L’abitudine giapponese che semplifica la vita e aiuta a ridurre lo stress quotidiano…

Si chiama Metodo Lean ed è una strategia per “snellire” e rendere più facili le attività di ogni giorno. Evitando sprechi di tempo e di energia. A tutto vantaggio del benessere ,riducendo il carico di stress. Ecco come funziona.

Qualche tempo fa, una mia amica mi svelato il suo modo di ridurre il tempo trascorso sui social media, in particolare Instagram. Ogni giorno, installa l’applicazione, la utilizza per un determinato lasso di tempo, quindi la disinstalla. «I social network generano in me una certa dipendenza, e in questo modo riesco a controllarla», mi ha spiegato a fronte della mia perplessità. «Il tempo che impiego a installare e disinstallare l’applicazione è comunque minore di quello che dedicherei a fare scrolling se tenessi Instagram sempre accessibile sul mio smartphone». Sono rimasta colpita da questa sua tecnica per contrastare una dipendenza che le sottraeva tempo e aumentava il carico di stress, dove con “stress” intendo quello che si prova quando si ha la sensazione di aver passato il proprio tempo libero a guardare una sequenza di vite irreali.
Il segreto della produttività giapponese

La cosa mi ha riportato alla mente una delle “abitudine” che l’ideatore di questo concetto, James Clear, spiega nel suo libro bestseller dall’eloquente titolo di Atomic habits. Piccole abitudini per grandi cambiamenti [edito in Italia da DeAgostini]. Clear insiste sul fatto che la chiave per realizzare i propri propositi senza stress è quella di renderli, tra le altre cose, facili e, nei limiti del possibile, piacevoli. E fa riferimento a una pratica nota come “metodo lean” (o “produttività snella”), nata in Giappone alla fine degli anni 40, quando le aziende nipponiche riorganizzarono completamente le loro catene di montaggio in modo da individuare gli errori prima che si verificassero (e non dopo), seguendo un modello produttivo privo di qualsiasi genere di spreco che potesse rendere il processo meno fluido e compromettere il risultato finale. Questo includeva anche la riprogettazione dello spazio lavorativo, che doveva essere tale da evitare “sprechi di movimento”.  Grazie a questa strategia volta alla rimozione di ogni genere di barriera – non solo quelle fisiche, ma anche quelle che Clear chiama “punti di tensione” o “di resistenza” –, le aziende giapponesi sono riuscite a diventare molto più produttive, risparmiando tempo e denaro e innalzando persino la qualità del risultato finale. Applicato alla vita quotidiana, questo metodo può essere utilizzato per eliminare le distrazioni, come ha fatto l’amica di cui ho parlato all’inizio.

Come applicare la “produttività snella” all’ambito quotidiano

Questa tecnica di ottimizzazione ha applicazioni non solo commerciali, ma anche domestiche, in grado di semplificarci la vita. Basta cercare su Google alla voce “tecniche di produttività snella” per imbattersi in vari esperti che spiegano come mettere in pratica queste strategie per ridurre lo stress. Ad esempio, Brion Hurley, guru dell’ottimizzazione a livello di business, conferma che l’eliminazione delle barriere o dei punti di tensione può risultare utile per evitare di procrastinare, per risparmiare tempo e ridurre la frustrazione. Si tratta di accorgimenti estremamente banali, al limite dell’ovvio, come rimuovere dal pavimento gli oggetti che sono di ostacolo quando si passa l’aspirapolvere o riporre secondo un ordine logico gli strumenti e i prodotti che si utilizzano per la pulizia della casa, ad esempio suddividendoli per categorie, in modo che non si debba perdere tempo a cercarli.
Parola d’ordine: facilitare.  Da parte sua, Clear sottolinea l’importanza di non imporsi titanici sforzi di volontà per svolgere con costanza una certa attività, ma piuttosto di rendere quest’ultima più accessibile. «Per esempio, quando si decide dove praticare una nuova attività, è opportuno scegliere un luogo situato lungo la strada che si percorre quotidianamente», dice. «È più facile costruire un’abitudine quando questa si inserisce nel flusso della vita di ogni giorno. Così, allenarsi risulta meno gravoso se la palestra si trova lungo il percorso che seguite ogni giorno per andare al lavoro: eviterete di dover fare deviazioni, risparmiando tempo e stress».  La stessa logica può essere applicata all’ordine e alla pulizia della casa: si tratta di riorganizzare l’ambiente domestico in modo da rendere questi compiti più facili, eliminando le “resistenze” di cui parla Clear. «Azzerando quei punti di tensione che causano uno spreco di tempo ed energia, possiamo ottenere di più con un minore sforzo, il che comporta anche un alleggerimento del carico cognitivo». In breve, l’abitudine giapponese è quella che consente di rendere più facile il percorso per raggiungere un obiettivo, riducendo in tal modo lo stress quotidiano.

Eliminare i punti di tensione ogni giorno: qualche consiglio

Tenete in bella vista in frigorifero gli alimenti più sani da consumare quando avete fame. Secondo la Harvard Health Publishing, uno studio condotto dalla Cornell University ha evidenziato che chi conserva dolci e bevande gassate a portata di mano sul bancone della cucina ingrassa di 9-11 chili in più rispetto a chi li tiene lontani dalla vista.
Spegnete il telefono o mettetelo in “modalità aereo” quando dovete concentrarvi al lavoro. L’esperta di neuroscienze Ana Ibáñez usa l’espressione “bolle di concentrazione” per riferirsi alle fasi di lavoro senza interruzioni in un ambiente privo di distrazioni.
Fate sport quando vi alzate, per eliminare qualsiasi ostacolo o resistenza durante il giorno, ma la sera prima preparate gli indumenti da indossare.
Se volete bere più acqua durante la giornata lavorativa, riempite una bottiglia o una borraccia e tenetela sulla scrivania. In questo modo eviterete sprechi di movimento e l’insorgere di eventuali fattori di resistenza.
Quando fate il bucato, riservate una corda dello stendibiancheria a ciascun tipo di indumento e lavate i calzini appaiandoli con una molletta, in modo da non dover perdere tempo ad accoppiarli in seguito.
Prima di praticare la vostra routine di cura del viso, collocate su un piano di appoggio i prodotti che applicherete, disponendoli già nell’ordine corretto. In questo modo eviterete di dover rovistare negli armadietti e vi risparmierete lo stress di non riuscire a trovare qualcosa, per non parlare del rischio di saltare qualche passaggio della routine. Si tratta di facilitare e snellire l’esecuzione di questo rituale, aumentando la sensazione di piacere che dovrebbe derivarne.

 Ana Morales

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Come si fa a desiderare una donna che vota e parla di politica?

