Olivetti, la fabbrica al servizio dell’umanità.

 

 

C’è stato un momento nella storia del nostro Paese in cui davvero gli italiani avvertirono di vivere un Miracolo. Certo, il boom economico e demografico di un Paese che aveva fiducia nel futuro, fino alla consacrazione delle Olimpiadi di Roma nel 1960; e nel mezzo, l’irruzione di un’imprenditoria audace, creativa, che faceva del nostro Paese la punta avanzata in tanti ambiti vitali. E tra loro due figure straordinarie, uno dell’impresa pubblica e l’altro privata: Enrico Mattei da una parte e Adriano Olivetti dall’altra. Due giganti, che lanciarono l’Italia nella sfida globale in un ruolo non subalterno ma creativo e decisivo, al punto da impensierire seriamente alcuni partner europei e soprattutto gli Stati Uniti. La politica energetica dell’Eni guidata da Mattei e l’impresa tecnologica della Olivetti, alle prese coi primi computer, a partire dal calcolatore Elea, potevano fare dell’Italia l’avanguardia nel mondo, così come era stato ai tempi di Marconi e poi di Fermi, per non dire d’altri. La morte precoce di Olivetti e la morte improvvisa per un misterioso incidente aereo di Mattei misero fine a quel sogno italiano. E a tanti altri paralleli primati che l’Italia aveva raggiunto nel tempo.
Mattei era uno spregiudicato imprenditore pubblico che pensava e agiva in grande; benché cattolico era capace di usare mezzi anche illeciti per perseguire i suoi scopi, non personali ma nazionali, pubblici. Olivetti era invece un moralista e un idealista, cristiano valdese poi convertito al cattolicesimo, piemontese radicato nel Canavese, socialista e liberale, utopista e tecnocratico. Ma con la sua impresa, ereditata dal padre a Ivrea, restò memorabile per tre ragioni: sul piano imprenditoriale, umanizzò l’azienda come nessuno prima, ponendosi il problema della qualità della vita, la dignità, la bellezza e il ristoro e l’assistenza sociale e sanitaria dei dipendenti. Sul piano civile e politico, progettò la via comunitaria allo sviluppo armonioso delle città e del lavoro. Infine, sul piano della ricerca, dopo aver lanciato la rivoluzionaria lettera 22, la macchina per scrivere più agile e graziosa del mondo che ebbe uno straordinario successo, si cimentò nell’impresa elettronica, dove fu a un passo dal realizzare in Italia il primo vero computer. Poi l’azienda, finì la sua parabola in mano a De Benedetti…
Per comprendere la sua capacità visionaria vi invito a leggere Il mondo che nasce, un libretto pubblicato di recente dalle edizioni di Comunità, da lui fondate, in cui emergono i tratti di questo grande idealista pragmatico dell’industria e apostolo del comunitarismo. Si circondò non solo di operai e tecnici motivati, ma di intellettuali e poeti, da Franco Ferrarotti a Paolo Volponi, da Ignazio Silone a Cesare Musatti, da Franco Fortini a Libero Bigiaretti, da Luciano Gallino a Geno Pampaloni (che gli presentò il poeta veneto Giacomo Noventa, socialista, cattolico e spiritualista come lui). Olivetti si ispirò ad autori come Simone Weil e Jacques Maritain, Immanuel Mounier, Thomas Stearns Eliot e Hannah Arendt.
La fabbrica per lui era un bene comune, non un interesse privato dedito al solo profitto; era un’impresa affacciata sulla comunità, legata al territorio, sensibile alla vita e al benessere dei suoi dipendenti. Il suo progetto figurò un ordine politico delle comunità “per esaltare i migliori, per proteggere i deboli, per sollevare gli ignoranti, per scoprire le vocazioni”. Olivetti più volte ribadì di essere mosso da un solo insegnamento: “saremo condotti da valori spirituali”e la loro “supremazia”. Una nuova spiritualità, un nuovo ordine, una nuova umanità che sintetizzasse al meglio l’anelito cristiano e l’ispirazione socialista ma superando ogni lotta di classe, ogni sistema coercitivo ed egualitario. Al contrario, armonia, solidarietà, libertà, merito e gerarchia furono i suoi cardini. Per Olivetti, assumere in azienda era un dovere etico, un atto di fiducia nel futuro, come mettere al mondo dei figli. Non più muri arcigni ma vetrate nelle fabbriche, finestre in cui entra la luce e si crea simbiosi con la campagna e il mondo esterno; grande attenzione all’architettura industriale, e poi assistenza medica per gli operai, il nido e l’asilo per i loro figli, maternità tutelata e post-gravidanza retribuita a casa, centri di formazione per i figli degli impiegati e degli operai; la mensa, le attività culturali, dal cinema al teatro, dalla musica alla biblioteca, e poi le riviste parallele all’impresa.
La sua era un’Italia in cammino, per dirla con Giacchino Volpe, un’Italia operosa che ha fiducia nel domani e crede possibile realizzare concretamente i suoi sogni. S’imbatté in un muro di diffidenze, incomprensioni e boicottaggi ma non si scoraggiò. Ne Il cammino della comunità, nel 1959, denunciava “allarmanti sintomi premonitori di involuzione”, “la scomparsa quasi totale di una stampa indipendente dai gruppi monopolistici, la decadenza delle istituzioni universitarie, la povertà e il letargo delle associazioni culturali, il monopolio governativo della radio e della televisione”, e poi povertà, sfratti, miserie, che convivono col lusso, i consumi, la crescita delle città e del tenore di vita.
Con il suo ardito spirito d’impresa Olivetti aveva deciso di investire anche a sud, aprendo uno stabilimento a Pozzuoli, dove tenne nel 1955 un memorabile discorso che sembra scritto da un vero meridionalista che ama il sud e non è accecato dall’ideologia progressista e irreligiosa: “Abbiamo lasciata, in poco più di una generazione, una millenaria civiltà di contadini e di pescatori. Per questa civiltà, che è ancora la civiltà presente nel Mezzogiorno, l’illuminazione di Dio era reale e importante, la famiglia, gli amici, i parenti, i vicini, erano importanti; gli alberi, la terra, il sole, il mare, le stelle erano importanti. L’uomo operava con le sue mani, esercitando i suoi muscoli, traendo direttamente dalla terra e dal mare i mezzi di vita. Lo sconvolgimento di due guerre ha spinto l’uomo definitivamente verso l’industria e l’urbanesimo. Ha strappato il contadino dalla terra e lo ha racchiuso nelle fabbriche, spinto non solo dall’indigenza e dalla miseria, ma dall’ansia di una cultura che una falsa civiltà aveva confinato nelle metropoli, negandola alle campagne del sud”. E aggiungeva che la conquista per i beni materiali aveva corrotto l’uomo vero, figlio di Dio, che amava la natura, la terra, era legato al cosmo e alle sue forze misteriose, alla comunità e al senso del sacro. Rispetto all’uomo del nord, diceva il piemontese Olivetti, l’uomo del sud ha ancora viva l’impronta della civiltà della terra, col suo “intenso calore umano”. E si appellava alla Provvidenza divina, alla Natura e alla Bellezza e infine auspicava che nascesse “la festa dell’amicizia tra Nord e Sud”. Parole così calorose, solidali e veraci non le ho mai sentite da un meridionalista; una carica di umanità e di amore per il sud, la sua civiltà e la sua tradizione, anche quello più arcaico e vituperato.
Morì troppo presto, Olivetti, stroncato su un treno quando aveva 59 anni. Giganti come lui servirono alla crescita dell’Italia; giganti come lui servirebbero alla sua rinascita.

