Il riarmo ci svena e non ci protegge…

 

 

Diconsi sovranisti coloro che si piegano ai sovrani del momento. Diconsi progressisti coloro che marciano in corteo per sfuggire alla realtà. Diconsi liberali coloro che difendono il libero mercato con le armi, a partire dal mercato delle armi. Diconsi occidentalisti coloro che sono pronti a distruggere mezzo mondo per salvare il loro diritto a distruggere la propria civiltà. Aggiornate i vostri dizionari. Applicazione concreta al tema del giorno: i liberali occidentalisti vogliono il riarmo, i sovranisti lo subiscono, i progressisti marciano per il gay pride. Un quadro confortante. Trump, Zang, Tumb, per dirla con audace sintesi futurista.

In questo carnevale planetario permettetemi di dire che sto col Papa Leone XIV: “Che la guerra porti pace è falsa propaganda. I soldi vanno ai mercanti di morte”. Parole sante. Sto col papa non perché io abbia tradito o sia rincoglionito; ero già col Papa, Giovanni Paolo II in quel caso, anche al tempo della guerra in Iraq, quando avevo la metà degli anni; e col senno di poi sento di dire che avevamo ragione. A questo punto qualcuno tira fuori la solita menata: ma come sei diventato pacifista, stai con… (a vostra scelta associarmi per infamia a un nome sinistro o parasinistro), rinneghi la destra patriottica e bombastica che è sempre stata dalla parte del riarmo, della guerra, dei militari e degli eroi? Ragazzi, svegliatevi nel mondo reale, non potete giudicare la calligrafia di chi si scrive con lo smartphone…

Allora ragioniamo, anziché professare opinioni prestampate come i moduli per i versamenti. Non ho mai visto una guerra fermata da una marcia pacifista ma ho difficoltà a ricordarmi un riarmo che non sia sfociato in una guerra. Ma oggi più di ieri è avvenuto un cambiamento di fondo che lo rende molto più pericoloso: è finita l’idea della difesa, cioè della guerra in caso di attacco o invasione del nemico. Siamo ormai nell’era della guerra preventiva, non è più si vis pacem para bellum, qui siamo al se vuoi la pace scatena la guerra, meglio una guerra oggi che una domani, prevenire è meglio che curare, e distruggere è meglio di preservare. E se vuoi prevenire il nemico di domani, uccidilo oggi che è bambino.

Non solo: non sono stragi, massacri, genocidi, crimini di guerra quelli compiuti nel nome della libertà, della pace e dell’occidente. Ma operazioni di difesa, di polizia, di prevenzione liberale. Fossero pure contro inermi popolazioni affamate, bambini, donne, vecchi.

E ancora, si può essere considerati belligeranti in virtù della proprietà transitiva: se c’è nel tuo paese un’organizzazione terroristica che magari ti usa come scudo e ti tiene in ostaggio; o se tu mantieni, anche solo per paura o per salvarti la pelle, un vero o presunto rapporto con loro, sei per la proprietà transitiva ritenuto e trattato come un nemico, anzi un materiale ostile da eliminare.

Infine non dimenticate che la politica da tempo conta poco rispetto agli affari e al business globale: e se l’industria del riarmo ha bisogno di venderci nuove armi, saranno pochi e deboli gli argini politici per fermarla. Se comandano gli affari sul bene comune, il profitto non vede in faccia nessuno e non si ferma davanti a niente. Capovolgendo una canzone di Venditti: Roma o non Roma noi arriveremo a bomba.

Ora, scendiamo nello specifico: avrebbe forse avuto un senso se l’Europa avesse deciso, da tempo, di far nascere una forza armata europea, confluendo le singole forze nazionali in un solo organismo di difesa o quantomeno affiancando gli eserciti nazionali con una forza europea. Avremmo razionalizzato le spese militari, avremmo evitato la dispersione in ventisette riarmi nazionali, avremmo ottimizzato le risorse belliche, evitando inutili doppioni, armi superate o inadeguate. No, qui siamo alla confluenza di due diktat folli: il riarmo europeo proclamato pochi mesi fa contro Putin e un po’ contro Trump, e il riarmo obbligato, imposto dalla Nato e dallo stesso Trump, e a latere dai mercanti d’armi, per accollare sui singoli inquilini del condominio europeo le spese di vigilanza e protezione finora in carico alla Nato made in Usa. Il riarmo nasce da una folle prevenzione: la convinzione, già lanciata ai tempi di Biden, che la Russia di Putin voglia invadere l’Europa e attaccare i paesi limitrofi (come del resto si dice dell’Iran che teme la guerra perché capisce che sarebbe la sua fine). Dunque, approntiamoci a far la guerra per sventarla, anzi affrettiamoci a far precipitare gli eventi per farla abortire. I riarmi, così concepiti, probabilmente favoriscono le guerre, anziché dissuaderle. Ma certamente servono solo ai venditori di armi, per esempio americani. E noi dovremmo svenarci per questa follia preventiva che non serve affatto a migliorare le condizioni di pace e gli equilibri internazionali?

A chi invece, dopo aver per una vita deprecato il militarismo nazionalista e fascista, invoca ora la passione eroica e guerriera della destra al servizio del riarmo, vorrei ricordare una cesura storica di cui fu testimone il più grande scrittore di guerra che fu anche eroe di guerra insignito della più alta onorificenza militare. Ernst Jünger aveva elogiato la guerra, era profondamente pervaso di etica eroica, guerriera e sovrumanista. Ma dopo aver partecipato con ardore, impeto e assalto, alla prima guerra mondiale, se ne ritirò disgustato, perché vide nella guerra quello che la tecnologia avrebbe prodotto poi nella vita: la sostituzione dell’umano e dunque delle virtù militari, con la macchina, con i materiali bellici, con le disponibilità economiche e gli arsenali di distruzione. Da un verso la leva universale, la coscrizione obbligatoria, dall’altro la prevalenza dei mezzi sugli uomini, avevano tolto per il guerriero Jünger ogni nobiltà alla guerra. E il Guerriero mutò in lui nel Milite del Lavoro, l’Operaio in fabbrica, o nel Ribelle, che passa al bosco. Junger arrivò a sognare perfino uno Stato planetario e una Pace universale. Lui, che era stato il più grande scrittore di guerra nel primo conflitto mondiale, con le sue tempeste d’acciaio… Già, don Chisciotte era considerato pazzo quando combatteva i mulini a vento prendendoli per mostri, ma oggi non potrebbe dar corso nemmeno alla sua romantica follia, perché sarebbe circondato da pale eoliche e il suo cavallo, Ronzinante, non potrebbe avanzare tra pannelli solari al posto degli ulivi…

Marcello Veneziani       

“Una vita all’istante”.I versi di Wislawa Szymborska sull’imperscrutabilità della vita

Questi dolcamari versi di Wislawa Szymborska sono  tratti dalla sua poesia “Una vita all’istante” in cui racconta la nostra vita estemporanea.

Wisława Szymborska, premio Nobel per la Letteratura nel 1996, ha fatto della precisione poetica e della leggerezza filosofica il proprio stile unico e inconfondibile. Nei versi tratti dalla poesia Una vita all’istante, l’autrice polacca offre una riflessione acuta e universale sulla condizione umana, servendosi di una metafora teatrale per raccontare l’impossibilità di prepararsi davvero alla vita. In questa poesia, il palcoscenico non è altro che la quotidianità dell’esistere; e la protagonista, come ognuno di noi, si trova catapultata sulla scena senza prove, senza un copione, senza istruzioni.

