Dubita del destino e credi a te stesso…

Dubita del destino e credi a te stesso

Ancor peggio
della convinzione del no,
l’incertezza del forse
è la disillusione di un”quasi”.
E’ il quasi che mi disturba,
che mi intristisce, che mi ammazza
portando tutto quello
che poteva essere stato
e non è stato.
Chi ha quasi vinto gioca ancora,
Chi è quasi passato studia ancora,
Chi è quasi morto è vivo,
Chi ha quasi amato non ha amato.
Basta pensare alle opportunità
che sono scappate tra le dita,
alle opportunità che si
perdono per paura,
alle idee che non usciranno
mai dalla carta
per questa maledetta mania
di vivere in autunno.
Mi chiedo, a volte,
cosa ci porta a scegliere
una vita piatta;
o meglio, non mi chiedo,
contesto.
La risposta la so a memoria,
è stampata nella distanza
e freddezza dei sorrisi,
nella debolezza degli abbracci,
nell’indifferenza dei “buongiorno”
quasi sussurrati.
Avanza vigliaccheria
e manca coraggio
perfino per essere felice.
La passione brucia,
l’amore fa impazzire,
il desiderio tradisce.
Forse questi possono essere motivi
per decidere tra allegria e dolore,
sentire il niente,
ma non lo sono.
Se la virtù stesse proprio
nei mezzi termini,
il mare non avrebbe le onde,
i giorni sarebbero nuvolosi
e l’arcobaleno in toni di grigio.
Il niente non illumina,
non ispira, non affligge,
nè calma,
amplia solamente il vuoto
che ognuno porta dentro di sè.
Non è che la fede muova le montagne,
nè che tutte le stelle
siano raggiungibili,
per le cose che non possono
essere cambiate
ci resta solamente la pazienza,
però, preferire la sconfitta
anticipata al dubbio della vittoria
è sprecare l’opportunità di meritare.
Per gli errori esiste perdono;
per gli insuccessi, opportunità;
per gli amori impossibili, tempo.
A niente serve assediare
un cuore vuoto
o risparmiare l’anima.
Un romanzo la cui fine
è istantanea
o indolore non è un romanzo.
Non lasciare che
la nostalgia soffochi,
che la routine ti abitui,
che la paura ti impedisca di tentare.
Dubita del destino e
credi a te stesso.
Spreca più ore realizzando
piuttosto che sognando,
facendo
piuttosto che pianificando,
vivendo piuttosto
che aspettando perchè,
già che chi quasi muore è vivo,
chi quasi vive è già morto!!!

 

Luis Fernando Verissimo

 

dubita

Ho messo un abito scollato e non so se ritorni …

Ho messo un abito scollato e non so se ritorni,
ma le parole sono pronte sulle labbra come
segreti imperfetti o germogli di acqua custoditi per
l’estate. E, se di notte le ripeto in sordina, nel silenzio
della stanza, prima di addormentarmi, è come se all’improvviso
gli uccelli fossero già arrivati a sud e tu ritornassi
in cerca di questi antichi messaggi lavati dal tempo:

Andiamo a casa? Il sole dorme sui tetti la domenica
e c’è un intenso odore di lino sparso sui tetti.
Possiamo rivoltare i sogni al rovescio, dormire dentro il pomeriggio
e lasciare che il tempo si occupi dei gesti più piccoli.

Andiamo a casa. Ho lasciato un libro aperto a metà sul pavimento
della stanza, sono sole nella scatola le vecchie foto
del nonno, c’erano le tue mani strette con forza, quella
musica che eravamo soliti ascoltare d’inverno. E io voglio rivedere
le nuvole ritagliate nelle finestre rosse del crepuscolo;
e voglio andare di nuovo a casa. Come le altre volte.

E così mi preparo per il sonno, notte dopo notte, dipanando la lenta
matassa dei giorni per scontare l’attesa. E, quando la nidiata
allontanerà alla fine le ali della chiglia al suo primo volo,
di certo mi troverò ancora qui, ma potrò dire che, per lo
meno qualche volta, già inviai i messaggi, già dalla mia
bocca udii queste parole, che tu ritorni o non ritorni.

 Maria do Rosário Pedreira

mastroianni

La paura di Montalbano, da “Ferito a Morte”, di Andrea Camilleri.

