalle parti del Comma 22: lo Stato ti invita a vaccinarti anche perché così hai l’indispensabile green pass, salvo poi scoprire che per accedere ai suoi uffici è sufficiente l’autocertificazione. Non basta. Anche all’asilo di mio figlio mi viene richiesto il green pass. Ogni giorno. Fino al capolavoro dell’altro ieri per cui, dopo averlo accompagnato, tornato a casa ho realizzato di non avergli messo nello zainetto il quaderno su cui disegna. Sono uscito di corsa per portarglielo (la scuola è a un quarto d’ora), ma dimenticando il telefonino su cui ho scaricato il mitico talismano. Incontro la stessa cortese signora di prima, che mi esorta: «Il green pass, prego». E qui mi sono sentito come Massimo Troisi in Non ci resta che piangere, con il doganiere che continua a chiedergli un fiorino. «Sono sempre il papà di Romeo, vengo tutti i giorni, ero qui mezz’ora fa». «Ha ragione, ma è la legge. Io devo controllare il suo greenpass ogni volta. Metta poi che io la faccio entrare, e arriva un controllo, che facciamo?». Giusto. Anche perchè – come si sa – nel nostro Paese i controllori, a cominciare dai navigator, abbondano. Ho già raccontato per
sommi capi la tormentata vicenda iniziata quando mia moglie ed io abbiamo deciso di aggiungere al cognome di Romeo quello della mamma. E necessario l’aggiornamento conclusivo. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale che nel novembre 2016 aveva dichiarato illegittime le norme che impediscono ai coniugi di dare «di comune accordo» alla creatura anche il cognome materno, in famiglia avevamo ritenuto che bastasse presentarsi all’anagrafe del comune, e, oplà, la variazione sarebbe stata cosa fatta. Sbagliato. Perchè c’era sì la pronuncia della Consulta, ma nessun regolamento d’esecuzione conseguente. Ergo, si doveva continuare a procedere come prima. Presentando, cioè, domanda al Prefetto. È iniziata così una soap opera durante circa tre anni (ma in mezzo c’è stato l’anno di Covid, tempo sospeso che ormai serve a giustificare qualsiasi ritardo o rinvio). Alla fine, cioè all’inizio di quest’anno, la domanda è stata però finalmente accettata. Faccenda chiusa? No. Mia moglie e io siamo dovuti tornare in Prefettura – dove si entra uno alla volta, per via del Covid, ma senza mostrare il greenpass – a firmare un a dichiarazione congiunta in cui giuravamo che nel frattempo la nostra volontà non era venuta meno. Cie) era necessario per far sì che la decisione del Prefetto venisse affissa all’albo pretorio onde consentire a qualcuno dissenziente (ma
chi?) di farsi avanti ad eccepire. Trascorsi i 30 giorni, pensavamo la cosa fosse finita. Macchè. Perché il decreto doveva tornare al Prefetto per la firma definitiva. Così siamo arrivati a fine agosto. Quando ci é stato comunicato che l’iter era stato perfezionato. Alleluja? Manco per niente. Perché il decreto non viene trasmesso in via digitale con la rete intranet a tutte le amministrazioni pubbliche interessate. N0000, trappo facile: gli uffici pubblici tra loro non si «parlano». Il documento non viene neanche recapitato a casa (o per posta elettronica certificata, altra «rivoluzione» che doveva facilitare l’esistenza dei contribuenti). No: deve essere ritirato dai richiedenti. Che devono provvedere a farlo registrare in Comune. Dove la cosa dovrebbe avvenire in automatico: io ti porto il cartiglio, tu annoti il cambiamento. No. Si deve presentare un’altra domanda per chiedere che il decreto (del prefetto, mica di pizza e fichi) sia trascritto. E cosi siamo arrivati ad ottobre. E voi volete ancora farmi credere che il green pass e tutte le altre autorizzazioni ti allungano la salute e la vita, perché burocrazia e infrastrutture sono evolutissime, e diventeranno «ancora più migliori» con i miliardi del Recovery Fund? E proprio vero: lo Stato ha delle ragioni che la ragione di un
povero cittadino troppo spesso non capisce.
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CONTROLLO Una bidella controlla il green pass all’interno di una scuola [Ansa]

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