Una vita all’istante.
Spettacolo senza prove.
Corpo senza modifiche.
Testa senza riflessione.
Non conosco la parte che recito.
So solo che è la mia, non mutabile.
Il soggetto della pièce
va indovinato direttamente in scena.
Mal preparata all’onore di vivere,
reggo a fatica il ritmo imposto dell’azione.
Improvviso, benché detesti improvvisare.

Wislawa Szymborska e una vita senza “secondo ciack”
Una vita all’istante.
Spettacolo senza prove.

L’incipit è folgorante.

In due versi, Wislawa Szymborska ci catapulta nell’assurdo teatrale dell’esistenza: una vita all’istante è, per definizione, qualcosa di effimero e sfuggente. Non c’è possibilità di replica, né di preparazione. Tutto avviene ora, qui, improvvisamente. Il “senza prove” non è solo un’allusione alla mancanza di esercizio o di preavviso: è la constatazione che la vita non concede esercitazioni o revisioni, e che ogni nostro gesto, anche il più banale, è definitivo nella sua irripetibilità.

Corpo senza modifiche.
Testa senza riflessione.

La seconda coppia di versi sottolinea l’immediatezza e la rigidità della condizione umana. Il “corpo senza modifiche” è il nostro corpo dato, la nostra identità fisica non scelta, che ci accompagna come unico strumento per agire e vivere. È una constatazione che sa di vulnerabilità e di destino. Allo stesso tempo, la “testa senza riflessione” suggerisce che spesso ci troviamo a vivere — o meglio, a recitare — senza il tempo o la possibilità di pensare, di valutare le conseguenze, di capire ciò che stiamo facendo. Szymborska non denuncia qui l’irriflessione come colpa morale, ma la presenta come una condizione ineluttabile dell’esistere in tempo reale.
Non conosco la parte che recito.
So solo che è la mia, non mutabile.

Qui si fa esplicita la metafora del teatro. L’io lirico — alter ego della poetessa, ma anche rappresentante di ogni essere umano — riconosce di trovarsi in una pièce di cui non conosce il ruolo. Eppure quella parte è “sua”, le è propria e intrasferibile, anche se non può modificarla. In questo passaggio la poesia tocca una delle domande centrali della filosofia e della letteratura: quanto siamo autori della nostra vita e quanto invece siamo attori, soggetti a un copione misterioso e immutabile? L’apparente contraddizione tra il non conoscere la parte e l’impossibilità di cambiarla è proprio ciò che genera ansia, spaesamento, e insieme un sentimento tragico.

Il soggetto della pièce
va indovinato direttamente in scena.

Ecco l’aspetto forse più inquietante e insieme affascinante della riflessione di Szymborska: non solo non c’è copione, non solo non c’è preparazione, ma il senso stesso della rappresentazione — il “soggetto” — va scoperto mentre si agisce. Non c’è un significato prestabilito della vita, non c’è un regista a darci istruzioni.

La comprensione di ciò che stiamo vivendo si costruisce mentre lo viviamo, un momento dopo l’altro. È un invito a osservare l’esistenza non come una narrazione lineare con un fine noto, ma come un enigma in continua evoluzione, il cui significato è sempre parziale, sempre provvisorio.

Mal preparata all’onore di vivere,
reggo a fatica il ritmo imposto dell’azione.

Il tono si fa ora più intimo, quasi confessionale. “Mal preparata all’onore di vivere” è un verso di straordinaria delicatezza: vivere è un onore, una responsabilità nobile e solenne, ma si arriva a questa chiamata senza strumenti, senza armature. E questo onore pesa. Reggere “a fatica” il ritmo dell’azione significa non solo essere in difficoltà, ma anche riconoscere che la vita ha una propria andatura, una spinta, una velocità che non sempre coincide con i nostri tempi interiori. In queste parole vibra la consapevolezza di una poetessa che ha attraversato il Novecento e le sue tragedie, ma che non rinuncia a una dolcezza ironica e disincantata.

Una vita all’istante
Improvviso, benché detesti improvvisare.

Il finale condensa l’intero significato della poesia.

Patrizio Lo Votrico___Libreriamo . It

Me ne andai con l’anima in frantumi sulla Prenestina…

 

Una delle ultime stagioni, delle dodici che vissi a Roma, abitavo in una piccola casa all’inizio della Prenestina. Aveva giusto una cucina, un bagno, un piccolo ingresso e un’unica stanza da letto, dove dormivamo in un lettino io e la mia ragazza di allora. Si stava stretti, ma era quello che potevamo permetterci. Non ricordo molto di quel periodo, solo che la finestra della cucina dava su un grosso deposito dell’ATAC, che trovavo molto suggestivo, poetico, soprattutto quando nel pomeriggio il sole ci tramontava dietro, e che io ascoltavo ripetutamente un bellissimo disco di Nick Cave in quei mesi.

Ecco, ricordo esattamente quelle immagini: ii tram dismessi, quelle rotaie, e quei pezzi di ricambio nella polvere, con quella luce magnifica, e le parole della canzone che risuonavano: «come sail your ships round me / and burn your bridges down».

E ricordo un’altra cosa, solo un’altra cosa, con la stessa vividezza.

Di ritorno da Siracusa, da dove la mia ragazza, stranamente, subito dopo Capodanno era ripartita prima di me, mi confessò che sì, aveva una storia con quello, con l’attore, il protagonista del film di cui io avevo scritto la sceneggiatura e che stavamo ancora girando, e che la loro relazione proseguiva da quei mesi di novembre e dicembre durante i quali io ero tornato giù, a Buccheri, a piantare alberi con la forestale.

Doveva essere 40 x 40 cm, la buca. Non è che avevi il metro, ma alla fine, guardando quelli che ormai il metro ce l’avevano in testa, riuscivi abbastanza bene pure tu, e ti guardavi il tuo primo fosso perfettamente squadrato. Ero uno studente ormai quasi laureato della facoltà di sociologia della Sapienza di Roma e uno dei motivi per i quali ce l’avevo fatta a proseguire gli studi erano quei turni lì alla forestale, a piantare alberi, che mi davano poi di che campare. Me ne scendevo da Roma agli inizi di novembre e, da iscritto alle liste di disoccupazione, mi toccava un turno di lavoro di 6-7 settimane come rimboschitore.

Piantavo alberi. La mattina, nel gelo nebbioso dei Monti Iblei, ti alzavi all’alba e alle 7.00 scavavi il tuo primo fosso e lo guardavi. I corvi ti gracchiavano addosso e il profumo di terra e timo e erba e aria ti prendeva a schiaffi. Lo guardavi e sapevi che, da lì alle quattro del pomeriggio te ne aspettavano almeno altre ventiquattro di buche da scavare. Una lotta primordiale con gli elementi: tu, e la terra pregna, come in un duello. E i primi giorni, infatti, erano tremendi. Tornavo a casa con ogni singolo muscolo del mio corpo che gridava sofferenza. Poi me ne andavo a letto, mentre fuori il vento ringhiava con tutti i diavoli dentro.

Quando la sveglia suonava non ci potevo credere che mi dovevo DAVVERO alzare. Lì è dove la mia forza di volontà ha fatto il suo dottorato ad Harvard. Mi tiravo su dal letto e dopo un quarto d’ora mi lasciavo ingoiare dal buio, il gelo e la nebbia, verso la piazza, dove mi aspettavano tutti gli altri. Gli altri non erano persone, erano esseri mitologici. I buccheresi che lavoravano con me, non erano umani. Erano buccheresi. Montanari testardi e temprati dalle forze più oscure e dirompenti della natura. E dalla resistenza fisica uscita da un poema arcaico dove il cantore aveva chiaramente esagerato. Naturalmente quello strano ero io, lo studente universitario che veniva da Roma, che studiava. Tendenzialmente mi commiseravano, guardandomi come si guarda una bestiolina che si è persa nel bosco in mezzo ai lupi.