 

(…)
Niscenno dal commissariato gli venne improvviso quanto travolgentespinno di un piatto di pasta condita con pesto alla trapanese, pietanza che Adelina, per imperscrutabili ragioni, si rifiutava di fargli. Arrivò davanti al supermercato che le saracinesche erano abbassate a metà. Si calò, trasì, si trovò davanti il direttore, il signor Aguglia.
– Commissario, desidera?
– Volevo un barattolo di pesto alla trapanese.
– Stia qua, glielo vado a prendere io.
Le luci del supermercato erano per tre quarti astutate, nelle casse non c’era più nessuno. Tornò il direttore col barattolo.
– Ecco qua. Lo pagherà la prossima volta….
(…)
A Marinella cuocì la pasta, la scolò, la mise nel piatto, ci versò dintra tutto intero il barattolo di condimento (“per quattro persone”, c’era scritto), s’assittò al tavolo della stessa cucina, se la scialò.
Nel frigorifero trovò triglie con la salsetta di pomodoro preparate da Adelina, le quadiò, sele godé.
Dopo mangiato, lavò accuratamente i piatti per non lasciare segno del pesto alla genovese, se Adelina l’indomani se ne addunava capace che avrebbe attaccato turilla. Si fece persino scrupolo di infilare il barattolo vacante proprio in fondo al sacchetto della spazzatura. Poi s’assittò davanti alla tele visione, soddisfatto come un assassino che è certo d’aviri fatto scomparire ogni traccia del delitto.
(…)

Filippo De Pisis – Pesce bottiglia di vino e coltello su tavolo

Filippo De Pisis - Pesce bottiglia di vino e coltello su tavolo

La saggezza nel tralasciare le cose che non dipendono da noi..

 

Vivessero tutti come me i disagiati del pianeta. Mi danno del disagiato per ciò che scrivo in queste poche righe devote. Io che vivo piuttosto comodo e ne sono consapevole. Come tutti a volte mi lamento, e non dovrei perché non serve a nulla. Come tutti ho pensieri e dispiaceri ma ho pure non comuni consolazioni: della gastronomia, dell’enologia, della filosofia… Non di Boezio bensì di Epitteto, la cui saggezza consiglio all’amico lettore. Il filosofo stoico insegna a occuparsi delle cose che dipendono da noi e a tralasciare quelle che non dipendono da noi. La Chiesa? Non dipende da me. L’Italia? Nemmeno. Ed ecco neutralizzate due fonti di disagio inesauribile. Ovviamente ce ne sono molte altre. La Russia? L’Ucraina? L’Armenia? Non posso farci nulla. L’Iran? Israele? Gaza? Mia impotenza assoluta. Dipende invece da me quello che mangio e che bevo, e trascrivo qui, anche se sembra una caricatura, un mio classico menù pugliese: ostriche, ostriche rosse, noci di mare, musci (o mussoli che dir si voglia). Sono un disagiato di lusso e vorrei continuare così a lungo. Ma nemmeno questo dipende da me.

Camillo Langone

disagiato

Erotismo…

Erotismo

Angoli della notte – ritovi di omosessuali. Le prostitute
stanno un pò in disparte; tirano fuori gli specchietti;
rimirano
metà di una loro guancia e metà luna. Ritoccano le labbra.
Il rosso
cangia in viola, come l’ombra sotto il letto di bronzo
che nasconde due scarpine bianche invecchiate. Nel grande
viale
giace come una salma una tuta blu d’operaio. (Che sia
Pasolini schiacciato dall’Alfa Romeo?) Devi tornare –
diceva; –
una stella lunga, molto lunga, e i mozziconi di sigaretta. Si
sono induriti negli anni,
indurite anche le mani. Ciascuno
ha moltissime mani. Lo sai. Le mani
tastano, massaggiano il buio da ogni parte. Sulle dita resta
una sostanza vischiosa e densa, come di lumaca o sperma;
poi non si vogliono lavare. Si coricano alla rinfusa su un
grande treno
che attraversa una foresta sconfinata. Un uomo dai baffi
neri
sulla terrazza bianca del palazzo più alto
si taglia le unghie dei piedi al chiaro di luna. La donna le
raccoglie
riprende l’ascensore e scende in cucina per gettarle
nel secchio dell’immondizia. Ci ripensa. Le chiude
in un cofanetto blu di velluto. E piange.

Ghiannis Ritsos

 
erotismo

Il Ritorno di Lilith – Joumana Haddad

Il Ritorno di Lilith

Io sono Lilith, la dea delle due notti che ritorna dall’esilio.

