
Hai sentito la Meloni a Rimini? Grande discorso, grandi idee, come lei non c’è nessuno oggi in politica. Ah, se ci fosse una come lei alla guida dell’Italia… Nessuna ironia, era vera la prima considerazione ed è amaramente verace la seconda. Il suo discorso merita massima lode sul piano ideale e minima fiducia che venga realizzato. Però vorrei spingermi oltre la semplice constatazione che alle parole non seguono i fatti, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e un conto sono i comizi e un altro le scelte di governo.
Allora mi chiedo: esclusa la malafede, cioè il sospetto che la Meloni non creda in quel che dice, ma lo dice solo perché vuol tenersi buona quella mezza Italia che la vota e la sostiene, perché non riesce a mettere in pratica quel che predica? Lei ha superato a pieni voti la prova della leadership, non ci sono oggi altri leader che meriterebbero di stare al suo posto, è autorevole a livello internazionale, non ha fatto finora passi falsi, è stata molto equilibrata, forse troppo, nell’azione di governo e nei rapporti interni e internazionali, suscita umana simpatia e anche ammirazione, si è mossa con padronanza, studia molto, lavora, si spende davvero, insomma non c’è che dire di lei. Ma l’Italia non è cambiata affatto in questi tre anni, non è cambiato nulla di significativo nella vita dell’Italia e degli italiani, tantomeno sul piano delle idee e dei valori che ha espresso al meeting di Rimini, della cultura non ne parliamo. Nessuno si aspettava che potessero accadere grandi cose, ma quantomeno alcuni segnali, l’avvio di alcune imprese, la percezione che ci stanno davvero lavorando.
E infastidisce la gazzarra intorno al suo governo tra chi dice che da quando c’è la Meloni siamo in paradiso e chi dice che da quando c’è lei siamo precipitati all’inferno. Non è vero, stiamo come prima, salvo impercettibili spostamenti e naturali evoluzioni e involuzioni, di cui non è responsabile il governo. Di solito piccoli cambiamenti laterali, né avanti né indietro.
Poi senti il suo discorso a Rimini e capisci che è portatrice di un messaggio politico e ideale forte, come nessuno oggi sulla scena politica, e un messaggio che dovrebbe suscitare rispetto anche nei suoi avversari. E allora torno alla domanda: ma qual è il mare che si frappone tra il dire e il fare, cosa c’è che impedisce la realizzazione di quei propositi?
Lei dirà che non è così e aggiungerà che se qualcosa non va come dovrebbe andare la colpa è di chi rema contro, chi si oppone, boicotta, denigra. Sarà pur vero, ma un governo che ha i numeri in parlamento per governare, che ha un buon consenso sociale, non può attribuire i suoi mancati successi a chi si oppone, vale fino a un certo punto. A meno che si voglia alzare il tiro e dire che chi ti impedisce di portare a casa dei risultati sono poteri sovrastanti rispetto a chi governa, ovvero nell’ordine: l’America, la Nato, l’Unione europea, la Banca Centrale europea, il Quirinale, i mitici poteri forti, più l’alta dirigenza di stato, le vecchie zie e l’informazione. Anzi, facendo un passo ancora in più, ammettendo che la politica può cambiare poco, decide poco e ha un margine d’azione, un range, assai limitato rispetto ai poteri finanziari, tecnocratici, militari, industriali, alle interdipendenze di ogni tipo.
Oggi sembra agli unionisti europei, inclusa la Meloni, che il nostro nemico principale sia la Russia, e invece a me pare l’ultimo dei nemici. Anzi, dirò di più: l’Unione europea è nata proprio quando cadde l’Unione sovietica e non ebbe più nemici da cui difendersi a est, dunque poteva liberarsi della soggezione verso gli Usa e diventare un soggetto autonomo e sovrano. Sarebbe assurdo tornare prigionieri di questa sindrome russa e dunque lasciarci catturare da questa presunta “difesa dell’occidente”, a partire dall’Ucraina. Ogni volta che parliamo di occidente firmiamo la nostra dichiarazione di dipendenza dagli Stati Uniti e ci vanifichiamo come soggetti sovrani.
Ma torniamo al tema del governo, e dobbiamo sicuramente riconoscere che il raggio d’azione dei governi è assai limitato da questa presenza sovrastante di una cappa internazionale sovrastatale e da una rete di inibizioni e di pressioni anche interne. Al punto che troppo spesso si crea incompatibilità tra incidere e durare; se vuoi durare devi incidere il meno possibile…
Poi c’è un problema che la Meloni nega ma che tutti vediamo a occhio nudo: la classe dirigente che la circonda è mediamente inadeguata, mal selezionata, promossa solo con criteri feudali e partitici di fedeltà al capo, alla corrente e alla sezione; il merito, la capacità, l’intraprendenza, il valore non contano.
Comprensibile che la Meloni si trovi a dover fare i conti con questa realtà di cui in origine non è responsabile; però non c’è mai stata e non c’è, da quando è al governo – e sono ormai tre anni – nessun tentativo di correggere gradualmente il tiro, di provare a fare uno scouting intelligente, di avviare una formazione e selezione più oculata di candidati, politici, amministratori. Chi lo proponeva dieci anni fa era snobbato, poi vai al governo e non hai più tempo per farlo, c’è sempre un’emergenza da affrontare, vieni risucchiato nell’agenda quotidiana.
Che altro manca per realizzare ardite svolte? Il coraggio e la lungimiranza. Il coraggio di sfidare il mainstream, l’establishment, il blocco culturale e mediatico ma sul serio; il coraggio di elaborare progetti e studiare la loro fattibilità e poi osare la loro messa in pratica, fregandosene delle ostilità e delle minacce.
E la lungimiranza di non pensare all’oggi solo con l’occhio del ritorno immediato, dell’incasso sicuro e veloce, ma di pensare il futuro, di pensare al futuro, di avere la tenacia e la pazienza delle grandi imprese. Così si passa dalla cronaca alla storia, dalla tattica alla strategia, dalle belle parole ai fatti veri, dalle ovazioni alle opere che restano. Per essere lungimiranti bisogna pensare e circondarsi di chi pensa realmente il futuro, gli scenari internazionali, le geopolitica e la politica sociale, il terreno delle idee, delle emozioni e dei miti politici. Si dovrebbero non distribuire incarichi e pennacchi, ma attivare pensatoi, laboratori sperimentali di proposte, costruire canali di trasmissione tra il pensare e l’agire, tra il progetto e la strada.
In tutto questo la politica nel suo complesso mostra di essere piccina, immatura e minorenne, facile preda degli adulti più cinici, il gatto e la volpe, lucignolo e l’orco e via dicendo.
Come avrete notato, questo articolo non era né un peana o una marchetta alla premier, come se ne vedono; né un attacco e un dileggio nei suoi confronti, come ce ne sono. Ma un tentativo di capire, di dire quel che a noi pare la verità e una sommessa, e un po’ disincantata, esortazione a cambiare passo e a mantenersi nella vita all’altezza dei propri discorsi. Nei pressi di Rimini, Giulio Cesare disse: il dado è tratto. La Meloni non è Giulio Cesare, benché sia sua concittadina, però a Rimini ha tirato il dado, ha lanciato la sfida e dovrebbe perlomeno provarci. I discorsi seri non sono mai un punto d’arrivo ma di partenza.
Marcello Veneziani