Però, non so, forse per il fatto che non mi davo delle arie, forse perché perché mi impegnavo, insomma non solo evitavano, come avrebbero potuto, di farmi a polpette, ma la pena che provavano per me cresceva intrecciata anche a un moto di simpatia. Insomma, ci volevamo bene. E questo era bello.

Lo stesso, però, mi sbeffeggiavano. Avevo raccontato loro che a Roma facevo parte di questo gruppo e che, insieme, facevamo film. Avevo spiegato loro che i film, prima, si scrivono, e che questo scritto si chiama «sceneggiatura», e avevo aggiunto che, nell’esatto momento in cui loro, cazzoni selvaggi, scavavano fossi, quel gruppo stava girando un film breve che avevo scritto io, ed era una roba seria, con attori veri, un regista e una troupe.

E che in quella troupe lavorava la mia fidanzata.

– Tu, hai lasciato la tua zita là, con quelli del cinema, e sei qua a scavare fossi?
– Sì, perché?
– Quella ti fa le corna subbito subbito…

Cazzoni. Trogloditi. Selvaggi primitivi, pensavo.
– Ma che cazzo dite?
– Che cazzo diciamo? ‘A virità…
– Ma che dite, cazzoni, trogloditi, selvaggi primitivi …noi ci amiamo!
– Voi vi…vi amate??? AHHHH AH AH AH AH!!!
– Ma che ridete, cretini?
– E ieri sera, quando telefonavi dalla piazza che avevate l’appuntamento telefonico e lei non rispondeva, dov’era secondo te?
– Ma che ne so dov’era! Avrà avuto un contrattempo… – Ca certo, come no! Col protagonista…col regista…sai com’è… – Ma che spacchio dite…voi c’avete in testa solo ‘sta roba…guardate che esiste anche altro nella vita…

Comunque, passò anche quel turno.

Il più bello, il più magico, roba che mi sarei portato dietro per sempre. Ci salutammo con una grande festa. Io tornai a Siracusa, dove, qualche giorno dopo e poco prima di Natale, come di consueto, scese anche la mia zita. Furono delle feste un po’ strane, lei non stava bene, e poi, verso il 4 gennaio, mi disse che doveva tornare a Roma prima, che c’erano delle cose che andavano fatte per il film. Fui un po’ contrariato, non era mai accaduto, tornavamo sempre insieme ma, ok, dissi, vai.
Così se ne andò.
Quando anch’io salii a Roma, la normalità durò un paio di giorni. Poi lei mi disse che doveva parlarmi, che c’era qualcosa che doveva assolutamente dirmi. Aveva avuto una storia. Con l’attore protagonista. In quelle settimane che era stata sola. E stava soffrendo adesso. Stava soffrendo. Stava soffrendo troppo. Lei. Insomma avevano ragione i miei amici cazzoni di Buccheri, e io non potevo credere alle mie orecchie, al mio cuore, al mio corpo che franava.

Ricordo lo schianto. Il buco al centro dello stomaco. Ricordo che pensai cose come «dio mio, ma io mi sono appena iscritto all’anno di specializzazione» oppure «dio mio, ma io questo qui devo pure continuare a vederlo».

E ricordo che poi il telefono squillò, ed era lui, e lei gli doveva parlare, o andarci. Ricordo che, sconvolto, feci pure cose stupide, non da me. La più stupida delle quali fu cedere all’impulso di chiuderla dentro a chiave e andare via di casa. Non arrivai neanche a uscire dal portone. Mi fermai nell’androne e mi accovacciai per terra, nel dolore sordo. Era buio, e in quel buio io vidi tutto. Vidi il muro di fuoco salire e investirmi in pieno, la rabbia sorda emergere e divampare urlando le sue ragioni, esigere il suo prezzo. L’avrei lasciata lì, non sapevo quanto, lì. E poi vidi anche il resto, il resto di ciò che eravamo, di ciò che era stata lei lì, i nostri anni insieme. Soprattutto mi chiesi e vidi chi ero io e chi volevo essere. In cosa credevo io. E fu lì che il fuoco dovette arrendersi.
«Che cazzo fai?», mi dissi.
La libertà è la nostra prerogativa.

Nessuno è di nessuno. Mai!

Mi alzai di scatto, tornai su e aprii quella porta e lei uscì precipitandosi sulle scale, certamente per andare dall’altro. Non la seguii, la guardai andar via e mi sentii sollevato, con una sorta di sconclusionata tenerezza dentro.

Me ne andai con l’anima in frantumi sulla Prenestina. Finì lì, in quel deposito, quello. E mi sedetti sulle mie macerie, a piangere, in una luce bellissima.
Questo mi ricordo.
Bene.
Non ricordo molto altro di quel periodo. Di molte altre cose mi ricordo perfettamente, dei miei dodici anni romani, pieni di cose straordinarie. Ma non di questo.

Dell’amore, del suo amore, adesso non mi ricordo, quasi nulla.

Stiro la mano laggiù, nella profondità della mia memoria, e …niente! Al punto che oggi, mentre ingurgito, con sicura fede, pillole che lottano insieme a me per la mia vita, e sono felice, l’unica cosa che riesco a pensare è com’è che potesse venirmi in mente di soffrire così tanto. Com’è possibile che non mi sia messo allora, inseguendo anche solo uno degli innumerevoli fuochi che mi ardevano dentro, a volare via libero, su ogni cosa, invece di stare lì, e soffrire così tanto?

Gianfranco Damico è in libreria con «Ciò che amore non è» (Feltrinelli)

Illustrazione Cristina Peleari

prenestina

Quando la cura fa bene non solo al malato…

 

 

Nelle tracce per l’esame di maturità, che quest’anno erano piuttosto azzeccate, è apparsa un po’ a sorpresa una canzone famosa di Franco Battiatola Cura. Una delle più belle in assoluto, uno splendido manifesto d’amore e di attenzione per la persona amata che oltrepassa i limiti e le condizioni terrene: “Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare”; una sfida epica e metafisica oltre la mortalità, la vecchiaia, la gravità, il buio. La traccia è stata curiosamente affidata ai maturandi del Liceo Artistico.

Per uno dei casi strani della vita, all’indomani di quelle tracce, mi è stato assegnato il compito di una lectio all’Università di Grosseto, sull’amore come prendersi cura dell’altro; lezione rivolta agli studenti di scienze infermieristiche. La mia competenza in materia è naturalmente nulla dal punto di vista professionale, tecnico-scientifico: mi avevano chiesto di parlare del mio saggio sull’amore necessario nella chiave del prendersi cura dell’altro. A ben pensarci, è un errore ritenere che curare sia solo una questione professionale, di abilità tecnico-scientifica. Il limite della cura oggi è proprio questo: la sostituzione dell’umanità con la tecnica. Che poi equivale a sostituire il malato con la malattia, concentrandosi sulla diagnosi, la degenza e la terapia, prescindendo dalla persona, dalla sua vita e dalla sua sensibilità affettiva. Curare in questo modo è un curare a metà, e un curare l’effetto (localizzato), trascurando la causa. Il malessere va invece riportato alla sua radice, contraria non solo al benessere ma avversa all’essere, a tutto l’essere. Nella cura è preziosa una visione olistica e non atomistica del paziente.

