IL CASO DELL’OVERTOURISM/ Il fascino, i numeri e le proteste che creano i viaggiatori in Italia.

 

I tanti viaggiatori che scelgono le mete italiane aiutano l’economia reale, ma generano anche proteste, come quelle di questi giorni

Istruzione di massa, sanità di massa, comunicazione di massa (mass media), industria di massa (la produzione su larga scala di beni standardizzati), trasporti di massa. E turismo di massa, esploso con la “democratizzazione” dei viaggi, la proliferazione dei collegamenti economici, dei pacchettamenti delle vacanze tutto compreso, delle OTA.  Davvero si pensava che il turismo potesse restare immune dalle esasperazioni che ogni “di massa”comporta? Veramente non si poteva immaginare che il muoversi di enormi folle di turisti, tutti indirizzati negli stessi posti dall’immaginario diffuso e dalle sirene dei social, finisse col creare disagi in quelle destinazioni prese d’assalto?

Dietro l’odierna e generalizzata levata di scudi su quello che si dice essere “overtourism” si intuisce una buona dose di ingenuità, di pigrizia, di menefreghismo, di inadeguatezza, di ipocrisia. Gli esempi non mancano. A Venezia è stato proposto un superticket da 100 euro per i “day tripper”, i turisti mordi e fuggi, quelli da un giorno, considerati “poveri” e basso se non nulla spendenti. Incredibile, viste le manifestazioni anti-ricchi registrate prima e durante le recenti nozze supersfarzose (quelle sì altospendenti) di Bezos-Sanchez. Per non dire delle iniziative polemiche anti-turisti ipotizzate in Trentino Alto Adige, catalizzate dalle immagini di centinaia di turisti in coda (peraltro ordinata e paziente) alla funivia del Saceda, in Val Gardena.

Baobab lancia il Bike Hotel di Sharm el Sheikh/ Per tutti gli amanti delle due ruote e dell’aria aperta. In tutti i casi (che si rincorrono più o meno in tutte le destinazioni a vocazione turistica d’Italia) emerge l’ingenua distrazione a non considerare la forza attrattiva delle bellezze locali, ingigantite da immagini e report dei visitatori muniti di smartphone e collegati ai social. Una distrazione che induce alla pigra accettazione dei flussi, salvo i lamenti a post. La realtà è che siamo tutti turisti per qualcun altro, ma non ce ne rendiamo conto, e nello sfogatoio generalizzato ci sentiamo in diritto di escludere, limitare, tar-tassare chi vuole solo godere delle stesse grandi bellezze. Le soluzioni per mitigare lo stridore tra turisti, residenti e località sono multidisciplinari e complesse, dalla programmazione degli arrivi a quella degli eventi, fino alla diffusione di informazioni e promozioni di mete alternative e meno note. Nel frattempo, però, l’economia reale generata da quello stesso turismo cresce e fortifica il valore nazionale. Lo conferma l’ultimo studio compiuto da Tecnè per Federalberghi. “Un turismo contraddistinto dal segno più sostiene il report -, che porta ricchezza al Paese e registra segnali di grandi cambiamenti: si rivela positivo l’exploit di questa estate 2025, che vedrà in viaggio 36,1 milioni di italiani producendo un giro di affari pari a 41,3 miliardi di euro, con una crescita dell’1,7% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno”.

Mai come quest’anno, colpisce la diversa modalità delle scelte dei viaggiatori. Attualmente, si muoveranno meno adulti e più bambini, in una dimensione familiare della vacanza estiva. Il tempo delle ferie si estende da giugno a settembre, con un aumento delle partenze nei mesi periferici e una conseguente destagionalizzazione. La vacanza tipo si accorcia – da 10,3 a 10 giorni in media -, ma si moltiplica in termini di frequenza. Ciò definisce una tipologia di turista che cambia stile di vita e ridisegna a propria misura gli spazi del tempo libero, frammentandolo secondo una strategia personale incentrata su una maggior attenzione al proprio benessere. Secondo l’indagine, non di solo agosto viene vissuta la vacanza, pur restando questo il mese principe delle ferie estive. La crescita rilevata rispetto al 2024 va questa volta ad accostarsi più alla qualità della spesa che non alla durata della permanenza. Le destinazioni di maggior presa saranno comunque quelle di mare, sebbene lo studio evidenzi un peso maggiore nella scelta delle destinazioni naturalistiche e meno affollate, a dimostrazione della sensibilità sempre crescente degli italiani verso bellezze naturali, ambiente e tranquillità. L’Italia si conferma comunque la regina delle destinazioni preferite, con un 88% delle preferenze. Il restante 12% riguarda coloro che si recheranno all’estero e che, anche in questo caso, opteranno principalmente per le località di mare.   “Agosto perde centralità, mentre crescono giugno e settembre – ha commentato il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca -. Questo è un segnale molto positivo, si afferma un turismo distribuito, più sostenibile e più accessibile. Si tratta di una grande opportunità per rafforzare l’occupazione e la redditività del settore in tutto l’arco dell’anno. Credo che siamo testimoni di un grande cambiamento – ha proseguito Bocca – .Oggi il turista non cerca solo un alloggio, ma un’emozione da custodire. La spesa non si concentra più soltanto sul pernottamento, ma si distribuisce su tutta la filiera, tra ristorazione, cultura, artigianato, benessere. Si tratta di una trasformazione strutturale che rende il comparto un attivatore diffuso di valore economico e sociale. Ma l’indagine rivela che una quota di italiani non andrà in vacanza per motivi economici. È un dato che non può lasciarci indifferenti e che ci spinge a lavorare per un turismo più accessibile, ovvero capace di offrire occasione di benessere per tutti”.

 Da   Il Sussidiario. it             

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Lagnarsi a sud è un’indole, uno sport o un mestiere?