 

Lo sapeva bene Roberto Calasso, che ebbe come amante Anna Katharina Fröhlich. Lei ora ha scritto “La trama dell’invisibile”, storia di un amore internazionale: un libro quasi indispensabile per chi ama i libri, una lettura esaltante e contagiosa per chi ama l’amore

“All’epoca possedevo, credo, tutte le qualità per piacere a Roberto. Ero bella, non andavo a votare, non leggevo i giornali, non provavo interesse per le mode e le manie del momento, ero figlia di uno scrittore e preda di un famelico appetito per i libri”. Roberto, che è Roberto Calasso, di donne se ne intendeva: davvero, come si fa a desiderare una donna che va a votare e che parla di politica?

Meglio che parli di poesia, di vestiti, di giardini, di anatre all’arancia, come Anna Katharina Fröhlich che di Calasso fu prima l’amante e poi la madre dei due figli e che ora ha scritto “La trama dell’invisibile” (Mondadori). E’ la storia di un amore internazionale fatto di ristoranti e grandi alberghi, musei e chiese (notizia: l’orientalomane fondatore dell’Adelphi fra un viaggio in India e l’altro accendeva candele e pregava davanti agli altari cattolici). Per chi ama i libri è un libro quasi indispensabile, per chi ama l’amore è una lettura esaltante, forse contagiosa. Memorabile il momento in cui Anna Katharina, nella veneziana Madonna dell’Orto, sente all’improvviso “che, per quanto irragionevole, per quanto immorale potesse essere il nostro amore, noi due appartenevamo a Dio, che sta ben al di sopra di ogni ragione umana”. Chi ama il vino dovrà mostrarsi indulgente: Roberto non ne capiva nulla, beveva soprattutto champagne.

Camillo Langone

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C’era una volta il sud ma ora non c’è più…

 

 

Ma come ti salta in mente di dedicare un nuovo libro a un racconto di pensieri, sentimenti e immagini intitolato “C’era una volta il sud”? Il mondo ha altro per la testa che i ricordi del passato, per giunta del sud e della provincia; il mondo è in preda a troppe cattiverie per mettersi a fare l’elegia del tempo andato, è tempo di attaccare o difendersi, di azzannarsi prima che ti azzannino… E poi siamo nel tempo dell’Intelligenza artificiale. Ma sì, certo, avrete ragione voi, però non vogliamo concederci una pausa, pensare ad altro, lasciarci visitare da immagini, figure e memorie che ci ristorano la mente e riaprono le braccia ai nostri cari?
È un libro di immagini e scritti dedicato al sud ma sono convinto che anche chi non è del sud si troverà a casa: perché si parla di un tempo passato che non fu solo a Mezzogiorno, perché si parla di provincia e non c’è cosa più universale che il mondo provinciale, il piccolo paese, il piccolo rione, la località che ci avvolse nella sua calda prossimità, a nord come a sud, e ovunque. È un libro in formato grande, illustrato (in libreria, edito da Rizzoli) in cui si può seguire il filo delle fotografie, tutte in bianco e nero perché riportano a un passato mitico, diverso dal presente; o si può seguire il filo del racconto di pensieri e di ricordi che si intreccia all’album fotografico. Ma cosa dici, di che parli? È un passeggio, anzi uno struscio nel tempo, un viaggio multisensoriale tra gli odori, i sapori, le voci, le figure, i pensieri di un mondo che viene descritto come chiuso, piccolo, asfittico e locale e invece non è vero. Quel mondo era molto più grande nel suo piccolo rispetto al mondo globale di oggi che è solitario, virtuale, introverso: c’era il paese, c’era la campagna, c’era il mare (o per altri la montagna), c’erano gli animali, c’erano i vecchi e i bambini, tanti bambini, c’era la comunità, c’era l’antichità, c’era il favoloso, c’erano altri mondi oltre quello presente. Ed era un mondo aperto, corale, altro che chiuso; le case erano un via vai di famigliari, tanti figli, tanti cugini, le nonne e le zie “vacantine” che vivevano nella stessa casa, e altrettanti amici, vicini di casa, persone che uscivano ed entravano di continuo dalle porte, parlavano dai balconi e dalle finestre; era un insieme aperto, e all’aperto. Si viveva la vita gratis, nel senso che si pagava solo poche cose perché pochi erano i soldi, ma quasi tutto era gratis, per natura, cortesia, come l’acqua delle fontane, le panchine del giardino, il mare in cui bagnarsi, i frutti appesi da cogliere per le strade, i giochi. Vuoi dire che vivevano nel paradiso terrestre e non lo sapevano? Ma no, che dite. Quel mondo era anche duro, crudele, classista, affamato, malvestito, inclemente. Non puoi rimpiangerlo, tantomeno è possibile ritornarvi, e anche se volessi e potessi farlo non ci torneresti, non riusciresti più a vivere in quel modo.
E allora perché raccontarlo? Perché ci fa bene, ci fa stare bene, ci restituisce fette di vita, angoli di paese, ricordi e care presenze ora assenti; perché incuriosisce, diverte, fa pensare, e suscita pure qualche sentimento, magari ci aiuta a non perdere la nostra sensibilità, a non diventare automi o umanoidi artificiali. Il mondo non era racchiuso nello smartphone.
C’era una volta il sud narra con testi e immagini un mondo favoloso, un’epoca che non è più la nostra da decenni: il sud della civiltà contadina e delle famiglie numerose, il sud devoto e superstizioso, arcaico e “fatigatore”, il sud delle processioni, dei matrimoni, dei funerali, del lutto prolungato, della vita di campagna, della vita ai bordi del mare, dei circoli, delle sale da barba o dello struscio di paese. Ci sono innumerevoli scorci, quadretti di vita, immagini e figure di quel tempo, modi di dire e di fare, di quel mondo arcaico che non fu l’età dell’oro semmai l’età del pane come la chiamò Felice Chilanti. Un mondo comunitario, povero e aspro ma ricco di umanità. Figure mitiche e fenotipi, come il ciaciacco, o sgalliffo, lo sparamiinpetto, lo speranzuolo, e poi il barbiere di compagnia, la prostituta, la masciara, la bizzoca, il sacrestano. Mondi cancellati, o in via di scomparsa, di cui cerchiamo di mettere in salvo la memoria e le sue ultime tracce, prima che cali la notte e la frettolosa dimenticanza. Le foto non riguardano personaggi famosi, eventi celebri, non sono foto d’arte o di eventi storici, ma sono immagini della vita quotidiana, della gente comune; foto ricordo, in prevalenza amatoriali, private e personali, tratte dagli album di famiglia e dai ricordi paesani.
A questo viaggio ho voluto aggiungere in fondo al testo alcune riflessioni sul significato della fotografia nella nostra epoca, cercando di smentire luoghi comuni o di vedere lati nascosti di quel mondo: la fotografia è il diorama del ritorno, nasce da una forma di nostalgia preventiva, la volontà di salvare l’attimo fuggente e le vite in transito. Non è vero che l’era della riproducibilità tecnica dell’arte uccide l’aura che un tempo riguardava l’opera d’arte. A dircelo è proprio colui che teorizzò in un famoso saggio quella morte dell’aura: in quelle stesse pagine Benjamin scrisse – in un passaggio trascurato da tutti – che quell’aura resta nelle fotografie che ritraggono volti, anche se sono immagini seriali, perché sprigionano a rivederle, quel ricordo affettivo, quell’atmosfera, quella magia indicibile di figure care perdute nel tempo. Se il tempo per Platone è l’immagine mobile dell’eterno, la fotografia è l’immagine immobile di ciò che è passato. La fotografia trasforma in mito il passato. Il poeta Coleridge sognò di trovarsi in paradiso, e qualcuno gli donò un fiore. Al suo risveglio, il sognatore si trovò con quel fiore in mano. Così è la fotografia, come i fiori venuti in sogno e poi portati nella realtà. A me capitò un’esperienza analoga: sognai che ero bambino e mio padre mi dava una delle sue caramelle all’orzo. Quando mi svegliai trovai davanti a una fila di libri, appena traslocati, una caramella all’orzo che poi tenni per anni in vista. Nel libro consiglio pure un esercizio particolare con le foto, per rianimarle e vederle rivivere. Scopritelo se vi interessa.
Giorni fa sono tornato nella piazza del mio paese, detta il Palazzuolo, dove giocavo da bambino e dove un tempo si faceva lo struscio: la piazza è un quadrato vuoto al centro e circondato come da una cornice senza quadro, da due file di alberi e una serie di panchine, cinque per ogni lato, in tutto venti. Era la controra e mi sono accorto che su ciascuna di queste panchine c’era una persona sola, e non i gruppi, come succedeva un tempo. Sarà stato un caso momentaneo, ma ho avuto la percezione che i venti di solitudine e le venti solitudini sulle venti panchine della piazza, dicano davvero che il sud c’era una volta e ora non c’è più, è solo una periferia del mondo globale, sempre più devitalizzata, denatalizzata, svuotata, in declino sociale e demografico. Ho scritto questo libro per ripopolare almeno virtualmente quelle panchine.

