E l’inventore dei computer scoprì la coscienza.

 

 

Che dire di uno scienziato che dopo aver passato una vita a studiare la fisica e a inventare formidabili macchine e congegni che tutti usiamo, arriva a fare la scoperta delle scoperte: non siamo solo materia ma spirito e coscienza, il mondo è irriducibile a una macchina o un computer, a un algoritmo o all’intelligenza artificiale? Che vorrebbero dichiararlo insano di mente, se non fosse che quella stessa mente, ora rivolta all’amore come energia universale e alla coscienza come motore di ogni processo, è la stessa che ha inventato il micro-processore e il touchscreen, solo per dire un paio di cose preziose di cui dobbiamo essergli grati. E allora puoi dare tre diverse spiegazioni: la prima, che era lucido e poi è impazzito e da scienziato è diventato un po’ santone; la seconda, che solo un pazzo può fare invenzioni geniali che cambiano il corso del mondo, e se vuoi le une, devi rispettare le altre; la terza, che non sia pazzo ma la sua intelligenza lo ha condotto dopo le sue invenzioni a trovare il punto di fusione tra la ricerca scientifica e la ricerca spirituale.

Sto parlando di Federico Faggin, vicentino, vivente, fisico e metafisico, ormai. E ve ne parlo non da oggi, ma da qualche anno e da qualche libro. È uscito un documentario della Rai, ora visibile su RaiPlay, a cura di Marcello Foa e di altri suoi collaboratori, L’uomo che vide il futuro, che ne ricostruisce puntualmente la storia, la vita e raccoglie le parole del suo straordinario cammino. Vi sto parlando di uno scienziato che ha rivoluzionato Silicon Valley: senza di lui – ha detto Bill Gates – sarebbe solo una Valley: è lui che ha compiuto la rivoluzione del silicio. Una rivoluzione che lo pone sulla scia di Marconi e di Fermi, tra i grandi inventori italiani che hanno fatto nascere il mondo nuovo.

Ma raccontiamo in breve la sua storia. Figlio di uno studioso di filosofia antica e platonica, Giuseppe Faggin, curatore delle opere di Plotino, Federico decide di “tradire” gli studi di suo padre, e diventa perito industriale. Vuole occuparsi di aeronautica, è la sua passione, ma un incidente produrrà il distacco della retina e gli impedirà di realizzare il suo sogno di volare: una disgrazia che col tempo si rivelerà una grazia, una “provvida sventura”. Perché i suoi studi prendono una via fruttuosa. A diciannove anni, alla fine degli anni cinquanta, fabbrica il primo, rudimentale computer; un enorme bestione ingombrante. Viene assunto dalla Olivetti, dove mette a fuoco le sue prime scoperte. Si laurea in Fisica a Padova; poi, come è accaduto a tanti, a troppi, il suo talento è costretto a emigrare negli States: l’Italia sforna ingegni ma non offre poi loro il contesto favorevole per mettere a frutto le loro opere, devi andartene oltreoceano. Comunque sarà lì che la scoperta si farà realtà. Meucci, Marconi, Fermi… È dai tempi di Cristoforo Colombo che le imprese dei nostri scopritori poi le mettono in pratica in America…