 

Spaturnati di tutto il mondo unitevi. Spaturnati, nel lessico meridionale, calabrese in particolare, sono letteralmente i nati senza patria. Esattamente come i proletari senza patria a cui si rivolgeva il manifesto comunista di Marx ed Engels. Ma da noi mediterranei e meridionali, al sud, non ci si unisce per fare la rivoluzione semmai per compiere la lamentazione. Reciproca, teatrale, corale. A Soveria Mannelli, un paese dell’alta Calabria (anche la Calabria ha la sua Padania), dal 1 al 4 agosto si abbatterà il festival del lamento, dedicato appunto agli spaturnati, indigeni e allogeni. Tra tanti festival che al sud vogliono indicare o simulare dinamismo e contemporaneità, ecco un festival che al contrario riporta il sud alla sua antica, endemica attitudine: lamentarsi. Alla lagna ancestrale è dedicato questo festival ed è evidente un filo di ironia e di autocritica; diciamo con il terronissimo Gianbattista Vico che l’intento è trasformare una maledizione in un’opportunità, un handicap in una risorsa. O per i credenti, una disgrazia in una grazia. È la Magna Grecia che non vuol ridursi a Lagna Grecia. Lagnarsi a sud è un vizio, uno sport e a volte perfino un mestiere. Querulo ergo sum, mi lagno dunque sono (da querulus latino); fa parte dell’indole meridionale o più largamente italiana, anzi mediterranea. Il convegno calabrese è fatto di relazioni e lamentazioni, musica, teatro e “piccoli lamenti” dedicati ai bambini, cori sconfortati e “conforti”, come da noi si chiamavano le pietanze consolatorie mandate alle famiglie che avevano perduto un loro caro, fino a una lagna collettiva ribattezzata spopo-lamenti.
Soveria è un comune fuori dal comune, da diverso tempo: col suo estroso sindaco Mario Caligiuri, regnante leggendario per tanti anni, si fece notare per la toponomastica fantasiosa (Via col Vento, Piazza Pulita, Largo ai Giovani ecc.), per alcune cittadinanze onorarie (a Saddam Hussein, per esempio, mentre era considerato il Male assoluto), per alcuni convegni (come quello mondiale sulle pompe funebri), per alcuni assessorati (come quello al “dissolvimento dell’ovvio”). Io scoprii questo Comune e il suo sindaco dell’epoca perché al tempo in cui piangevano le statue delle madonne, lui si inventò che al suo paese piangeva il busto di Garibaldi, commiserando l’Italia spaturnata.
Ma torniamo al sud che riconosce la sua propensione al lamento. “Buon segno quando si fa amicizia con i propri difetti”, commenta il poeta e paesologo Franco Arminio, del profondo sud. E Lino Patruno nel suo libro “Il sud ha vinto” (ed. Secop) – un titolo che rovescia il destino di vinti al sud – osserva: “non è più tempo di dolorismo, di sconfittismo, di perditismo, di fatalismo, di sfortunismo”. Basta lagnarsi, l’alibi della sfiga porta sfiga…
La lagna è una richiesta di commiserazione e di coccole, ma anche il segno di un’atavica attitudine un tempo versata nella rassegnazione religiosa e nelle preghiere e ora invece vagante nell’aria e poi precipitare nel vittimismo. Il fatalismo è rassegnazione, il vittimismo è richiesta di compatimento e magari di aiuto e risarcimento. Viviamo nell’epoca del vittimismo, come in modi diversi ci hanno detto René Girard e di recente Peter Bruckner; ma al sud il vittimismo gioca in casa. Campione odierno del vittimismo è Roberto Saviano, che ha fatto del vittimismo il suo eroismo di martire potenziale e la sua ricerca di affetto corale; ma oltre il suo narcisismo, il suo egocentrismo, e la sua ossessiva richiesta di attenzione, c’è da riconoscergli di aver vissuto anni di sofferto isolamento (anche se ben risarcito) perché sotto scorta e sotto eterna, presunta minaccia. Al mio paese chi si lamentava sempre pur vivendo negli agi veniva chiamato “la gatta del seminario” perché si lagnava di continuo ma vivendo presso un refettorio, e in un luogo considerato ameno e caritatevole, non le mancavano il cibo, la sicurezza e il benessere. Non era un gatto di strada, era coccolato da una comunità di anime pie.
Agli occhi del nord, in particolare tra i calvinisti, la lagna è la commutazione in lacrime della scarsa voglia di fare, di agire, di lavorare tipica dei meridionali. Anche se, a dir la verità, io conosco, si, il sud che si perde nell’ozio, nell’inerzia, o al meglio nella contemplazione, conosco il furbo far niente o l’atavica indolenza ma c’è una vasta popolazione di origine contadina, artigiana, marinara, oltre che di massaie, fatta di veri e severi “fatigatori” che “gettavano il sangue” per campare e per far mangiare le loro numerose famiglie; e li allevavano fin da piccoli a guadagnarsi il pane col sudore della fronte. In alcune zone del sud lavorare si dice in dialetto “travagliare”, come in sala parto; ma il verbo che identifica il lavorare col penare non ha origine magno-greca e terrona, è un francesismo. E l’idea del lavoro come pena è di origine biblica, risale alla cacciata dall’eden.
La lagna non è solo l’alibi per non fare, ma è anche la resa dell’esagerato orgoglio meridionale; è l’ammissione di mortalità, di vulnerabilità, di vecchiaia e di sottomissione, sentirsi in balia di cose più grandi, a partire dal Fato o per i credenti la Divina Provvidenza. Resta tuttavia che lamentarsi è sempre stato l’alibi dei popoli vinti che si arrendono prima di combattere e sfidare la sorte; è la polizza, in verità un po’ misera, per giustificare i propri fallimenti e la propria inadeguatezza, salvo i casi in cui vere tragedie e inevitabili miserie si sono realmente abbattute su inermi esistenze e collettività, piegandole o spezzandole.
Non può mancare nel convegno sul lamento il riferimento in uno spettacolo teatrale a Ernesto De Martino, il grande etnologo del sud che scrisse tra l’altro “Morte e pianto rituale”. Lui studiò l’antropologia del lamento del sud. Proprio in questi giorni sono stati pubblicati alcuni suoi scritti sotto il titolo suggestivo “La storia velata”; velata sia perché nascosta sia perché velata di lacrime, di pianti antichi. De Martino indaga sulla matrice religiosa, magica, sacra, dei simboli, dei miti e dei riti, humus profondo del sud. De Martino è per certi versi speculare a Mircea Eliade, che ammirò e avversò con particolare accanimento: De Martino racconta la fenomenologia del sacro e delle religioni da un punto di vista storico-sociale, in una lettura storicista tra Croce e a Marx. Ma quando si libera del razionalismo e del dominante materialismo del suo tempo, riaffiora nello studioso napoletano la sua indole di uomo del sud, non così lontano da coloro che studiava e osservava. In fondo al testo c’è una sua lirica dedicata alla “beata ovvietà del mondo” e alla “beata patria anonima, radice segreta, suolo fermo, orizzonte sicuro”. Quasi una risposta al sud spaturnato, non più terra del rimorso ma quasi terra del ritorno; e l’evocazione di una continuità tra “vivi e morti, padri e paesaggi, “generazioni scomparse, civiltà sepolte”, “stanchezza di popoli ormai dimenticati”, padri “congiunti a me come capelli”, “preghiera di vita custodita ora nelle abitudini del mio corpo”. Lo studioso lascia le carte e la distanza critica dal suo popolo e riprende mani nelle mani il cerchio della vita, tra mani visibili e invisibili; torna alla sua gente e a quel mondo antico da cui proviene. È quel che go voluto fare anch’io col recente “C’era una volta il sud”. (Me lo cito da solo visto il silenzio stampa sul libro).
Giusto o sbagliato che sia, è comunque il “suo” mondo (ed anche il mio). Un mondo di cui magari non essere sempre fieri ma da amare e di cui riconoscersi figli. Ma lagnarsi, come inorgoglirsi, è fuori luogo.

