Lei era…

 

Non sai nemmeno deciderti
a fare una passeggiata in campagna;
non sei sicura se sia una fuga
o la cura
che ci vuole per riprenderti
da quel tuo startene rinchiusa
in camera dalla mattina alla sera.
Hai perso tutto il gusto della vita.
Davanti a te
c’è un grande schieramento di vicoli ciechi.
Ogni pensiero è un demonio,
un inferno..
Intorpidita, piena d’amarezza,
stai a guardare il mondo
che ti sbatte in faccia una porta dopo l’altra.
Hai dimenticato l’arte che una volta conoscevi,
ah, una volta,
di essere allegra,
di ridere, di aprirle quelle porte.”

 

nhy

Ci voleva Falcinelli per spiegare perché i bambinelli li dipingevano come piccoli adulti.

In “Visus. Storie del volto dall’antichità al selfie” si parla di Gesù: “Non si vuole rappresentare un vero neonato ma un puer senex, un bambino nato vecchio perché incredibilmente saggio”. La fine di questa idea coincide con l’avvento del “carino”, che non è cristiano.

Ecco spiegati i bambinelli bruttarelli. Ci voleva Riccardo Falcinelli, un pozzo di scienza visiva, e il suo “Visus. Storie del volto dall’antichità al selfie” (Einaudi), enciclopedia portatile della faccia secondo la pittura, la scultura, la fotografia, la cosmetica… “Se osserviamo i bambinelli dipinti prima del XIX secolo notiamo che Gesù ha spesso le fattezze di un mostriciattolo adultomorfo. E’ una scelta precisa: non si vuole rappresentare un vero neonato ma un puer senex, un bambino nato vecchio perché incredibilmente saggio, e il cui valore risiede in ciò che farà da adulto, cioè immolarsi per redimere i peccati del mondo. Quest’idea visiva del bambino come adulto ridotto in scala durerà a lungo. Solo a partire dall’Ottocento i bambini dipinti cominceranno a sfoggiare una faccia bambinesca”. Dunque è a partire dall’Ottocento che si sviluppa la tendenza del carino, oggi vera e propria alluvione. E il carino, con la sua melensaggine, la sua innocuità, la sua sterilità, non è cristiano (Gesù adulto è bello, non è carino).

Camillo Langone__da__IL FOGLIO
bambinello

Crepet, per educare bisogna credere nei ragazzi e pensare che un giorno riusciranno a camminare con le loro gambe

Il progetto educativo si fondava su alcune regole basilari: la speranza era che i figli nascessero in salute, avessero cibo sufficiente per sopravvivere… Dal boom economico in poi tutto è cambiato…Con il passare del tempo le modalità con le quali ci si è dedicati ai giovani ed alla loro educazione sembrano essere profondamente mutate e così ci si è ritrovati a declinare il verbo “educare” in varia maniera.

A tal proposito il sociologo e psichiatra Paolo Crepet pone l’accento proprio sull’atteggiamento strabico, ambiguo e contraddittorio degli adulti nei confronti dell’educazione delle nuove generazioni.

Da un lato vi è chi considera tale impegno come un peso, una responsabilità eccessiva, sperando che gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza possano passare in fretta e senza lasciare cicatrici. Si tratta di un atteggiamento «pedofobico», tipico di chi non riesce ad identificarsi in ciò che si attribuisce all’età evolutiva: gioia, purezza, incanto e creatività libera ed incondizionata. Si tratta di soggetti che considerano i primi anni di vita come un percorso da accelerare, «adulto-centrici», che ritengono fondamentale unicamente cercare di semplificare il più possibile il raggiungimento dell’età successiva. Ciò genera spesso grandi sensi di colpa generati da scarsa disponibilità o forse da un senso di inadeguatezza. Al contrario c’è invece chi pensa che l’educazione sia diventata un’impresa difficilissima, una sorta di prova da superare per gli adulti: i genitori si sentono così costantemente impreparati ad esercitare il ruolo genitoriale, ad assumersi le proprie responsabilità. Nel mezzo vi è chi crede ancora in un progetto di crescita, chi ama la sfida educativa per diventare adulti migliori.

