Il blackout mentale è più grave di quello digitale.

 

Quello di ieri in Spagna ha mandato in tilt i cervelli occidentali. A nessuno è venuto in mente di affidarsi alla macchina diesel, al fornello a gas, alle persiane, alle buone vecchie enciclopedie, e soprattutto al pagamento in contanti

Ci si preoccupi del blackout mentale, non del blackout digitale. Alla notizia del blackout in Spagna che per molte ore ha reso impossibile ricaricare le auto elettriche, cucinare sulle piastre a induzione, alzare le tapparelle motorizzate, cercare su internet la capitale delle Filippine e soprattutto, soprattutto, soprattutto, pagare con le carte digitali, ci fosse stato ancora un lume nelle menti delle persone avrei visto una corsa alla macchina diesel (tipo la mia), al fornello a gas (tipo i miei), alle persiane (tipo le mie), alle buone vecchie enciclopedie (tipo la mia Britannica, ereditata, mai buttata, non si sa mai) e soprattutto, soprattutto, soprattutto, al pagamento in contanti.
Invece niente, nei cervelli occidentali è calato il buio e non per qualche ora, forse per sempre, davanti a me vedo un poveretto che paga la coca-cola (mi capita di frequentare locali che servono coca-cola) con la carta digitale. L’occidente, forse il mondo, vive fuori dalla realtà, quando si spegne la lampadina non sa accendere una candela. Io che ci posso fare? Vado ad accendere un cero.

Camillo Langone__da__IL FOGLIO

 

di oggi

Tutti i modi in cui l’Ozempic sta cambiando il mondo La semagludite è una rivoluzione per l’industria alimentare e farmaceutica. Ma cosa succede alla considerazione che abbiamo del nostro corpo?

 

Una sera mia figlia di tre anni si piazza davanti allo specchio e dice: “Le mie cosce cicciotte”, allarmata intervengo subito: “Beh, belle no?”, lei mi guarda come se la risposta fosse ovvia e poi urla SÌ, e inizia a canticchiare cicciotte! cicciotte!, ammirandosi. Non lo sa ancora che tra pochi anni le parole cicciona, grassa, chiatta, obesa saranno lo spauracchio delle sue giornate, forse i peggiori insulti che le potrebbero piovere addosso, perché in fondo se sei brutta non è colpa tua ma se sei grassa sì: è il peccato più grave, perché non hai abbastanza forza di volontà per sfiancarti in diete e rinunce pur di entrare nell’Olimpo della bellezza, e quindi meriti pienamente di esserne tenuta fuori.

In principio fu Kim Kardashian
L’equazione grassezza = colpa è radicata – già nel 1987 Harper’s Bazaar scriveva che essere grassi era «un crimine» e «una deformità» – e una manciata d’anni di “body positivity” non è riuscita a spazzarla via e far accettare, anzi desiderare, corpi curvilinei, morbidi, cellulitosi, imprevedibili. Anzi è bastato poco per far dimenticare il corpo ideale degli anni Dieci, quello di J Lo, di Beyoncé e soprattutto di Kim Kardashian – grandi tette, vita stretta, fianchi larghi, culo sporgente – che ha cancellato proprio lei con un colpo di spugna. La storia è nota: Kim Kardashian si presentò al Met Gala del 2022 con dieci chili in meno, inguainata in un vestito di Marilyn Monroe, che comunque si scucì tra mille polemiche. Subito sì iniziò a vociferare che era dimagrita grazie alle iniezioni di semaglutide, un principio attivo che imita un ormone rilasciato dopo i pasti per dare un senso di sazietà e rallentare la velocità con cui lo stomaco si svuota: in breve, fa passare la voglia di mangiare. La semaglutide è alla base di una famiglia di farmaci che chiamiamo comunemente Ozempic, perché l’Ozempic fu il primo messo in commercio, nel 2017 negli Stati Uniti, dall’azienda farmaceutica danese Novo Nordisk. Era pensato per curare il diabete di tipo 2 ma ci si accorse che chi lo prendeva perdeva peso, e così si iniziò a sperimentarlo sui pazienti obesi.

Ozempic e i suoi fratelli
Nel 2021 Novo Nordisk mise in commercio Wegovy, che ha un dosaggio di semaglutide più alto per facilitare la perdita di peso; poco dopo l’azienda statunitense Eli Lilly produsse le sue versioni, il Zepbound per il diabete e il Mounjaro per l’obesità, che hanno un principio attivo diverso, il tirzepatide, ma ottengono risultati simili. Questi farmaci erano pensati per curare le persone obese o in grave sovrappeso sotto controllo medico, ma si sono diffusi rapidamente anche tra chi voleva perdere qualche chilo, tanto che per tutto il 2023 Novo Nordisk avvisò più volte di una possibile carenza di semaglutide per chi ne aveva davvero bisogno. In quell’anno Novo Nordisk divenne la società con il valore in borsa più alto d’Europa. Intanto, non solo le Kardashian ma molte altre celebrity iniziarono a rimpicciolirsi, e persino alcune paladine della body positivity si presentarono smagrite e con la faccia scavata, quella che abbiamo imparato a riconoscere con un colpo d’occhio come Ozempic face.Secondo gli studi la semaglutide può far perdere senza sforzo fino al 15 per cento del peso corporeo in sedici mesi. Sembrava il farmaco perfetto per quel mondo woke che prometteva una vita più giusta per tutt*, ma ne ha semplicemente scoperchiato l’ipocrisia, rivelandosi lo strumento ideale dell’era della Restaurazione: quella dei ricchi sempre più ricchi, del quiet luxury che abbraccia corpi sempre più sottili e conformi, quello in cui il rosa Barbie è sostituito dal rosa confetto delle “trad wives” (le creator che sui social promuovono uno stile di vita tradizionale, dove la donna sta a casa con i figli e si occupa esclusivamente della casa) e dove le minigonne sono indossate da mogli-oggetto che stanno sempre al proprio posto, come abbiamo visto nei festeggiamenti per l’inizio della presidenza Trump.