 Marcello Veneziani

Osservare la gente che sceglie i gusti di gelato, e sentirsi morire…

 

Ero in una buona gelateria, di quelle che conservano il gelato nei pozzetti chiusi. Eppure ho visto clienti che ordinavano tre o quattro gusti confliggenti, con tanto di aggiunta di granelle, panne, biscotti. Insomma un’accozzaglia inguardabile. Per di più, pagavano col bancomat.

Confesso che ho desiderato morire, sentendomi perduto. Ero nella migliore gelateria della città, una delle poche gelaterie della regione che conservano il proprio gelato nelle carapine, ossia nei pozzetti chiusi. Mi trovavo dunque in un luogo teoricamente elitario, niente a che vedere con le gelaterie plebee dove si smerciano gelati coloratissimi, zuccheratissimi e grassissimi rigurgitanti dalle vaschette aperte. Ciò nonostante entravano clienti, sia turisti sia indigeni, che prima di ordinare chiedevano di assaggiare, che dopo avere assaggiato ordinavano tre o quattro gusti, spesso confliggenti, sorbetti insieme alle creme, limone insieme alla nocciola, facendo poi aggiungere granelle, panne, biscotti, accozzaglie inguardabili, e infine pagavano col bancomat.

Sharansky, il politico israeliano già dissidente russo, su queste pagine si è detto “convinto che la maggioranza degli europei non sia pronta a cedere le proprie libertà”. Sharansky non conosce gli italiani: gli italiani sono prontissimi, agli italiani basta la libertà di scegliere il gusto del gelato, basta e pure avanza visto che il cono lo pagano facendosi autorizzare dalla banca, servilmente, da perfetti sudditi digitali. E così adesso mi intristiscono pure le gelaterie, devo entrarci in orario morto perché non mi mettano voglia di morire.

 Camillo Langone   

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Il tempo, secondo Galimberti: non un nemico, ma una realtà con cui fare i conti.

 

Umberto Galimberti: l’uomo che non ti fa sconti
Classe 1942, sguardo che ti perfora come una TAC dell’anima, Umberto Galimberti è uno dei filosofi italiani più conosciuti e ascoltati, anche da chi, di solito, alla parola “filosofia” cambia canale. Nei suoi libri e nelle sue interviste, riesce a parlare del senso della vita senza farla troppo pesante. O forse sì, ma te la becchi volentieri, perché alla fine ha ragione.

La sua visione delle cose è cruda, reale, senza fronzoli. Un pensatore che non ti coccola, ma ti scuote. Ti dice: “Guarda che non sei eterno, e nemmeno i tuoi sentimenti lo sono. Hai due opzioni: accettarlo, o continuare a farti illusioni”.

Il tempo, secondo Galimberti: non un nemico, ma una realtà con cui fare i conti
Per Galimberti, il tempo non è una linea retta, ma un processo. E in questo processo, tutto cambia: le persone, i desideri, le emozioni, le relazioni. Nessuno resta lo stesso, nemmeno chi giura “sarò sempre così”. Spoiler: non è vero. Il filosofo non lo dice per scoraggiarti, ma per farti capire che cambiare è fisiologico. Anzi, è vitale. Ne ha parlato spesso, anche nei suoi interventi televisivi e nei suoi scritti più famosi, come Le cose dell’amore, Psiche e techne, o nelle interviste dove massacra (con eleganza) il pensiero magico sull’amore eterno.

Una frase da usare con cura
“L’amore svanisce perché nulla nel tempo rimane uguale a se stesso.”