Faggin mette a punto un piccolo calcolatore elettronico, poi lavora sui transistor, li rende più efficienti e più veloci, quindi li applica a nuovi dispositivi, sposa il computer al telefono (ma nel frattempo sposa anche sua moglie, che le è ancora a fianco). L’anno chiave è il ’68: mentre da noi in Europa nasce la rivoluzione delle parole, dei cortei, delle occupazioni, delle barricate e poi della violenza, il ’68 di Faggin compie la rivoluzione del silicio che cambierà sul serio la nostra vita. Inventa il microprocessore, rende parlante il pc, antesignano dell’i-phone. Quindi, inventa il touchscreen, prima per gioco, poi preziosa scoperta di utilità universale. Faggin non è solo inventore ma anche imprenditore delle sue scoperte, con un suo gruppo di ingegneri. Successivamente decide di dedicarsi alle reti neuronali e quindi alle “macchine pensanti”, madri dell’intelligenza artificiale. Si inoltra in studi biologici e neurologici e si rende conto che i segnali elettrici non riescono da soli a produrre sensazioni, occorre qualcosa che non è riconducibile ai corpi, alla fisica, alla materia, che fa da supervisore alle reti neurali, dà un’impulso, una direzione, una consapevolezza: è la coscienza. Così Faggin tenta l’impresa ardita di programmare un Pc cosciente, davvero intelligente: ma si accorge che è impossibile. Anche in questo caso la sconfitta è la premessa alla sua nuova scoperta: dopo un periodo di insoddisfazione, avvenne l’illuminazione e la svolta. Una notte prenatalizia, sul lago Tahoe, Faggin avvertì “una fortissima energia irradiarsi dal suo petto” e da allora intraprese un cammino spirituale di conoscenza e di autoconoscenza, intrecciandolo alla ricerca scientifica. Voleva dimostrare che il mondo non è frutto del caos, del caso, degli atomi e di un “orologiaio cieco” ma di “enti coscienti che esistono da sempre” e sono tra loro connessi. Dopo anni di studi in cui mise a frutto anche le scoperte della fisica quantistica, scoprì il regno della coscienza e del libero arbitrio. Più di recente, nel suo saggio Irriducibile, Faggin mostrò “la natura spirituale dell’universo”; la materia è fatta di energia vibratoria, una cellula è ben più d’un miscuglio di atomi e molecole. La fisica, osserva, si ferma allo studio della materia, non va oltre e crede di avere in pugno l’universo. L’altro giorno in una conferenza a Praga un fisico teorico italiano contestava la chiave umanistica e spirituale del mio approccio e diceva che ormai la filosofia è superata dalla fisica che può darci una visione del mondo. Ma la fisica non ti dice nulla sul bello, sul bene, sul giusto, non è suo campo l’etica, l’estetica, i sentimenti, l’ontologia, ignora la scommessa della fede… Faggin formula il postulato dell’essere e lo poggia su due gambe; l’essere è dinamico, cioè cambia di continuo, ed è olistico, cioè è in relazione a tutto, è connesso col mondo e con gli altri. Così ritrova l’antico Conosci te stesso, premessa per conoscere anche gli altri. Ritiene che esistere voglia dire conoscere (“Fatti non fummo per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”); e cooperare con gli altri è meglio sotto tutti i punti di vista che competere. Ma c’è una realtà oltre il visibile. Non siamo macchine, come pensano gli scientisti, ma scienza e spiritualità alla fine convergono e danno senso alla nostra vita. Chi nega la realtà spirituale, commette “un crimine contro l’umanità” che “porta all’eliminazione dei valori umani” e della libertà. Faggin critica il riduzionismo: ”dal più può derivare il meno, ma non viceversa”. È possibile il degrado, ma per progredire occorre un fattore superiore.

In questo cammino c’è una grande rivoluzione circolare: il destino della scienza torna alle origini del pensiero. La fisica nuova si congiunge alla filosofia, e ritrova l’umanità, la coscienza, l’identità e la libertà.

Ma oltre questo cammino prodigioso che riguarda l’umanità, Faggin compie anche un suo intimo, personale cammino: dopo aver voltato le spalle a suo padre e ai suoi studi filosofici, ritrova alla fine del suo percorso gli autori, i pensieri e le intuizioni dei filosofi cari a suo padre che combaciano con gli esiti della fisica quantica. Lo scienziato ritorna al padre, come la scienza ritorna al pensiero. ”Ricondurre il divino che è in noi al divino che è nell’universo”, ripete Faggin con suo padre, citando Plotino. Così la gratitudine per averci migliorato la vita con la tecnica, si fa radiosa per averci poi donato la fiducia nell’essere e nel futuro.

Marcello Veneziani            

Spettacolo della natura…

La primavera è ormai nell’aria tiepida che si fa sentire sulla nostra pelle, ma non solo. Specialmente dopo le recenti piogge, i prati si stanno rinverdendo molto velocemente  ;l’erba cresce e li riempie di decine di smufature, dovute alla diversità delle erbe, che ,  con la fioritura  li ricoprono di infiniti colori, tanti sono i fiori e i profumi diversi che si sentono nell’aria.Anche gli uccelli hanno ritrovato la loro allegria e l’aria  risuona dei loro canti, che fin dalle prime luci dell’alba rimbalzano nei cieli con la voce dell’allodola, che ,annunciando il nuovo giorno  ,risveglia il mondo animale. Dai nidi sugli alberi ancora spogli è tutto un movimento di ali, che riprendono vitalità ed energia prima di prendere il volo.Per loro la primavera è una stagione molto impegnativa  coincidendo col periodo della riproduzione, per cui, mentre i maschi aggiungono colore ai loro piumaggi,per apparire più attraenti, le  femmine pensano a restaurare i loro nidi e a renderli più comodi e morbidi in vista di un quasi certo  lieto evento-La primavera significa anche che potresti vedere gli uccelli flirtare.  Il loro corteggiarsi è uno spettacolo molto affascinante e speravo da un po di tempo di catturare questi due fringuelli domestici mentre lo fanno con un piacere e una naturalezza incredibile .Il maschio nutre la femmina  e lei gradisce la sua attenzione, un comportamento che prelude al fatto che presto saranno una coppia. Meravigliosa natura, quanto ti amo….

 

Un’altra lista di cose che sono cambiate in meglio.