Marcello Veneziani

Caro ChatGPT, sei inutile …

 

 A domande molto precise e concrete (consigli su posti dove mangiare che non offendano la mia dignità) non sa rispondere. Un’intelligenza scriteriata che non fa altro che reimpastare le informazioni sottratte a chi già sa pochissimo

Che delusione ChatGPT. Che delusione e che sollievo. Sembrava poter sapere tutto, sembrava poterci mandare tutti a spasso, e invece quando le fai una domanda molto precisa, molto concreta, casca miseramente, dimostra la sua immensa ignoranza. Le chiedo di segnalarmi bar dal nome italiano con bicchierini d’acqua serviti in vetro e non in plastica, e senza schermi televisivi alle pareti (il minimo sindacale, i miei requisiti basici), e non ce la fa. Le chiedo di segnalarmi ristoranti senza menù degustazione e senza salmone, senza acqua minerale multinazionale (Panna, San Pellegrino…), insomma dei posti che non offendano la mia dignità, che non calpestino il mio patriottismo, e non ce la fa.

Se poi, volendo come Piovani evitare l’inquinamento acustico, chiedo una lista di locali senza musica di sottofondo o soprafondo, il risultato è zero. ChatGPT non sa nulla, si limita a reimpastare le informazioni sottratte a chi sa pochissimo (commentatori di TripAdvisor, ispettori di Guida Michelin…). E’ un’intelligenza disinformata e scriteriata, se voglio sapere com’è un bar, una vineria, un’osteria, un ristorante devo fare come facevo prima di ChatGPT, prima dei social, prima di internet: prendere e andare. Non è cambiato niente.

Camillo Langone__da__IL FOGLIO

 

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La politica si è ridotta al capo…

 

 

No, non è come negli States. In Italia non c’è un movimento conservatore, non c’è un mondo conservatore, non c’è una cultura conservatrice. Non si sono fondazioni che lavorano per veicolare quei temi, quelle idee, quei valori; non ci sono organismi, istituzioni, associazioni, laboratori, insomma una costellazione di realtà e di gruppi che possano dar vita a un modo di pensare e di agire conservatore. Non c’è insomma un Miga che possa vagamente assomigliare al Maga negli Usa, mobilitato a rendere di nuovo grande l’Italia.