Marcello Veneziani

La metafora della vita…un racconto-

Era la Festa di Metà Estate, nel piccolo villaggio a mezza costa sotto la Montagna Più Alta del Mondo.
Grande Vecchio e Piccolo Uomo avevano lasciato la vetta di buon mattino e avevano raggiunto le prime case poco dopo mezzogiorno, attraverso il sentiero che si snodava a serpentello per boschi e radure.
Il pomeriggio sarebbero cominciati i canti e le danze, con giovani e vecchi che per l’occasione avevano indossato i costumi della tradizione. E la festa sarebbe durata tutta la notte.
Piccolo Uomo aspettava con trepidazione di assistere allo spettacolo: quest’anno, poi, sarebbe arrivato anche un gruppo di saltimbanchi, la cui fama si tramandava di valle in valle.
A Grande Vecchio non era pesato abbandonare la compagnia dei suoi monti, ai piedi dei ghiacciai eterni: ogni tanto, tornare tra gli uomini, fa bene allo spirito. E poi, per Piccolo Uomo che tanto desiderava questa giornata, nulla era sacrificio.
Furono notati subito.
Tutti i montanari si inchinavano al passaggio di Grande Vecchio, portando le mani giunte al petto, e sorridevano a Piccolo Uomo. E Grande Vecchio rispondeva, abbassando a sua volta dolcemente il capo, con uno sguardo caldo e beneagurante.
Arrivarono nella piazzetta, dove si stavano ultimando i preparativi per le prime danze e veniva montata l’impalcatura per i saltimbanchi.
Un uomo, uno straniero venuto dalla città, vedendo Grande Vecchio di lontano, gli si precipitò davanti.
«Tu sei Grande Vecchio, vero? Colui di cui tutti i villaggi e le città parlano. Colui che sa tutto e che ha una riposta per tutto».
Il tono era leggermente canzonatorio e faceva intuire una voglia di sfida.
Piccolo Uomo si fece vicino a Grande Vecchio e gli toccò la veste, vagamente preoccupato.
E subito si formò un capannello di persone, incuriosite.
«La vita sia con te, uomo», rispose Grande Vecchio, con un ampio sorriso.
Poi proseguì.
«Affermi cose giuste e sbagliate insieme. Sì, mi chiamano come dici. Ma per il resto sei in errore: non sono il sapiente che tu immagini o che altri pensano. Conosco l’ignoranza, e l’unica cosa che so è che ho da imparare».
«Bene. Vediamo allora se stai imparando abbastanza», riprese l’uomo, questa volta con un atteggiamento chiaramente sprezzante.
Poi, alzando la voce rivolto alle persone attorno, scherzò: «Guardate, voi che onorate il Grande Vecchio come il Sapiente della Storia, guardate».
Un uccellino si era appena posato sul muricciolo accanto.
L’uomo, con un colpo rapido, lo prese in mano, nascondendolo nel pugno.
Si levò un oh di sorpresa.
Anche Piccolo Uomo si stupì della rapidità con cui l’uomo aveva bloccato il passero, ma era infastidito dal suo modo di fare, così arrogante e provocatorio.
«Ecco, Grande Vecchio, l’hai visto: l’uccellino è nelle mie mani. Adesso dimmi: è vivo o morto?».
Lo straniero aveva formulato la domanda con spavalderia.
Era convinto di aver preso in trappola Grande Vecchio: se la riposta fosse stata “vivo”, lui avrebbe stretto il pugno e avrebbe fatto vedere l’uccellino morto, mentre se la risposta fosse stata “morto”, lui avrebbe aperto il pugno e avrebbe mostrato l’uccellino vivo.
Il capannello si era infoltito.
Ormai, praticamente tutto il villaggio era accanto allo straniero: gli occhi erano fissi su Grande Vecchio, in attesa della risposta.
Sapevano che sarebbe stata giusta e che l’uomo avrebbe dovuto riconoscere e onorare la sapienza di Grande Vecchio.
Piccolo Uomo strinse la mano di Grande Vecchio, come per comunicargli in silenzio la sua voglia di andar via. Ma ormai, attorno a loro, si era fatto un cerchio difficile da rompere.
Allora Piccolo Uomo sbottò: «Quest’uomo non merita la tua risposta, Grande Vecchio».
Grande Vecchio inviò un’occhiata rassicurante a Piccolo Uomo.
«Che fai, Grande Vecchio, non mi rispondi?».
«No, uomo. Non ti risponderò. Ma non perché non lo voglia, solo perché per rispondere ci vuole una domanda».
«Te l’ho fatta, Grande Vecchio», protestò lo straniero.
«Una domanda esige un animo puro. Il tuo mira all’inganno», riprese Grande Vecchio.
Tutti annuirono, pur senza capire.
Allora Grande Vecchio, ignorando lo straniero e volgendo gli occhi attorno, disse:
«Alla vostra domanda, che è pura benché inespressa, debbo invece una risposta. L’uccello è come l’uomo vorrà che sia: se lui stringerà il pugno, l’uccello sarà morto; se lui lascerà il pugno, l’uccello sarà vivo».
Ancora una volta, gli uomini del villaggio si inchinarono alla saggezza di Grande Vecchio, mentre lo straniero, con il volto scuro come la notte, stava per allontanarsi in silenzio.
Ma Grande Vecchio lo toccò sul braccio, mentre già gli aveva voltato le spalle.
«Aspetta, uomo. Non te ne andare senza prima aver ricevuto un mio grazie sincero».
L’uomo guardò Grande Vecchio con aria interrogativa: voleva prendersi gioco di lui?
Gli occhi però lo convinsero che non c’era scherno e che il ringraziamento era genuino.
«Perché mi ringrazi, Grande Vecchio?».
«Ti avevo detto che non so, ma cerco di imparare».
«E allora?».
«Da te ho imparato».
L’uomo era sempre più frastornato.
E anche Piccolo Uomo, che pure un attimo prima si era sentito sollevato per la risposta data a quel provocatore, non capiva.
Grande Vecchio spiegò:
«Mi hai insegnato una metafora, con la tua falsa domanda.».
«Io? Io ti ho insegnato una metafora? E quale?».
«Quella della vita».
L’uomo ebbe un moto di fastidio. «Mi stai prendendo in giro, vecchio. La metafora della vita? Non capisco cosa vuoi dire…»
La gente del villaggio era tutta attorno a Grande Vecchio.
Attendeva, in un silenzio assoluto, le sue parole.
Lui sorrideva.
«La vita è come vogliamo che sia. La possiamo soffocare, se chiudiamo il pugno. Oppure la possiamo liberare: basta che apriamo il pugno».