 

Ho già espresso il mio disprezzo per chi rimpiange i bei tempi andati. Altri incoraggianti progressi dell’umanità

Miglioramenti (2a puntata). Contro il rimpiantismo depresso e deprimente ecco altri incoraggianti progressi degli ultimi anni/decenni. L’aria condizionata in tutte le macchine. Il servosterzo in tutte le macchine. Il Passante di Mestre, la Variante di Valico, la Bretella Fiano Romano-San Cesareo. Per chi vive nelle grandi città, l’alta velocità. Per me che vivo molto in Puglia, Bari Vecchia: una volta era un posto pericolosissimo, oggi è più sicura di Milano. Le valigie: prima dei trolley le valigie non avevano rotelle, come caspita si faceva? L’estinzione o quasi-estinzione di tristezze quali i tris di primi, i bagni alla turca, le docce con la tendina di plastica nelle vasche da bagno, le musicassette, i cd, i vhs, i dvd… La fine della dittatura delle firme, la moda che è provvidenzialmente passata di moda e così nessuno si vergogna di comprare da Ovs e io senza vergogna sono entrato da Uniqlo (prima o poi comprerò). La chirurgia meno invasiva, mi dicono. I robot da cucina, mi dicono. I copricapezzoli d’argento trilaminato e altri aiuti per puerpere, mi dicono. Io, essendo monoglotta, dico il traduttore automatico, e Michele da Latisana mi dice il decespugliatore: “Mi piace ricordare ai nostalgici della vita contadina che, appena è arrivato, il nonno ha buttato via la falce”. Nessuno meglio dei nonni conosce i miglioramenti.

Camillo Langone__da___IL FOGLIO

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Galimberti: “L’amore è un sentimento che cresce, si trasforma e resiste alle tempeste della vita. È un atto di pazienza, di ascolto e di cura. L’amore, quello vero, richiede tempo”

 

“Ecco perché credo che l’amore non sia qualcosa da rincorrere o da possedere, ma da vivere. È una scoperta continua, una danza tra due persone che scelgono di…”
Se dovessimo soffermarci solo un attimo e riflettere su cosa significhi amare per ciascuno di noi, allora non sarebbe semplice far convergere tutti nella medesima direzione poiché l’amore è un sentimento dalle mille sfaccettature, estremamente variegato, espressione dell’essenza di ciascun individuo.
A tal proposito il filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti esprime il suo pensiero in merito attraverso una disamina dettagliata che ci offre dei considerevoli spunti di riflessione.
“Parlare d’amore non è mai semplice. L’amore è forse il sentimento più discusso, raccontato e frainteso nella storia dell’umanità. Eppure, ci troviamo spesso a viverlo senza comprenderlo pienamente. Quando parlo d’amore, non mi riferisco solo alla passione romantica o all’attrazione fisica, ma a quell’esperienza che ci mette di fronte alla parte più profonda e vulnerabile di noi stessi.
L’amore è, prima di tutto, un rischio. Amare significa consegnare una parte di noi a un’altra persona, sapendo che potremmo soffrire, che potremmo non essere ricambiati o, peggio, che potremmo perderci nell’altro fino a smarrire noi stessi. Questo, però, non è un limite dell’amore, ma la sua essenza. Amare significa accettare che l’altro esiste non come proiezione dei nostri desideri, ma come individuo autonomo, con i suoi bisogni e i suoi limiti.
Nel mondo contemporaneo, l’amore si scontra con le dinamiche di un’epoca che tende a ridurre tutto a consumo, persino i sentimenti. La velocità con cui viviamo ci porta spesso a confondere l’amore con l’eccitazione del momento o con il bisogno di riempire vuoti emotivi. Ma l’amore, quello vero, richiede tempo. È un sentimento che cresce, si trasforma e resiste alle tempeste della vita. È un atto di pazienza, di ascolto e di cura”, queste le significative parole del filosofo.
Quando si ama lo si fa incondizionatamente e senza riserve, alla luce di un sentimento capace di “resistere alle tempeste della vita”, un sentimento puro e duraturo che si esprime in diverse forme: si pensi, ad esempio, all’amore filiale che un genitore prova fin dalla nascita del suo piccolo, e che perdura per tutta la vita, con un’intensità che non conosce limiti o barriere, ma anzi tale sentimento è destinato a crescere sempre di più, garantendo ai figli una presenza costante ed un punto di riferimento nel proprio cammino e percorso di crescita.  Una delle grandi illusioni dell’amore è l’idea che l’altro possa ‘completarci’. Questa è una trappola pericolosa. Nessuno può completare nessuno. Siamo individui con un’identità che va costruita, giorno dopo giorno, attraverso le nostre esperienze, le nostre scelte e i nostri fallimenti. L’amore non deve annullarci, ma arricchirci. Deve essere un incontro tra due interezze, non tra due metà mancanti.

C’è poi l’aspetto della responsabilità. Amare non è solo un’emozione, ma una decisione. È un impegno che prendiamo verso l’altro, e che ci richiede di essere presenti, di prenderci cura, di dare senza pretendere sempre qualcosa in cambio. La responsabilità nell’amore è quella che ci permette di superare le difficoltà, di restare anche quando sarebbe più facile andarsene.