Questa citazione è il classico esempio di come Galimberti riesce a sintetizzare una bomba esistenziale in poche parole. Tradotto in modo spiccio: smetti di pretendere che l’amore sia sempre uguale, come quando vi siete conosciuti nel 2012 con la passione a mille e i messaggi ogni due minuti. Il tempo trasforma tutto: il corpo, le abitudini, i bisogni. Se non stai al passo, ti ritrovi a vivere con uno sconosciuto, che magari sei proprio tu. Ecco perché questa frase può diventare una chiave di lettura anche in coppia: “Non sono cambiato perché non ti amo più. Sono cambiato perché il tempo fa questo a tutti. Ma possiamo capire chi siamo oggi, e decidere se continuare a camminare insieme.” Non è una scusa, è la verità.  Galimberti non ti dà ricette facili, ma suggerisce un approccio più maturo: guardare all’altro non come a qualcosa da possedere o da fissare nel tempo, ma come a un essere umano in evoluzione. E tu lo stesso. Galimberti non è tenero, ma è utile
Se cercavi un filosofo che ti dicesse “l’amore vince su tutto”, cambia canale. Ma se cerchi uno che ti aiuti a vivere con lucidità, consapevolezza e magari salvare una relazione senza farti illusioni, Galimberti è il tuo uomo. Il tempo cambia tutto, è vero. Ma se lo accetti, può anche cambiare in meglio.

Frasi di Umberto Galimberti sul tempo
“Chiamiamo questo tempo, che l’orologio misura con l’inesorabilità del suo meccanicismo, un ‘tempo senza qualità’”
“Il tempo interiore è stato tutto bruciato dal tempo esteriore delle cose da ‘fare’.”
“Il tempo ciclico della natura garantisce la vita della natura e degli uomini.”
Nella Grecia antica si concepiva il tempo come kyklos, un ciclo in cui ogni evento è destinato a ripetersi.”
“Il tempo scorre, ma non per tutti alla stessa maniera. C’è un tempo oggettivo, e c’è poi un modo personale di percepire il tempo vissuto.”
“L’amore svanisce perché nulla nel tempo rimane uguale a se stesso.”
“La vita è l’esperienza che noi facciamo del tempo.”
“La vita è un cammino che si fa camminando, un percorso che si costruisce passo dopo passo.
“Il tempo è generatore dell’angoscia.”
“Il tempo oggettivo, quello dell’orologio, si contrappone al tempo vissuto.”

M. Cardia

 

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Biohacking, cos’è il benessere in versione hi-tech.

Se ne sente parlare sempre più spesso, ma pochi sanno davvero cos’è.

Il biohacking è una disciplina nata in America (dove peraltro raccoglie anche gruppi dalle posizioni estreme e discutibili) e si occupa del benessere fisico e mentale. È diffuso soprattutto fra certe categorie, come atleti, sportivi in genere e professionisti. Ma c’è da scommettere che presto avrà seguito anche tra le persone “comuni”, dal momento che l’obiettivo è migliorare la qualità della vita e delle prestazioni. Per conoscere meglio questa tendenza abbiamo rivolto alcune domande a Stefano Santori, coach, biohacker, docente universitario, formatore Coni che segue molti atleti olimpici.

Esattamente, cos’è il biohacking?

«Il biohacking è una disciplina che si basa su un insieme di strumenti, conoscenze, tecniche da utilizzare e mettere in pratica per ottenere le massime prestazioni psicofisiche. Queste vanno dal semplice sentirsi bene e dall’ottimizzazione della salute fino alle iper-prestazioni, che interessano soprattutto persone che devono produrre performance ad alto livello. Ecco perché il biohacking ha iniziato a diffondersi nel mondo agonistico, tra gli attori di Hollywood o i top manager. Ma, con le dovute proporzioni, si può estendere a ciascuno di noi. Il termine nasce dall’unione delle parole “biology” e “hack” e indica quindi una pratica che permette di hackerare la biologia, cioè di prendere il controllo del proprio sistema biologico, modificarlo e riprogrammarlo secondo le proprie esigenze».

In cosa si differenzia il biohacking da altre tecniche di benessere?
«Innazitutto per l’uso spinto della tecnologia e delle misurazioni. Si utilizzano infatti diversi device che servono a tenere sotto controllo i nostri parametri vitali e ad agire di conseguenza. Oggi abbiamo a disposizione tecnologie wearable, ossia indossabili come smartwatch, sportwatch, fitness tracker e smart ring in grado di monitorare sonno, glicemia, stress, recupero, in maniera estremamente semplice e precisa. Mentre con analisi rapide (non solo del sangue ma anche di saliva e urina) si possono monitorare i livelli di testosterone, cortisolo, melatonina e di infiammazione. Insomma, tutto parte dai dati che vengono rilevati e in base a questi si adottano le varie strategie. Questo vale per tutti gli ambiti “misurabili” della nostra vita: dal sonno, al metabolismo, all’allenamento fisico, alla nutrizione. Il biohacking è quindi un benessere sartoriale, costruito intorno alla persona e per fare questo si avvale di tutte le tecniche disponibili e di trattamenti specifici».

«Molto comune tra chi pratica biohacking è la red light therapy o fotobiomodulazione. Si tratta di esporsi alla luce rossa e quasi infrarossa emessa da apparecchi a led. Questi ultimi esistono anche per l’uso domiciliare. I benefici, come dimostrano diverse evidenze scientifiche sono diversi: il primo è che aumenta l’energia disponibile per le cellule, che quindi sono stimolate a rinnovarsi. Inoltre la luce rossa ha effetto antinfiammatorio, favorisce il recupero post allenamento, dà sollievo in caso di dolori articolari e muscolari e molto altro ancora.

C’è poi la crioterapia, un trattamento effettuato in una sauna speciale, che sottopone il corpo a temperature che arrivano fino a -130 °C per una durata di circa 3 minuti. È in grado di contrastare le infiammazioni, migliorare il recupero dopo una prestazione sportiva o un infortunio, stimola il metabolismo e la circolazione, favorisce lo smaltimento delle tossine. Sempre più diffusa tra atleti professionisti, la crioterapia negli ultimi anni è in voga anche tra le celebrities che la utilizzano per contrastare l’invecchiamento cutaneo e per restare in forma. Molto gettonate anche le infusioni di cocktail vitaminici o l’auto emoinfusione di ozono e ossigeno: si preleva una piccola quantità di sangue che viene successivamente ossigenata e ozonizzata per poi essere reinfusa».

Che ruolo ha l’alimentazione?