Neanche nei social c’è una presenza strategica e organizzata in questo senso: non c’è, per evocare il nome di un vecchio partito, il Movimento Social Italiano. C’è naturalmente un’indole, un sentire prepolitico più sensibile a certi temi, certi valori, certi linguaggi ma nulla che vagamente somigli a un movimento d’opinione e di mobilitazione come può essere quello che si è visto con Charlie Kirk e dopo di lui. L’Italia è un paese che ebbe un tempo, insieme alla Francia, il primato occidentale di impegno e mobilitazione politica, di militanza e passione; eravamo una delle società più politicizzate e più ideologizzate. Oggi non è più così, c’è più politicizzazione e ideologizzazione negli States e in molti altri paesi che da noi in Italia.

Al posto di tutto questo c’è solo la leadership, e tutto quel mondo che definiamo conservatore o in altro modo si riassume pressoché totalmente nella figura di Giorgia Meloni. La politica oggi è solo essere pro o contro di lei e il suo governo; in subordine preferire o no gli altri cinque sei leader politici che sono sulla scena. Sparisce perfino il riferimento a Fratelli d’Italia, partito di maggioranza relativa, se non per una piccola minoranza; il resto è un plebiscito personale verso o contro di lei. E chi pensa che questo sia una caratteristica della destra – il precedente era Silvio Berlusconi – deve ammettere che anche le altre leadership antagoniste sono ormai concentrate sul capo; e nelle proiezioni locali, i presidenti della Regione e talvolta i Sindaci sono l’espressione del Partito Personale a livello locale.

Nella politica italiana non c’è un riferimento di tipo ideale o la condivisione di un progetto politico, anche perché si avverte l’inconsistenza di quelle differenze e di quei programmi, la loro evanescenza, la loro mancata incidenza nella realtà; c’è solo la professione di empatia, simpatia, antipatia e odio verso i leader.

Si pensava un tempo che la personalizzazione della politica, la galvanizzazione delle leadership, dei capi carismatici o decisionisti, avrebbe rappresentato la rivincita o la controffensiva della politica rispetto ai cosiddetti poteri forti, ai burocrati e ai tecnocrati, ai processi economici e strategici che volano sulle teste dei cittadini. E invece, le leadership personali in politica accompagnano il destino di irrilevanza della politica rispetto ai veri processi decisionali. In un mondo pieno di autocrazie, come del resto è sempre stato (ieri si chiamavano diversamente), la politica assume da noi solo l’apparenza della leadership forte perché in realtà l’abdicazione dei poteri effettivi e la scarsa possibilità della politica di incidere sui cambiamenti reali è sotto gli occhi di tutti. Più della metà delle determinazioni adottate sono decise in sede internazionale; e più della metà delle decisioni sono assunte da soggetti che non hanno legittimazione popolare, non provengono dalla politica attiva e militante. Lo spazio di decisione e di determinazione dei governi è assai ridotto e si restringe ulteriormente perché sui governi in carica cadono gli effetti delle deliberazioni assunte sotto i governi precedenti. Per non dire del ceto dirigente e funzionario, spesso refrattario ai governi in carica, se non ostile fino al boicottaggio.

Tutto questo non viene consapevolmente considerato dai cittadini ma viene comunque intuito e si regolano di conseguenza; questo produce una fuga dalla politica, non solo come mobilitazione e impegno civile ma anche come voto se si considera che la soglia di partecipazione si è ormai stabilizzata anche nell’Italia tradizionalmente attiva nelle votazioni, alla metà degli aventi diritto. La politica si riduce a una faccia da sostenere, e ancor più a una faccia da cancellare, da bruciare, da odiare: come accade alla triade malfamata delle nostre piazze, Trump, Netanyau e Meloni. Tutto il far politica a sinistra, è una diversione e una mobilitazione contro quei nomi. Se l’indignazione verso Netanyau ha tragiche ed evidenti ragioni, le responsabilità internazionali della Meloni sono obiettivamente modeste perché l’Italia può fare davvero poco per il Medio Oriente o per evitare la guerra mondiale. Quanto a Trump, il sottinteso quotidiano di tutto il mondo che vi si oppone, in politica, in musica, al cinema, a teatro, in tv, e così via, è che il mondo oggi è brutto perché c’è Trump, siamo in guerra o a rischio di guerra mondiale perché c’è lui, c’è violenza perché c’è lui, l’Europa va male perché è succuba di Trump. Vorrei far notare che la guerra in Ucraina è nata quando non c’era Trump alla Casa Bianca; la vendetta di Israele dopo il 7 ottobre è partita assai prima che arrivasse Trump; l’Europa fa acqua da tutte le parti e cede la sua sovranità da molto prima di Trump. E gli atti più gravi di violenza degli ultimi tempi hanno visto Trump e i trumpiani come vittime e non come artefici. Eppure la favola del mondo diventato cattivo e pericoloso da quando c’è Trump prosegue spedita e disinvolta, a dispetto della realtà. A Trump si può imputare di non aver saputo rimediare a quei mali ma non di averli scatenati o amplificati.