La magrezza è per chi se la può permettere
Come ha scritto Jia Tolentino sul New Yorker, anziché aprire un dibattito su cosa significhi davvero essere grassi – una condizione che non ha nulla a che fare con la morale e che può essere risolta con un’iniezione, così come la salute mentale può essere migliorata dagli psicofarmaci – l’Ozempic ha invece riacceso l’ossessione della magrezza. Così negli Stati Uniti ha aumentato il divario, già molto marcato, tra ricchi, bianchi e magri contro poveri, grassi, neri, latini e asiatici: là da sempre la magrezza è un privilegio di chi ha il tempo di fare sport e i soldi per mangiare sano, e ora lo sarà ancora di più visto che l’Ozempic è caro, costa mille dollari al mese, e non è rimborsato dallo Stato. È un divario che in Italia si vede meno ma che comunque esiste, e che potrebbe allargarsi man mano che si diffonde la semaglutide: da noi infatti il Wegovy è legale dallo scorso luglio e il Mounjaro da ottobre. Intanto, lontano dagli eccessi delle celebrity, online ci sono sempre più persone che raccontano la propria trasformazione, non solo esteriore. Molte parlano con stupore della mancanza di fame e di pensieri legati al cibo (il cosiddetto food noise), un’esperienza che non avevano mai provato. Un utente del forum Lose the Fat ha scritto di aver finalmente capito perché i magri siano convinti che i grassi non abbiano forza di volontà: «È il loro cervello a dirgli di smettere di mangiare: non immaginavo funzionasse così».

La medicina per tutti i mali
L’Ozempic sembra smorzare anche altri desideri: chi lo prende ha generalmente meno voglia di fumare, bere alcolici e impegnarsi in altre attività compulsive, shopping incluso; è meno attratto da cibi grassi e processati e ha più voglia di fare sport. Sono già in corso studi per capire se possa essere usato contro le dipendenze, comprese le sostanze stupefacenti: il mondo sotto Ozempic sembra la scena finale di Mad Men dove Don Draper medita finalmente sereno con la camicia bianca sbottonata. L’Ozempic prospetta altre rivoluzioni: dell’industria alimentare, perché si mangerà meno e più salutare; di quella farmaceutica perché saranno ridotte le complicazioni legate al grave sovrappeso e all’obesità; dell’abbigliamento per la richiesta di taglie più piccole e l’abbondanza di taglie forti sul mercato del second-hand. Ci sarebbero conseguenze incoraggianti anche sull’ambiente: se si mangerà meno si sprecherà meno e si ridurranno le emissioni serra legate all’allevamento e alla coltivazione di mangime, mentre la compagnia aerea United Airlines ha detto che potrebbe risparmiare ogni anno 80 milioni di dollari di carburante se ogni passeggero pesasse 4,5 chili di media in meno. Degli effetti collaterali e a lungo termine si parla un po’ meno, anche perché ancora non si conoscono: come ha scritto il New York Times siamo tutti dentro un grande esperimento. Quelli più affascinanti riguardano le nostre menti: cosa vuol dire sentirsi sbagliati e respingenti per anni e poi ritrovarsi, nel giro di pochi mesi, in un corpo non più respingente ma desiderabile? È più facile da immaginare guardando le foto del prima-e-dopo delle persone che l’hanno provato, come per esempio Silvia Tucci, una delle prime in Italia a raccontare online la sua esperienza con la semaglutide: i video di lei obesa con il figlio piccolo in braccio lasciano spazio ad altri in cui, con 20 chili in meno, chiacchiera sicura di sé mentre si trucca.

Il nostro corpo che cambia
Di recente il New York Times ha pubblicato un pezzo su come l’Ozempic influisca sulle relazioni, a partire dalla storia di una coppia che non fa più sesso da dieci mesi, dal giorno stesso in cui lei ha iniziato la cura. Non per un calo di desiderio legato al farmaco – anzi alcuni studi farebbero pensare che il desiderio sessuale è aumentato dalla semaglutide – e non solo perché lui desiderava quel corpo morbido e accogliente ma perché ritrovarsi con un corpo diverso ci cambia da dentro. L’articolo racconta che molte persone compensavano la grassezza con un atteggiamento docile e accomodante per farsi accettare ma, una volta riscoperto il potere del corpo, cambiano atteggiamento; altre si sentono finalmente attraenti e scaricano il vecchio partner per trovarne di nuovi all’altezza. Non è un modo per demonizzare l’Ozempic – anzi anche questa potrebbe essere una forma di liberazione – ma per chiederci cosa voglia dire “essere veramente te stesso”, visto che bastano a volte anche pochi chili per stravolgerci. Infine l’Ozempic potrebbe aprire una nuova frontiera: in un mondo ideale in cui chi vorrà essere magro potrà farlo con un’iniezione o una semplice pillola, in cui la grassezza sarà slegata dal merito, quale sarà la nostra nuova idea di bellezza?

Adriana Cavallo __da__Rivista STUDIO

 

ozenpic

Noi il bene, loro il male. Così l’umanità sta peggio.