Massimo Ferrario, La metafora della vita,
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Una favola per i genitori…

Il desiderio di un bambino

La maestra Flavia e il marito Fabio finiscono la cena. Il marito sparecchia la tavola e mette i piatti in lavastoviglie, mentre la moglie estrae dalla borsa i compiti dei suoi alunni. Sono temi che ha dato in classe due giorni fa. Con l’amica Chiara, maestra di un’altra sezione frequentata anche dal loro figlio Marco di otto anni, aveva deciso di dare un tema comune alle due classi, dal titolo ‘Il mio desiderio’: ambedue le maestre volevano sondare il vissuto di un gruppo numeroso di bambini circa i loro più importanti desideri, soddisfatti o insoddisfatti.

Flavia sta leggendo con attenzione tutti i temi.
A un certo punto si fa più seria. Le si scurisce il volto, si tocca più volte la fronte come per scacciare ciò che ha letto e le cade la penna. Fabio, che sta scrollando lo smartphone in poltrona, alza il capo e gli sembra di cogliere nella moglie, seduta di fronte a lui al tavolo, una preoccupazione particolare.
«Che è successo, cara?».
«L’altro giorno io e Chiara abbiamo assegnato un tema in classe, dal titolo ‘Il mio desiderio’».
«E allora?».
«Ai bambini è piaciuto. Hanno scritto pagine intere. Hanno risposto con sincerità, dicendo cose interessanti: qualche volta sorprendenti. E’ la conferma che noi adulti abbiamo molto da imparare da loro. Anche se ascoltarli può sconcertarci».
«Addirittura?»
«Ti leggo un tema».
Fabio è curioso.
«Ascolto».
Flavia si schiarisce la voce, perché le risulta essere stranamente velata.
«E’ di un maschietto. Scrive:
“I miei genitori sono sempre occupati con i loro telefonini: leggono e scrivono in continuazione e qualche volta si mettono pure gli auricolari per ascoltare indisturbati. Il mio papà più della mia mamma, ma è una bella gara tra loro due. Quando papà torna dal lavoro e io gli chiedo di giocare dice sempre di essere stanco: non ha mai tempo per me, ma per il suo telefono è sempre disponibile. Anche la mia mamma, se è impegnata e il telefono squilla, smette qualunque cosa e risponde subito. Se invece io le chiedo qualcosa, mi dice che devo aspettare. Io aspetto, ma lei non smette mai di fare le cose sue, soprattutto se si tratta di leggere o inviare messaggi alle amiche. Insomma: tutti e due fanno quello che vedo fare sempre dagli adulti. Sono sempre lì con il telefonino al guinzaglio. Anche se veramente mi sembra che siano loro ad essere al guinzaglio dei loro telefonini. Sì, lo lo so che i miei genitori non sono cattivi: non è che non mi vogliono bene, è che sono indaffarati a fare sempre le cose loro, soprattutto quando hanno in mano il telefonino. Cioè quasi sempre. Perciò il mio desiderio è molto semplice ed è uno solo: diventare un telefonino. Così avrei la loro attenzione.”»

Fabio si alza di scatto, facendo cadere l’iphone che aveva poggiato sulle ginocchia. Si dirige al tavolo dalla moglie, come per farsi consegnare il tema.
«Chi l’ha scritto?», chiede con la voce un po’ tremante.
«Sì, l’hai capito. E’ Marco, nostro figlio».

Massimo Ferrario

 

Mix_jpg, GROK, genitori sempre al telefonino

La follia della mamma intenzionale…

 

Fatemi capire. Ho sentito in tv e sui giornali le fanfare euforiche che esultavano per il riconoscimento delle famiglie lesbiche grazie alla nota sentenza della Corte Costituzionale e mi stavo quasi commuovendo sentendo che la cosa più importante era salvare i bambini, finalmente riconosciuti e rispettati nei loro diritti e nei loro affetti. Anzi, per rendere più convincente il pistolotto, e farlo digerire anche ai perplessi, dicevano che si è trattato di riconoscere la realtà, di non negare più la vita e l’evidenza; voi conservatori che sbandierate da sempre il principio di realtà arrendetevi al principio stesso che voi sbandierate. E allora io mi sono chiesto: ma cosa succedeva prima di questo pronunciamento della corte suprema, e cosa sarebbe successo senza? Bambini strappati con la forza dalle loro madri adottive e magari anche biologiche, perché figli della colpa – cioè nati nella compravendita di semi, di uteri in affitto o artificiali, commissionati da due lesbiche – madri costrette ad abortire o a lasciare il frutto del peccato sulla ruota degli esposti, o peggio in un cassonetto; figli maltrattati ed esclusi da ogni asilo e da ogni gioco perché non a norma di legge, senza permesso di soggiorno sulla terra e non so che altro ancora. Poi ho guardato la realtà, cioè quel che succede veramente e mi sono accorto che tra il prima e il dopo non cambierà nulla di tutto questo. I bambini vivevano e vivranno con le due mamme lesbiche, e se vivranno qualche incertezza e qualche inquietudine sarà appunto per la realtà della loro situazione: perché a differenza dei loro coetanei avvertiranno di non avere un padre, di non vivere in una famiglia naturale e tradizionale. Ma sul piano della vita pratica non cambieranno le loro condizioni di vita; e nemmeno sul piano affettivo, quel che c’era ci sarà, nel bene e nel male.