Io sono Lilith, la donna-destino. Nessun maschio le è mai
sfuggito e nessun maschio desidera sfuggirle.

Io sono le due lune Lilith. Quella nera è completata dalla
bianca, perché la mia purezza è la scintilla della sua deprava-
zione, e la mia astinenza l’inizio del possibile. Io sono
la donna-paradiso che cadde dal paradiso, e sono la caduta-
paradiso.

Io sono la vergine, viso invisibile della scostumatezza,
la madre-amante e la donna-uomo. La notte perché sono il
giorno, il lato destro perché sono il lato sinistro, e il Sud per-
ché sono il Nord.

Io sono Lilith dai candidi seni. Irresistibile è il mio fascino
perché i miei capelli sono corvini e lunghi, e di miele sono i
miei occhi. La leggenda narra fui creata dalla terra per
essere la prima donna di Adamo, ma io non mi sono sotto-
messa.

Io sono la donna-banchetto e gli invitati al banchetto. Stre-
ga alata della notte è il mio soprannome, e dea della tenta-
zione e del desiderio. Mi hanno definita signora del piacere
gratuito e della masturbazione, e sono stata affrancata dalla
condizione di madre affinché io sia l’immortale destino.

Io sono Lilith che ritorna dalla cella del candido oblio, leo-
nessa del signore e dea delle due notti. Raccolgo ciò che non
può essere raccolto nel mio calice da cui bevo perché sono
la sacerdotessa e il tempio. Consumo tutte le ebbrezze affinché
non si creda che io mi possa dissetare. Io mi faccio l’amore
e mi riproduco per creare un popolo del mio lignaggio, poi uc-
cido i miei amanti per lasciare spazio a coloro che non mi
hanno ancora conosciuta.

Ritorno dalla cella del candido oblio per coloro che non
mi hanno ancora conosciuta, per lasciare spazio ritorno af-
finché non si creda che io mi possa dissetare, dal biancore
dell’oblio per assediare la vita e affinché il numero aumenti,
per uccidere i miei amanti io ritorno.

Io sono Lilith, la donna-foresta. Non ho subito attese au-
gurabili ma ho subito i leoni e le pure specie di mostri. Fe-
condo tutti i miei fianchi per tessere il racconto. Raccolgo le
voci nelle mie viscere perché il numero degli schiavi sia al
completo. Mi nutro del mio corpo perché non mi si creda af-
famata e mi disseto con la mia acqua per non patire mai la
sete. Le mie trecce sono lunghe per l’inverno, e le mie valigie
non hanno fondo. Nulla mi soddisfa nulla mi sazia, ed ecco
che ritorno per essere la regina degli smarriti nel mondo.

Io sono la guardiana del pozzo e il punto di incontro degli
opposti. I baci sul mio corpo sono le piaghe di quanti lo ten-
tarono. Dal flauto delle due cosce sale il mio canto, e dal mio
canto la maledizione si diffonde come acqua sulla terra.

Io sono Lilith, la leonessa seduttrice. Mano di ogni serva,
finestra di ogni vergine. Angelo della caduta e coscienza del
sonno leggero. Figlia di Dalila, di Maia Maddalena e delle
sette fate. Nessun antidoto alla mia dannazione. Dalla mia
lussuria s’innalzano le montagne e sgorgano i fiumi. Ritorno
per travolgere con i miei flutti il velo del pudore, e per asciu-
gare le piaghe della mancanza con la fragranza della depra-
vazione.

Dal flauto delle due cosce si eleva il mio canto
e dalla mia lussuria sgorgano i fiumi.
Come non potrebbero esserci maree
ogni volta che tra le mie labbra verticali brilla un sorriso?

Perché io sono la prima e l’ultima
la cortigiana vergine
la concupita temuta
l’adorata disprezzata
e la velata nuda,
perché sono la maledizione di ciò che precede,
il peccato scomparso dai deserti
quando abbandonai Adamo.
Egli errò qui e là, infranse la sua perfezione.
Io lo feci discendere sulla terra e accesi per lui
il fiore del fico.

Io sono Lilith, il segreto delle dita che insistono. Scavo il sen-
tiero, divulgo i sogni, fendo le città del maschio col mio dilu-
vio. Non riunisco coppie di ogni specie nella mia arca: piutto-
sto divengo, affinché il sesso si purifichi da ogni purezza.