Qui il Bene, là il Male. Noi siamo il Bene, loro sono il Male. Quanto male può fare una divisione così drastica, perentoria, manichea, stabilita da una parte contro l’altra; quanti danni pubblici e privati, generali e particolari. Quanto razzismo si nasconde dietro quell’irrimediabile demarcazione tra i due regni. Dopo la settimana santa di Pasqua, è venuta la settimana manichea: da qui c’è il Bene, di là c’è il Male, solo il Male.
Non solo fascismo e antifascismo per il 25 aprile, ma anche la sfilata dei grandi ai funerali di Bergoglio è tutta una classifica tra il bene e il male: il bene è chi sta dalla parte di Bergoglio, il male è chi sta dalla parte di Trump o di Musk. E poi, in generale, il bene è femmina, il male è maschio; anzi il bene è trans e il male è la natura, con le sue differenze. Il bene è migrante, il male è restante. Il bene è straniero, il male è nostrano. Il bene è woke, il male è chi si attiene alla realtà. E via favoleggiando di bene in male, di male in peggio. Non si tratta di relativizzare e confondere il bene e il male, o di andare al di là del bene e del male; il problema è che qualcuno ritiene di avere il monopolio del bene e la facoltà di assegnare il male a chi gli si oppone, a prescindere dalla verità e dalla realtà.
Ad esempio la radice assurda del manicheismo applicato al fascismo e all’antifascismo è nella convinzione che il fascismo e il male si identifichino; sono la stessa cosa. Non a caso si definisce il fascismo come male assoluto ed eterno, come un tempo si definiva solo il Diavolo. Ergo, è sempre ora di antifascismo. In realtà il male non è nato con il fascismo, ma è purtroppo connaturato all’uomo, da quando esiste; esattamente come la vocazione al bene. Il male è nella storia dell’umanità, da sempre, e non appare solo in un angolo del Novecento o in una sola forma; il male ha varie forme. Analogamente, il male esiste anche oggi ed esisterà pure domani, e non ha senso chiamarlo ancora fascismo, non c’entra, è un’altra cosa; come era un’altra cosa il male che ha accompagnato l’umanità prima che spuntasse il fascismo. Ogni epoca ha le sue croci e le sue delizie. Eternizzare il fascismo, universalizzarlo, significa uscire dalla realtà e uscire di senno: è come definire fascista Gengis Khan o le invasioni marziane.
In secondo luogo, nessuno ha diritto innato di stabilire a suo insindacabile e unilaterale giudizio ciò che è bene e ciò che è male, decretando condanne e punizioni, inclusioni ed esclusioni. Men che meno le parti politiche e sociali, che sono appunto parziali; non a caso si chiamano partiti. La presunzione di una parte della cittadinanza di giudicare in permanenza l’altra parte, e di stabilire chi rappresenta il male e chi il bene, è il vero male radicale della nostra democrazia e della nostra società. Genera odio, esclusione, razzismo; esattamente quel che si imputa a priori alla parte avversa.
Lo schemino del bene e del male funziona però a pieno regime, e arriva a capovolgere la realtà. Ho davanti agli occhi il pronunciamento di 150 università e college americani contro “l’ingerenza dell’amministrazione Trump” che mina “l’indipendenza dell’istruzione superiore negli Stati Uniti”. Tutto nasce dall’azione giudiziaria avviata dall’Università di Harvard contro la decisione della Casa Bianca che ha congelato 2,2 miliardi di dollari di fondi pubblici federali, che a loro dire mira a “cancellare l’autonomia accademica e piegarla a fini ideologici”. Siamo davanti a un caso perfetto di scuola orwelliana. I fatti sono semplicemente a contrario: le università americane, come Harvard, in preda al delirio ideologico woke e alla sua tirannide, usano i fondi pubblici, cioè di tutti i cittadini, anche di coloro che votano Trump o non si riconoscono in nessuna ideologia, per imporre a docenti e studenti un’asfissiante cappa politically correct, e un corso intensivo di auto-mortificazione collettiva: l’Occidente bianco e cristiano deve vergognarsi della sua storia e dei suoi valori, della sua civiltà e delle sue tradizioni civili e religiose, e deve accogliere il lessico, il comportamento, l’ideologia woke e la sudditanza afro-asiatica. Se non lo fa, viene penalizzato, emarginato, additato al pubblico disprezzo e infine escluso.
Questa situazione genera disagio e rigetto nella popolazione, tra gli studenti e i prof che vogliono semplicemente insegnare, studiare e far studiare e non propagandare messaggi ideologici e moralistici. Se non volete credere a noi, leggete quel che scrive da tempo Federico Rampini a proposito di questo rigetto popolare, che è stato una delle cause che ha determinato il successo di Trump alle elezioni presidenziali. Coerentemente col suo programma elettorale con cui ha chiesto e ottenuto i voti per tornare alla Casa Bianca, Trump è di parola e ora con i fatti vuole ripristinare il buon senso comune, la realtà dei fatti e la mission dell’istruzione superiore e delle università. In America, la lotta all’ideologia woke non è solo un modo di dire o un comizietto per acchiappare consensi, come da noi, ma un impegno preciso, concreto. Così Trump subordina il finanziamento pubblico all’osservanza di questi requisiti elementari, a garanzia di tutti e non solo a sostegno di una parte. Non censura, non cancella, non perseguita, semplicemente dice loro: se volete continuare a svolgere corsi partigiani e ideologicamente orientati, fatelo da voi, trovatevi gli sponsor e fatti vostri; ma i soldi pubblici no, non potete usarli per somministrare le vostre prediche ideologiche, la vostra intolleranza e le vostre censure. Esattamente il contrario di quel che viene raccontato: Trump non censura ma rimuove le censure; non orienta ideologicamente ma si oppone a chi lo fa, e rende esplicito un criterio: se vuoi fare catechismo della tua parte, lo fai con i soldi della tua parte, non con quelli di tutti i cittadini. Perdi anche le agevolazioni fiscali, le esenzioni riconosciute per l’istruzione; perché non è istruzione pubblica ma propaganda di parte.
Naturalmente la setta intellettuale è insorta: il filosofo progressista Michael Sandel parla di minaccia reale alla democrazia, e paragona Trump a Orbàn e Erdogan (manca Putin, strano). Lo considera un attacco ai media, alla cultura e alle università. Ma lui stesso poi ammette che negli Usa «la fiducia nell’istruzione superiore è calata dal 57% nel 2015 al 36% nel 2023. Tra i repubblicani è crollata al 19%». Ci sarà un motivo? Poi Sandel se la prende con la meritocrazia, rispolverando vecchi argomenti egualitari e pauperisti, fallimentari alla prova dei fatti.
Certo, Trump è ruvido e grezzo, non ama la cultura, preferisce gli affari, detesta l’Europa e impone odiosi dazi; ma in fondo è omeopatico, reagisce all’intolleranza, alla discriminazione ideologica e al manicheismo in modo adeguato, cioè rude ma efficace. Per dirla in una battuta: la destra dei valori, la destra colta, civile e umanista non merita di essere rappresentata da uno come Trump, tutto muscoli, cresta e soldi; ma la sinistra manichea, classista e intollerante si, merita Trump in tutto il suo brusco splendore, con tutte le sue trumpate. Non tutti i mali vengono per nuocere, soprattutto se nuocciono a chi fa del male, e dice pure di farlo a fin di bene.

Marcello  Veneziano

Che sia un Papato minimo…

 

Limitato ai suoi compiti essenziali. Il capo della Chiesa non è il Papa, ma Cristo. Che il motto del nuovo Pontefice siano le parole di Giovanni Battista su Gesù: “Lui deve crescere, io diminuire”

Sia un Papato minimo. Un Papato come lo Stato minimo teorizzato dal filosofo superliberale Robert Nozick, ossia limitato ai suoi compiti essenziali. Poche cose ma fatte bene. Non soltanto perché il vano fracasso di un Papato strabordante, e di una papolatria latrante e non credente, disturba le mie orecchie. Soprattutto perché “capo della Chiesa è Cristo, non il Papa” (Papa Giovanni XXIII). Perché “la figura del Papa è troppo lodata. Si rischia di cadere nel culto della personalità” (Papa Giovanni Paolo I). Perché “il Papa non è un oracolo, è infallibile solo in rarissime occasioni” (Papa Benedetto XVI). Si ricominci dal bellissimo titolo gregoriano “Servus servorum Dei”.
Sia un Papato di servizio quello del prossimo Papa. Basta personalismi, narcisismi, dispotismi. Il servo dei servi di Dio si metta al servizio della ripresa del cattolicesimo, in Francia e anche altrove ormai evidente, o almeno eviti di ostacolarla. I 18 mila francesi (in gran parte adulti, un boom sacramentale) che si sono fatti battezzare la notte di Pasqua non l’hanno fatto per Bergoglio, l’hanno fatto nonostante Bergoglio che ad Abu Dhabi firmò la dichiarazione indifferentista in cui si palesava l’inutilità del battesimo. Il motto del nuovo Papa siano le parole di Giovanni Battista su Gesù: “Lui deve crescere, io diminuire”.