Viviamo in una società largamente sotto cura, medicalizzata se non ospedalizzata, in cui tutto – dalla nascita alla morte – passa dal nosocomio. E tutto, dall’alimentazione allo sport, dal modo di vivere al modo di pensare, passa sotto la sorveglianza della cura. Un tempo c’erano cose che andavano fatte perché giuste, perché vere, doverose o da farsi per fede e spirito di sacrificio; oggi l’unico vero assoluto è quello salutista, devi farlo perché ti fa bene: non c’è più l’idea del Bene ma del mio bene. Non c’è un’etica della cura ma solo autoconservarsi, a cui corrisponde un curare per prestazione professionale. Ma la società della cura si caratterizza per il suo contrario, come società dell’incuria, in cui il verbo più diffuso nella pratica di vita è trascurare. Cura vuol dire attenzione, premura, dedizione verso gli altri, a partire dai più vicini: e verso il mondo, a partire da quel che ti circonda. Ovvero, partendo da tua madre e dalla pianta sul balcone di casa.

Un filosofo tacciato di essere troppo astratto, troppo oscuro e anche oscurantista e perfino nazista, Martin Heidegger, si dedicò alla Cura (Sorge) e la ritenne il perno dell’esistenza. Heidegger distingueva la cura, come la vita, tra autentica e inautentica: la cura è autentica se aiuta l’altro a curare se stesso, è inautentica se lo tratta da malato e da oggetto, lo lascia passivo, privo di libertà e di coscienza. La prima forma della cura è dunque per Heidegger un’arte maieutica come quella di Socrate e di sua madre, levatrice: tirar fuori dalla persona che hai davanti l’energia, la voglia, la coscienza di curarsi.

Qual è l’origine mitologica della cura? La racconta uno scrittore romano di duemila anni fa, Igino. Cura, una divinità minore, ai bordi di un fiume modella un essere dal fango e chiede a Giove di alitargli dentro il fiato della vita. Ma poi sorge una vertenza: Giove rivendica a sé l’essere a cui ha dato la vita, la Terra a sua volta reclama a sé l’essere perché il suo corpo è fatto di terra. E il giudice supremo, in questo caso Saturno, più che salomonicamente tripartisce l’uomo-humus: alla sua morte la sua anima tornerà a Giove e il suo corpo tornerà alla Terra. Ma in vita di lui si occuperà lei, Cura. Dunque vivere è aver cura, prendersi cura. Ma non solo degli altri. Un filosofo dei nostri tempi, Pierre Hadot, esortò a compiere esercizi spirituali che avevano come scopo primario la cura di sé. Non si tratta di ribadire il primato egoistico; aver cura di sé è la premessa per aver cura degli altri e del mondo. Chi cura sé stesso cura anche gli altri, e viceversa. E comunque, l’uno non va scisso dall’altro. Molte cose non ho condiviso di don Lorenzo Milani ma la sua insistenza sul motto I care, io mi prendo cura, costituisce sicuramente la cosa più bella che abbia detto e fatto il parroco ribelle della Barbiana. Poi si può tradurre quell’I care in retorica altruista, in assistenzialismo parassitario, in giustificazione di ogni crimine ed errore se compiuto da chi era bisognoso. Ma la radice generosa, non solo evangelica, di quel principio resta esemplare nell’ambito della carità e dell’agape, come la chiamavano i greci.

Tra le definizioni greche dell’amore che presi in esame in quel libro, c’era pure la Storge, che somiglia anche alla Sorge, la cura heideggeriana, e che riguarda proprio il prendersi cura, aver tenerezza. Il suo ambito originario e primario è l’amore per i propri famigliari, della madre per suo figlio, del figlio per il suo vecchio padre. A conferma che la matrice della cura e il modello a cui riferirsi resta per così dire a conduzione familiare. Da lì dovrebbero trarre esempio il medico e l’infermiere. Alla richiesta di consigli “di pratica filosofica” nella cura, da parte di alcuni operatori sanitari, mi sono permesso di suggerire tre o quattro piccole cose. La prima, lo dicevo all’inizio, è quella di non avere davanti un malato ma una persona, è lui che va curato, non la malattia. È importante. Questo comporta di non limitarsi a osservare i protocolli sanitari e usare con loro metodi standard e linguaggi prestampati: ma bisogna cercare di entrare nella loro vita, conoscerli e commisurare il trattamento al loro stato e alla loro sensibilità. Chiedetegli, ho detto loro, non solo le cose attinenti la malattia, ma qualcosa della loro vita, della medaglia che portano al collo, dei loro famigliari; per farli sentire a casa, per creare fiducia in voi e sentirsi accuditi e forse un po’ amati. E ai malati incurabili non usate procedure standard, valide per tutti, adattate le parole al loro stato emotivo: siate rassicuranti e placebo con chi non vuole sentirsi terminale; siate più diretti, con verità e dolcezza, a chi esige il vero. A proposito del rapporto col paziente, ho detto qualcosa a proposito dell’abitudine di alcuni infermieri e medici a dare il tu al malato: se c’è quell’attenzione alla sua vita e alla sua sensibilità, allora va bene usare il tu, sapendo che anche lui si sente, come con un amico, di dare il tu a voi. Ma se il tu denota una superiorità e un disprezzo, una noncuranza per la sua vita fuori e prima di finire ricoverato; se lo fa sentire un numero in balia di un altro o di un arcigno mostro anonimo, l’Ospedale, allora nuocete al malato e non lo aiutate ad aiutarsi, cioè a collaborare con voi per la cura.

A volte bisogna prendere lezioni dal passato: prendete ad esempio tanti medici condotti di una volta, con la loro umanità e spesso anche con la loro formazione umanistica, la loro cultura non solo medica; capivano di avere avanti un uomo, ne conoscevano la storia e la famiglia, e loro si, pur disponendo di poveri mezzi medici, rispetto ad ora, si prendevano cura di lui. Andate a lezioni di umanità da loro. Così curerete meglio lui e curerete anche voi stessi; vi motiverà, vi darà più risultati e alla fine farà bene anche a voi. Il bene è contagioso, almeno quanto il male.

Marcello Veneziani                                 

La sconfitta (culturale) degli ayatollah…

 

Decenni di legge islamica, di repressione, di galere, di veli e di turbanti, ma dell’Iran odierno resteranno esclusivamente le opere delle donne, soprattutto delle donne avverse al regime

Gli ayatollah hanno perso. Non mi riferisco alla situazione militare, per la quale rimando volentieri agli esperti della materia, mi riferisco alla situazione culturale. Essendo rimasto più o meno fermo a Omar Khayyam (XII secolo), nei giorni scorsi ho deciso di aggiornarmi, di informarmi sulla cultura iraniana contemporanea. Ho cercato scrittori e pittori. Ho trovato scrittrici e pittrici, e fotografe, e una fumettista. Dove sono finiti i maschi? Tutti a farsi crescere la barba, a denunciare adultere, a schiaffeggiar scostumate? Strano, davvero strano.

Per quei mediorientali maomettani è un risultato fallimentare, perfino peggio dei bombardamenti di Fordow: decenni di legge islamica, di repressione, di veli e di turbanti, di galere, frustate e bastonate e dell’Iran odierno resteranno esclusivamente le opere delle donne, e delle donne avverse al regime. Perché molte di queste scrittrici e artiste figurative sono atee dichiarate (al momento la mia preferita è Chahdortt Djavann) e le altre sono atee implicite. Una è addirittura cristiana (convertitasi, incarcerata come apostata e infine espulsa). Una è mezza ebrea mezza zoroastriana. Insomma, sostenitrici dei barbuti zero carbonella: invece dell’attesa egemonia similgramsciana, l’inesistenza musulmana.