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Mina, la regina in esilio.

 

Mina ha compiuto 85 anni. So che non sta bene spifferare l’età delle signore, ma Mina è una divinità, e gli anni sono solo un paravento della sua immortalità.

Come capitò a molti regnanti, inclusi i nostri Savoia, Mina è una regina in esilio, seppure volontario, ma non manca di mandare ancora messaggi canori alla nazione e al mondo intero. Solo pochi mesi fa ha donato un ennesimo suo album ai suoi devoti, Gassa d’amante. Per chi non lo sapesse, la gassa d’amante serve in barca per realizzare un’asola provvisoria con una cima, che per i non marinari è una corda, in modo da evitare che alcuni oggetti a bordo cadano in acqua. Riferimento adatto a una sirena incantatrice come lei. Tra i suoi brani c’è il bellissimo Buttalo via, con Francesco Gabbani; ma di Mina non si butta mai niente, anche se il paragone col suino è irriverente, quasi blasfemo. Poco tempo prima con un altro ragazzo che poteva essere figlio di suo figlio, Blanco, ci aveva donato un altro brano squisito, Briciolo d’allegria. Che fenomeno Mina, neanche Adriano Celentano, con cui faceva coppia sui troni canori del nostro paese, le sta più al passo.

Come dice il suo nome, Mina è un magnifico ordigno canoro: non a caso scoppiò come la guerra mondiale in Italia nella primavera del 1940. Aveva un cognome risorgimentale e insurrezionale, Mazzini, e come gli anarchici e i rivoluzionari di un tempo si è rifugiata in Svizzera, nella Lugano bella che cantavano i fuorusciti. Da almeno 65 anni canta, prima sul podio ora da latitante, in contumacia. Si perde nella notte dei tempi l’anno in cui ci rese ciechi di lei, ritirandosi dal video, ma per fortuna ci lasciò la cosa più importante, la delizia musicale per il nostro udito. Sparì più o meno quando non si fece più vedere anche Lucio Battisti, che visse vent’anni da entità invisibile, e poi morì precocemente, in scontrosa cattività. Insieme furono i Santi patroni della canzone italiana, assurti in cielo e dal cielo discesi in forma di canto. Mina ha vissuto ormai più anni nella clandestinità che in video. La visibilità rende famosi, l’invisibilità rende divini.

Quando andava in video, Mina era banalmente la voce grintosa e urlante dell’Italia nuova, figlia del boom economico; l’Italia che figliava e cresceva in ogni senso, scopriva il mare e le vacanze, andava in vespa e in cinquecento, vedeva la tv e si perdeva nella radio. La vedevi in tv ora con Walter Chiari, ora con Lelio Luttazzi, ora con Paolo Panelli, Alberto Lupo, i presentatori e i comici di una volta, i duetti canori; memorabili i suoi dialoghi con Alberto Sordi e col mitico Totò. Roba da studio uno. Poi proseguì gli studi da privatista, a casa sua. Quando la tv passò al colore, lei passò alla trasparenza, si rese invisibile. Ma accompagnò ugualmente nella sua evanescenza generazioni diverse nei viaggi d’amore, nei canti e soprattutto nei disincanti, perché le sue canzoni narravano di amori finiti, svaniti, quantomeno tormentati.

Devoto frequentatore del suo Minareto musicale, solo una volta, tanti anni fa, insinuai una malignità sul suo conto di cui mi pento ancora. In quel tempo, erano gli ultimi anni del millennio scorso, Mina scriveva una rubrica adorabile di varia umanità e io dubitai che fosse farina del suo sacco e lo scrissi su un settimanale che dirigevo. Lei mi mandò una deliziosa lettera in cui riuscì quasi a convincermi che era una scrittrice traviata dalla musica; forse perfino una filosofa, che aveva ripiegato sulla canzone. A quali gloriosi risarcimenti porta talvolta la vita… “Caro Marcello Bello – mi scrisse allora Mina chiamandomi con lo pseudonimo che usavo nella rubrica satirica – la mia mamma adorata sostiene, fin da quando io ero piccola, che scrivo bene. Ora tu mi confermi che ha ragione. Sì, perché il fatto che tu pensi che i miei pezzi li scriva il direttore è per me un complimento talmente grande che mai mi sarei sognata di meritare. Tu dici che sono una grande cantante perché ho l’ugola d’oro. Invece è perché ho un cervello fenomenale … E anch’io te lo dico con ammirazione e non con perfidia, ma soprattutto te lo dico perché il tuo pezzo (molto carino, se avessi un giornale ti vorrei con me) mi ha messo una grande voglia di scherzare”. E così continuava, tra carezze e coltellate… Sto ancora aspettando che Mina fondi un settimanale e mi chiami a scrivere con lei, in modo che possa anch’io vantarmi come altri noti parolieri di aver scritto per Mina.