Io, simbolo della mela, i libri mi hanno scritta anche se
non mi avete mai letta. Il piacere sfrenato, la sposa ribelle il
compimento della lussuria che conduce alla rovina totale:
sulla follia si schiude la mia camicia. Quanti mi ascoltano
meritano la morte, e quanti non mi ascoltano moriranno di
rabbia.

Non sono né la ritrosia né la giumenta facile,
piuttosto il fremito della prima tentazione.

Non sono né la ritrosia né la giumenta facile,
piuttosto lo svanire dell’ultimo rimpianto.

Io, Lilith, l’angelo scostumato. Prima giumenta di Adamo
e corruttrice di Satana. L’immaginario del sesso represso e il
suo grido più forte. Timida perché sono la ninfa del vulcano,
gelosa perché sono la dolce ossessione del vizio. Il primo pa-
radiso non potè sopportarmi. E fui cacciata perché semino la
discordia sulla terra, perché gestisco sui giacigli gli affari dei
miei sudditi.

Sorte dei conoscitori e dea delle due notti. Unione del son-
no e della veglia. Io. Il feto poeta, perdendomi ho guadagna-
to la mia vita. Ritorno dal mio esilio per diventare la sposa
dei sette giorni e le ceneri di domani.

Io sono la leonessa seduttrice e ritorno per coprire i sotto-
messi di vergogna e per regnare sulla terra. Ritorno per gua-
rire la costola di Adamo e liberare ogni uomo dalla sua Eva.

Io sono Lilith
e ritorno dal mio esilio
per ereditare la morte della madre che ho generato.

Joumana Haddad

 

Lillith

Eutanasia, meno leggi più buonsenso

 

L’eutanasia alla fiorentina. Arriva a spizzichi e bocconi, per via regionale e rateale, la legge sul suicidio medicalmente assistito, attraverso l’autosommistrazione di un farmaco letale. Ad approvarla è stata la Regione Toscana guidata dalla sinistra che l’ha votata insieme ai rappresentanti del Movimento Cinque Stelle, mentre hanno votato contro le opposizioni di centro-destra. Esulta l’associazione Luca Coscioni che ha promosso il testo, si rammaricano i vescovi toscani per una legge che gli oppositori ritengono disumana e anticostituzionale. E si annunciano altre regioni pronte a seguire la linea toscana, incluso il Veneto guidato da Zaia e dal centro-destra. Con la pressione conseguente sul governo Meloni per colmare il vuoto legislativo e produrre una legge nazionale sul tema.

Cosa c’è che non va nella legge che liberalizza il “fine vita”?

Lasciamo da parte i toni perentori delle crociate con i relativi anatemi, congediamo le certezze assolute e i manicheismi applicati a un tema così delicato e cruciale come la vita al cospetto della morte. Poniamo invece due questioni pratiche, di buon senso

La prima di ordine generale riguarda l’assurda situazione che in una stessa nazione, in uno stesso stato, questioni così importanti come il diritto alla vita o all’eutanasia, possano variare da regione a regione. Mi aspetterei che per ritorsione le regioni a guida cattolica limitino la possibilità di abortire interpretando diversamente la legge sull’interruzione di gravidanza. È uno degli effetti perversi di quell’infame modifica al titolo V della Costituzione che dette alle Regioni sovranità in materia di sanità, sicurezza e istruzione; questioni che invece dovrebbero essere trattate allo stesso modo su tutto il territorio nazionale, senza diseguaglianze. Una follia, che l’autonomia differenziata vorrebbe ulteriormente acuire. Questa è l’eutanasia della Nazione, con la vivisezione regionale della salute degli italiani tra regioni liberomortiste e antimortiste.

Col paradosso di far nascere un’altra possibile migrazione sanitaria transregionale: se vuoi curarti e salvarti la vita vai in Lombardia, se vuoi invece morire con un regolare suicidio assistito vai in Toscana.

Non trovate aberrante questo nomadismo sanitario, questo relativismo regionale della salute?