Non sono un giurista, tantomeno un ginecologo, i miei studi sono filosofici, con interessi collaterali di tipo storico, letterario, politico e sociologico. quindi vi parlo in questa veste. A me pare che l’unica vera implicazione, pratica e giuridica, di questa sentenza sia questa: in caso di separazione, la pseudo-madre aggiuntiva rispetto all’ipotetica madre biologica avrà il diritto di vedere il suo figlio adottivo esattamente come succede ai padri nelle coppie di separati; e in caso di morte della madre biologica, la madre aggiunta subentrerà nel ruolo di genitore. Penso che la stessa cosa accada in tema di eredità. Disposizione che si poteva e si può ancora prevedere sul piano legislativo, con una legge del Parlamento, semplicemente rendendo più snella, rapida e duttile l’adozione. Senza toccare la struttura familiare e la definizione di maternità e di paternità (ridotta ormai a un cammeo, una comparsata, una momentanea pennellata, toccata e fuga).

E allora che cosa è in gioco, veramente, perché tutto queste fanfare che inneggiano al progresso, ai diritti, all’emancipazione o alla sconfitta della società oscurantista e arretrata, della bestiale famiglia naturale e dell’ottusità patriarcale della società tradizionale? In realtà non è in gioco la realtà ma un simbolo e un principio condensato in una definizione: maternità intenzionale. La donna che convive con la madre biologica e che comunque non ha partecipato alla fecondazione e alla gravidanza, viene considerata madre a tutti gli effetti perché lo è sul piano delle intenzione. Non è la realtà che conta ma l’intenzione, non il fatto oggettivo di essere madre ma il desiderio soggettivo di sentirsi madri. La questione, come vedete, va al di là della questione omosessuale e della coppia lesbica, e investe un principio che è la negazione della realtà, della natura, della vita e della tradizione ma anche del diritto che poggia sull’universalità della legge e sull’oggettività dei fatti; non è la realtà che conta ma come tu ti senti, ti percepisci, e desideri. È il principio che sta passando anche nel rifiuto di riconoscere la differenza oggettiva e biologica tra maschio e femmina; quel che conta è come tu ti senti. Anzi, di più come tu ti senti adesso, in questo momento, perché nel corso del tempo puoi pure cambiare i tuoi desideri. “L’importante è come io mi sento”, crolli il mondo ma conta solo il soggetto, libero, autogestito, autocreato. Io non sono quel che la natura, l’evidenza, la realtà dicono che io sia, ma quel che voglio essere.

Mi pare che lo stesso principio che facciamo valere sul sesso possiamo farlo valere in altri ambiti, per esempio sull’età: se io mi sento giovanotto, nonostante l’anagrafe e la biologia, se sono un ragazzo intenzionale, come quella donna è madre intenzionale, se mi comporto da ragazzo e frequento ambienti e persone della mia età intenzionale, perché negare questo mio statuto, perché non riconoscerlo giuridicamente, con tutto quello che comporta? E se io giovane mi sento già pensionato, perché impedirmi il pensionamento iperanticipato, che coincide con la mia sacra volontà? Ma io che amo il surrealismo, Pirandello e Buzzati, Borges e Ionesco, io che amo il paradosso, porto il principio alle estreme conseguenze. Se io sono quel che mi sento, e la mia intenzione è quella che conta e stabilisce il mio vero statuto, bene lo confesso: io mi sento una giraffa, e vorrei essere riconosciuto pubblicamente come tale. In sovrappiù, vi do anche una giustificazione adeguata: un vero filosofo è una giraffa, perché la sua testa è lontana dal suo corpo, esattamente come lei, grazie al lungo collo, e dunque la sua mente è lontana dalle cose terrene e dalla sua pancia, dal suo sesso, dalle sue zampe; la giraffa è animale filosofico anche perché vede le cose dall’alto, ha una visione del mondo molto più ampia degli altri animali, e un distacco aristocratico dalle cose terra terra. Non riesce nelle bassezze, la giraffa filosofa, non riesce nelle piccinerie, né passa nelle strettoie e dentro canali, gallerie, case. La sua canzone preferita è il cielo in una stanza, perché la giraffa ha per patria il mondo, come il filosofo per Socrate, non può vivere in una stanza, sotto un soffitto e un tetto. Sarebbe una vita costretta e dolorosa, obtorto collo…

Si, ammetto, ho esagerato, o meglio ho portato un principio alle sue conseguenze estreme e surreali, un po’ per celia un po’ per coglionare. Ma volevo dire una cosa: la nascita è una cosa seria, una cosa sacra, e una cosa vera, biologicamente, carnalmente vera; ci possono essere e ci sono magnifiche madri adottive, qualunque sia l’orientamento sessuale, come ci sono pessime madri biologiche. Ma non si cancella la natura, il destino, la differenza, la realtà, la paternità, nel nome dell’eccezione, dell’abnorme, del relativo, del mutevole, delle voglie. La realtà è una cosa, l’intenzione è un’altra; da troppo tempo giustifichiamo gli errori e perfino gli orrori col beneficio delle buone intenzioni. Sappiamo invece che la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Per tornare a pazziare: quando potremo avere, col favore della Corte, il diritto inverso, di sentirci figli intenzionali di madri a noi estranee? Cioè quando potremo riqualificare l’ignominiosa definizione di figli di m.ignota, con la nota scurrile riduzione romanesca, in modo che i figli possano scegliersi strada facendo una madre che meglio corrisponde alle loro intenzioni e ai loro desideri? Quello si sarebbe un progresso, anzi una rivoluzione…

Marcello Veneziani

Liberiamoci dai nuovi farisei…

 

 

Disarmare le parole e liberare i giornalisti, ha detto Papa Leone XIV in difesa della libertà di stampa e della pace. Parole sante, non c’è che dire, e pertinenti alla situazione in corso. Ma lasciate che io provi a darne un’altra lettura, in altri sensi e su altri piani per affrontare il discorso esattamente a rovescio. Facciamo l’ipotesi che disarmare le parole voglia dire renderle innocue, inefficaci, incapaci di criticare il potere; e facciamo l’ipotesi che liberare i giornalisti non voglia dire – come intendeva il papa, giustamente nel suo caso – non mettere in galera i giornalisti che fanno il loro mestiere e in alcuni paesi non vengono tollerati, ma voglia significare la situazione opposta: liberare i giornalisti in questo caso vuol dire liberarli dalla paura di dire la verità, la tendenza al conformismo, la servitù volontaria, le cataratte dei pregiudizi prefabbricati che abitualmente somministrano. Si, facciamo il contropelo all’informazione.