Torniamo all’Italia. È curioso notare che quando la destra era piccola e assediata aveva un piccolo mondo intorno; ora che è maggioritaria e al potere, tutto quel mondo si esaurisce nella faccia di Meloni. Il menu della politica è ridotto a Meloni si o no.

 Marcello Veneziani

San Francesco grazie a Dio, non fu un italiano-tipo…

 

 

Ricordati di santificare le feste. Semel in anno, una volta all’anno la politica italiana s’inchina ai santi e ai poeti, e si ricorda che siamo un paese di antica civiltà cristiana. Come sapete, il giorno di San Francesco, il 4 ottobre, sta tornando festa nazionale. L’iter parlamentare procede tra consensi quasi unanimi, bipartisan. L’occasione è il prossimo anniversario, ottocento anni dalla morte del santo: il braccio politico dell’iniziativa è stato il piccolo partito di Noi Moderati, guidato da Lupi, che come ricordiamo, San Francesco riusciva miracolosamente ad ammansire, fino a renderli moderati. A promuoverlo è stato il poeta Davide Rondoni che presiede il comitato per le celebrazioni dell’anniversario francescano. Finalmente un santo in Parlamento, e un santo che mette d’accordo tutti, credenti e laici, carnivori e vegani. Piace ai cattolici, naturalmente, perché è santo, converte alla santità e alla carità, è cristianissimo, ha pure le stimmate. Non dispiace ai filo-islamici perché dialogava col sultano e i seguaci di Allah al tempo delle Crociate. Piace ai comunisti, socialisti e loro derivati perché è coi poveri e i bisognosi ma il suo è l’unico comunismo che ammiriamo tutti, perché è volontario e personale, scontato sulla propria pelle e non imposto agli altri con la violenza da un sistema o da una dittatura. Piace ai mistici e ai credenti perché la sua scelta di povertà non nasce dal pauperismo ideologico o dalla rivolta sociale ma è una rinuncia ai beni del mondo, spogliarsi di tutto per entrare nudi e puri nel regno dei cieli al cospetto di Dio. Piaceva ai fascisti e ai nazionalisti perché è il Santo Patrono d’Italia e Mussolini lo definì “il più italiano dei santi, il più santo degli italiani”, esaltando in lui lo spirito di rinuncia e dedizione, fino a diventare un modello di sacrificio nei giorni dell’Autarchia. Piace ai laici perché era in conflitto col potere clericale e fu a suo modo un obiettore di coscienza; piace ai pacifisti anche non credenti, che non a caso marciano su Assisi, da Aldo Capitini in poi e piace a tutti i dialoganti con altre fedi. Piace alle femministe perché aveva un rapporto paritario nella santità con Chiara. Piace agli ambientalisti, ai salutisti e agli animalisti perché fu il primo a difendere la Natura, cantare il creato, amare l’acqua, la terra e parlava con gli animali, anche feroci. Piace ai critici del consumismo perché è un esempio vivente di decrescita felice. E’ il perfetto testimonial per i sacrifici imposti dalle crisi, modello di lieta austerity con lo spirito del giullare di Dio. E mette d’accordo tutti perché non è padano, non è terrone, non è romano, ma cammina per tutta l’Italia, a nord e a sud, avvistato perfino sul Gargano, oltre che in Medio Oriente. E’ il precursore di tutti i ribelli e i viandanti, andò on the road prima di Kerouac e dei vagabondi del Dharma; è un irrequieto alla Chatwin, è il Siddharta nostrano e cristiano, senza rifarsi a Buddha e a Hermann Hesse. Unisce fedi, culture, generazioni, pensieri opposti, cammini divergenti. Francesco fu forse il primo poeta italiano, e il suo Cantico, il suo Laudato sì mio Signore, è una gioiosa accettazione della vita, del creato e pure della morte – sora nostra Morte corporale; è la versione cristiana dell’Amor fati. Celebrò in semplicità e in povertà le nozze tra il naturale e il soprannaturale. Chesterton, nel libro che gli dedicò, definì Francesco un innamorato di Dio e degli uomini, ma non era un filantropo. Perché l’amore per gli uomini era in lui il riflesso dell’amore per Dio e si estendeva alle altre creature. Non a caso un gesuita astuto e piacione come Bergoglio scelse il suo nome come Papa. E fu subito successo, prima di farsi conoscere. Allora, Fraticelli d’Italia, perché non ripartire da Assisi e da San Francesco?