 Camillo  Langone__da___IL FOGLIO        

papa

Un necrologio onesto del fascismo e dell’antifascismo.

 

 

 

A ottant’anni dalla fine del fascismo mi cimenterò nell’impresa più folle del mondo, tentare in poche righe un necrologio onesto e schietto del fascismo e dell’antifascismo e della loro eredità, che scandalizzerà molti e scontenterà tanti. Tenetevi forte, è un tentativo opinabile ma animato solo dalla ricerca della verità, dal rispetto e dalla pietas per i caduti. Nei 165 anni di Italia unita il fascismo resta insuperato sul piano delle realizzazioni e delle riforme sociali, del consenso popolare e del prestigio mondiale, dell’integrazione nazionale e sociale delle masse, dell’ordine, dell’efficienza dei servizi e dell’efficacia di governo, dell’onestà pubblica e della dedizione allo Stato e all’amor patrio. Chi lo nega è disonesto, nega la realtà e la verità. Fu un regime di modernizzazione che fece fare all’Italia passi da gigante. E’ altrettanto onesto dire che tutto questo non basta a compensare la perdita della libertà, la costrizione e la violenza, la retorica, la sciagurata alleanza col nazismo, la complicità nel razzismo e infine la passione fatale della guerra che resta il vero peccato mortale del fascismo. Non si bilanciano beni e mali imparagonabili tra loro ma si presentano in bilancio entrambi.

Chi dal dopoguerra in poi fu fascista a babbo morto, ovvero quando il regime era sepolto e proibito, credette in buona fede che fosse essenziale il primo lato e accidentale il secondo; ne elogiò a suo rischio le grandi imprese e reputò i disastri frutto di errori e circostanze, cattivi alleati e avversari. Non fu così, autentici furono ambo i versanti, i successi e gli errori, le glorie e gli orrori; da qui l’interpretazione tragica del fascismo. Non criminale né trionfale, ma tragica, perché nella tragedia si concluse. In un necrologio onesto il fascismo grandeggia nella storia in ambedue. Mussolini fu il più grande politico italiano nella storia del ‘900; ma più grande non vuol dire il migliore. È un giudizio storico, non morale. Grandi furono pure Stalin e Mao, tiranni sanguinari (altro che il duce) ma grandi fondatori di uno Stato. Non riusciremo a digerire il fascismo finché non diremo tutta la verità, anziché solo la metà, o anche molto meno. Quanto alla Repubblica sociale, il giudizio storico deve essere preceduto da un’ipotesi storica, a mio parere fondata, che spiazza fascisti e antifascisti: nel 25 luglio del ’43 Mussolini lasciò il potere senza opporre resistenza al Re e al Gran Consiglio, forse addirittura favorendo il cambio di governo: per consentire i negoziati di pace e tirar fuori l’Italia da una guerra che aveva sottovalutato nella sua catastrofica portata, da un’alleanza che stava arrecando sciagure e da un conflitto che si stava rivelando tragicamente perdente. Quando i tedeschi andarono a “liberarlo” sul Gran Sasso, era recalcitrante; e alla fine accolse l’idea di costituire la Repubblica sociale per salvare il salvabile e arginare l’azione dei tedeschi in Italia, come sostenne, tra gli altri, lo storico Renzo De Felice.

Tra i lasciti negativi del fascismo e dell’antifascismo all’Italia di dopo non possiamo più difendere Dio, la patria, la famiglia, la tradizione, la nazione, l’ordine, l’autorità, il dovere, perché il fascismo cercò di farle sue; e il suo rivale, l’antifascismo, gliele ha regalate in blocco con grave danno generale: chi oggi le sostiene viene accusato automaticamente di fascismo. Quella perdita fu un male assoluto, e insoluto, perché non finisce mai di nuocere.

Nel necrologio onesto sull’antifascismo, bisogna partire dal riconoscere rispetto e ammirazione in primo luogo per coloro che furono antifascisti sotto il regime, scontandolo sulla propria pelle; poi per coloro che in guerra combatterono davvero il nazismo e il suo alleato, nel nome della libertà, dell’amor patrio e dell’indipendenza nazionale.

Però buona parte della Resistenza non condivideva quegli ideali e quei propositi ma voleva instaurare in Italia una dittatura comunista, una repubblica sovietica o nella migliore delle ipotesi un regime oligarchico di segno progressista. E si regolò di conseguenza nella lotta cruenta contro i fascisti e a volte contro gli stessi antifascisti, come i partigiani “bianchi”.

In secondo luogo, bisogna riconoscere che la Liberazione dell’Italia non avvenne ad opera della lotta partigiana ma delle truppe alleate. Basterebbe ricordare un solo dato: per liberare l’Italia morirono nel nostro Paese oltre 90mila soldati americani e furono uccisi 120mila soldati tedeschi. I partigiani uccisi, secondo un dato dell’Anpi, furono 6882. La sproporzione numerica dice già tutto. Si può immaginare un’Italia liberata senza Resistenza, ma non si può immaginare un’Italia liberata senza Alleati.

In terzo luogo, bisogna raccontare il diritto e il rovescio della guerra partigiana: non solo le meritorie e coraggiose azioni di guerra, ma anche le stragi, le esecuzioni, soprattutto nel “triangolo rosso”, di decine di migliaia d’italiani, anche a guerra finita, nonché il sostegno dato ad altri orrendi massacri, a partire dalle foibe nel nord est d’Italia. Stragi che non riguardarono solo fascisti, ma anche gente comune.

Quali sono dunque le ragioni critiche nei confronti della celebrazione del 25 aprile? Storicamente non è stata una festa inclusiva e nazionale, ma è stata la festa delle bandiere rosse. È stata poi una festa concepita contro gli italiani del giorno prima, ovvero gli italiani che erano stati in larga parte fascisti (o non antifascisti) e questo ha istigato gli italiani alla doppiezza e all’ipocrisia. Poi ha negato dignità e memoria a tutti coloro che dalla parte “sbagliata” hanno dato la vita per la patria, solo per la patria, pur sapendo che si trattava di una guerra perduta.