Vidi una sola volta da bambino Mina dal vivo, cantava in un veglione, come si chiamavano allora i concerti con ballo, in un teatro al mio paese. Ma interruppe la sua esibizione perché fu insultata da alcuni cafoncelli che le rivolsero allusioni pesanti alla sua vita privata, riferendosi a vicende che agli occhi di oggi sarebbero del tutto comuni. Lei s’offese, giustamente, e piantò il palcoscenico. Patì da allora il cantus interruptus di Mina, una patologia che mi lasciò un desiderio insaziabile di lei.

In un libro dal titolo che sembrava dedicato proprio a lei, La sposa invisibile, cantai il suo passaggio dalla visibilità all’invisibilità come un passaggio al mito, allieva di Pitagora e navigante nelle sfere celesti. La consideravo iconoclasta di se stessa. L’idea di scomparire mi sembrò pure un’alternativa migliore al lifting, alle pietose cure dimagranti, alla chirurgia plastica, insomma alla vecchiaia dissimulata, per difendersi dall’oltraggio degli anni e dall’insolenza dei chili in eccesso, semplicemente sparendo alla vista. Anche perché una voce così intensa che incita all’amore non poteva provenire da una grassa e matura signora, già logorata dalla vistosità in tv, quando appariva con la testa turrita e la risata sfacciata. Mina, fece la sua scelta, tra carisma e marketing, e si dileguò.

Il minareto da cui Mina Muezzin lancia le sue canzoni, è naturalmente la sala d’incisione; talvolta ha lanciato pure messaggi pubblicitari ma, si sa, anche gli angeli mangiano fagioli, come diceva un sapiente della nostra antichità, Bud Spencer. Scorporando la sua voce, disincarnando il canto, diventò la colonna sonora delle più intime tenerezze di molte generazioni, dove l’amare sconfina in amarezza. Cantami o’ Diva. Così viviamo ancora nella civiltà minoica da lei de-cantata, anche in sua assenza, come accade alle stelle di cui arriva la luce in terra anche se nel frattempo si sono eclissate. Mina è patrimonio dell’umanità di svariate generazioni che oggi hanno dai trenta ai cento anni, e non dispiace a volte nemmeno ai ragazzini. Non a tutti, però: per anni quando mia figlia era bambina cambiava sul suo ditino le canzoni sulla mia autoradio appena sentiva la voce di Mina, per lei insopportabile, soprattutto perché piaceva a me, cioè a uno di trent’anni più vecchio di lei. Ma io ancora adesso quando sento la sua voce mi sento a casa, in paradiso. Ottantacinque primavere, mai un autunno. Un miracolo.

Marcello  Veneziani

Ho una storia da raccontarti che comincia così…

 

Senti… facciamo che stasera vieni qui e ci facciamo le coccole. Ce ne rimaniamo abbracciati a chiacchierare di nulla, a ridere di niente, a stare in silenzio, a respirarci vicino. Vediamo un film o ascoltiamo musica o beviamo un bicchiere di vino o chissenefrega. Magari mi racconti di quella volta in cui… o fai una battuta così scema da non riuscire a smettere di ridere. Intanto però… stiamo vicini. E ci tocchiamo. Che detta “così” pare roba spinta e invece è solo braccia che cingono, mani che si sfiorano, una carezza sul collo, un bacio a fior di labbra, una gamba sopra le gambe… “dove metto la testa?”, “Vuoi un cuscino?”, Hey… mi si è addormentato il braccio…”, “Sei comodo? Sicuro che sei comodo?”, “Come stai? Sei stanco, vero?”… La fronte si aggrotta, tu ti agiti e ti accendi di pensieri, gli occhi che un po’ si chiudono… “Dormi?”… Già… dormi. E io non mi muovo… che se ti sveglio mi scoccia. E la mano rimane ferma sulle tue gambe. Immobile. Mi arriva il calore di un contatto tra vestiti. Tatuaggio di energie. Ti farei grattini ovunque. Ti accarezzerei in ogni angolo. Di anima e corpo. Ti bacerei di baci leggeri. Anche senza fare l’amore. Anche senza, per necessità o forza, lasciare che lo stare vicini diventi desiderio o passione… Mi piacerebbe, a volte, avere più tempo e spazio per coccolarti. Magari di ritorno da giornate cariche di stanchezza e pensieri. Perché siamo adulti con bisogni bambini e non c’è intimità più profonda di un uomo e una donna capaci di essere Amanti passionali e complici di tenerezze: le infinite forme del piacere e del volersi bene.

Senti… facciamo che stasera vieni qui e ci facciamo le coccole. Ho una storia da raccontarti che comincia così…

Letizia Cherubino.