In vista dell’anniversario tanti hanno scritto o stanno pubblicando un libro su san Francesco: poeti, sacerdoti, frati, letterati, storici, giornalisti, artisti. A giudicare dai frutti appena usciti, si annuncia un anniversario glassato, piuttosto stucchevole, di quelli che non piacevano al brusco frate di Assisi. Poi, quando si metteranno pure le istituzioni, gli alti patrocini, le melense prediche, allora salirà di molto il livello di glucosio e di nausea. Sarà un presepe capovolto, non come quello umile e vero che realizzò per la prima volta San Francesco a Greccio; piuttosto un day pride, e ci sarà qualcuno che lo definirà Frocesco nel nome del papa, dei gay e dello spirito di patata.

Davanti a questo diluvio universale di zucchero e miele, lasciate che vi dica una cosa: San Francesco non fu un tenero, un dolciastro e un permissivo; fu tosto, aspro, assai esigente. C’è una gara a definire Francesco il prototipo dell’italiano, il primo italiano, l’italiano vero (non nel senso di Toto Cutugno); curiosamente l’iniziatore di questa vulgata fu il deprecato Duce, che – come dicevamo – definì Francesco il più italiano dei santi. Invece, lasciatemi dire una cosa che ci ferisce il cuore: Francesco fu tutto meno che il prototipo verace di un italiano. Non lo era probabilmente nemmeno al suo tempo, non lo è sicuramente nel nostro. San Francesco non amava i compromessi, i sotterfugi, le mezze verità, i doppi giochi e i doppi inganni, la vita comoda e le grandi magnate, le piccole viltà, le scorciatoie, il familismo amorale, il fasto, il lusso, la sciccheria, gli egoismi piccini. Era dunque il contrario di un italiano, il suo comportamento era agli antipodi del conformismo nazionale in vil pelle; era un eretico rispetto all’italiano medio, canonico, credente per finta, cristiano per cerimonia, scansa sacrifici e aspirante alla dolce vita. Se vogliamo, con Francesco nasce quella tempra d’italiani di carattere che furono fieramente antitaliani: come Dante, padre della civiltà italiana ma anche primo critico della sventurata patria, servile e indecorosa. E dopo di lui, per restare nei cieli della poesia, Giacomo Leopardi, che descrisse gli italiani con una acuta e impietosa diagnosi, in cui ancora riconosciamo l’immagine deteriore del nostro paese.

La miglior Italia nasce dopo un bagno gelido nel fiume impetuoso degli antiitaliani; solo quando prende lezione da loro e si regola di conseguenza, l’Italia si fa grande. Perciò questo ritorno del Santo d’Assisi nel nostro calendario festivo, non prendetelo solo come un bonus vacanziero o come un autoelogio, fino alla santificazione degli italiani; ma come un compito, un monito, uno schiaffo per cambiare passo, stile e propositi. Amate San Francesco non perché fu uno di noi, ma al contrario, perché non si rassegnò ad esserlo. Francesco ci insegnò come essere migliori senza fare gli italiani.

Marcello Veneziani

Crepet, amare per un genitore è anche il coraggio di farsi odiare da un figlio.

 

l giovani devono desiderare fortemente qualcosa per poter conquistare e realizzare i loro sogni…

Il ruolo dell’educatore è anche questo, fornire l’essenziale necessario affinché possano, figli o studenti, da soli arrivare a scoprire se stessi…
Il concetto di “sottrarre” spesso utilizzato da Paolo Crepet, esperto psichiatra e sociologo, viene spesso associato ai bambini e agli adolescenti. In un suo recente intervento però il sociologo lo applica ad una platea più ampia nella quale include anche gli adulti.
A tal proposito afferma: “Ho sempre pensato che la cosa fondamentale per i bambini, per la loro crescita, ma anche per la nostra crescita, non solo quella dei bambini, era quella di desiderare un qualcosa”. Secondo Crepet è il desiderio che tiene in vita grandi e piccini, quell’appiglio nella vita di tutti i giorni che ci dona emozioni positive e a volte grandi delusioni ma di cui non possiamo farne proprio a meno, e continua : “Per desiderare però ci deve mancare qualcosa”. Per l’esperto il concetto del desiderio va al di là dell’educazione dei minori, della loro formazione e preparazione.
Le generazioni precedenti alla nostra erano generazioni che conoscevano, quasi implicitamente, il vero significato di desiderare fortemente qualcosa. Qualsiasi conquista richiedeva impegno e sacrificio, valori da riscoprire anche in questa generazione che vive di superficialità, di facilità e a volte troppo permissivismo.