«È strategica. Il biohacking prevede un approccio personalizzato che si basa sulla raccolta e l’analisi dei dati biometrici e metabolici della persona. In base a questi si creano piani alimentari specifici, mirati a ottimizzare la salute e le prestazioni fisiche e cognitive. Questi piani possono includere modifiche nella composizione dei macronutrienti (proteine, carboidrati, grassi: molti biohacker seguono regimi low carb), l’adozione di piani alimentari particolari come la dieta chetogenica. Molta attenzione viene data alla qualità dei cibi, privilegiando la stagionalità, la freschezza, e il tipo di lavorazione che deve essere il più naturale possibile».

Si utilizzano integratori?

«Sì, e anche questi vanno scelti in base alle esigenze individuali. Tra i più utilizzati ci sono resveratrolo, quercetina, fisetina, spermidina, funzionali alla riparazione del Dna e a ridurre il processo di infiammazione cronica responsabile dell’invecchiamento e di patologie come il diabete, la demenza e i problemi cardiovascolari. Le integrazioni sono importanti perché non tutte queste sostanze sono biodisponibili in dosaggi sufficienti».

Da quanto detto finora, però, il biohacking non sembra alla portata di tutti…

«Non è così, perché esistono diversi livelli. Si può iniziare da quello di base, che ognuno può seguire ed eventualmente poi passare a tecniche più evolute con l’aiuto di un esperto. Si comincia ad esempio col fare attenzione ai ritmi sonno-veglia, evitando monitor e dispositivi che emettono luce blu prima di andare a dormire perché interferiscono con il nostro orologio biologico. A questo proposito è meglio coricarsi ed alzarsi presto: in questo modo si stimola la produzione di epitalamina, una molecola riconosciuta per il suo ruolo a favore di longevità e apprendimento cognitivo. È bene poi mangiare almeno due ore prima di coricarsi, rallentare tutte le attività che possono stimolare stress e il relativo cortisolo (non ci si allena mai di notte).

Per quanto riguarda l’alimentazione, un’indicazione valida per tutti è ridurre gli zuccheri evitando quelli semplici, per tenere a bada i picchi glicemici. L’attività fisica è un altro pilastro fondamentale: si può iniziare con i famosi diecimila passi al giorno ed esercizi per allenare anche la forza: è importante integrare sempre attività cardio e potenziamento muscolare. Un altro consiglio per chi parte da zero è sperimentare le tecnologie più semplici ma efficaci, come i dispositivi per il monitoraggio del sonno e dell’attività fisica, che possono fornire dati preziosi per capire come il proprio corpo risponde a diverse pratiche e stili di vita».

Biohacking, un movimento non privo di ombre

1. I primi gruppi di biohacker sono nati alla fine degli anni Ottanta nella Silicon Valley.

2. È difficile dare una definizione univoca del movimento, che è sterminato e diviso in decine di sottogruppi che spesso hanno idee totalmente opposte.

3. Il biohacking a volte viene associato a pratiche non regolamentate o non autorizzate. Queste attività possono comportare seri rischi per la salute, poiché non sono state sottoposte a controlli di sicurezza adeguati.

4. Esistono diverse pratiche estreme: alcuni biohacker scelgono per esempio di impiantare microchip o sensori nel loro corpo per monitorare dati vitali o interagire con dispositivi elettronici. Ancora, l’uso di farmaci non approvati per migliorare le capacità cognitive può avere effetti collaterali imprevedibili, incluso il rischio di dipendenza o danni neurologici.

5. C’è anche chi sperimenta la modificazione fai-da te del proprio DNA utilizzando tecnologie come il sistema CRISPR (si utilizza in ambito oncologico), con effetti a lungo termine ancora sconosciuti.

Laura D’Orsi

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Il Nobel per la Pace sia assegnato agli scimpanzè…

 

Il Nobel per la Pace sia assegnato agli scimpanzè…

Perché la guerra non è più naturale della pace. E nemmeno più umana
Perché premiare la pace?

Perché ci stupisce. Perché ci sembra contro natura.
Perché, fin dai tempi del Leviatano di Hobbes, abbiamo interiorizzato l’idea che l’uomo sia un lupo per gli altri uomini — homo homini lupus — e che la civiltà consista, in fondo, nel contenere quell’istinto predatorio con regole, leggi, Stati.
E quando qualcuno sceglie la via della non violenza — Gandhi, Martin Luther King, Mandela — ci affrettiamo a celebrarlo. Gli dedichiamo piazze, anniversari, Premi Nobel.
Non perché rappresenti la normalità, ma perché ci consola sapere che qualcuno, da qualche parte, riesce a resistere alla propria natura.
Ma siamo proprio sicuri che quella sia davvero la nostra natura?
E soprattutto: che sia davvero così umana?
Per capirlo, forse, dovremmo smettere di guardarci allo specchio — e cominciare a osservare chi ci somiglia davvero. Non gli dei. Non gli angeli.
Ma gli scimpanzé.

L’uomo secondo Lorenz

Negli anni ’60, il celebre etologo Konrad Lorenz scriveva che l’uomo era l’unico animale capace di uccidere sistematicamente i propri simili. Secondo lui, l’aggressività nelle specie animali era bilanciata da freni istintivi. Solo l’uomo, dotato di armi troppo letali per essere regolate dall’evoluzione, sarebbe rimasto privo di inibizioni naturali.
Il risultato? Un potenziale omicida senza freni.

Un errore di progettazione.

L’idea, affascinante quanto catastrofista, ha avuto grande fortuna. Ma non ha retto alla prova dei fatti.
Leone, iena, formica: la lista degli animali che praticano l’omicidio intra-specifico è lunga e affollata. In molte specie, si uccide per potere, per sesso, per territorio.
E non solo tra maschi adulti. A volte si eliminano i cuccioli degli altri. A volte si divorano.