Ma c’è un’altra questione più importante per le persone. Il tema vero in gioco che tocca l’umanità dei malati e la loro dignità, è l’accanimento terapeutico. Ha senso accanirsi a mantenere in vita, tra sofferenze perduranti, malati terminali che non hanno alcuna possibilità di sopravvivere, anche al minimo delle loro condizioni? Ha senso mantenere in vita malati in stato vegetativo di cui è certa l’irreversibilità del male? In un articolo in favore della legge toscana sul fine vita, Luigi Manconi cita l’esempio di Michele Brambilla, un giornalista cattolico, che dopo aver criticato l’eutanasia a proposito del caso Englaro nel nome della difesa della vita, si è trovato poi a scegliere per sua madre tra un intervento chirurgico estremamente rischioso e la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiale, e ha optato per la seconda ipotesi. L’esempio citato da Manconi doveva servire a sostenere la bontà della legge sul fine vita. Invece dimostra esattamente il contrario: non c’è bisogno di una legge per stabilire una scelta di questo tipo, succede già, basta il buon senso, la pietà dei propri cari, l’umanità e la coscienza dei medici per adottare sul piano pratico una decisione del genere. È possibile dunque evitare l’accanimento terapeutico senza mobilitare norme e procedure complesse, senza il supporto di leggi in favore del suicidio assistito. Qual è il rischio o il sottinteso ideologico della legge? Quello di stabilire la norma del suicidio assistito, e il principio che ciascuno è padrone della sua vita e della sua morte e può dunque liberamente decidere di farla finita. Il diritto alla vita che diventa diritto alla morte. Si comincia partendo dai casi pietosi, malati in stato vegetativo e in coma irreversibile da anni, e poi si arriva come già accade in alcuni paesi del nord Europa a estendere il diritto di suicidarsi anche a coloro che sono in stato depressivo e decidono, magari in giovane età, di farla finita.

Peraltro, nella legge varata dalla regione Toscana, si legge sui giornali, si parla di “autosomministrazione” del farmaco letale. Ma se è autosomministrazione non c’è bisogno di nessuna legge che ne dia il permesso, dal momento che il diretto interessato non è più perseguibile in quanto è morto. È evidente che il discorso si sposta su chi lo aiuta – medico, infermiere o famigliare; ma questo già succede di fatto; non c’è bisogno di una legge per decidere qualcosa che la pietà, il buon senso, l’umanità, la coscienza di famigliari e sanitari risolvono direttamente. E un giudice illuminato e pietoso, comprende la situazione, non infierisce.

Certo, non sempre tutto va secondo il verso giusto, non tutti hanno la stessa sensibilità e responsabilità; ma ancor peggio vanno le cose sui temi sensibili e cruciali quando si pretende di sostituire agli affetti, al buon senso, alla responsabilità e alla coscienza professionale, gli articoli di legge, le algide procedure e la decisione dei tribunali. Il tema vero è di sottrarre il più possibile questi temi così delicati al freddo e indifferente rigore della legge (rigor mortis, si direbbe). Lasciamo che siano le leggi non scritte, quelle che della vita, dell’esperienza, del cuore, a prevalere.

Marcello Veneziani

L’arte di desiderare il desiderio…

 

Siamo investiti da stimoli che anestetizzano l’esperienza più autentica.Desideriamo ciò che cattura il nostro sguardo, come suggerisce Hannibal Lecter a Clarisse Starling nel film Il silenzio degli innocenti; desideriamo anche ciò che si rivela nelle immagini trafugate. Ma il desiderio non si limita alla sfera dei beni materiali; esso abbraccia l’aspirazione verso affetti profondi, la ricerca della conoscenza, la realizzazione di sé e il riconoscimento sociale. È un motore interiore che scaturisce dal contrasto tra una percezione di incompletezza e il tentativo di raggiungere una pienezza, sia essa spirituale, emotiva o intellettuale. Paradossalmente, questa essenza ci spinge a desiderare ciò che non possediamo, ed è proprio in questa mancanza che il desiderio trova la sua più autentica realizzazione. Ma che cosa accade quando l’assenza non si riferisce alla non-realizzazione del desiderio, ma al desiderare in sé? La moda, per citare una delle industrie culturali, non è intrattenimento né un mero produttore di sogni e, in quanto tale, dovrebbe continuare a generare idee desiderabili. Ogni mattina ci presentiamo al mondo attraverso i vestiti e gli accessori che scegliamo; costruiamo l’immagine di noi stessi, decidiamo quale racconto dell’io fornire e quale personalità indossare, oppure quale travestire. Se è vero che il desiderio è una tensione tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, tra ciò che possediamo e ciò che sogniamo, è altrettanto vero che la totale mancanza di questa pulsione porta i tratti somatici della noia e della depressione. Questi tratti sono riconoscibili nel quotidiano di molte culture «evolute» del nostro tempo; l’idea che tutto sia stato sperimentato e che il passato risulti sempre più stimolante del presente contribuisce a solidificare l’apatia futura. D’altro canto, la piena realizzazione dei nostri ardori è spesso utopica; tuttavia, il mancato raggiungimento della soddisfazione genera un’intensità di energia tale da creare un circolo virtuoso e vizioso nel mirare alla realizzazione del piacere massimo. È probabile che sia stata questa energia a spingere il più bello degli angeli a ribellarsi alla perfezione della divina serenità eterna, venendo cacciato da un luogo dove tutto è sospeso e non esiste desiderio, per cadere là dove la passione viene ricercata in maniera costante.