L’esperto a tal proposito fornisce un prezioso consiglio agli adulti ed afferma: “Se voi incontrate un ragazzo intelligente aiutatelo, per favore, in che modo? Non facendo niente”, queste le parole dell’esperto per dirci che se un genitore o un insegnante si accorge delle peculiarità, delle potenzialità, delle unicità di un giovane non occorre un aiuto ulteriore, di un potenziamento ulteriore perché in lui ha già tutto ciò che serve. L’unico elemento che potrebbe mancare in questi casi è semplicemente il tempo, serve pazienza affinché avvenga la sua maturazione completa, affinché raggiunga (da solo) delle consapevolezze, continua l’esperto: “Lasciatelo che faccia, “olio e limone”, ha talento? lo tirerà fuori, sicuro”.

L’espressione “olio e limone”, è un’ espressione forte, per dirci che a volte occorre essere “crudi” nella vita dei nostri figli o allievi. Amare è anche il coraggio di farti odiare da chi ami perché senza quell’ “odio”, senza quel dolore non potrà esserci la loro realizzazione, proprio come “la fenice risorge dalle ceneri”, conclude Crepet: “ perché ci vuole un sano coraggio anche per non fare”. Come afferma e conclude l’esperto può essere molto difficile non fare nulla o fare poco, ma il ruolo dell’educatore è anche questo, fornire l’essenziale necessario affinché possano, figli o studenti, da soli arrivare a scoprire se stessi.

Da___A scuola , oggi-

Autunno (1923) di Trilussa, geniale poesia che svela come tutto finisce, anche l’amore

Autunno di Trilussa (pseudonimo di Carlo Alberto Salustri, Roma 1871-1950) è una poesia che, attraverso il romanesco, offre con malinconica ironia una scomoda verità: ogni cosa nella vita è destinata a finire, compreso l’amore.Autunno è una poesia che fa parte della raccolta Le Storie di Trilussa, pubblicata per la prima volta nel 1923.

Autunno di Trilussa
Indove ve n’annate,
povere foje gialle,
come tante farfalle spensierate?
Venite da lontano o da vicino?
da un bosco o da un giardino?
E nun sentite la malinconia
der vento stesso che ve porta via?
Io v’ho rivisto spesso
su la piazzetta avanti a casa mia,
quanno giocate e ve correte appresso
fra l’antra porcheria de la città,
e ballate er rondò co’ la monnezza
com’usa ne la bona società.

Jeri, presempio, quanti mulinelli
ch’avete fatto in termine d’un’ora
assieme a un rotoletto de capelli!
Èreno forse quelli
ch’ogni matina butta una signora…
Je cascheno, così, come le foje,
e, come a voi, nessuno l’ariccoje
manco in memoria de li tempi belli!

Forse quarche matina,
fra l’antre cose che ve porta er vento,
troverete le lettere amorose
che me scriveva quela signorina,
quela che m’ha mancato ar giuramento.
L’ho rilette e baciate infìno a jeri:
oggi, però, le straccio volentieri
e ve le butto… Bon divertimento!
Autunno è una lirica che unisce leggerezza e profondità, ironia e malinconia. Le foglie che cadono diventano il simbolo di una condizione universale. Tutto ciò che viviamo è destinato a svanire. È proprio in questa semplicità disarmante che la poesia trova la sua forza, trasformando un’immagine quotidiana in una riflessione universale.  La scelta di Trilussa di utilizzare il dialetto romanesco è cruciale per l’impatto della poesia. Il linguaggio informale e colloquiale crea una connessione immediata con il lettore, rendendo le riflessioni del poeta autentiche e vicine.

Parole come “monnezza”, “porcheria” e le espressioni colloquiali radicano la poesia in una realtà specifica e vissuta, impedendole di diventare eccessivamente sentimentale o astratta. Il dialetto infonde nella poesia un senso del luogo, siamo tra le strade di Roma, e una voce distintamente romana, una voce che è allo stesso tempo diretta e capace di profonda bellezza lirica. Questa è la virtù dei grandi.

Un Paesaggio che Cambia, dalle Farfalle Spensierate ai Rifiuti Urbani
La poesia si apre con un’immagine delicata e quasi stravagante, il poeta si rivolge alle “povere foje gialle”, paragonandole a “tante farfalle spensierate”. Questa similitudine iniziale stabilisce un tono di lieve malinconia, interrogandosi sull’origine delle foglie, “Venite da lontano o da vicino?”, “da un bosco o da un giardino?”. Allo stesso tempo chiede se esse sentano la tristezza del vento che le porta via.

Tuttavia, questa idilliaca immagine che la natura riesce ad offrire, viene presto messa in contrasto con la dura realtà dell’ambiente urbano. Il poeta ha osservato queste stesse foglie sulla “piazzetta avanti a casa mia”, dove la loro danza aggraziata diventa un “rondò co’ la monnezza”. Questo netto contrasto tra la bellezza idealizzata delle foglie come farfalle e il loro destino reale tra la “porcheria de la città” serve come una potente metafora dell’inevitabile decadimento e corruzione di tutte le cose. Che si tratti della bellezza della natura o delle emozioni umane, tutto inevitabilmente si deteriora. L’inclusione di un “rotoletto de capelli” tra i detriti personalizza ulteriormente l’osservazione del poeta romano, alludendo ai resti intimi e scartati della vita che si mescolano ai rifiuti anonimi della città.

