Lasciano sempre impronte di ratti le foglie di tè

Lasciano sempre impronte di ratti le foglie di tè sul fondo del mio bicchiere. Pericolo e perdita sono i guaiti dei cuccioli legati agli alberi sull’argine del fiume quella volta che c’è stata la piena, che mi rimbombano ancora in testa; le farfalle cometa e i lemuri dagli occhi azzurri sulle pagine dei giornali, spauriti, con cinque dita; i cinesi che spingono il cassonetto dell’immondizia come avessero deciso una recita da clochard dopo averlo riempito di stranezze; l’odore dei cipressi e la gioventù sui motorini, che s’infilano a spirale per la tromba d’Eustachio come corna d’ariete; il verso nasale delle capre in equilibrio precario sul margine della scarpata; chi bestemmia la senilità al piano di sotto; il ricordo delle ossa incartapecorite di papà, trascinate dalla sedia al divano come tanti piccoli bagagli; l’acqua che gorgoglia luccicando sempre diversamente, affilata come le tibie di una mantide. Pericolo e perdita sono sempre al passato perché ciò che siamo è allo stesso tempo ciò di cui ci si priva. Neppure le cose che penso di sapere adesso, mentre cerco di sfuggire, ridendo, i draghi di Komodo, sono vere; proprio come quelle che pensavo di sapere una volta. So che ho perso la vista un giorno, davanti al tabellone dei treni, ma non ricordo quando. So che fra i boschi di queste colline tua sorella morta ha masturbato per la prima volta un ragazzo, e questa è l’immagine di vita più bella che all’improvviso ho di lei. Ma è la mia vita di adesso, null’altro, multiforme e randagia come una grande città; provvisoria, come il mercato delle vettovaglie, autoreferenziale come lo sbuffo di quando hai mangiato troppo, come un brontolio in pancia. Anch’io sono un’emanazione, travestita da protesi, di tutto ciò che si corrode. Percorro il solito viale asfaltato lungo il fiume, per soli pedoni, e desidero follemente poter ripassare con una bomboletta la scritta sbiadita che qualcuno ha lasciato forse qualche mese fa, affinché lei, passando ogni mattina per andare a scuola, la possa vedere ancora. Hai sparato in alto quella volta. Ma ci vorrebbero cera dalle orecchie di una tigre ed alcool dagli zoccoli di un cervo per poter vivere di nuovo una delle scene da ubriachi alla Denis Johnson, in una vecchia baracca adibita a saloon, prostituita alla jungla del Vietnam, dove c’è solo vita perché c’è solo lotta, invece di inciampare sulle pigne e i vasetti di vetro della conserva, pieni di pinoli; negli asparagi e nelle dighe, nei paguri, le chiocciole e le more; nei nidi dei passerotti sui rami bassi della scogliera, nei merli che non mangiano neppure lo zucchero e il latte sulle tue dita e presto muoiono in gabbia, nei batuffoli di cotone; nelle tue gambe pelose e nelle corde delle altalene; nelle scarpe da ginnastica di marche affermate, ma non alla moda, diverse dalle Nike Air che mi ostino a comprare, nonostante sia assodato che ci passa l’acqua; di fronte alle facce dei genitori alle reti dei campi di atletica, ad assistere ai trenta metri; papà. Lo so, diresti che avrei dovuto imparare più cose osservando, per esempio, come si fa a far sembrare antica una cornice con la colla vinilica per i rilievi e i colori acrilici per l’invecchiamento ad Art Attack, la domenica mattina, e forse sarei finito a stendere la pizza, il sabato sera in un locale, con una ragnatela tatuata su un avambraccio e una ragazza originaria di Tel Aviv, felice. Forse avresti ragione, e davvero mi vorrei ribellare a come è andata, ma c’è qualcosa che non si può rompere perché se ne fa parte. Questo penso significhino i tagli nelle tele di Fontana: mi sono chiesto più spesso se qualcuno ne sarebbe potuto uscire piuttosto che se sarei riuscito ad entrare. È tutto così sereno e lineare che sembra impossibile che qualcosa si possa fermare, che la realtà si possa aprire, che si possa partorire: la neve rosa e due figure che procedono in lontananza, oltre il cancello, il vento che non cessa mai di riprendere, il rumore dei motori delle auto, vicino e lontano, verso il Decathlon, il McDrive o l’inceneritore; il verde grasso e la puzza di metano della falegnameria Mannori; poi il Bricolage, Pam e Unieuro. La famiglie spingono i carrelli; io ho in testa un carro di stracci di lino, un cappone avariato, e una rigattiera allo sbando fra i fumi delle macerie della guerra dei trent’anni. Colpa dello spettacolo. Le immagini tristi mi perseguitano. In qualche modo riesco a conservare uno sguardo muto e dolce da spazzacamino, che spesso piace alla gente. Da parte mia vorrei essere irriverente e avere una camicia strappata. La sera alla tv invidio ogni assassino nella boscaglia o lungo il ciglio di una strada sconosciuta, braccato come un animale, la maglietta appiccicata al petto per la pioggia, la mota sulla faccia, fin dentro le narici. Le stesse narici su cui ogni giorno rischiamo di evaporare, dove per poco ci si secca mentre si indossano All Star rosse, deformate da una cattiva postura, e calzini di cotone grezzo; attraverso cui inspiriamo, raggomitolati dentro piumini rosa da bambina o a cavallo di selle di vespe senza pelle; respirando con forza all’interno dei desiderati cessi mobili Sebach o sotto le azalee rosse e bianche sui balconi, fumando al tavolo del Caffè 21, tirandosela un po’; seduti sugli autobus che non prenderò. Autobus della LAM: linea alta mobilità; l’autobus che adesso arriva da Santa Lucia, dove è nata mamma, nel giorno più freddo dell’anno. Si ferma qua, vicino alla scogliera rossa: il primo e l’ultimo giovedì del mese i cocktails sono a quattro euro. Immagino ci sia tanta gente l’ultimo e il primo giovedì del mese. Forse ci sei anche tu. E ogni giorno, di fronte a tanta abbondanza cui partecipiamo, non posso che ripetermi che “è stato bello”, quel ‘bello’ con cui si definisce ogni cosa che non ci appartiene più e che infondo non rivorremmo indietro, come la visione delle coppie abbracciate a sbaciucchiarsi sulle sedie di plastica degli wash & dry, o la depilazione indolore dell’estetica cinese Amy; come passeggiare sulle reti piazzate nei punti scoscesi del giardino di san Donato dove ancora non è cresciuta l’erba, e in cui, ad ogni pausa pranzo, mi inzacchero le scarpe; come i modi assai egoistici che ho per scusarmi. E tutto passa, perché facilmente lo trascuriamo, e anch’io mi restituisco volentieri, come un abituè, al mio dolore alla retina, ai miei polpastrelli in fuori, che così spesso ti fanno tanto ridere, e alla dolcezza della fontanella che ancora hai in testa, che mi tiene così in ansia. Mi restituisco alla vera vita di quando sono solo oltre il ‘qui e vestiti’ del giorno dimenticato in cui abbiamo scelto di giocare. Ripercorro a ritroso l’argine, nascondendo in tasca la bellezza che pretendo di vedere ovunque e che millanto in me, la bellezza degli altri e del mondo, quella che se ne va imbellettata e sensuale per le strade e dentro le persone come una troia. A casa, senza rimorsi, di nascosto, la tiro fuori e la butto nel cesso.

Lasciano sempre impronte di ratti le foglie di tèultima modifica: 2019-04-21T16:50:06+02:00da nessuna.direzione

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