La scimmia assassina e quella ninfomane

Poi arrivò lei: Jane Goodall.
E il mito dell’animale pacifico si frantumò.
Nel corso delle sue osservazioni tra gli scimpanzé della Tanzania, Goodall documentò comportamenti bellici, omicidi ritualizzati, vere e proprie guerre tra gruppi vicini.
Gli scimpanzé, scoprimmo, sono capaci di organizzare spedizioni punitive, tendere imboscate, eliminare sistematicamente i maschi del gruppo rivale.
Come scrive Jared Diamond:
Di tutti i caratteri peculiari dell’uomo — l’arte, il linguaggio, le droghe — il genocidio è quello derivato più direttamente dai nostri progenitori animali.
Altro che creatura razionale. Siamo parenti stretti della scimmia armata.
Ma non tutti gli scimpanzé sono uguali.

Per fortuna, la storia non finisce qui.

C’è un altro ramo della nostra famiglia evolutiva che ha preso una strada diversa.
Sono i bonobo — i nostri parenti genetici più vicini, più ancora degli scimpanzé — e hanno risolto il problema della violenza con una scelta radicale: il sesso. E con esso, la pace.
Sì, proprio così. I bonobo non si ammazzano. Si accoppiano.
Di fronte a un conflitto, invece di aggredire, si sfiorano, si accarezzano, si strofinano.
La tensione cala. Il gruppo si ricompone.
Una seduta di terapia collettiva, ma senza parole — e senza giudizi.
Il sesso, per i bonobo, non è solo riproduzione. È politica, diplomazia, manutenzione della pace.
Un modello alternativo, in cui la pulsione viene canalizzata in legame.

Le leggi morali del branco

A rendere tutto più interessante è che neanche gli scimpanzé “violenti” vivono in un’anarchia permanente.
Hanno bisogno di regole. E, sorprendentemente, le fanno rispettare.
Allo zoo di Arnhem, per esempio, era stata introdotta una semplice norma: niente cena finché tutti gli scimpanzé non sono rientrati nelle gabbie notturne.
Una regola imposta dagli umani — ma interiorizzata fino in fondo dagli animali.
Una sera, due giovani femmine si attardarono. Il pasto venne ritardato per l’intero gruppo. I guardiani, prevedendo ritorsioni, decisero di farle dormire altrove.
Non servì a nulla.
Il giorno dopo, la punizione arrivò comunque. E funzionò: quella sera furono le prime a rientrare.
Insomma: gli uomini sono bravi a fare le regole — ma gli scimpanzé sono spesso più bravi a farle rispettare.
E non finisce qui. In un episodio raccontato da Frans de Waal, il maschio alfa Jimoh stava inseguendo un giovane maschio, Socko, sorpreso con una delle sue femmine preferite. Una scena di dominio come se ne vedono tante.
Ma stavolta accadde qualcosa di imprevisto.
Una femmina di rango elevato cominciò a emettere un verso caratteristico di disapprovazione. Le altre, una dopo l’altra, si unirono.
Prima si guardarono tra loro. Poi, come se stessero davvero “mettendo ai voti” la questione — per usare le parole di de Waal — diedero il via a un coro assordante.
Jimoh si fermò. Con un ghigno nervoso sul volto, comprese il messaggio: non aveva più il consenso del gruppo.
La morale della storia? Anche tra gli scimpanzé, l’arbitrio del potente può essere fermato dalla disapprovazione collettiva.

Diamo il Nobel agli scimpanzé

C’è qualcosa di profondamente ipocrita nell’idea di assegnare un premio agli esseri umani che scelgono la pace.
Come se la pace fosse un gesto straordinario, contro natura.
Come se la guerra fosse l’esito inevitabile della nostra biologia, e rinunciarvi meritasse un riconoscimento ufficiale.
Forse sarebbe più onesto rovesciare la logica.
Se vogliamo davvero premiare qualcuno, diamolo agli scimpanzé.

Non a tutti, ovviamente.

Non a quelli che pianificano agguati per uccidere i rivali.
Ma a quelli che, come la femmina di Arnhem, alzano la voce per difendere un principio.
A quelli che osano dire no, anche se il potere è più forte.
A quelli che trasformano una comunità di dominati in una comunità di consapevoli.
E se proprio vogliamo continuare a conferire il Nobel per la pace agli uomini, allora dovremmo istituirne uno anche per la guerra.

I candidati non mancherebbero.

Ma forse — a contarli bene — non sarebbero più numerosi di quelli che meritano davvero il primo. Solo più rumorosi.
Perché quando uno scimpanzé sceglie la pace, lo fa contro i modelli evolutivi dominanti della sua specie.
Quando lo fa un uomo, invece, non fa che risvegliare una parte dimenticata di sé.
Quella parte bonobo. Quella parte collettiva, erotica, cooperativa.
Quella parte che il Leviatano di Hobbes ha sepolto sotto secoli di paure.
Forse il vero premio non è la pace.
È riconoscere che possiamo scegliere.
E che, nel farlo, non diventiamo meno umani.

Diventiamo finalmente umani.

 Fonte: Il Nobel per la pace datelo agli scimpanzé

 

Giorgia Meloni sulla copertina di Time-

AGI – Il numero di Time dedica la copertina e un lungo articolo alla premier Giorgia Meloni dal titolo “Dove Giorgia Meloni sta portando l’Europa”. Nel ritratto, Meloni viene definita una delle “figure più interessanti in Europa”, capace di creare un “nuovo nazionalismo”. “Populista, nativista e filo-occidentale ma impegnata nelle alleanze europee atlantiche” si legge

call to action iconQuando è salita al potere nell’ottobre 2022, si legge nel ritratto del magazine, “alla guida di un movimento fondato dagli ultimi fedelissimi di Benito Mussolini, i critici in Italia e in tutta Europa hanno interpretato i suoi appelli all’orgoglio nazionale e alla difesa della ‘civiltà occidentale’ come segnali di una svolta ultranazionalista per l’ottava economia del mondo”. Il presidente Joe Biden ha citato la sua elezione come esempio della minaccia che l’autoritarismo rappresenta per la democrazia globale.