 

divano

L’indignazione,quanta ce n’è, sia scritta che verbale…

L’indignazione a intermittenza è il rifugio perfetto dell’ipocrisia: fulminea quando conviene, silenziosa quando imbarazza. È come un orologio che funziona solo a ore alterne, utile solo per chi ne ha costruito il quadrante. Quando un gesto grave viene minimizzato perché compiuto da una figura “amica”, il principio si frantuma. Chi predica giustizia ma tace davanti all’evidenza, dimostra che i propri valori sono merce da baratto. E la coerenza, ancora una volta, finisce sotto i tacchi.

Luca Tambe

 

Forza Sgarbi, torna a ruggire.

 

 

Vittorio, alzati e cammina. Tu non sei Lazzaro, tantomeno io sono Gesù ma il messaggio che covo da tempo e non trovo mai il momento e le parole per dirtelo, si riassume in quelle due esortazioni. Alzati e cammina. Dico a te, Vittorio Sgarbi, ricoverato da giorni all’Ospedale Gemelli a due passi dal Papa, sprofondato nell’ombra nera della depressione dopo una vita che ne ha viste di tutti i colori, non solo su tela.

Non so se Sgarbi vi sia simpatico, antipatico, insopportabile o indifferente (questi ultimi saranno pochissimi) ma so che un talento davvero raro come il tuo, esuberante di energie, curioso e goloso d’arte e di vita, non può lasciarsi andare così. So che negli ultimi tempi hai passato tanti guai, di ogni tipo; so pure che la vita è una parabola inesorabile che non concede proroghe ed esoneri speciali; ma non puoi passare dalla parte del male di vivere. Non si addice la bandiera bianca a chi ha cantato la policromia nella vita e dell’arte.

Rialzarsi è un consiglio che vale per chiunque ma nel tuo caso non è un consiglio, è un imperativo: tu non puoi permetterti di passare dalla parte del nemico e parteggiare contro la vita. Non puoi arrenderti tu che hai vissuto la vita al massimo, hai vissuto più giorni in una notte, più vite in una vita sola, dissipandola, strapazzandola, invadendo le vite altrui; devi essere grato per quel che hai vissuto, e ora devi riconvertire in bene il bello che hai ricevuto e propagato. Non arrenderti muto alla senilità. Si, senectus ipsa morbus est, diceva Terenzio, la vecchiaia è già in sé una malattia. Però Seneca, che non era un ardito guerriero ma un mite pensatore, ricorda che vita militia est, la vita è milizia e non si può disertare; non fummo noi a darci la vita, non tocca a noi stabilire quando finire. Lascia che sia lei o Chi per lei a decidere la fine, come decise il nostro inizio e ci gettò nell’avventura di vivere. Coltiva l’Amor fati.

Tu non puoi abbandonare perché la tua mente è ancora lucida e fertile, e può dare agli altri più di quanto tu possa immaginare, nonostante la tua altissima considerazione di te stesso. So che ti riesce difficile pensarlo, ostaggio come sei del tuo Io, ma la tua vita non è solo tua, è pure di chi ti ama, ti ascolta, ti legge, ti vuole bene, è nato dal tuo seme.

Non puoi cedere alla notte perché insegni la bellezza, che non sfiorisce nel tempo, e racconti i capolavori e i loro autori che vivono oltre il tempo; tu non puoi farti imprigionare negli anni e nei malanni, dopo averci mostrato che le cose più grandi non hanno tempo e non sono solo intime e private. La nostra vita è una cosa troppo piccola per barricarci dentro di lei e morire con lei; è una fettina troppo esile rispetto alle grandi cose che tramite lei puoi amare, riflettere – non solo nel senso di rispecchiare – e rappresentare. La vita nostra è passeggera, malandata, s’incurva, rallenta e si rimpicciolisce col passare del tempo, e quando entra nella fase senile si chiudono porte e finestre, si restringono prospettive e risorse; ma anche così, in quelle condizioni, può contenere inestimabili tesori. E tu lo sai. Ogni età ha le sue bellezze, le sue dolcezze, e anche in pieno declino offre impreviste gioie. Ogni stagione ha i suoi tipici frutti, e non devi aspettarti dall’una i frutti dell’altra. Ci sono giorni o persino attimi che contengono l’eternità, anche se durano poco. Non sprecare questi giorni, questi attimi per ripicca personale contro la biologia inclemente. Non fare capricci e proteste contro ignoti. Fai l’uomo, come ci dicevano da bambini quando stavamo lì lì per piangere.

Hai ancora dei compiti da svolgere, per esempio te ne assegno uno: devi ancora scrivere un libro riassuntivo della tua opera, una divina galleria, un olimpo dell’arte scritto con arte da te, solo da te, sui Grandi che hai frequentato a lungo, che hai conosciuto come pochi e che hai fatto conoscere; una specie di viaggio riassuntivo e di dialogo ultraterreno tra i giganti dell’arte che ci hanno donato una visione del mondo, naturale e soprannaturale.