Camillo Langone__da__IL FOGLIO

 

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L’ empatia…

 

L’empatia è la rottura della prigione dell’io, rottura che non avviene cognitivamente bensì emotivamente. All’origine di tale rottura non c’è una conoscenza oggettiva, ma una partecipazione emotiva e sentimentale al patire e al gioire degli altri; è solo il pathos condiviso e consapevole che ci connette in quel modo immediato e reale che ci tocca il cuore.

Il cuore è l’organo dell’etica, ma il grande problema è che oggi non c’è nessuna educazione del cuore. Oggi si educa solo la mente cognitiva, il che è certamente doveroso, ma non è sufficiente; anzi, un’educazione solo cognitiva può essere persino pericolosa perché, come diceva Tagore, “un cervello tutto logica è un coltello tutto lama. Fa sanguinare la mano che l’adopera”. A chi è affidata oggi l’educazione del cuore? Credo a nessuno. Senza educazione del cuore, però, o si cade nel cinismo e nell’indifferenza e nella conseguente assenza di etica, oppure si fa del bene senza saperlo motivare subendo così le accuse sarcastiche di buonismo.

È l’educazione del cuore, unita a quella della mente, a generare il modo complessivo di essere e di stare al mondo di un essere umano all’altezza dell’ideale della humanitas.

Vito Mancuso

 

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La rassicurante irrilevanza dell’Italia.

 

 

L’Italia, grazie a Dio, conta poco o nulla. Non siamo in guerra, non siamo mediatori, non siamo partner di particolare peso e rilievo. Nessuno si aspetta le nostre decisioni, i nostri pronunciamenti, siamo parte di un mondo a sua volta poco rilevante, comunque marginale, che si chiama Unione Europea. Non abbiamo bombe atomiche né sontuosi apparati militari, non abbiamo strumenti di dissuasione, se non logorroici politicanti e imbonitori, anche se c’è sempre il rischio che vengano coinvolti i nostri militari nella regione, per esempio in Irak, o che venga fatto un ponte di rifornimento delle armi made in Italy o che si usino le basi italiane della Nato per incursioni di guerra. Ma per una volta, godiamo il nostro statuto di nazione minore e minorenne, periferica, non superpotenza né potenza; un paese piccolo, esile, appeso e pendulo come un corno portafortuna nel laghetto Mediterraneo. Molte volte la nostra salvezza è stata quella di confondersi nel gruppo, di non stare né in testa né in coda, tra i più decisi o tra i più riluttanti; ed è stata quella la nostra salvezza a lungo, oltre la strategia dei due forni, o del doppio gioco, che a volte ci ha salvato non l’onore né la dignità ma quantomeno le chiappe e la pellaccia. Mi sembra che siamo tornati lì o forse non ci siamo mai mossi da lì.

I cartoni animati della sinistra gridano ogni giorno contro Giorgia Meloni attribuendole un’importanza strategica internazionale che obiettivamente non ha e non per colpa sua. Scoppia una guerra e che fa la Meloni? Massacrano a Gaza e che fa la Meloni? Ma che volete che possa fare, la poverina, quale moral suasion può esercitare se non sbattere gli occhioni… In realtà quasi tutto di quel che incolpano la Meloni, è semmai latitanza dell’Europa intera, sia dell’Unione che dei principali stati membri. L’Italia che non si decide, non prende posizione, barcolla e fa il pesce in barile è da un verso lo specchio esatto dell’Unione europea e dall’altro è la fotografia precisa del centro-destra come del centro-sinistra (in questo perfino i grillini sono più lineari e addirittura più coerenti; i 5stelle, è tutto dire): sospesi tra riarmo e disarmo, tifo e distanza neutrale, condivisione senza partecipazione.

E la Meloni che fa? continuano a domandare gli inquisitori che ormai attribuiscono per parentela politica ogni nefandezza di Netanyahu e di Trump a lei (lasciatemi un sospiro tra parentesi: dalla destra internazionale ci guardi Iddio). Ma cosa volete che faccia, che margini di azione ha, quali sono i poteri e le forze di cui dispone? Meloni fa esattamente quel che fa Mattarella e che avrebbe fatto al governo un Letta, un Gentiloni, un Prodi, un Draghi e i loro avanzi. Cambiano le sfumature, i modi di comunicare, l’indole e magari il ceto, borgata o ztl. Accucciati, allineati, tra mezze parole e mezzi sostegni, fingono di sbrigarsela dicendo che l’Iran non dovrebbe avere l’atomica o altre banalità del genere, salvo il fervorino finale, però mi raccomando, ragazzi, non fatevi male, parlatevi almeno…

A proposito di Mario Draghi, è sorprendente il suo attivismo in questi giorni, le sue visite ripetute al Quirinale, il suo pendolarismo internazionale; grand commis non si sa bene per conto di chi e per che cosa…

Ormai da tempo la parola d’ordine in Europa è riarmo. Forza, riarmiamoci. Dopo fiumi stucchevoli di pacifismo, eccoli lì tutti a parlare di armi, guerra e bombardieri. Non ci sta attaccando nessuno ma noi crediamo di essere, o perlomeno diciamo di essere, l’obbiettivo finale degli attacchi russi, iraniani, e d’ogni altro tipo. Ci sentiamo al centro della scena anche se poi ci comportiamo come se stessimo sul loggione, penultima fila. E se l’Europa parla solo di riarmo, la parola d’ordine di Trump, che pure era partito con buone intenzioni, con la missione di imporre la pace nel mondo, è ora guerra, vediamo un po’ se bombardare oppure no, intanto complimenti a Israele, e voi nemici state attenti, o vi arrendete senza condizioni o vi distruggiamo, per il momento non ammazziamo Khamanei ma sappiamo dove si nasconde…non hai scampo, vecchio barbagianni. Poi magari al posto suo arrivano i Pasdaran e la situazione certo non migliora.

Ma oltre lo scenario mediatico, ossia sotto la rappresentazione ad uso spettacolo globale di guerre vere e imminenti, si può notare uno strano attivismo. È la sorprendente riconversione militare del regno degli affari, la trasmutazione della speculazione finanziaria in armi, bombe e droni, come ieri in farmaci e vaccini, o in sistemi di sorveglianza multimediale e multinazionale. Quest’occidente in preda al delirio di armi & bombe riesce pure nel miracolo di far passare per un mite, equilibrato, signore quel XiJinPing, che guarda il mondo come un Gatto Mammone e Sornione, impassibile e paziente, senza mai una posizione sopra le righe, mai un cenno di rabbia o di insofferenza. Aspetta il cadavere sulla sponda, come un antico cinese. Sarebbe bello capire se questa corsa alle armi e ai conflitti, alle decapitazioni di stati e vertici militari, eliminazione di scienziati e progettisti, rientri in una nuova fase dell’establishment mondiale che starebbe in questo modo tenendo per il ciuffo, per non dire di peggio, lo stesso Trump, rendendolo alla fine un ariete di sfondamento, un gallo cedrone al servizio della Causa loro. Non vedo la difesa dell’Occidente in tutto questo, ma un disegno di potere, di volontà di potenza, una filiera che transita dalla finanza alla geoeconomia, e dalla strategia militare ad altre strategie tecno-industriali, più vari coinvolgimenti. L’informazione è vistosamente in balia delle controinformazioni pilotate dai servizi segreti, servizi di intelligence cioè di spionaggio. Girano certi patacconi, foto montaggi, servizi strappalacrime, incubi tra la realtà e la fiction…

In tutto questo inferno rateale, che si snoda tra la Russia, l’Ucraina, l’Iran, l’Israele e la Palestina, via Usa, l’unica nota positiva che riusciamo a trarre, con un atto di piccolo egoismo, proviene da una condizione negativa: per una volta, è una fortuna che l’Italia conti poco nel mondo, o se preferite una versione meno brutale, che l’Italia conti molto solo per gli italiani e che il nostro unico, debole ombrello atomico si chiama Papa. In questo momento è l’unico americano che ci protegge davvero, almeno in cielo.