In realtà la relazione tra genitori e figli e le modalità con le quali approcciarsi a svolgere la funzione di educatore sono completamente mutate. Prima, infatti, il progetto educativo si fondava su alcune regole basilari: la speranza era che i figli nascessero in salute, avessero cibo sufficiente per sopravvivere, vestiti per coprirsi ed i genitori dovevano sperare di avere denaro abbastanza a garantire loro l’istruzione necessaria per un lavoro migliore del proprio. Quindi occorreva rispettare chi garantiva la sopravvivenza e proteggeva la famiglia. Sussisteva una forte cooperazione fra genitori, nonni ed altri educatori mentre i bambini e gli adolescenti non avevano un ruolo proprio ma erano estremamente grati a chi li aveva messi al mondo e aveva permesso loro di non morire troppo presto. “La struttura familiare non poteva che fondarsi su un modello educativo piramidale, autoritario, proprio in quanti tali regole basilari non potevano e non dovevano essere messe in discussione, pena la perdita del controllo dell’intera impalcatura domestica, pilastro portante dell’intera comunità famiglio-centrica”, queste le parole di Paolo Crepet.Con il boom economico, invece, tutto è cambiato: il benessere economico raggiunto ha avuto delle ripercussioni anche sulle stesse regole educative. “Molti genitori hanno interpretato la più ampia circolazione del denaro, il maggior benessere percepito dalle famiglie come un inaspettato segnale di cambiamento che avrebbe dovuto coinvolgere anche il proprio ruolo educativo e il grado delle loro responsabilità: per la prima volta nella storia il loro mestiere non avrebbe più dovuto essere incentrato sulla preoccupazione di garantire migliori condizioni materiali ai figli”, così ci spiega lo psichiatra in maniera chiara e dettagliata. Si passò ad un’educazione liquida, dove ciò che era fondamentale è quanto i genitori potessero donare ai loro figli: una profusione di denaro per concedere il superfluo, passando dall’insegnamento del dovere al diritto di pretendere, soprattutto ciò che non è essenziale. Dall’autoritarismo si giunse a quello che Paolo Crepet definisce «permissivismo educativo». Tale new deal educativo ha visto da un lato la crescita di genitori con grandi sensi di colpa, sentendosi in difetto rispetto al ruolo di «datori», dall’altro i figli non sono più in grado di creare, di costruire senza il loro sostegno, proprio perché cresciuti con l’idea che i genitori dovessero essere sempre presenti, disponibili e generosi. Ciò determinò conseguenze estremamente negative divenendo i giovani incapaci di affrontare la cruda realtà, che presuppone capacità autonome di sopravvivenza e progettazione. Più che a degli educatori i genitori somigliano a dei bancomat: il genitore liquido preferisce e ritiene più semplice donare denaro al figlio piuttosto che garantire la sua vicinanza, il suo tempo, in quanto guida e punto di riferimento. L’apprensione genitoriale è quella di «non far mai mancare niente» ai propri figli: bambini ed adolescenti devono essere colmi, sazi anche di sciocchezze, di cose futili e di libertà non essenziali. D’altronde sono davvero pochissimi i genitori che offrono ad i loro figli tempo, dedizione, fungendo da esempio, piuttosto che denaro, oggetti o libertà non essenziali. Tuttavia Paolo Crepet, in maniera significativa, ci fa comprendere come occorra riscoprire il coraggio di educare, che risiede nella capacità di togliere, non di aggiungere.“Possedere il coraggio di educare significa essere capaci di credere nei ragazzi, di pensare che riusciranno a camminare con le loro gambe, esattamente come sono stati in grado di fare i loro genitori”, così conclude la sua riflessione lo psichiatra. Occorre, quindi, che gli adulti ritrovino l’audacia di saper rischiare sui propri figli, credendo fino in fondo nelle loro capacità e nel loro talento.