A che serve la stampa se rovescia sul lettore un fiume di retorica e di parole lisce, innocue, prive di asprezza e di sapore, che non urtano e non urticano nessuno, che assecondano il mainstream, anzi servono a propagarlo? Non aiuta a vedere la realtà con senso critico, a coltivare un’opinione su ciò che ha davanti e intorno, si limita a raccontare l’acqua fresca o peggio l’aria fritta. E quando si tratta di orientare l’opinione pubblica, la stampa si fa altoparlante del sovrastante potere ideologico ed economico, politico e finanziario. In questo modo la stampa e la sua sorella in video diventano solo una fabbrica del consenso col riciclaggio delle opinioni “corrette”. Non è di questo che soffre oggi l’informazione e perciò subisce un tracollo di credibilità e di utenti? Non è questo suo rispecchiare il potere più che la realtà, di sostituire il vero con ciò che è corretto, la vigilanza critica con la sorveglianza culturale (in sigla woke), il male che affligge il mondo dei media? E da dove nasce la fuga nei social e nella rete faidate, o ancor peggio il rifugio nell’ignoranza e nel black-out, se non dalla diffidenza indotta da questo suo ridursi a megafono di interessi e poteri calati dall’alto piuttosto che specchio di realtà ed evidenze colte dal vivo, dal basso, dal mondo?

La stampa per sua missione non è liscia ma ruvida; non rassicura semmai semina inquietudini. Se ha avuto una funzione l’informazione nella crescita civile e culturale dei popoli, o quantomeno delle minoranze che leggevano e di riflesso sui popoli, ciò è dovuto proprio alla sua funzione non disarmata e disarmante, da oppio dei popoli, per intenderci; ma al contrario di denuncia, dubbi, scoperte di ciò che si vuol nascondere, rivelazioni dell’altra faccia della realtà. Diverso è criticare le fabbriche dell’odio, come spesso si riducono alcune fonti d’informazione; o mettersi al servizio di nuovi sciagurati bellicismi, come in Europa è capitato di recente: su questo ha ancora ragione il papa. Ma diverso è spuntare l’arma della stampa, occultare, sedare, cancellare per rendere le cose innocue, anche se non innocenti.

Quando la funzione critica dell’informazione viene a mancare, la responsabilità sarà pure di un sistema, di una committenza editoriale, dei poteri che pilotano i media; ma alla fine chi ne risponde direttamente in credibilità e onestà etica, deontologica e civile, è lui, il giornalista. Per questo, si tratta davvero di liberare i giornalisti, di richiamarli cioè al coraggio della verità e della responsabilità. Con la precisa avvertenza che dire la verità non vuol dire possederla, o pretendere di averne il monopolio e l’accesso riservato: dire la verità è raccontare tutto con onestà, aver passione di verità, non nascondere nulla, non subordinare la realtà delle cose all’interesse ideologico, merceologico, economico di chi scrive o della fonte mediatica per cui scrive.

La grande lezione di giornalismo di cui abbiamo bisogno, anche per ripristinare quel circuito di fiducia tra il cittadino e i media, parte proprio dove finisce l’appello di Papa Leone XIV, e tocca l’altro emisfero dell’informazione, rispetto a quello da lui toccato. Le ideologie sembrano sepolte nel secolo scorso e invece una pervasiva, strisciante ideologia ammorba il linguaggio, il trattamento delle notizie e dei soggetti, i modelli di riferimento, gli stili di vita e gli orientamenti di consumo. Perfino gli influencer diventano veicoli di questa ideologia dominante, anche se non trattano di politica ma si occupano di tendenze, gusti, costumi e consumi.

Lasciamo stare la solita tiritera sull’egemonia culturale della sinistra, chiamiamola in altro modo: c’è una cappa ideologica che ci dice cosa dobbiamo pensare, come e di chi, e cosa no, con pochissimi margini di dissenso. È una filiera che dall’informazione va al cinema, al teatro, alla musica, al gergo corrente. C’è un continuo gioco di ammissione ed espulsione: la società che predica l’inclusione genera di continuo outsider, gente che viene ricacciata fuori dal cerchio di rispettabilità, esclusa perché non conforme a quei paradigmi. Questo contribuisce a creare una vistosa diminuzione di utenti, lettori, spettatori, esattamente come sul piano politico genera astensionismo e disaffezione. Come definire questo ceto di potere senza ricorrere alle solite categorie come la sinistra? Chiamiamoli i nuovi farisei, anche per compiacere il papa. Gesù Cristo li chiamava “sepolcri imbiancati”. Sono gli ipocriti, i falsi liberatori, i conformisti, che servono il potere e se ne servono. Liberaci da loro, amen.

Marcello Veneziani         

La lettura allena il pensiero…

 

C’è un valore assoluto nei libri che è l’essere insieme divertimento, cultura, istruzione, lotta e testimonianza. È per questo che vorrei venisse sempre offerta ai bambini la possibilità di leggere. E leggere tanto.

Ma c’è un dato di fatto, e cioè che i bambini sono sempre meno dotati di libri e sempre più di cellulari. Non interessa che siano dannosi per la loro salute mentale, per lo sviluppo del loro cervello. Non interessa che gli studi delle associazioni di pediatria e psichiatria infantile dimostrino con chiarezza disarmante che lo smartphone dato ai bambini e ai ragazzi prima dei sedici anni diminuisca la loro capacità di concentrazione, la loro autostima, causi ansia, depressione, problemi nel sonno, aumento del numero di suicidi.  Si compra il cellulare ai bambini come regalo per la prima comunione, o quando vanno in prima media perché se camminano da soli vogliamo sapere se sono arrivati sani e salvi (dimenticando che per quello basta un semplice telefono e non serve la connessione internet).  Niente a che vedere con la dipendenza da tv di cui ci si preoccupava negli anni 90. I cellulari li seguono, sono sempre in tasca, vengono utilizzati in classe, durante i compiti, alle cene a casa. Li distraggono mentre camminano, mentre stanno al parchetto, mentre guardano un film. E questo perché i social sono stati inventati proprio per quello, con algoritmi ipnotici che adescano anche gli adulti, figuriamoci i bambini.  E soprattutto sono pericolosi. Una ricerca appena pubblicata dall’Osservatorio Italiano sui Diritti ha rilevato che nel 2024 il 57% dei tweet su X erano messaggi di odio. Dare uno smartphone a bambini e ragazzi sotto i sedici anni non permette loro di accedere al mondo, permette al mondo (e ai pedofili, ai truffatori, ai criminali, ai diffusori di notizie false, ai misogini, i fascisti, i razzisti, gli abilisti etc etc) di accedere a loro.  Bambini e adolescenti che si portano nelle tasche i discorsi di Andrew Tate, di Trump, i video delle torture, i video degli stupri di gruppo, i video di violenze sugli animali, i video fatti ai compagni per prenderli in giro, i video di revenge porn. Anche a sette anni, otto anni. Anche a nove, anche a dieci, anche a undici, anche a dodici anche a tredici anche a quattordici anche a quindici anche a sedici… quando è appropriato guardare queste cose? Mai. Ma quando guardarle può rovinare per sempre la vita di un bambino o di un adolescente che non ha gli strumenti per comprenderli e difendersi?