Marcello Veneziani                                         

È vero, fare figli non è un dovere sociale. Ma consigliare di averne non è paternalismo: ecco perché.

 

Il calo delle nascite: chi ha la fortuna di diventare genitore e comunica la sua gioia compie il più grande gesto di altruismo.

Le storie e gli articoli migliori sono quelli di cui, leggendoli, a un certo punto ti viene da dire: «de te fabula narratur», la storia parla di te. Ieri sul Corriere Maurizio Ferrera ha scritto un bellissimo editoriale sulla crisi demografica, in cui a un certo punto si legge questa frase: «In una società laica e liberale, le persone hanno il diritto di scegliere il proprio progetto di vita senza subire prediche paternalistiche». Ovviamente è una frase giusta. Eppure da tre anni a questa parte infliggo prediche paternalistiche un po’ a tutti i giovani con cui lavoro.

Fare una trasmissione tv significa dividere un pezzo importante di vita con diverse categorie di lavoratori: registi, producer, operatori, fonici, truccatori, autori, ovviamente di entrambi i sessi. Tra questi, il più anziano ha diciassette anni meno di me; gli altri sono tutti più giovani. A tutti loro ho consigliato e consiglio di fare figli. Nella nostra piccola comunità ne sono già nati due, Gabriele ed Edoardo, e altri sono in arrivo (naturalmente sarebbe accaduto comunque).
Ha ragione Ferrera: le prediche paternalistiche sono insopportabili. Però talora possono rivelarsi utili.
Premessa: qui non stiamo parlando di politica. Non ci sarebbe molto da dire. Lo Stato non può fare prediche, imporre o anche solo caldeggiare stili e scelte di vita. La maternità e la paternità non sono un dovere sociale, a differenza di quello che si è sostenuto per secoli: si possono lasciare tracce di sé ed essere felici anche senza diventare madri e padri, e ci mancherebbe. Il compito dello Stato è rimuovere gli ostacoli e le discriminazioni, fornire aiuti e servizi, e mettere così tutti e ciascuno nelle condizioni di decidere liberamente se diventare genitore o no.
Qui però stiamo parlando della nostra sfera personale.

Personalmente, appunto, penso che la cosa di gran lunga più importante della mia vita sia stata diventare e fare il padre. Ho due figli. Mio fratello ne ha tre. Se anche vendessi un miliardo di copie del prossimo libro (e temo non accadrà), mio fratello resterebbe una persona più ricca di me. Nello stesso tempo, la paternità e la maternità non sono mai un fatto di numeri: ogni figlio è unico, irriproducibile, irripetibile, preziosissimo. Poi il prodigio delle famiglie e delle comunità – un condominio, un paese, un quartiere, un luogo di lavoro, una parrocchia – è che i figli degli altri diventano persone care e arricchiscono le nostre vite. Per questo il reato e il peccato che percepiamo come il più grave è fare del male a un bambino. A coloro che fanno del male a un bambino, Gesù non dice: sarete perdonati. Dice: fareste meglio a legarvi una macina da mulino al collo e a gettarvi in mare.

I figli sono le uniche persone che amiamo più di noi stessi; non a caso, i figli non possono capire l’amore dei genitori, fino a quando non lo diventano a loro volta. Se penso alle volte in cui sono stato più felice nella mia vita, penso a quando ho visto i miei figli fare cose che io non so e non saprò mai fare.

Conosco l’obiezione: questo è egoismo. È possibile. L’egoismo non è il più nobile tra i sentimenti umani. Ma è il motore della vita e della storia. L’uomo non è un angelo. E’ grazie all’egoismo se siamo vivi e non ci siamo estinti. L’egoismo è riprovevole; ma è fecondo. Le nostre nonne e i nostri nonni che hanno ricostruito l’Italia dalle macerie della guerra non erano mossi dalla solidarietà, dalla bontà, dall’altruismo (certo più diffusi allora di adesso); erano mossi dalla feroce volontà di non soffrire più la fame. Per questo le nostre nonne avevano l’ossessione del cibo e cucinavano tutto il giorno: non volevano che i nipoti patissero quel che loro avevano patito. Per questo i nostri genitori avevano l’ossessione dello studio e ci ripetevano di studiare: perché credevano nella cultura e nella tecnica come strumento di elevazione sociale. Forse anche per questo oggi noi facciamo sempre meno figli: perché temiamo di mettere al mondo degli infelici, e temiamo diventando genitori di perdere quote di libertà, quindi di felicità.

Se l’egoismo è fecondo, il narcisismo è sterile per definizione. Narciso si innamora della propria stessa immagine, non può possedersi, e quindi muore di inedia. Lo specchio di Narciso oggi è il telefonino. Passiamo la giornata a far sapere al mondo quello che pensiamo, vediamo, mangiamo; e siccome al mondo di noi non importa molto più di nulla, viviamo nella frustrazione di dover alzare la voce, a costo talora di calunniare e insultare.
Il narcisismo basta a se stesso. I grandi narcisi che ho conosciuto erano persone – spesso affascinanti – che non volevano figli. Questo non significa ovviamente che chi non desidera figli sia narciso. E neppure che chi desidera figli sia migliore di chi non li vuole. Ripeto: non stiamo parlando di demografia. Ci sarebbe poco da discutere. È evidente che non è sostenibile una società che fa un terzo dei figli che si facevano all’apice del boom economico, e la metà di quelli che si facevano in guerra, nel 1917, l’anno di Caporetto, e nel 1943, l’anno dell’8 settembre. È evidente pure che non basterà far arrivare tutti gli immigrati di cui pure abbiamo bisogno, e che sono nella stragrande maggioranza mossi dal legittimo desiderio di un futuro migliore, per costruire una società attorno a quei valori di libertà, democrazia, giustizia sociale, rispetto delle donne per cui le nostre madri e i nostri padri si sono battuti. L’unica soluzione, oltre ad accogliere e integrare gli immigrati, è aiutare in ogni modo, dagli sgravi fiscali ai servizi per l’infanzia, coloro che desiderano diventare genitori. E magari bastassero assegni e asili nido. Occorre anche ricostruire la fiducia nel nostro Paese, nell’avvenire, in noi stessi. Però qui stiamo parlando di felicità personale. E quindi stiamo lasciando il porto inquietante ma sicuro dell’analisi politica ed economica per entrare in quello indefinibile e mutevole dell’animo umano.