Da Mondo Scuola            

Ti Auguro…

A moltissimi autori piace dedicare un Ti Auguro alle persone che amano, magari anche no , purchè disposti a leggerli .Si  sono cimentati  autori famosi, i cui ti auguro sono celeberrimi e altri , illustri sconosciuti. Non ricordo quanti ne possa aver letti, alcuni anche  ripubblicati, ma questo   non  mi era ancora capitato di incontrarlo. L’autore non  è uno sconosciuto, ma un celeberrimo e si chiama Victor Hugo, il padre del Romanticismo francese e  noto ,quasi a tutti ,per la sua opera Notre Dame De Paris.

TI AUGURO

Ti auguro in primo luogo di amare, e che amando, tu sia anche amato.
E che coloro che non ti amano, li dimentichi e che dopo averli dimenticati, non porti rancore.

Ti auguro che non sia così, ma se così fosse, che tu sappia vivere senza disperazione.

Ti auguro di avere amici e che, anche se non fossero assennati o responsabili, ti siano fedeli e leali, e che almeno ce ne sia uno di cui fidarti ciecamente.

E, poiché così è la vita, ti auguro di avere dei nemici.
Né troppi né troppo pochi, ma il numero giusto per farti dubitare ogni tanto delle tue certezze, e che tra di loro vi sia almeno uno nel giusto affinché tu non ti senta eccessivamente sicuro di te.

Ti auguro di essere utile ma non indispensabile, e che nei momenti bui, quando non ti resta più nulla, questo tuo essere utile ti sia sufficiente per farti restare in piedi.

Ti auguro di essere tollerante, non verso chi commette piccoli errori, cosa troppo facile, ma verso coloro che sbagliano spesso e in modo irrimediabile, e che dimostrando la tua tolleranza tu sia di esempio ad altri.

Spero anche che quando sei giovane non maturi troppo in fretta, e che quando sei già maturo non insisti a voler tornare giovane, e che quando sarai vecchio non ti lasci prendere dalla disperazione.
Perché ogni età ha il suo piacere e il suo dolore.

Non voglio che tu sia triste.
No, non tutto l’anno, ma potresti provare tristezza solo per un giorno.
In modo che tu apprezzi che la risata ritrovata è buona e migliore di una solita risata blanda, costante e malsana.

Ti auguro di scoprire, subito, prima di tutto e nonostante tutto, che esistono e ti circondano persone oppresse e trattate con ingiustizia, e persone infelici.

Ti auguro di accarezzare un gatto, gettare delle briciole a un passero e ascoltare un cardellino che innalza trionfante il suo canto mattutino, perché ti farà sentire bene così, senza altro motivo.

Ti auguro di piantare un seme, per piccolo che sia, e di accompagnarlo durante la sua crescita, per scoprire di quante vite è fatto un albero.

Ti auguro anche che tu abbia un po’ di soldi, solo per il necessario e il pratico, e che almeno una volta all’anno pensi
a questi soldi e dici a te stesso: “Questo è mio”, me li sono guadagnati. Solo per far capire chi è il padrone di chi.

Ti auguro anche che tu resti il più a lungo possibile con coloro che ami e che, se se ne vanno, tu possa piangere senza lamentarti e soffrire senza sentirti in colpa.

Ti auguro infine che tu, uomo o donna, abbia una compagnia buona, oggi e il giorno dopo, e che esausti e sorridenti parliate d’amore per ricominciare.
Se avrai tutte queste cose, non ho più nulla da augurarti.

 

Un barbecue per resistere all’assedio degli amidi…

 

Nei centri storici chiudono i negozi e aprono pizzerie, pinserie, puccerie, piadinerie, tigellerie, focaccerie. È il trionfo della bassa ristorazione. Prego pertanto per il successo di “Foco”, “il barbecue che rivoluziona la tua griglia”