Sarebbe giusto che l’antifascismo fosse finito quando finì l’antagonista da cui prende il nome: il fascismo è morto e sepolto e non può sopravvivergli il suo antidoto, nato con la missione di abbatterlo. Questo fu, del resto, lo spirito che prevalse nell’Italia democristiana, che rasserenò il Paese. Quando invece una festa aumenta l’enfasi col passare degli anni anziché attenuarsi, come è legge naturale del tempo, allora sa d’inganno e di uso cinico per altri scopi. E poi è una commemorazione solo celebrativa, a differenza delle altre ricorrenze nazionali, si pensi al 4 novembre, in cui si ricordano anche infamie e orrori della Grande Guerra; invece nel 25 aprile è vietato ricordare le pagine sporche o sanguinarie che l’hanno accompagnata e distinguere tra chi combatteva per la libertà e chi voleva instaurare un’altra dittatura. Infine celebrando sempre e solo il 25 aprile, unica festa civile in Italia, si riduce la storia millenaria di una patria, di una nazione, ai suoi ultimi tempi feroci e divisi. Troppo poco per l’Italia e per la sua antica civiltà.

Come se ne esce dall’impasse? Con una dichiarazione di principio da condividere, pur ciascuno con le sue motivazioni: la libertà e la democrazia vanno difese da ogni tentazione dispotica, oligarchica e totalitaria – passata, presente e futura – l’amor patrio comune prevalga su ogni antistorica contrapposizione di parte, pur nella legittimità di avere giudizi storici differenti. Ed è più che maturo, anzi tardivo, il tempo di restituire il fascismo e l’antifascismo alla storia, liberando la politica da usi e abusi impropri e anacronistici del passato remoto. Coltiviamo la memoria storica ma la nostra storia non comincia e non finisce il 1945.

Non sarete d’accordo su niente, su molto o su qualcosa di quel che abbiamo scritto ma converrete che una storia del fascismo, dell’antifascismo e della loro eredità così breve e secca forse non vi era mai capitato di leggere.

Marcello  Veneziani               

Un selfie con la salma di Papa Francesco dopo ore di fila, l’orrore sui social dei fedeli a San Pietro: “Vi spiego perché lo fanno”.

 

Oltre alle immagini delle interminabili code dei fedeli che hanno raggiunto Città del Vaticano per omaggiare la salma di Papa Francesco, stanno circolando sui social fotografie e video che mostrano persone intente a scattarsi selfie una volta arrivati di fronte al feretro del Pontefice. Un gesto che ha suscitato polemiche e indignazione, soprattutto sul web dove ha avuto larga diffusione. “Una gravissima mancanza di rispetto”, si legge tra i vari commenti su X. Secondo Alessandro Ricci, Consigliere Ordine psicologi Lazio e professore Istituto Psicologia Pontificia Università Salesiana, intervistato dal Messaggero, oggi “tutto si consuma velocemente a discapito del tempo della riflessione, della lentezza che serve a ponderare le cose per andare in profondità sui propri vissuti emotivi e sulla capacità di elaborarli – spiega – Siamo sempre più rapidi ma superficiali, si può facilmente passare da un gesto di raccoglimento e rispetto a qualcosa di più turistico o, ancor peggio, narcisistico”. Siamo sempre più “pervasi” dal desiderio “di essere visti”, ma “il bisogno diventa un’urgenza pervasiva amplificata dai social”, precisa.
Per il professore, il gesto non dovrebbe essere, però, vietato. “Penso che non sia giusto vietarlo, ma soprattutto credo sia urgente educare, fin da piccoli, ad un uso consapevole dei social e al rimettere al centro delle nostre vite la capacità di entrare in contatto con le nostre esperienze e saperle ascoltare, rifletterci sopra e ponderarle”. Il Pontefice, nel suo pontificato “più volte ha messo in guardia dal culto dell’apparenza e dalla società dell’immagine – conclude Ricci -, e quindi credo sia importante in questo momento essere coerenti con il suo messaggio e sapersi decentrare dal proprio ego per sapersi ritrovare umani e reali e non virtuali a caccia di un like”. A questo fenomeno ha provato a dare una spiegazione anche la professoressa Daniela Villani, associato all’Università Cattolica di Milano in Psicologia Generale e docente di psicologia della religione. “Il fatto che molti fedeli si scattino dei selfie davanti alla salma di Bergoglio si spiega da un lato con la fruizione sempre più superficiale delle emozioni e dall’altro con la ricerca del consenso”, dice all’AdnKronos.

Alba Romano __da___ Open

 

selfie

Non Santo Padre ma Fratello

 

Papa Bergoglio è stato un papa umano, troppo umano. Ha fatto dell’umanità il senso e l’orizzonte del suo pontificato. Ha umanizzato il divino, ha desacralizzato la fede, ha socializzato la cristianità, ha tradotto la carità in filantropia. Non è stato Santo Padre ma Papa Fratello, e la sua fratellanza era un po’ come la fraternité sposata all’egalité. Il cristiano concepisce la fratellanza rispetto al Padreterno. Voleva abbattere muri e confini, aprirsi ai non credenti o ai credenti di altre fedi, ma ha eretto muri e solcato confini all’interno della cristianità, tra i cattolici della tradizione e i cattolici del progresso, ponendosi dalla parte di questi ultimi. Umano troppo umano è, come sapete, il titolo di un’opera di Friedrich Nietzsche; il filosofo dell’anticristo avrebbe ritrovato in lui esattamente quel che lui intendeva per cristianesimo e che avversava: la religione degli ultimi, la cristianità come preambolo religioso del socialismo, del pauperismo, il Vangelo come riscatto e denuncia sociale. In fondo la visione del cristianesimo in Nietzsche combacia con quella dei cristiani progressisti. Naturalmente è opposto il segno, negativo in Nietzsche e positivo in loro, ma la diagnosi è simile.

Non siamo nessuno per giudicare un papa, e la storia dirà qual è stata la sua impronta sulla Chiesa e sul mondo. Ma se è permesso esprimere in piena umiltà un sommesso parere sul suo papato, oltre le untuose ipocrisie che ci sommergono da due giorni, Francesco non è stato un grande Papa, o un Papa grande, come si dice nella Chiesa che intende la grandezza come presagio di santità. È stato, invece, un Papa Piccolo, che ha voluto rendere se stesso e la Chiesa all’altezza del mondo, dei tempi, della situazione sociale. Si è fatto piccolo per essere dentro questo tempo; umile se volete, anche se non di buon carattere.