Le lettere buttate via e gli echi dell’amor perduto
La poesia prende poi una piega più personale, quando il poeta immagina che il vento, che trasporta le foglie e la ciocca di capelli, possa un giorno portare anche le

lettere amorose
che me scriveva quela signorina,
quela che m’ha mancato ar giuramento.

L’introduzione di un amore perduto approfondisce la risonanza emotiva della poesia. Le foglie, i capelli e ora le lettere diventano tutti simboli di ciò che viene messo da parte e dimenticato.

La strofa finale offre il culmine emotivo della poesia.

L’ho rilette e baciate infìno a jeri:
oggi, però, le straccio volentieri
e ve le butto… Bon divertimento!

Il poeta confessa di aver riletto e baciato quelle lettere fino al giorno prima, aggrappandosi ai ricordi che contenevano. Tuttavia, con un gesto di liberazione deliberata e forse dolorosa mostra una magistrale miscela di rassegnazione, amarezza e un tocco di cinica ironia. Il “Bon divertimento!” rivolto alle foglie, ora portatrici dei suoi ricordi stracciati, racchiude lo stato emotivo complesso di chi sta lasciando andare un passato doloroso, riconoscendo l’assurdità del suo dolore romantico nella grande e indifferente danza della vita e del decadimento.

Una riflessione universale tra ironia e malinconia Il messaggio è chiaro tutti indistintamente sono uguali di fronte alla fine della vita, alla morte. Ogni essere umano nessuno escluso è destinato a conoscere il senso della fine, compreso il tradimento in amore. In questo modo, Trilussa anticipa una visione profondamente contemporanea della condizione umana, che attinge dalla mistica, dalle religioni, dai grandi classici della filosofia e della letteratura: di fronte all’immensità dell’universo, del Creatore tutti gli esseri umani sono chiamati a seguire lo stesso destino.

Da__Libreriamo

Ieri regnanti oggi ai servizi sociali..

 

 

Non sembra vero. Il Capo della FuFiat, John Elkann, discendente della stirpe regale degli Agnelli, sarebbe condannato ai servizi sociali presso i Salesiani torinesi. Siamo ben oltre la caduta degli dei, siamo al loro reimpiego nei servizi pubblici, non esclusi i servizi igienici. Una parabola sta per compiersi, un declino con svariati gradini discesi uno dopo l’altro. Un tempo, solo immaginare il Signore della Fiat condannato ai servizi sociali sarebbe stato un reato di blasfemia: non si poteva neanche dirlo per scherzo e osare di farci una gag paradossale. Peccato mortale, reato penale. Tutto quel che succedeva nella Fiat era in una zona franca, o comunque iperprotetta, come sotto la campana di vetro delle madonne. Non c’era leader politico o capo d’azienda che “non poteva non sapere” quel che accadeva nel suo regno; eccetto lui, l’Avvocato, che benché Onnipotente e dunque onnisciente, poteva non sapere, in virtù di una divina ignoranza che permetteva l’esonero dagli affanni che riguardano i mortali.

Per fermarsi solo ai tre imprenditori famosi di un tempo, Berlusconi finì nel mirino dei giudici e ci restò per una vita, andando ai servizi sociali; De Benedetti fu attenzionato e chiacchierato ma poi la scampò per le ragioni che intuiamo; Gianni Agnelli restò illeso, legibus solutus, sciolto da ogni rischio di contaminazione sia dai fatti che dalle condanne dei suoi sottoposti, come accadeva ai Re Taumaturghi investiti direttamente da Dio. Ma il declino della Fiat cominciò sin da quando c’era lui.

Ora vedi che il nipote di Agnelli rischia di finire affidato per un anno ai salesiani per la sua riabilitazione sociale tramite i servizi sociali; gli viene cioè prescritta una terapia di umiltà per disintossicarsi dal cinismo, dall’albagia e dalla presunzione d’immunità di cui aveva goduto, in linea ereditaria, per troppi anni. In cambio ha ottenuto dalla Procura di Torino il via libera alla richiesta di sospensione del procedimento per frode fiscale presunta, con messa alla prova, nell’ambito delle indagini relative all’eredità della nonna, Marella Agnelli, vedova di Gianni Agnelli, morta nel 2019. Anche per i suoi fratelli Lapo e Ginevra c’è stato il via libera alla richiesta di archiviazione per i reati di dichiarazione infedele e truffa in danno dello Stato. Il presidente di Stellantis ha scampato la condanna, in cambio dovrà sopportare l’umiliazione dell’affidamento ai servizi sociali e versare 183 milioni di euro al fisco. E dovrà tornare a Torino, città che la FuFiat aveva abbandonato nella sua mutazione transgenica in FCA, confluita in Stellantis. Oltre al tracollo dell’azienda su tutti i fronti, con Elkann è stata portata a compimento la definitiva riduzione della FuFiat da azienda di produzione industriale e automobilistica a gruppo finanziario, con preminenti interessi speculativi, in cui i prodotti “reali” sono solo una variabile relativa e secondaria delle operazioni finanziarie (i dipendenti non ne parliamo, sono l’ultima ruota del carro, per restare nella metafora automobilistica).