Pizzerie, pinserie, puccerie, piadinerie, tigellerie, focaccerie… Nei centri storici chiudono le gioiellerie, le profumerie, le drogherie, le calzolerie, le cartolerie e aprono innumerevoli, ignobili mangerie dove ti rimpinzano di carboidrati. E’ il business dell’ingrasso. Me lo spiega un ristoratore: “Costruisco il mio menù in base alla marginalità e dunque evito il più possibile la carne”. La carne costa, farina è la risposta. Potrebbe essere lo slogan della bassa ristorazione, l’unica ristorazione che sembra avere un presente e anche un futuro, destinata com’è ai crescenti numeri delle masse diabetiche e pitagoriche (vegetariane). Prego pertanto per il successo di “Foco”, splendido ordigno metallico che ho visto promosso da due eroi della brace quali Paolo Parisi e Barù, ossia Gherardo Gaetani dell’Aquila d’Aragona.

foco

Barbecue rovente, cottura lenta e sapori intensi. Con prodotti freschi e carne preparata con cura dai nostri chef, il barbecue FOCO raggiunge la temperatura ideale per esaltare ogni ingrediente. È il momento: accendi la tua creatività alla griglia!Vivi l’esperienza del fuoco e scopri un gusto unico, grazie alla cottura impeccabile che solo FOCO può offrire. La sua piastra (disco centrale) e il grill ti permettono di avere ogni alimento sempre sotto controllo e a portata di mano.
Una volta provato, non potrai più farne a meno. Accendi un barbecue FOCO anche tu!

“Il barbecue che rivoluziona la tua griglia. Con la piastra circolare che ti permette di avere 3,14 metri sotto controllo. Uno strumento pratico ma soprattutto conviviale”. Prego per Foco e per riuscire a conservare il fuoco del carnivorismo, per avere sempre amici da grigliata, per resistere all’assedio degli amidi.

Camillo Langone__da __IL FOGLIO

 

Per chi è convinto che conoscere il latino sia cosa inutile, ecco alcune parole bellissime di Don Milani,scritte al tempo in cui il latino ancora veniva insegnato, ma non a tutti…

Sono otto anni che faccio scuola ai contadini e agli operai e ho lasciato ormai quasi tutte le altre materie. Non faccio più che lingua e lingue. Mi richiamo dieci, venti volte per sera alle etimologie. Mi fermo sulle parole, gliele seziono, gliele faccio vivere come persone che hanno una nascita, uno sviluppo, un trasformarsi, un deformarsi. Nei primi anni i giovani non ne vogliono sapere di questo lavoro perché non ne afferrano subito l’utilità pratica. Poi pian piano assaggiano le prime gioie. La parola è la chiave fatata che apre ogni porta. L’uno se ne accorge nell’affrontare il libro del motore per la patente. L’altro fra le righe del giornale del suo partito. Un terzo s’è buttato sui romanzieri russi e li intende. Ognuno di loro se n’è accorto poi sulla piazza del paese e nel bar dove il dottore discute col farmacista a voce alta, pieni di boria. Delle loro parole afferra oggi il valore e ogni sfumatura. S’accorge solo ora che esprimono un pensiero che non vale poi tanto quanto pareva ieri, anzi pochino. I più arditi han provato anche a metter bocca. Cominciano a inchiodar il chiacchierone sulle parole che ha detto.

Don Lorenzo Milani

OIP (1)

Seduzione e innamoramento…

È vero che vi è anche chi riesce a indurre qualcuno a innamorarsi di lui o di lei, ma in questo caso non si tratta di amore ma di una contraffazione, abbastanza frequente peraltro: la seduzione. Il termine è formato dal pronome” sé” e dal fonema “duzione” che viene dal verbo latino ducere, “condurre”(da cui anche dux, duce), per cui la se-duzione è la conduzione dell’altro verso di sé, atto supremo di narcisismo che sfrutta come un parassita la sete di “amore dell’altro. L’amore vero è l’esatto opposto, è la co2nduzione di sé verso l’altro, la riconduzione all’altro di tutte le nostre energie, così da abbattere la statua de”ll’ego e dilatare l’anima per crearvi all’interno una radura accogliente. Perché si possa parlare propriamente di amore, l’ego deve venire inciso, ferito, lacerato, e poi aperto, tirato, disteso.., un po’ come la pasta quando si fanno le tagliatelle che viene tirata e stesa con il mattarello. Al sorgere dell’amore infatti l’ego viene attratto in modo irresistibile, e quindi necessariamente doloroso, da una forza molto più intensa, qualcosa di avvolgente e di primigenio che l’attira ma anche lo spaventa, una specie di magnetismo cosmico che giace al fondo dei viventi e che all’improvviso inizia a emettere una specie di radiazione incontenibile-

Vito Mancuso

OIP

Un Giubileo per ricucire la cristianità..