Anche questa definizione di Papa Piccolo dovrebbe in fondo non dispiacere a chi ha esaltato in lui proprio questo suo aspetto di vicinanza all’umanità, a partire dagli esclusi. Il carisma è il segno di una raggiante paternità e di una luminosa presenza del divino in terra; Bergoglio ha invece scelto la via opposta, quella di umanizzare Cristo e il Vicario di Cristo in terra, fino a renderlo “uno di noi”. Non l’amore per il Lontano ma l’amore per i lontani, i più lontani dalla civiltà cristiana, dal nostro occidente, dalla chiesa, occupandosi largamente di migranti, cioè di coloro che venivano da altri mondi, da altre religioni. Non ha affrontato il nichilismo della nostra epoca, la desertificazione della vita spirituale, limitandosi a criticare legittimamente l’egoismo e la prepotenza. Ha cercato la simpatia, a tratti la piacioneria, più che la conversione e il mistero della fede.

È morto nel giorno del Sepolcro vuoto, il giorno che segue alla Pasqua, in cui l’Angelo annuncia alle donne che il Figlio è tornato dal Padre, non è più in terra, e anche questo – per chi crede ai simboli – è una coincideva significativa. Un giorno speciale, non solo perché lunedì dell’Angelo, ma perché quest’anno la pasqua cattolica coincideva con quella ortodossa; ed era il 21 aprile, il giorno del Natale di Roma, in cui il sole entra perfettamente nell’opaion del Pantheon, l’oculo aperto nella sommità del cerchio e trafigge il portone di bronzo e chi vi si pone alla soglia del tempo dedicato a tutti gli dei. Il suo papato è durato dodici anni, un tempo non lungo come quello di Giovanni Paolo II, né breve come quello dei papi meteore, come accadde a Giovanni Paolo I, Papa Luciani.

Lascerà un’eredità importante sul Conclave che dovrà eleggere il nuovo Papa e magari avviare la santificazione di Papa Bergoglio: ha eletto più cardinali di ogni altro predecessore, l’ottanta per cento del Conclave, lasciando così una larga maggioranza bergogliana. Per questo la sua eredità sarà davvero importante sul prossimo Conclave, a parte l’ispirazione dello Spirito Santo.

Non è riuscito a fermare l’emorragia della fede cristiana nel mondo, il calo senza precedenti di vocazioni in chiesa e nei conventi e di partecipazione dei fedeli ai sacramenti e alle messe; le chiese vuotate, la fede disertata.

Un processo lungo che dura da tempo, che si è accelerato almeno dai tempi del Concilio Vaticano II in poi e che i suoi predecessori non riuscirono ad arginare; con lui la scristianizzazione è stata ancora più vasta e veloce.

Papa Bergoglio raccoglieva simpatie di molti che cristiani e credenti non erano e che tali restavano; non ha convertito nessuno dei suoi simpatizzanti non credenti, mentre all’interno della cristianità, dicevamo, si è acuito il dissenso e la divisione tra i cattolici più legati alla tradizione e i cattolici più aperti ai tempi nuovi e al mondo sempre più scristianizzato. Ha dialogato più con i progressisti non cattolici che con i cattolici non progressisti; aperto ai primi, ostile ai secondi, la fede cattolica diventava una variabile secondaria rispetto alla posizione storico-sociale. Ha elogiato il dialogo intereligioso ma non a partire dai più vicini, come i cristiani ortodossi, di rito greco-bizantino, ma dai più lontani, come gli islamici e i più remoti nel mondo.

I suoi temi dominanti sono stati la pace, l’accoglienza, i migranti, l’ambiente, l’apertura alle donne con ruoli ecclesiali, il dialogo con gli atei. Ha denunciato le ingiustizie sociali, ha difeso i poveri, ha criticato il capitalismo e il consumismo, come è giusto che faccia un Papa. Ha tenuto fermi alcuni principi e alcune scelte di vita, in tema d’aborto, maternità, famiglia, lobby gay; ma i mass media hanno posto la sordina a questi suoi appelli in contrasto col mainstream. Anche in tema di pace ha fatto risuonare con forza la sua parola davanti alle guerre e ai genocidi senza distinguere tra gli uni e gli altri. Meno attento, invece, sulle persecuzioni dei cristiani nel mondo. È apparso refrattario ai riti, ai simboli, alla liturgia sacra.

Restano alcuni grandi e piccoli misteri, come il non essere mai tornato in dodici anni di pontificato nella sua Argentina; è stato in Brasile, ai suoi confini ma non ha mai varcato la soglia di casa, e su sui motivi di questa stranezza i media hanno sempre taciuto.

La chiesa che lascia è più fragile, disabitata e lacerata di quella, già in crisi, che raccolse dal suo predecessore, Papa Benedetto XVI. E gravata ancora da alcune ombre d’infamia, come la pedofilia e la corruzione, che funestano la chiesa, i sacerdoti, ormai da tanti anni.

Qualcuno per rispondere alla crisi di vocazioni e alla pedofilia, propone il matrimonio per i preti, ma non è un rimedio per nessuno dei due. Non entreremo nella spinosa questione della legittimità del suo pontificato, non ne abbiamo la competenza, ed è materia troppo delicata per affrontarla nel corso di un articolo. Siamo sempre stati combattuti tra l’ossequio al Papa, chiunque egli sia, per quel che comunque rappresenta e per la nostra inadeguatezza a giudicare, e la critica per alcune sue posizioni che erano in palese contraddizione con il magistero dei precedenti pontefici e con la lezione di santi, teologi e dottori della Chiesa.

La sua morte esige rispetto, pietà e preghiera per il suo ritorno al Padre. Bergoglio esercitò il suo ruolo di Pontifex innalzando ponti tra i popoli più che tra l’uomo e Dio. Non ha costruito ponti tra il tempo e l’eternità, ma tra la chiesa e il suo tempo, a senso unico. Infatti, la sua Chiesa si è aperta all’oggi ma l’oggi non si è aperto alla Chiesa.

Marcello Veneziani                         

Cavalcare la tigre artificiale…

 

 

In estrema sintesi, vi propongo dieci tesi sull’Intelligenza artificiale.