Tu non ti rendi conto ma tu, vecchio, impenitente peccatore, troppo pieno di Io, di mondo e d’incontinenza, hai esaltato come pochi la grandezza dell’ispirazione cristiana e cattolica nell’arte, hai decantato i capolavori nati dalla fede o perlomeno nel nome e per conto della fede; hai testimoniato il devoto stupore per il miracolo della bellezza che si fa figura, umanità, volto, infanzia, maternità.

E poi, come si diceva nella Roma papalina, i peccati de’ fregna Dio non li segna; e tu hai compensato i tuoi seriali peccati con quell’istigazione continua al bello, al sacro e alla luce che ci porta ad abitare in cielo anche quando siamo in terra, vestiti di carne e avidi di lei. Sei stato un missionario di bellezza, che fa bene all’uomo e al mondo quanto la bontà e la carità.

Per farti reagire e tirar fuori lo Sgarbi incazzoso che conosciamo da sempre sono pronto a insultarti: stronzo che non sei altro, egoista e narciso, capra, capra, vigliacca come una pecora, tira fuori l’orgoglio, se hai coraggio. Torna a bordo, cazzo! Fatti vedere, fatti sentire, non svignartela così. Non lo avrai mai sospettato, e in verità non lo sospettavo neanch’io, ma ti voglio bene. E non sono il solo, vicino a te c’è qualche piccolo santo che soffre per te solo a vederti così. Non fai molto per meritartelo, ma ti amano per quello che sei, non per quello che fai.

Se la vita, come insegnò Oscar Wilde, è la tua opera d’arte lascia che a invecchiare sia il tuo ritratto, come Dorian Gray, ossia il tuo involucro esteriore, il tuo corpo e il tuo appetito sessuale; ma tu non cedere alla forza di gravità della vecchiaia. Anche a quest’età incipit vita nova; la nuova vita sarà con meno Io e più mondo, meno donne e più déi, meno corpi e più anime. A una certa età, l’arte di vivere cede il posto all’arte di vedere, ma tu che fai il critico d’arte sei già allenato a guardare il bello anziché carpirlo. Chi coltiva l’arte e la bellezza, il genio e la grandezza come tu hai fatto, ha una motivazione in più per mettere in salvo quei ventuno grammi d’aria che chiamano anima; quella parte non invecchia mai, nemmeno verso la fine, anzi. Con questo spirito, diceva Lacordaire, “non sono invecchiato, ho solo conosciuto giovinezze successive”. Suppongo che si chiami vecchiaia l’ultima forma di giovinezza, chiosava Jean Guitton a 95 anni. Vivi anche tu l’ultima forma di giovinezza, diversa da quelle precedenti. Sei ancora giovane tra i vecchi, e puoi giustificarti di vivere anche solo per prestare la voce ai muti capolavori dell’arte, in una prodigiosa sinestesia che muta la vista in parola. Quando sarà tempo verranno a prenderti loro, tua madre e tuo padre; non andartene per conto tuo. Per una vita sei arrivato in ritardo, ora non pensare di partire in anticipo.

Marcello Veneziani           

L’amore non è già fatto. Si fa.

 
L’amore non è già fatto. Si fa.
Non è un vestito già confezionato,
ma stoffa da tagliare, cucire.
Non è un appartamento “chiavi in mano”,
ma una casa da concepire, costruire,
conservare e spesso riparare.
Non è vetta conquistata, ma partenza dalla valle,
scalate appassionanti,
cadute dolorose nel freddo della notte
o nel calore del sole che scoppia.
Non è solido ancoraggio nel porto della felicità
ma è un levar l’ancora, è un viaggio in pieno mare,
sotto la brezza o la tempesta.
Non è un “si” trionfale,
enorme punto fermo che si segna fra le musiche,
i sorrisi e gli applausi, ma è una moltitudine di “si”
che punteggiano la vita,
fra una moltitudine di “no”
che si cancellano strada facendo.
Non è l’apparizione improvvisa di una nuova vita,
perfetta fin dalla nascita,
ma sgorgare di sorgente
e lungo tragitto di fiume dai molteplici meandri,
qualche volta in secca, altre volte traboccante,
ma sempre in cammino verso il mare infinito.
Michel Quoist

Quella Bibi che vive ancora in me…

 

Quella Bibi che vive ancora in me…

Bibi e le congiurate di Karin Michaelis è il primo vero romanzo che ho letto, a 9 anni, dopo tanti libri illustrati di fiabe, racconti o filastrocche. E subito dopo ho scoperto con immensa gioia, che faceva parte di una serie, e che ce n’erano altri sei con la medesima protagonista: una ragazzina di nome Bibi, il modello perfetto di quello che io stessa avrei voluto essere. Bibi non viveva avventure fantastiche o fiabesche, il suo era un mondo realistico, un paese, la Danimarca, ben situato cronologicamente (al tempo in cui era stata bambina mia mamma) e geograficamente, nel nord Europa. Dove vigeva però per adulti e per bambini una libertà per noi italiani dell’immediato dopoguerra, inimmaginabile.