 

Cosa dobbiamo sperare per il Giubileo che si è aperto da poco? No, non intendo il numero di pellegrini che verranno o le opere pubbliche da finire. E non intendo nemmeno gli effetti dei messaggi papali dedicati alla “martoriata Ucraina” e in Medio Oriente, con la solita, inascoltata invocazione alla pace e alla fine di ogni conflitto perché “ogni guerra è una sconfitta”. No, intendo qualcosa che attiene direttamente al significato pastorale e religioso del Giubileo, alla missione della Chiesa e del Papato rispetto ai cristiani.
Il discorso slitta sempre su temi civili e sociali, dalle guerre all’immigrazione, dalle minoranze lgtbq all’emancipazione della donna, dai rapporti con l’America di Trump a quelli col mondo islamico o la Cina. Non si parla mai di un tema cruciale per la Chiesa e per la cristianità, che vivono – come ben sappiamo – un declino senza precedenti di fede, di fedeli e di vocazioni, di presenze in chiesa e di pratica religiosa. C’è un punto di partenza a cui il papa si dovrebbe dedicare, preliminare a ogni altro: ricucire la frattura in seno alla chiesa tra i credenti, nel popolo cristiano, diviso tra conservatori e progressisti, tra fedeli alla Tradizione e impegnati sul piano umanitario. È una frattura annosa e profonda, una ferita che si acuì ai tempi del Concilio Vaticano II, e a cui pochi papi hanno cercato di porre rimedio. Tra questi Giovanni Paolo II, che parlava ai cattolici di ogni versante.
Papa Bergoglio, in questi dodici anni di papato, ha decisamente spostato il baricentro della Chiesa sul versante moderno della laicità, del dialogo con i non cristiani, dell’apertura oltre l’Europa e l’Occidente; la priorità ai migranti e ai poveri, l’apertura alle donne e agli omosessuali. Anche se non sono mancati segnali in senso inverso, a volte palesemente contraddittori rispetto alla linea seguita, ai vescovi e cardinali da lui nominati e quelli messi da parte: dall’aborto ad alcune battute sulla “frociaggine” e sulle lobby gay nella Chiesa, o a certi richiami alla fede mariana. Ma il profilo generale di questo papato si inscrive in quella linea che preferisce il dialogo interreligioso al dialogo intercristiano; e l’apertura ai laici e ai non credenti più che ricucire tra cattolici progressisti e cattolici tradizionali.
Già Augusto del Noce notava, diversi anni fa, che i cattolici progressisti si sentono più vicini e più propensi al dialogo coi progressisti non cattolici piuttosto che coi cattolici non progressisti; la fede cristiana è per loro una variabile secondaria rispetto all’opzione progressista. La stessa cosa sembra avvenire con Bergoglio.
Finora questa è stata una critica al suo papato; ora, nell’anno del Giubileo, diventi un’esortazione, un accorato appello: provi a ricucire la spaccatura della Chiesa tra questi due versanti, a diventare veramente pontifex tra le due sponde. Sono già pochi i credenti e ancora più scarsi sono i praticanti: se a loro volta sono divisi e ostili, si riducono a minoranze del tutto marginali. Faccia uno sforzo, Francesco, provi a dialogare coi cattolici tradizionali, dialoghi con loro come dialoga con gli islamici, con gli atei, con i non credenti; trovi anche uno Scalfari nel versante opposto, tra i cattolici di sempre. Provi a conciliare i due mondi dentro la Chiesa, ponendosi come il garante e il pastore di entrambi. Rilanci dei segnali, anche liturgici, riprenda in considerazione la messa in latino come possibilità alternativa, riapra il discorso sulle figure che hanno rappresentato al meglio quella scelta di fede, rivolga messaggi e carezze anche a loro; non li tratti come nemici o come membri di chissà quale Ku-Klux-Klan.
Ha senso opporre a Trump un vescovo progressista, filo-lgtbq? È davvero convinto che Trump sia il male assoluto? Non le dice nulla la sua intenzione di metter pace in Ucraina e in Medio Oriente, difendere la famiglia e la religione e opporsi all’aborto? Certo, poi c’è l’altro Trump, indigesto magnate e spaccone, con una mentalità che fa a pugni con la fede cristiana. Ma il Papa si confronta con capi di stato che hanno portato la guerra dappertutto, che hanno approvato stragi “umanitarie” di civili, che promuovono la società libertaria in tema di droga, sesso e nichilismo. Perché non provare, anche in questo caso a stimolare la parte positiva di quella parte che sostiene Trump nel mondo? Dico Trump perché è il tema del momento, ma lo stesso discorso vale per tutti i Grandi della Terra, quasi tutti provenienti da altre tradizioni religiose o dall’ateismo.
Il tentativo di una Conciliazione tra cattolici progressisti e cattolici tradizionali, a mio parere, dovrebbe andare oltre i Portoni del cattolicesimo. Il dialogo interreligioso, che è benefico e sacrosanto, dovrebbe partire dal mondo più vicino: per storia, tradizione, spiritualità, la prima interlocutrice dovrebbe essere la chiesa ortodossa, russa, di rito greco-bizantino. Anzi in questo caso si dovrebbe andare al di là del dialogo tra religioni; si dovrebbe tentare, magari ponendosi come traguardo il 2033 quando l’intera cristianità celebrerà in uno speciale Giubileo il bimillenario della morte e resurrezione di Gesù Cristo, di ricucire lo scisma tra Chiesa d’Oriente e Chiesa d’Occidente. Quasi impossibile appare la fusione, ma qualcosa che si avvicini il più possibile a un processo di riunificazione sarebbe un potente messaggio non solo pastorale e spirituale ma anche storico e geopolitico. Ci provi, Santità, se vuole essere all’altezza di quell’appellativo che deriva dalla tradizione.