Pensiamoci.
E tutto questo perché?

Perché lo fanno tutti.
E perché altrimenti i figli si sentono «esclusi».
Ma ci sono cose da cui è un bene essere esclusi. Non sareste felici di sapere che i vostri figli sono esclusi dal gioco della roulette russa? Perché il proiettile nel caricatore c’è, rimane solo da capire per chi sarà fatale. Immaginiamo per un momento cosa succederebbe se invece sempre più genitori si ribellassero. Se sempre più membri della società civile si rendessero conto del pericolo.

Non è facile cambiare lo stato attuale delle cose, ma si deve trovare un modo. Come dice egregiamente Jonathan Haidt nel suo libro La generazione ansiosa i quattro punti da seguire per evitare questa catastrofe sono:
1. niente smartphone prima delle superiori,
2. niente social prima dei 16 anni,
3. vietare i cellulari a scuola (al momento in Italia ne è vietato l’uso ma non il possesso, cosa che ovviamente lascia enorme libertà agli studenti),
4- più indipendenza, gioco libero, responsabilità nel mondo reale.

E io ne aggiungo un quinto. Più libri.

Un libro molto brutto è sempre infinitamente meglio di un video di Tik Tok meraviglioso.
La lettura allena il pensiero, la fruizione di contenuti online allena solo la passività. Se uno Stato vuole aiutare i suoi cittadini deve investire nelle scuole, nelle biblioteche, nei luoghi di incontro, nei libri. Renderli fruibili, renderli alla portata di tutti, soprattutto dei bambini.

 

Anna Dalton è in libreria con «Non innamorarti degli amanti», Bompiani

 

Illustrazione di Tiziana Longo682f5840e5e70

Il fotoromanzo della politica…

 

 

Stiamo giocando con le figurine. Provate per un momento a silenziare le polemiche correnti e a osservare il terreno di contesa su cui si affrontano governativi e oppositori, mass media favorevoli e contrari, non solo su questioni interne ma direi soprattutto internazionali. Anche nei vertici internazionali è tutta una battaglia a colpi di fotografie: chi sta con chi, chi c’è e chi non c’è nella foto, come è collocata rispetto agli altri e nel gruppo, in foto o nel breve filmato; che umore esprime la sua faccia e la sua postura, come è vista e considerata dagli altri, la guardano oppure non se la filano. Ho usato volutamente il pronome femminile perché la protagonista principale di questa classifica fotografica, almeno da noi, è lei, Giorgia Meloni, reginetta dei fotoromanzi politici. Ma il fotoromanzo è in fondo l’unica prova dell’esistenza dell’Unione Europea, che è una posa di gruppo prima che una storia comune e un progetto condiviso. Quel che conta è la foto col tavolo, o quella di gruppo in piedi. I contenuti non contano, né potremmo mai saperli, perché l’epoca delle immagini non rende tutto trasparente, visibile e comprensibile a prima vista ma al contrario: vela i contenuti con l’immagine e offre alla gente una copertina che è poi una copertura, getta in pasto un’icona, e poi tocca agli esegeti, ai dietrologi, ai fantasisti arguire cosa si saranno detti e quale sia la verità che viene fuori da quell’immagine, inerpicandosi avventatamente oltre le apparenze. La foto è la fisica del potere, il resto è tutta metafisica, e in questo caso metafisica vuol dire congettura, maldicenza, pettegolezzo, un ‘si dice’ elevato ad analisi. Vedi la foto dei Volenterosi con l’assenza di Meloni e i suoi nemici deducono esultanti che è stata esclusa, è isolata, non conta niente. Poi la vedi al centro della foto tra l’America e l’Europa, una persona che si è fatta Oceano Atlantico, tra la sponde Vance e la sponda von Der Leyen, e i suoi fan vedono la prova evidente della sua centralità geopolitica, che in realtà è una centralità fotografica, e notano nei suoi occhi sprizzare felicità e successo, una pioggia di stelline scendono dai suoi occhi, per la precisione cinquantuno dalla parte degli States e ventisette da quella dell’Europa. Così la giudicano di secondo piano appena nelle foto di gruppo va in seconda fila; ma è difficile che questo avvenga, e non solo perché l’Italia conta e lei è cazzutella, fotogenica e briosa ma per ragioni di statura: i diversamente alti come lei, per dirla nel linguaggio corretto, stanno per forza in prima fila nella foto di gruppo. Vale dall’asilo in poi. Poi la vedi baciarsi in foto o in video con mezzo mondo, abbracciarsi, fraternizzare, sorridere complice e confidenziale coi potenti della terra, tutti sempre più alti di lei, come i papaveri della canzone di Nilla Pizzi – “Lo sai che i papaveri son alti, alti, alti e tu sei piccolina” – e la trovi simpatica e vezzosa come una puffetta, tra tanti Gargamella divenuti all’occasione amici, benevoli, cortesi; al punto da inginocchiarsi al suo arrivo a Tirana come ha fatto il gigantesco Edi Rama con un’espressione del volto e del corpo che sembra dire: “vieni piccolina, amore di papà, vieni tra le mie braccia”.
Anche le foto col Papa sono entrate in questo redditometro, vedere la faccia del papa e quella del suo interlocutore, intercettare dal labiale, assai difficile perché il papa ha labbra sottili. Cronometrare il nanosecondo dedicato a ciascuno, paragonarlo al tempo di Mattarella, che è l’unità di misura istituzionale. E vedere dove sono seduti i big al funerale del Papa uscente o all’investitura del Papa entrante, vicino a chi, e se si parlano, si sorridono, stanno a loro agio, al centro o ai margini della scena. La morfologia del potere assume una valenza estetica, da mimica facciale o da posa. Il carisma si è ridotto a un selfie. Lo stesso vale per Macron o Zelensky – quanti punti vale un foto con lui? Un tempo tanti, ora assai di meno, anzi a volte è una penalità. E così le foto accostate di Putin e Trump per simulare le telefonate; difficile invece trovare in foto un’espressione diversa in Xi JinPing, si può usare sempre la stessa o del decennio prima.
Un tempo c’erano i simboli politici, e contavano molto, oggi non ci sono più simboli e nell’epoca delle leadership personali, l’unico simbolo è la foto. Si fa politica a colpi di foto, larga parte delle analisi o dei like e dislike che imperversano nel tribunale permanente dei social, dipendono proprio dalla foto, dalla mimica, dai ciuffi e dalle stazze, dal modo di atteggiarsi e di sorridere. È l’immagine che precede il giudizio, anzi lo sorregge e perfino lo sostituisce, surrogando ogni contenuto. Poi tutto quello che succede dietro le quinte, tutti i colloqui telefonici e de visu, a immagini spente, non ci riguarda. Ma il photoshop non riguarda solo la politica. A Napoli, ad esempio, un giovane artista, Jr, ha coperto il Duomo con le foto di 606 napoletani. Lo ha fatto anche su altri monumenti nel mondo e si potrebbe definire fotopopulismo, il precursore è stato Oliviero Toscani. Ma il messaggio è che la religione non è il legame con Dio, tramite i Santi, la Madonna e i sacerdoti, ma è il legame di ciascuno con la gente. I veri titolari e destinatari della fede sono i fedeli stessi, un po’ come l’audience in tv; e invece no, la facciata nuda del Duomo ci rappresenta tutti, le 606 facce che la coprono rappresentano solo 606 persone. I simboli veri trascendono i singoli individui, e non sono mortali.
Insomma siamo tornati a giocare con le figurine, quelle altrui le chiamiamo figuracce; quelle belle, invece, fanno punteggio sul pallottoliere dei sondaggi. Ma oltre questo aspetto di facciata, questo ritorno all’infanzia e all’ingenuo affidarsi alle facce e alle faccette, c’è qualcosa di importante da capire. Come il voto non decreta l’esistenza di un popolo sovrano, perché poi tra il voto e le pressioni che lo precedono, le alleanze che lo seguono, le interpretazioni che si danno per non dire dei brogli e delle regole che vengono adottate a vantaggio di alcuni e contro altri, corre un oceano, altro che la sovranità popolare. Così le foto ti danno la parvenza del potere come una casa di vetro, una glasnost avrebbe detto Gorbaciov; ma più vedi la politica in foto e in video e meno la capisci, meno sai dove sta realmente andando, dove si nasconde l’Arcana Imperii e chi e cosa di fatto decide. Il potere è impenetrabile anche se ci illude di farsi vistoso, alla portata di tutti, magari partecipando anche a un torneo internazionale di Tennis o visitando paesi tra ali di folla e saluti di due secondi con singoli cittadini. Alla fine ti accorgi che il potere è ancora quello spettacolo di magnificenza, munificenza e di potenza, come al tempo dei re. E il suo principale messaggio al popolo è la sua apparizione, la sua messa in scena.
Le monarchie, incluso il pontificato, erano regimi di alta visibilità, oggi diremmo regimi fotografici, video-immagini ad usum populi. Festa, fotina e forca. Ma i simboli, i riti, le liturgie non erano solo orpelli decorativi bensì veri e propri messaggi, esercizi di potestà e di consenso, espressioni vive di legami condivisi. Perfino Machiavelli teneva in alta considerazione l’apparire oltre l’essere: sembrare vale più di essere, in molti casi.
Il senso di frustrazione, invece, ti sopraggiunge se oltre le immagini ti chiedi: si, va bene, ma cosa sta facendo al potere, come sta cambiando la vita pubblica con questo o quel regnante? Oltre la forma qual è il contenuto? E lì ti assale un sospetto di raggiro e messinscena quando ti accorgi che sotto la foto, dietro l’immagine, c’è poco e niente, non c’è un atto rilevante, un fatto significativo, una gran riforma, un’opera di cui parlare. Solo apparenza, facciata, fuffa, sorrisi e cartoni. Allora ti viene un’altra idea: che la politica non decida ma insceni, non si mette all’opera ma si mette in posa. Insomma, è tutta una questione di figurine.