 “Ma Meloni – continua l’articolo a firma di Massimo Calabresi, capo dell’ufficio di Washington dello storico magazine – ha spiazzato i suoi detrattori. In patria ha assunto posizioni più centriste su alcune delle sue promesse elettorali più radicali, come l’idea di imporre un blocco navale per fermare l’immigrazione illegale via mare. Sulla scena internazionale si è comportata più come una conservatrice pragmatica che come una rivoluzionaria di destra. Meloni ha abbracciato l’Unione Europea, la Nato e l’Ucraina, ha cercato di isolare la Cina e ha lavorato abilmente per ricomporre le relazioni tese tra l’America e l’Europa all’inizio del secondo mandato del presidente Donald Trump“.

                                       Time dedica la copertina a Giorgia Meloni                                                   

 Lungo il percorso, ricorda il Time, Meloni “ha conquistato la stima di leader di ogni orientamento ideologico, da Biden alla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, fino al vicepresidente J.D. Vance“. Le capacità di Meloni, si legge nel ritratto, “sono emerse chiaramente” a metà aprile, quando è arrivata a Washington per il consueto incontro nell’Ufficio Ovale. “Durante i suoi primi sei mesi di mandato – scrive Calabresi – Trump ha cercato di affermare il proprio status di leader dominante invitando i capi di Stato stranieri alla Casa Bianca, per poi convocare la stampa e inscenare lunghe dimostrazioni di superiorità. I visitatori che non si sono adeguati al rituale di sottomissione richiesto hanno subito le conseguenze, come dimostra l’esplosione del 28 febbraio con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky”. “Quando è arrivato – continua – il turno di Meloni, lei ha fatto di tutto per evitare passi falsi.

 “Sono del Capricorno – dice al magazine – Diciamo che su certe cose sono molto determinata”. Si è preparata con una pila di schede contenenti le sue posizioni su ogni questione che avrebbe potuto emergere, e “ha superato la prova pubblica con compostezza”. Ma il momento più significativo è arrivato dopo l’uscita della stampa, quando la conversazione si è spostata sulla guerra in Ucraina contro la Russia. Meloni ha difeso con forza Zelensky e la necessità di sostenere l’Ucraina fino in fondo. Trump ha ascoltato e risposto, ma senza che lo scambio diventasse acceso, racconta Meloni a Time.

“Lui è un combattente, e io sono una combattente”, dice la premier. L’Italia, sottolinea il ma’altra possibilità. Unendo i vari blocchi della destra italiana, dicono i critici, Meloni potrebbe liberare forze che l’Italia – e l’Europa nel suo insieme – hanno a lungo cercato di tenere sotto controllo.
“Ogni volta che vengo (in Europa, ndr) mi sento sempre più a disagio – dice Charles Kupchan, del Council on Foreign Relations, che è stato il principale consigliere per l’Europa del presidente Barack Obama – In Germania, in Italia, in Francia, in Portogallo e in Romania, il centro tiene. Ma poi si restringe. E poi si restringe ancora. E piu’ ci si avvicina a quello che abbiamo nella povera vecchia America, dove il centro non esiste più.

 Meloni sostiene che i suoi critici hanno usato il suo passato di estrema destra come arma contro qualsiasi politica lei adotti. “Mi hanno accusata di qualunque cosa – dice – dalla guerra in Ucraina alle persone che muoiono nel Mediterraneo. Semplicemente perché non hanno argomenti”. Ma gli attacchi la infastidiscono, e ci torna sopra mentre passeggia per Palazzo Chigi. “Non sono razzista – spiega – Non sono omofoba. Non sono tutte le cose che dicono di me”.
 

Per chi ama Alessandro Baricco come me…

 

 Ecco alcune frasi, tratte dalla sua cospicua produzione letteraria, in cui  ognuno di noi  può ritrovare un momento della propia vita . Baricco è lo scrittore del quotidiano, le sue parole narrano il giorno attraverso i pensieri, che attraversano le persone,che  poi non li ricordano, oppure li riassumono in uno spazio di tempo più o meno lungo, che chiamiamo vita, episodio,oppure sogno, ma sono la filosofia di vita , sulla cui strada tutti camminiamo.

Frasi di Alessandro Baricco sulla vita

“Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde.”

“Perché è così che ti frega, la vita. Ti piglia quando hai ancora l’anima addormentata. E quella lì era la felicità.”

“La vita è sostanzialmente incoerente e la prevedibilità dei fatti un’illusoria consolazione.”

“ Uno si fa dei sogni… e poi la vita non ci sta a giocarci insieme… Succede.”

“Il talento vero è possedere le risposte quando ancora non esistono le domande.”

“Non si è mai troppo lontani per non trovarsi.”

“A volte le parole non bastano. E allora servono i colori. E le forme. E le note. E le emozioni.”

“Negli occhi della gente si vede quello che vedranno, non quello che hanno visto.”

“Sapete, è geniale questa cosa che i giorni finiscono. E là dove la natura decide di collocare i propri limiti, esplode lo spettacolo. I tramonti.”

“Crepita, la vita, brucia istanti feroci…”

“Scrivere è una forma sofisticata di silenzio.”

“Morire è solo un modo particolarmente esatto di invecchiare.”

“È uno strano dolore morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai…”

“Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla.”

“È solo questo davvero importante: che quando arriva il momento di pagare uno non pensi a scappare e stia lì, dignitosamente, a pagare.”

“Ognuno ha il mondo che si merita.”

“Il destino non è una catena ma un volo.”

“Il mondo di fuori è sempre là. Puoi fare qualsiasi cosa ma stai certo che te lo ritrovi al suo posto, sempre.”

Lavorare al tempo dell’Intelligenza Artificiale…

 

 

Ma quando l’Intelligenza Artificiale prenderà il posto di molte attività che sono ancora nelle mani degli uomini, che ne sarà dei lavoratori? Diventeranno superflui, saranno prigionieri del tempo libero e schiavi dell’ozio? Scivoleranno in massa verso una forma di pensionamento anticipato, per la superfluità delle loro prestazioni, ridotti a soprammobili e accessori secondari? Camperanno con un reddito di sopravvivenza, versione depressiva e pietosa del reddito di cittadinanza?