Marcello Veneziani             

Da un libro datato (1977) ,ma sempre molto attuale…

 

Viviamo in un mondo piuttosto sgradevole, dove non soltanto la gente, ma anche i poteri stabiliti hanno interesse a comunicarci degli affetti tristi.

La tristezza, gli affetti tristi sono tutti quelli che diminuiscono la nostra potenza d’azione. I poteri stabiliti hanno bisogno delle nostre tristezze per fare di noi degli schiavi. Il tiranno, il prete, i compratori d’anime hanno bisogno di persuaderci che la vita è dura e pesante. I poteri hanno meno bisogno di reprimerci che di angosciarci, o, come dice Virgilio, di amministrare e organizzare i nostri piccoli intimi terrori. Il lungo pianto universale sulla vita: la mancanza-a-essere che è la vita… Si ha un bel dire “balliamo”, uno non è affatto contento. Si ha un bel dire “che disgrazia la morte”, si sarebbe dovuto vivere per avere qualcosa da perdere. I malati, sia nell’anima che nel corpo, non ci molleranno, come vampiri, finché non ci avranno comunicato la loro nevrosi e la loro angoscia, la loro prediletta castrazione, il risentimento contro la vita, l’immondo contagio. È tutta questione di sangue. Non è facile essere un uomo libero: fuggire la peste, organizzare gli incontri, aumentare la potenza d’azione, commuoversi di gioia, moltiplicare gli affetti che esprimono o sviluppano un massimo di affermazione. L’ Anima e il Corpo, l’anima non è né di sopra né di dietro, essa è “con”, e sulla strada, esposta a tutti i contatti, gli incontri, in compagnia di coloro che la seguono sullo stesso cammino, “sentire insieme a loro, cogliere la vibrazione della loro anima e della loro carne mentre passa”*, il contrario di una morale della salvezza, insegnare all’anima a vivere la propria vita e non a salvarla.

Gilles Deleuze e Claire Parnet __ Conversazioni

 

old