Marcello Veneziani                       

Il pol.corr. o l’arte dello sdoganamento dell’ipocrisia manierista, del conflitto con la realtà.

Una sorta di politichese d’accatto domina le vetrine della comunicazione di massa, (…). A scandagliare questo pandemonio di scemenze, questa moderna idiozia, ci si è messo un giornalista/scrittore tanto libero quanto spigoloso quale Filippo Facci e  ne è venuto un libro saporoso edito dalla casa editrice maceratese liberilibri, Dizionario politicamente (s)corretto, dal quale ciascuno può attingere copiosamente.

Prendi ad esempio la parola “negro”, l’aggettivo con cui nei miei vent’anni io designavo il grande Louis Armstrong e che oggi commetti un reato a pronunciarla. C’è quel verso di una bellissima canzone del mio amico Edoardo Vianello, “gli altissimi negri”, e lui mi ha confidato che da più parti hanno premuto perché lui la facesse diventare “gli altissimi neri”, e naturalmente Vianello li ha mandati a quel paese. (…) E così lungo le vie sterminate dell’idiozia.

(…) Un tempo lo potevi dire e scrivere che un certo personaggio era “cieco”, oggi è meglio dire “non vedente” e così via. Negli Stati Uniti il professore italiano Telmo Piovani ha avuto i suoi guai perché aveva parlato di “elefanti nani”, il che appariva offensivo delle persone di bassa statura. (…)

Casi estremi e che non fanno testo, dirà qualcuno di voi. No, casi possibili nel nostro mondo di oggi. Magari casi come quella rappresentazione fiorentina (nel 1918) della Carmen di Bizet, di cui venne stravolto il finale: in luogo della donna assassinata che faceva da finale dell’opera misero in scena che era lei a uccidere l’amante maschio.

E ancora. Lascio la parola a Facci: “Le regole degli Oscar 2024 hanno segnato un punto di svolta dell’èra woke: sono entrati in vigore dei nuovi standard di inclusione che rendono una pellicola candidabile come miglior film […] Almeno uno degli attori protagonisti deve appartenere a minoranze etniche o, in alternativa, il 30 per cento del cast dovrà essere composto da due tra le categorie donne, afroamericani, ispanici, appartenenti alla comunità lgbtq e disabili”. Siamo arrivati al punto che “non essere” razzisti non è più sufficiente.

L’attore Tom Hanks aveva una volta scritto su un giornale che la storia degli uomini era stata scritta nel tempo da uomini bianchi che parlavano di altri uomini bianchi, e che le vicende dei neri erano state ampiamente tralasciate. Per tutta risposta il critico televisivo di un canale molto diffuso, gli ribatté che quelle parole non erano abbastanza, che Hanks avrebbe dovuto condannare esplicitamente quell’andazzo di cose e indicare come superarlo, restituendo così ai neri il loro posto nella storia degli uomini. Sì o no ci troviamo di fronte a forme di fanatismo? Giudicate voi.

Giampiero Mughini___da ___IL FOGLIO