Non c’è incontro pubblico o conversazione privata sugli effetti dell’Intelligenza Artificiale che non si areni su questo problema. Una volta sollevato, il problema resta sospeso nell’aria come un gas letale, minaccioso e inespugnabile. Alla fine ci salva dall’angoscia della sostituzione l’accogliente ombrello dell’oblio, la spugna della rimozione, la speranza di un errore di diagnosi, l’attesa di un fattore imprevisto e imponderabile, la mano santa degli dei. E soprattutto la consolazione che non accadrà domani, intanto continuiamo a vivere così, abbiamo ancora da fare nel frattempo: in fondo è la stessa elusione che adottiamo quando pensiamo alla morte: c’è ancora tempo, anche solo per pensarci. Dai, è ora di colazione.

Però io vorrei tornare alla domanda, spogliandola di ogni apprensione apocalittica e riproporla in termini più pratici, e più costruttivi: cosa non potrà essere sostituito dall’Intelligenza Artificiale, che mi ostino a ribattezzare Cervellone Artificiale, perché l’Intelligenza non è solo un risultato di operazioni neuro-cerebrali: l’Intelligenza è mente, anima e carattere, quindi sensibilità, emozione, intuizione, creatività, introspezione, esperienza vissuta. E non è solo memoria, che può essere replicata e immagazzinata in un cloud o un chip ma è anche ricordi, che attengono al cuore e alla selezione affettiva del passato. Scusate la digressione, torno alla domanda: cosa non potrà essere sostituito dalla cosiddetta intelligenza artificiale? L’uomo ha bisogno dell’uomo. Detta così è troppo vaga e incomprensibile, nella sua ineffabile generalità. Ma pensiamoci bene: mille strumenti sempre più preziosi, sempre più sofisticati, ci permettono di vivere meglio, ci sostengono, ci aiutano, ci curano perfino. Ma l’uomo ha bisogno dell’uomo e nessuno potrà sostituire quel fiato, quel corpo, quelle mani, quella voce, quella dedizione, quell’affetto, quell’amore, quell’attenzione, quel prendere l’iniziativa senza bisogno di ricevere un input automatico o meccanico. Anche per far nascere un altro uomo si possono usare le più avanzate tecniche di fecondazione artificiale, di manipolazione genetica, ma occorrerà comunque un seme, una scintilla umana. Omne vivum ex vivo, ossia “ogni essere vivente deriva da un altro essere vivente”. È il fondamento della biogenesi: la vita ha origine solo da altra vita preesistente, non può essere generata da materia non vivente. Il mistero della vita.

Traduciamolo in strategia globale del lavoro. In un mondo benestante e longevo, abitato da solitudini sempre più diffuse, in un mondo di anziani, con poche nascite e lunghe vecchiaie, il primo lavoro che non potrà mai fare un cervellone artificiale, un automa, è assistere un’altra persona, darle una mano, un paio d’occhi e d’orecchie per chi non vede e non sente bene, una mente più rapida e capace di usare i mezzi, la tecnica e l’hi-tech. Assistere come infermiere, come medico, come badante, governante o baby sitter, come accompagnatore nel senso proprio di far compagnia, come autista e aiutante nella vita e nelle nuove tecnologie, o perfino nella lettura; insomma come figlio, zia o nipote adottivo, su base professionale. Sarà quello, a mio parere, il vero, prezioso reddito di cittadinanza del futuro che si dovrà erogare: non una rendita di posizione a fondo perduto, un puro assegno di mantenimento ma un sostegno a fronte di una prestazione, dunque un sostegno reciproco – tu ti occupi di lui, in cambio ricevi un compenso – con l’impegno a prestare il proprio tempo, le proprie energie e le proprie capacità a vantaggio di persone che ne hanno bisogno: l’impegno ad accompagnare, magari previo corsi di preparazione e di formazione, le persone che hanno bisogno di assistenza e supporto, per ragioni di età, di salute, di inattitudine alla tecno-sfera, verso ogni altra dipendenza. Incluso il bisogno di compagnia per una società che vive e muore di solitudini.

Più in generale, il ruolo dell’umano resterà possibile anzi necessario dove non si può riprodurre tecnologicamente un rapporto, un luogo, un’opera d’arte, una persona, una situazione irripetibile.

Per tornare al tema del lavoro umano, si tratta di ridisegnare lo scenario lavorativo, di inventare nuove scuole di formazione che puntino non solo al sapere, all’agire e al fare tecnologico, ma all’importanza di stabilire un vero rapporto umano con le persone di cui ci si occupa. Non dunque un protocollo anonimo da seguire, valido per tutti, ma la capacità di entrare in empatia, in sintonia, di calarsi in ogni singolo caso, in ogni specifica, personale situazione.

Ogni grande riforma che propone un radicale cambiamento di prospettiva è vista sempre con un sorrisino ironico di compatimento, come se fosse velleitaria utopia, retorica da salotto, impresa impossibile a priori. E invece, se si vuole davvero che l’IA o meglio il Cervellone, resti un formidabile strumento governato dagli umani, e se si vuole compensare la crescita dell’automazione e della tecnica con un’accorta valorizzazione dell’umano, del lavoro e dei legami comunitari, occorre progettare un futuro bilanciato, in equilibrio tra le possibilità della tecnica e le possibilità dell’umano. A chi tocca questo compito di mettere a fuoco un progetto del genere? Direi a scienziati, pensatori, tecnici, legislatori, giuslavoristi e politici “umanisti”. Al di là del lodevole volontariato, bisogna pensare a qualcosa di professionalmente riconosciuto.

Sarà la prossima rivoluzione, dopo quella digitale, e sarà alla stesso tempo una controrivoluzione; ma non contro la tecnologia, semmai contro il fatalismo rassegnato a sottomettersi alla tecnologia, fino alla nostra scomparsa. C’è ancora vita intelligente su questo pianeta.

 Marcello Veneziani