I-Per cominciare, non chiamiamola intelligenza, che implica sapere critico, coscienza etica, ispirazione spirituale, capacità creativa, emotiva e intuitiva che “legge dentro”. Meglio definirlo cervellone artificiale, come un tempo si diceva cervellone elettronico, perché surroga, amplifica e potenzia le funzioni cerebrali. Da qui in poi lo indichiamo con la sigla CA, anziché IA.

II-La rapidità del suo sviluppo e dei suoi processi supera la capacità umana di comprenderli, digerirli, farli propri. La trasformazione è rapida, ripida, virale. Così nasce il fatalismo del suo avvento, segui la sorte tecnologica o poi la inseguirai con affanno. Nelle Tesi su Feuerbach Marx diceva che finora abbiamo interpretato il mondo ora si tratta di trasformarlo. Da allora stiamo radicalmente trasformando il mondo ma abbiamo smesso di capirlo. Il CA rende l’uomo antiquato perché cresce il dislivello “prometeico”, notava Gunther Anders: la tecnica cresce e l’humanitas decresce, non riesce più a stare al suo passo. Si allarga la forbice (E.Jünger).

III- Il problema cruciale si riassume in una domanda: il CA espande o sostituisce l’umano? Il processo avviato, incontrollato, diventa un’inquietante sostituzione dell’umano, del divino e del reale. In prospettiva, la fine dell’umano coincide con la fine del divino ma anche con la fine della realtà. Mondo fisico e metafisico tramontano insieme; un mondo parallelo, virtuale, fittizio prende il posto di Dio, dell’umano e della realtà.

IV-Il CA non monopolizza solo il mondo futuro ma diventa l’erede universale del passato. Un immenso magazzino dati, un gigantesco cloud, raccoglie tutto il sapere accumulato nel tempo e lo rende fruibile. Funzione utile e largamente utilizzata dagli utenti; preziosa a patto di non confondere l’informazione con la cultura, il sapere “liofilizzato” del Cervellone col sapere organico attinto direttamente dalle fonti, frutto di studio, lettura, selezione, passione e senso critico. Un conto è disporre di un utile supporto, un altro è pretendere di sostituire la cultura con l’accesso ai dati globali.

V- La scienza viene ridotta a premessa per l’applicazione tecnica. Ma la scienza non “serve” solo a modificare il mondo bensì a conoscerlo e averne una visione.

Scientia est potentia diceva Bacone; ma la potenza della scienza va governata e limitata da due condizioni: da un verso so di non sapere, come diceva Socrate, non sono onnisciente ma conosco i miei limiti; è la dotta ignoranza di Cusano. Dall’altro verso, so di non potere, ovvero non tutto è permesso, non ogni potenza deve diventare atto, bisogna fermarsi quando l’agire sconfina e produce danni superiori ai vantaggi. Porre limiti alla volontà di potenza e alla superbia.

VI- Chi controllerà il CA dominerà il mondo. Sarà uno o più soggetti, saranno alleati, concorrenti o rivali? Saranno gli Stati, i deep state oppure i colossi privati? Si può già dire una cosa: nella sfida partono avvantaggiati i paesi in cui le decisioni, le filiere di comando, i passaggi sono rapidi e diretti. Le dittature, i sistemi totalitari sono più efficaci nel dominio tecnologico, mentre i sistemi plurali e liberali partono svantaggiati.

VII- Il vero rischio che corriamo è varcare senza più accorgercene la soglia di non ritorno. Se si atrofizzano le capacità critiche, l’intelligenza, la reattività e l’attenzione alle conseguenze, non sarà più possibile tornare indietro, ne perderemo coscienza. Potrà accadere che venga instaurato un regime di sorveglianza, l’infocrazia di cui scrive Byung Chul-Han, e venga perfino considerata garanzia di libertà, per il nostro bene. Segnali inquietanti già si avvertono.

VIII-La preoccupazione del futuro non è dunque l’avanzata della cosiddetta Intelligenza Artificiale ma la ritirata dell’Intelligenza naturale. Ovvero il pericolo per l’avvenire non è tanto la crescita prorompente del CA ma l’affievolirsi e poi lo spegnersi della coscienza critica, della responsabilità etica, della memoria storica, della cultura, insomma dell’intelligenza umana. Chi potrà allora bilanciare senza fermare l’avanzata tecnologica? Chi potrà orientare il suo sviluppo in una direzione compatibile e proficua per l’umanità?

IX- Ma è possibile guidare la corsa del CA? Difficile rispondere, però bisogna rispondere: non so se sia possibile, non siamo in grado di prevederlo ma so che è necessario compensarla e condurla. Confidiamo che la realtà si riprenda la sua rivincita sul mondo virtuale, fittizio, parallelo; che l’imprevedibilità degli esiti storici apra nuovi percorsi, giacché la storia non segue una via unica e prestabilita, ma è esposta a variabili e imprevisti; e che irrompano fattori imponderabili che potremmo definirli come la mano degli dei o della provvidenza. Per riassumere i tre fattori in una sola espressione: la storia è esposta all’eterogenesi dei fini, ossia le conseguenze, gli esiti a volte rovesciano le intenzioni e le premesse.

X-infine chiediamoci: cosa resterà irriducibile alla tecnica, cosa non potrà mai fare il CA? Non prenderà mai l’iniziativa da solo, non riuscirà a generare da solo un essere vivente; non sarà mai creativo ma imitativo, combinerà i dati, li replicherà; non avrà coscienza spirituale e morale, senso del bello e del limite, ispirazione e commozione. L’amore, l’energia vitale che dà inizio a ogni cosa e muove l’universo, non è alla portata del CA. Potrà fare cose simili e verosimili, mai vere e originali. L’amore non si clona.

Marcello  Veneziani                    

L’ultimo esempio di Papa Francesco

 

Il Pontefice ci ha lasciato un ammonimento muto che riecheggia la “parabola delle mine” nel Vangelo di Luca: non conta quanto a lungo stringiamo la nostra vita, se la teniamo chiusa in un fazzoletto

Ho riletto la parabola delle mine, monete che un uomo di nobile stirpe consegna a dieci servi comandando loro di investirle. Si trova nel Vangelo di Luca (19, 12-27): ciascun servo investe la mina con alterna fortuna, ricavando chi tanto chi poco, ma l’unico col quale il padrone si arrabbia è quello che se la tiene riposta in un fazzoletto per timore di perderla. Non sappiamo nulla di quanto onestamente gli altri servi abbiano ottenuto il ritorno del proprio investimento, ma sappiamo che il padrone chiama malvagio soltanto il servo che, per paura, non ha combinato nulla. Papa Francesco aveva una mina, l’ultima, che gli era stata consegnata all’uscita dall’ospedale. Poteva conservarla gelosamente e riguardarsi, facendo la vita del ricoverato di lusso per vivere quanto ancora? Un’altra settimana, un altro mese? Invece, nei giorni di Pasqua, l’ha investita sforzandosi di onorare con la sua presenza viva un padrone che, stamane, è passato a riscuotere. Se n’è andato con lui mentre noi non ci pensavamo, e magari dormivamo ancora, lasciandoci però quest’ammonimento muto: non conta quanto a lungo stringiamo la nostra vita, se la teniamo chiusa in un fazzoletto.