Oggi, molte industrie culturali hanno trasformato l’urgenza creativa in un’esigenza creativa. Il prodotto non è più il risultato di un’idea da integrare con strategie di distribuzione e promozione; esso viene creato per colmare perfettamente un vuoto — come un pezzo di puzzle che si incastra in uno scenario preesistente, senza interrogarsi sul cambiamento. È su quel vuoto che si innesta l’assenza di desiderio; è attraverso la serialità che gli stimoli sensoriali vengono meno e l’urgenza diventa esigenza. Desideriamo ciò che vediamo; vogliamo le cose che spiamo nei riflessi degli specchi o attraverso i buchi delle serrature. Il desiderio si forma a livello inconscio dopo aver ricevuto una serie di stimoli sensoriali — non necessariamente a livello cosciente ma quasi sempre visivo. Se la vista è indirizzata e organizzata a monte, finiamo per non vedere e diventa impossibile desiderare; si colma semplicemente il bisogno. È interessante notare come «guardare», in un contesto riflessivo sul desiderio, non significhi necessariamente «vedere». Sebbene simili nell’attività voyeuristica, il peep show e la connessione a OnlyFans provocano effetti completamente diversi. Il tempo impiegato per prepararsi e recarsi al peep show accende la fantasia: l’incertezza su cosa accadrà oltre il vetro alimenta il motore del desiderio. D’altro canto, la facilità con cui si accede alla sessualità catalogata su OnlyFans riduce al minimo qualsiasi crescendo, trasformando tutto in pura meccanica: idea immaginifica contro soluzione nota.

La transizione da «urgenza creativa» a «esigenza creativa» rappresenta un cambiamento radicale nel modo in cui le imprese culturali concepiscono e realizzano il processo creativo. Questa evoluzione non solo riflette le dinamiche del mercato e della società contemporanea, ma solleva anche interrogativi fondamentali sulla natura stessa della creatività e sul suo ruolo nel contesto culturale. L’urgenza creativa è caratterizzata da una spinta intrinseca, un impulso quasi primordiale che spinge l’individuo a creare al di là delle necessità commerciali. Questa forma di creatività è spesso alimentata da passioni personali, esperienze vissute ma anche e soprattutto desideri irrealizzati; per non parlare di spinte innovative totalmente inesplicabili. È un fenomeno che non si limita a soddisfare richieste di mercato, ma cerca di esprimere una visione unica del mondo. Ciononostante, e quasi fosse un incidente di percorso, l’urgenza creativa, quella che in molti considerano paccottiglia, genera business attraverso l’attivazione di community che si identificano nella visualizzazione o verbalizzazione dell’atto creativo. Non è un caso, infatti, che spesso nelle imprese culturali, incluso le imprese tecnologiche, la/il Ceo siano tanto creativi quanto gli sviluppatori di software, gli artisti, i designer e cosi via.

Il contemporaneo — quell’emotivo scarto tra la nostalgia di ieri e la curiosità di domani — è segnato dalla sovrastimolazione: tutto è immediatamente accessibile, qui e ora, dall’informazione al consumo materiale. La continua esposizione a immaginari ideali finisce per anestetizzare l’esperienza più autentica. Se ogni pulsione può essere soddisfatta in uno spazio-tempo ristretto, l’attesa e il processo di ricerca si svuotano di significato; con essi anche il desiderio stesso. Il rischio è che l’appagamento diventi superficiale, lasciandoci in una condizione di insoddisfazione perpetua senza comprenderne le motivazioni. Non sorprende quindi che in alcuni contesti il vuoto (apatico) si diffonda con la velocità del nulla cosmico.