Un paese protestante, dove i preti non erano ossessionati dalla fobia del sesso, ma erano sposati e avevano figli e figlie.

Ricordo la mia meraviglia nello scoprire che la dolce e sensibile Anna Carlotta, una tra le più care amiche di Bibi, era figlia del pastore. E che del gruppo faceva parte anche Valborga, la figlia del becchino mezzo zingaro, dagli abiti a brandelli e le scarpe sfondate, simpatica e creativa, generosa e affidabile, sulla quale si poteva contare per qualsiasi cosa. Quanto a Bibi, era una «mezzosangue» perché il padre era un semplice capostazione, che aveva però sposato una giovane e ricchissima aristocratica, la quale per questa «mesaliance» era stata ripudiata dalla famiglia e poi era morta.

La figlia a sua volta aveva ripudiato il proprio sangue blu, barattando con un’amica il nome di battesimo Ulriche con quello più borghese di Bibi. Come figlia di capostazione Bibi godeva del privilegio di viaggiare gratis su tutte le linee ferroviarie e di esplorare a suo piacimento il paese, cosa che faceva, da sola, ogni volta che gliene saltava il ticchio, avvisando il padre con un biglietto solo dopo, a cose fatte. In quel romanzo c’erano tutti i temi che poi mi avrebbero appassionata non solo nelle letture, ma anche nella vita: la grande amicizia tra un gruppo di coetanee (che riuscivano persino a beccarsi il morbillo tutte nello stesso momento, in modo da poter trascorrere insieme il periodo di isolamento), l’amore e la difesa degli animali, il fatto che Bibi amasse disegnare (portava sempre appesi al collo un taccuino con una matita, e quando restava senza un soldo faceva il ritratto ai passanti e glielo vendeva); che per lo stesso motivo non si vergognasse di esibirsi come saltimbanca scalando col solo aiuto delle unghie muri ripidissimi privi di qualsiasi appiglio.

C’erano il fascino dell’avventura, i viaggi, i tesori sepolti, il rischio di morire di fame nei sotterranei segreti dei castelli e la fortuna di vincere alla lotteria un carrozzone da gitani dove passare tutte insieme le vacanze. C’era però anche il rifiuto del patetismo e delle smancerie così frequenti nei libri per bambini italiani. Bibi era orfana di madre, Valborga così povera da patire quasi la fame, eppure le lettrici non erano spinte a provarne alcuna pietà. Piuttosto una certa invidia, perché entrambe le situazioni comportavano una libertà quasi illimitata. Bibi poi aveva una virtù per noi piccole borghesi italiane quasi sconosciuta: era democratica. Per lei non esistevano le classi sociali. Pensava che tutte le persone fossero uguali e si comportava di conseguenza. Anzi, lo sviluppo dei suoi rapporti con i nonni materni, conti e proprietari di un castello, durante tutti i titoli della serie, consisteva nell’educazione che lei, bambina, impartiva ai due vecchi altezzosi e pieni di pregiudizi arrivando quasi a ‘convertirli’. Ho un’unica lamentela da muovere a Bibi, o meglio alla sua autrice.

Da loro ho imparato che il porcospino domestico che viveva nel giardino di casa andava nutrito con latte zuccherato e fragole. Dieta che da adulta ho scoperto essere invece molto dannosa per queste bestiole (che i porcospini danesi siano diversi da quelli italiani?). Della serie mi piacevano moltissimo alche le tavole, che si fingeva fossero state eseguite da Bibi medesima mentre erano dovute alla penna di una bravissima illustratrice anche lei danese, Hedwig Collin, che da adulta ho inseguito disperatamente e invano, fino a scoprire che l’edizione in mio possesso le aveva italianizzato il nome secondo l’uso fascista chiamandola Edvige. Possiedo ancora la serie completa di Bibi. Persino quel vergognoso «seguito» che la traduttrice italiana, Emilia Villoresi, si permise di scrivere nel dopoguerra, facendo convertire Bibi al cattolicesimo per sposarsi in un tripudio di tulle bianco e fare la casalinga, lei che voleva partire per l’America insieme a Ole come clandestina, guadagnandosi il passaggio sulla nave col pelare patate!

Ma quello a mio avviso non è degno di far parte della serie. Di quella autentica ogni tanto ne rileggo un titolo, con un po’ di tristezza, perché anche se le storie di Bibi rappresentano ancora in pieno la mia weltanschaung e i loro valori oggi dovrebbero essere dati per scontati, l’indirizzo che sta prendendo il mondo attuale me le fa spesso considerare nella sfera della irrealizzabile utopia.

 Bianca  Pitzorno

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Questo testo è parte della raccolta di Katherine Rundell «Perché dovresti leggere libri per ragazzi anche se sei vecchio e saggio», BUR Ragazzi