Antonio Gurrado__da__IL  FOGLIO

 

il papa

I beni (nel) rifugio…

 

Quell’estate avevo inventato un po’ di scuse per restare a Bologna, funzionarono tutte. Una mattina, a ridosso di ferragosto, in tv passava Brazil di Terry Gilliam, un piccolo capolavoro di stampo orwelliano su come sarebbe stata la nostra vita nel futuro. Tetra e in catene, ma tutti lavoravano. Vi ricorda qualcosa? La vita dei piccoli impiegati del film di Gilliam, sia al lavoro che una volta rincasati, sembrava al buio, senza cielo. In un bunker emotivo che, conscio della propria forza, non aveva bisogno di toglierti la vita per neutralizzarla.

Te la lasciava in mano, come una torcia senza batterie, tanto non si sarebbe mai accesa. L’altra mattina scorrendo le notizie col telefonino vengo raggiunto da una pubblicità che sembrava uscita proprio da Brazil di Gilliam, avendone peraltro affinate le conseguenze. Un curioso ragazzotto tesseva le lodi del futuro e il futuro era fatto di merendine che scadevano nel 2050 o giù di lì. Non capivo come mai il giovanotto si muovesse in spazi così angusti e, diversamente da tante altre pubblicità, non ci fosse nei paraggi una finestra con dietro prati e ruscelli.

Poi ho capito, stava vendendo un bunker.

Mi ha colpito quella locuzione lancinante “Mai come adesso è tempo di pensare a un bunker…”. Dato che probabilmente siamo ad un passo dalla guerra nucleare, che fai, un bel bunkerino non te lo compri? La naturalezza con la quale collegava le due ipotesi (schianto del pianeta e tu, sul letto, a mangiare merendine che scadono nel 2050) era, come dicono quelli bravi, un segno dei tempi. Fino a qualche anno fa, dopo un tale presagio, ci saremmo buttati da un ponte. Oggi chiediamo un preventivo.

Il primo istinto è domandarsi che senso abbia sopravvivere se non puoi uscire e stare nel mondo, insieme agli altri.

Il secondo istinto, un filino più levigato, è domandarsi se sfregarsi con gli sconosciuti sulla metro o diventare povero comprando biglietti del bus a Bologna sia davvero, in realtà, uno «stare con gli altri». Se correre al lavoro e tornare sfatti a casa sia, sostanzialmente, diverso dal film orwelliano di cui parlavo.

Cosa ne penso io? Dipende da chi c’è a casa.

Chi vi aspetta non “vale la pena”, fa di più. La vince, trasformando ciò che nelle nostre vite ci umilia in una sorta di vago ricordo, perderò in mordente competitivo ma devo confessare che a mio avviso, l’affetto e l’amore sono il grande antidoto non al dolore ma all’assenza di senso. Alla banalità del male certo, ma anche a quella del finto bene.

Bloccato nel traffico avevo dunque tempo per riflettere e comprendere cosa mi spaventasse realmente del bunker; l’aver perduto la possibilità di rincasare.

Non è uscire che ci rende felici ma tornare a casa, questo è ciò che una guerra nucleare ti toglie.

Prima degli influencer gli influencer stessi esistevano già, semplicemente non avevano bisogno di chiamare in inglese un mestiere per farlo sembrare meno cretino, e così capitava spesso che interviste con personaggi famosi terminassero con la domanda dell’isola deserta; ci dica dieci cose che porterebbe con sè sull’isola deserta.

E nel bunker, mi sono chiesto, se la mia vita finisse in un bunker, cosa mi porterei?
Niente oggetti, mi porterei milioni di cose che ho visto, momenti che stanno dall’altra parte degli occhi, fra le diottrie e il cervello. Il bene confuso e senza nome degli estranei.
Per esempio, mi porterei quella signora che, in montagna, pettinava i morti sui letti, complimentandosi con loro per il vigore dei capelli.
Mi porto una donna che, di notte al pronto soccorso, dava fiducia ad un signore anziano. “È suo padre?” le ho chiesto mentre io ero lì col mio “No – rispose lei – non conosco questo signore”.

Mi porterei quella ragazza infinita che al ristorante, poco prima di cenare, si abbassa per togliersi l’apparecchio senza sapere di essere, proprio in quel momento, la più bella di tutte.
Mi porterei quei due anziani che escono dal fast food senza aver capito cos’hanno mangiato e lui che insiste affinché lei tenga il cappotto «almeno sulle spalle».
Mi porterei tutti quelli ai quali è andato male qualcosa davanti ai loro figli o le ragazze che aspettano un bambino e, da come sorridono, si capisce che per loro il segreto della felicità non è più un segreto.
Mi porterei quelli che riparano gli oggetti, nella speranza che da lì le cose ricomincino a funzionare.
Mi porterei quel barbiere, in piena estate, e la sua solitudine seduto in poltrona davanti allo specchio.

Mi porterei quei quattro cretini adolescenti che mi tirarono un gavettone da un terrazzo in pieno ottobre.
Mi porterei chi ha paura e il finale de L’uomo senza passato di Kaurismaki, per mostrare l’uno all’altro.
Mi porterei quelli di cui ha cantato, senza mai stonare, Jannacci.
Mi porterei chi ha perso il lavoro ma soprattutto chi l’ha trovato e la sua vita non è cambiata.
Mi porterei quel portiere di notte che, in un albergo siciliano, giocava a scacchi da solo. E perdeva.
Mi porterei quel ragazzo cui avevano rubato la bici e si è portato la mano davanti alla bocca dicendo ai passanti «Era di mio nonno». E sulla fiducia, mi porterei anche suo nonno.
Mi porterei quell’odore di ascelle della palestra Furla in Via San Felice, dove il mio sudore e quello di mio figlio, a modo loro, saranno coinquilini per sempre.

Cristiano Governa
                                                  

                                      Illustrazione___Laura   Angelucci   stanza