Per la mia generazione, cresciuta senza guerre, gli eroi sono i campioni dello sport. Chiedete a Rafael Nadal di scegliere tra le sue 14 vittorie su 14 finali al Roland Garros, e il primogenito che si chiama come lui (il secondo è in arrivo); non avrà esitazioni. Gustavo Thoeni non mi parlava dell’oro olimpico o della leggendaria rimonta ai Mondiali di Sankt-Moritz; mi parlava della sua massima felicità, fare sci alpinismo con le sue tre figlie. Sandro Mazzola considera la sua più grande soddisfazione professionale non la Coppa dei Campioni vinta nel 1964 con l’Inter contro il Real Madrid, ma il fatto che Ferenc Puskás alla fine della partita gli abbia detto: «Ragazzo, io ho giocato contro tuo padre Valentino. Sei davvero degno di lui».
Lo ripeto: chi desidera figli non è migliore di chi non li desidera. E fare figli può anche essere considerata una forma di egoismo. Ma chi ha la fortuna di diventare genitore, e comunica agli altri la propria gioia, la propria felicità, il proprio entusiasmo, non è un egoista; compie il più grande gesto di altruismo possibile.

Aldo Cazzullo__da __Il Corriere della Sera

Il corpo ha deciso per me.

Ho sempre pensato troppo.
«Cos’hai nella testa?», urlava il nonno, prima di colpirmi sulla nuca, a tavola.

C’erano regole non scritte, eppure imprescindibili. Rovesciare il cibo sulla tovaglia era peccato, per esempio. Anche in una famiglia di atei.

Fa freddo qui, adesso. E il silenzio è irreale. D’altronde sono seminuda, sdraiata sulla schiena. Forse mi assopisco, perché brancolo in un paesaggio buio, denso di fumo, o è nebbia? Pian piano si delinea la figura di un uomo.  È il nonno, di nuovo. Come sempre. «Faccio presto», mormora senza guardarmi, mentre a testa bassa comincia a succhiare dal mio ventre pelle e viscere. E pensieri. Ogni tanto alza il viso paonazzo verso di me e ripete: «Faccio presto». E io non riesco più a comprimere queste stupide lacrime dentro gli occhi, che mi dolgono per lo sforzo di trattenerle, stupide, che si intrecciano alle mie ciglia e il nonno non deve, non deve vederle, ora che si allungano sulle mie guance, non deve accorgersene, mentre continua a consumarmi.

E d’improvviso sopra di noi una deflagrazione, e pioggia che filtra attraverso la caligine, pioggia provvidenziale che si mischia e confonde il mio pianto.

E allora il nonno si alza in piedi e il buio lo inghiotte, mentre rimango indolenzita a terra a guardarlo allontanarsi insieme a sua figlia. Mia madre.

Sono sveglia, ora. Se solo potessi, adesso, mi alzerei di soprassalto, correrei verso la finestra, guarderei fuori, cercando il mare. Ogni volta che ripeto questo sogno sento l’impellente, assoluto bisogno di trovare qualcosa che delimiti il campo di gioco, mi indichi fin dove sia giusto spingermi con la follia e a che punto arrestarmi. Qualcosa di simile alle onde quando, di notte, srotolano il loro bordo di schiuma bianca nel nero del buio e dell’acqua, segnando il confine altrimenti indistinguibile tra terra e mare. Invece non posso. Il silenzio che ronza sottilmente mi ricorda che no, non posso.

È il freddo ad essere inequivocabile. Non sono libera. Lo sono mai stata?

Un recinto si è stretto attorno a me e nessuno se n’è accorto. Nessuno al di fuori di chi lo ha costruito. Eppure, ero così piccola. Così minuta. Una bambola, sempre col Cicciobello di sottomarca in braccio.
Eravamo una matrioska di miseria.
Il suo pianto così acuto, molto più del mio frigno, sta’ zitta scimunita!, mi ripetevo, quando mamma usciva la sera per lavorare e mi lasciava sola col nonno, e il buio e il palmo di lui mi premevano addosso, togliendomi il fiato. Indugiava su di me. Succedeva ancora, e ancora. Ovunque. Anche nella penombra della cabina, ai bagni comunali.

Vivevo in apnea. Respiravo solo quando riuscivo a divincolarmi dalla sua presa, e correvo a fare la stellina sul pelo dell’acqua, braccia e gambe spalancate: chiudevo gli occhi e di me restava solo il cuore e il dondolio delle onde nelle orecchie. Una sera la pancia mi aveva fatto tanto male da squarciarmi in due. Mi ero accucciata in bagno, tra il muro e la lavatrice. Cicciobello piangeva al mio posto, lacrime vere, giurava la pubblicità. Dovevo calmarlo, nell’unico modo che funzionava con me. Perciò avevo selezionato il programma delicato e azzerato la centrifuga. Lo strillo sintetico si era ovattato. Avevo guardato Cicciobello galleggiare attraverso l’oblò, poi le chiavi di casa avevano girato nella toppa. Mi ero alzata di scatto.

Una goccia di sangue aveva rigato la mia gamba.
Mamma mi aveva trovato così. Aveva fermato la lavatrice, urlando e bestemmiando. «Cos’hai nella testa?».

Sempre troppo, e a sproposito, nonno.
Ma adesso più che altro ho sete. Ho fame. Non ricordo da quante ore sia a digiuno. Il mio stomaco reclama. Mi mette a disagio l’idea che qualcuno possa sentirlo borbottare. Mi imbarazza non controllare il mio corpo e le sue voglie, come la prima volta in cui ho fatto l’amore. Mentre lui si muoveva al suo ritmo, mi ero vista da fuori: una zoccola, lo diceva il nonno, zoccola!, assorbita dal desiderio di godere. Che vergogna. Avevo serrato gli occhi. «Aprili», mi aveva intimato il mio ragazzo, col vigore dei suoi quindici anni.

Quando fui travolta dall’orgasmo e tutto finì, mi scoprii concava nella nostalgia della sua presenza dentro di me. Una mancanza che non mi sembrava di aver mai provato prima.
Un paese, tornato ad essere abitato dopo lungo tempo, che era stato nuovamente evacuato in fretta e furia. Qualcosa che non ero però sicura di poter rimpiangere. Come provare la nostalgia di un fulmine, mentre lui si era fatto già vento, distante da me. Dentro ad altre. E forse lo meritavo.

«Ci siamo».
L’anestesista si china su di me. Forse crede che stia già dormendo. E invece sento tutte le parti del mio corpo, più vive che mai. Ci siamo.

Tra poco cadrò in un sonno cieco. Il trapano forerà il mio cranio, bisturi intruderà le circonvoluzioni cerebrali.

«Cos’hai nella testa?».
Un tumore, nonno.

Chissà se quando mi sveglierò i miei pensieri saranno diversi. Chissà se il mio cervello, e il mio corpo, stavolta, dimenticheranno.

Chissà se poi davvero è solo nel cervello, e non anche in altre parti del corpo, che si annida la memoria. Un ricordo lontano, si usa dire, lontano, neanche fosse spostato nello spazio, e non intriso nella carne. I medici dicono che forse dovrò imparare di nuovo a parlare. A camminare. Da questa posizione scomoda, sulla barella, il futuro mi sembra comunque sollievo.

Sentirò molto dolore?, ho chiesto. Gli altri mi hanno rivolto decine di volte la stessa domanda al passato, hai sentito male?, gli altri: gli insegnanti, l’assistente sociale, i medici. Gli uomini. Ho sempre pensato troppo. Ora ho paura. Non sono mai stata coraggiosa.
Spesso si scambia per coraggio la mancanza di scelta.
Stavolta credo che abbia deciso il corpo per me. Forse rischiare di morire è l’unica strada che ho trovato per avere indietro la possibilità di un’altra vita. Di un corpo non solo aggiustato, ma proprio nuovo. Per il quale chiederò rispetto.