Il lusso di concedersi tempo e il tempo del lusso coincidono sempre più. Per recuperare il desiderio nel suo significato ancestrale, è necessario riappropriarsi del tempo qualitativo e della profondità, sviluppando una maggiore consapevolezza del bello in senso soggettivo piuttosto che oggettivo. Accettare la mancanza come parte integrante del quotidiano ci permette di riconoscere l’importanza di aspirare a ciò che non abbiamo ancora. È nell’assenza che potrebbe diventare presenza, nella distanza presumibilmente colmabile, nel non-qui e nel non-subito che il desiderio ritrova la sua forza generatrice.

Alessio Vannetti__Il Corriere della Sera

 

desiderare il desiderio

Eccitano le parole, ma i fatti e uno sguardo le superano.

 

Anna Achmatova, una delle voci più intense e profonde della poesia russa del Novecento, ha saputo tradurre in versi la complessità dell’amore, della sofferenza e del destino. Nei versi tratti dalla poesia Taci! per le eccitanti frasi di passione, la poetessa ci invita a riflettere sul valore del silenzio e sull’intensità emotiva che può manifestarsi senza bisogno di parole.

Taci! per le eccitanti frasi di passione
sono in fiamme e tremante,
i timorosi occhi teneri
non distolgo da te.

Taci! nel mio giovane cuore
hai risvegliato un che di strano.
La vita è un prodigioso sogno criptico
con baci-fiori.

Il potere della voce amata, nei versi di Anna Achmatova
Taci! per le eccitanti frasi di passione / sono in fiamme e tremante”.
Questi versi introducono immediatamente il tema del silenzio come custode dell’emozione più intensa. L’invito a tacere non è un rifiuto della comunicazione, ma piuttosto il riconoscimento che le parole possono essere superflue di fronte a sentimenti troppo profondi per essere espressi. La poetessa descrive uno stato di febbrile emozione, in cui l’amore non ha bisogno di essere pronunciato perché si manifesta nel tremore del corpo e nell’incendio interiore della passione.

Il tacere non è negazione ma affermazione: è un modo per preservare l’intensità di un sentimento senza che venga dissipato dalle parole.
“I timorosi occhi teneri / non distolgo da te”. Lo sguardo diventa il mezzo attraverso cui il sentimento si trasmette, senza la necessità di un discorso articolato. L’amore non ha bisogno di spiegazioni razionali, e spesso un solo sguardo può racchiudere più significati di mille parole con occhi teneri ,osservando l’essere amato, quasi a voler catturare un momento che sembra sfuggire. Lo sguardo non è solo contemplazione, ma anche un atto di connessione profonda, che supera le barriere del linguaggio.

L’amore è una esperienza trasformativa, capace di risvegliare emozioni sconosciute. Il cuore giovane, ancora inesperto delle profondità del sentimento, si ritrova improvvisamente travolto da qualcosa di misterioso e inspiegabile. L’amore è un risveglio, un’apertura verso una dimensione ignota che cambia irrimediabilmente chi lo prova.

“La vita è un prodigioso sogno criptico / con baci-fiori”. In questa immagine evocativa, la vita stessa viene paragonata a un sogno enigmatico, fatto di simboli e significati nascosti. I “baci-fiori” suggeriscono una fusione tra amore e natura, tra sentimento e bellezza. I fiori sono effimeri, fragili e delicati, proprio come l’amore che, pur essendo intenso, è spesso destinato a svanire. Il riferimento al sogno criptico sottolinea come la vita e i sentimenti non siano mai completamente comprensibili: l’amore rimane un mistero, qualcosa di ineffabile che sfugge alla logica razionale.

La poesia di Anna Achmatova ha la capacità di esprimere emozioni profonde con immagini semplici ma potenti ,capaci di trasmettere con poche parole un intero universo interiore. In un’epoca segnata da sofferenze personali e collettive, la poetessa ha trasformato il dolore in arte, offrendo ai lettori una visione dell’amore che non è idealizzata, ma intensa e reale. Nei versi di “Taci! Per le eccitanti frasi di passione” si ritrovano tutti i temi principali della sua opera: il silenzio come custode dei sentimenti, lo sguardo come veicolo dell’amore, la vita come enigma irrisolvibile ,la bellezza e il mistero dell’amore.

 
belli

Da Libreriamo is Culthic