Francesca Pongiluppi è in libreria con «Come le lucciole» (Solferino)

 

matteo signorelli                                                 Illustrazione di Matteo Signorelli

La guerra in video ci rende peggiori…

 

Immaginate se da noi mentre, che so, Laura Chimenti o Giorgia Cardinaletti sta conducendo il tg1, arrivasse un missile in studio che sconquassa tutto, lei sparisce, una nebbia copre il video e l’aria si fa irrespirabile anche a chi sta vedendo la tv… Cosa pensereste? Che la realtà brutale si sostituisce all’informazione e parla direttamente, senza più bisogno di mediazioni. Via i media, la forza bruta va direttamente in video. La guerra non è più dentro la notizia, ma le notizie sono dentro la guerra; lo studio non è più un luogo asettico, a tenuta stagna, un olimpo da cui osservare il mondo a distanza di sicurezza, ma fa parte anch’esso della scena che racconta…

E immaginate ancora, se voi mentre siete in casa davanti alla tv o al vostro social preferito a vedere immagini di guerra e a leggere e scrivere commenti sulla medesima, vi arrivasse un bel missile dalla finestra a interrompere la vostra, la nostra simulazione di vita…

Davanti a questa guerra, vi confesso, ho due impulsi opposti e credo entrambi comprensibili: non riesco a scrivere d’altro, non posso farne a meno; ma dall’altra parte vorrei scrivere di tutt’altro, allontanarmi dalla guerra, non potendo fare nulla di concreto per fermarla, vorrei cambiare sguardo, cambiare piano, cambiare mondo. Da una parte, infatti, scrivere d’altro mentre piovono le bombe mi sembra un vile cazzeggiare, come quello dell’Unione europea che discute di cani e gatti mentre un popolo è sotto assedio e sta sul punto di capitolare, e un altro patisce incursioni ritorsive. O mi sembra di fare come mezza classe politica nostrana che sulla soglia di una guerra che potrebbe farsi mondiale, davanti a imminenti esplosioni, uccisioni e stragi, va a sfilare al Gay pride pure in Ungheria, perché il nemico prioritario da battere, come è noto, è Orban e i suoi corrispettivi nostrani.

Da tre anni, almeno, vediamo nei tg più bambini che muoiono che bambini che giocano, più palazzi distrutti che integri, gente che corre, che soccorre, che muore, che spara, più che gente alle prese con la vita quotidiana.

Ma poi mi accorgo che l’impulso a non sottrarsi a parlare di questa guerra nasce dalla stessa molla che mi spinge a cercare la vita altrove, a occuparmi di ciò che fa il mondo oltre e fuori dalla guerra, come vive, cosa pensa: cercare in ambo i casi la vita vera. E allora il punto d’incontro tra i due opposti impulsi è osservare come reagisce la gente a questo frangente, cosa fa per partecipare o per sottrarsi a questa guerra.

Beati coloro che hanno pensieri semplici, che poi non sono pensieri, e risolvono tutto con un giudizio netto, tranciante, pieno di disprezzo per chi non è dalla parte loro. Ma io preferisco quelli che si pongono domande, hanno reazioni articolate, cercano di ragionare, capiscono che la verità è contorta, non è così semplice e netta. Magari poi scelgono, ma a ragion veduta e senza considerare le scelte altrui come infami. Al male non sempre si contrappone il bene, a volte al male si contrappone altro male, e la scelta semmai è tra il male minore o il male più breve. E non sempre il bene e il male stanno come ce li raccontano i nostri media e i poteri dominanti. E di ogni bene, di ogni male, bisogna fare la storia, capire da dove nasce, come e perché, e quali strade ha preso, e qual erano le alternative.

Diciamo allora che la prima cosa terribile di questi giorni è la guerra civile parallela sui media e nei social tra le due opposte schiere. Perché è una guerra in larga parte combattuta senza rispetto delle ragioni altrui, e della vita che sta dietro. A volte i più stupidi, con la bava alla bocca, azzannano persino quelli con cui andavano d’accordo il giorno prima; non riescono mai a riportare un’opinione dentro un contesto, a situarla dentro una vita, a capire che chi dice queste cose che in questo momento a te non piacciono, ha fatto, ha detto, ha vissuto altre cose che tu apprezzavi e che comunque meritano rispetto. No, conta quel che dice al momento, e loro azzannano, insultano, condannano, annunciano cancellazioni, che è poi l’equivalente figurato di eliminare, uccidere, chi dissente da noi. Vedo qui tutta la parte miserabile della sovranità popolare: dai lo scettro a un coglione qualsiasi e vedi cosa ti combina, con quale ignoranza presuntuosa sale in cattedra, manda all’inferno, uccide, stronca a suo giudizio insindacabile chi ha appena conosciuto per un’opinione. È uno spettacolo avvilente, che vale anche a contrario, quando ti danno ragione ma con la stessa sicumera arrogante dei primi, e azzannano, offendono, uccidono virtualmente chi la pensa in modo opposto; e ti vien voglia di difendere colui che magari avevi poco prima criticato. E per fortuna che è tutto figurato, non ci scappa il morto, finisce tutto nel telecomando, nel mouse, nella tastiera: ma quel che sul piano pratico è un sollievo e un’attenuante, invece sul piano morale, civile e intellettuale è un’aggravante e un atto di viltà. Nell’uccidere per finta il nemico, e nemmeno il nemico in guerra ma il nemico che scrive dall’altra parte della tastiera, non rischi niente, non metti in gioco niente, soprattutto se hai dietro una canea, e allora ti senti più forte, più arrogante, credi di interpretare il vento della Storia, e ululi nella marmaglia col sangue alla bocca…Per non parlare di chi orchestra i linciaggi mediatici.

Manca la pietà, o funziona solo per alcuni; manca il rispetto, o si è servili solo con alcuni; manca l’intelligenza, c’è solo furore, livore…Basta, apro un bel libro, ascolto una bella musica.

Osservando quelle reazioni ti accorgi che la gente puoi farla commuovere con un cagnolino o una foca ferita, ma la stessa gente puoi abituarla a considerare normale che donne, vecchi, bambini possano essere uccisi in casa loro, senza colpa, senza motivo; normale che si distruggano città, si semini terrore tra la popolazione, che si uccidano scienziati, che si riducano alla fame e alla miseria interi popoli; e poi di nuovo ti spingono a commuoverti per la storia singola che ti raccontano in video. E la gente s’indigna per un fiore reciso, ma reputa normale una strage di bambini, un costo inevitabile. Uccidono per non far uccidere, bombardano per non far bombardare. Non giudico nel merito, le opinioni divergono; quel che mi spaventa è la naturalezza, l’automatismo, con cui si accettano cose orrende, mentre fino a un minuto prima avevano tutti uno stomaco così delicato. Ma se muore un nostro, o uno di cui racconta con pathos la tv, allora provi commozione; se muoiono quegli altri non ci riguardano, se lo meritano, comunque la colpa è dei loro capi… La guerra è brutta non solo per chi uccide e per cosa distrugge, ma anche per cosa uccide e distrugge dentro di noi che ne siamo fuori, lontani. Ci rende peggiori. Oltre i crimini contro l’umanità dovremmo contemplare anche il caso inverso, il tifo dell’umanità per i crimini, sempre con la scusa di prevenire o combattere i crimini altrui. E poi la morte vista in tv è come un film, una fiction, in fondo per te non fa differenza. A meno che un missile entri dentro casa tua…

Marcello Veneziani