La saga degli Agnelli finisce nel peggiore dei modi possibili. La morte prematura di Giovannino Agnelli, considerato l’unico erede con qualche capacità e sensibilità di imprenditore, dopo la tragica morte di Edoardo, e la lunga scia di “maledizioni”; poi gli Agnelli si internazionalizzarono in famiglia, grazie ai tre Elkann, figli del personaggio televisivo, intervistatore e scrittore Alain e di una figlia dell’Avvocato, Margherita. Gli Elkann sono una potente famiglia ebraica parigina (il nonno era un rabbino), i giovani Elkann sono nati a New York. Un tempo il più noto dei tre Elkann era Lapo, personaggio leggendario, spesso caricaturizzato, con vicende incredibili di ogni tipo. Più defilata la sorella Ginevra, che pur seduta su un tesoro miliardario, godeva del finanziamento governativo per i suoi film, che poi riscuotevano in sala neanche la decima parte di quel che riceveva dai fondi pubblici, soldi sottratti ad altri magari più meritevoli e certamente meno abbienti cineasti. Particolarmente brutta la lite giudiziaria degli Elkann con la loro madre, Margherita Agnelli, sull’eredità e la successione; i raggiri, gli inganni e le terribili dichiarazioni del figlio John contro la sua mamma. Una storia esemplare del peggior familismo che sconfina nel cannibalismo parentale e nel matricidio rituale. Gli Agnelli sono finiti peggio dell’altra famiglia reale torinese, i Savoia.

Restò proverbiale, anche se non è mai stato detto in tv o sui giornaloni italiani, che la Fiat socializzava le perdite della sua attività ma privatizzava i profitti. E usava il marchio d’italianità ma era pronta a battere bandiera straniera e trasferirsi all’estero per utilità fiscale o per i costi della manodopera; un patriottismo intermittente e unilaterale, che valeva per gli utenti ma non per l’azienda.

Dietro la loro vicenda non c’è però solo il tramonto della Fiat, della famiglia reale Agnelli che ha dominato sull’Italia nel Novecento. Ma c’è il declino dell’industria italiana, la fine dei marchi nazionali, di cui oggi si salvano solo tre o quattro grandi aziende alimentari, più quel che resta nel design e nel vestiario. Il resto è finito male o in mani straniere. Resta il popolo di camerieri e di sartine rappresentato da un’élite di chef e di stilisti, allietati dai melodici. Però se l’alternativa è la Dinasty degli Agnelli-Elkann, viva l’Italia proletaria e sul piano imprenditoriale, onore a Giorgio Armani.

 Marcello Veneziani

CREPET: “Respirare la vita degli altri per crescere. Un giovane, predisposto al sapere, deve passare attraverso le porte dellaconoscenza.

“Ogni cosa ha un suo tempo e nonostante i nostri tentativi di ribellione, “la vita è un business che deve finire in rosso” afferma Crepet. Se abbiamo ricevuto è arrivato il momento…”

Paolo Crepet, psichiatra e sociologo di fama mondiale, sempre molto attento alle dinamiche sociali e ai cambiamenti di questa fragile società, in un suo intervento ci dona una visione diversa della vita, esprimendo il concetto di una sorta di baratto delle esperienze vissute.
A tal proposito dichiara: “la vita è fatta di due parti. Il primo tempo è il tempo di assorbire, di respirare la vita degli altri, un tempo nel quale devi essere spugna, devi fare tante domande. Lo dico sempre ai ragazzi “Fate tante domande! Perché quella è cultura, più domande fate, più imparerete”, a tal punto secondo l’esperto la prima parte della vita è quella della curiosità, dell’approccio alla conoscenza, delle richieste, delle domande. Acquisire quanto più possibile deve essere l’unico principio dei giovani, solo in questo modo potranno accrescere il loro bagaglio personale e culturale.La vita degli altri è sempre un grande esempio, da questi possiamo imparare a essere migliori, possiamo distinguere cosa è sano da cosa è malevolo, possiamo essere grati di ciò che possediamo se ci accorgiamo della sofferenza altrui, continua Crepet: “La vita degli altri è stupefacente – nell’affacciarvi con curiosità capirete – che la vita di un posteggiatore abusivo o di un premio Nobel sono entrambe molto interessanti”. “In questa società, però, manca la voglia di essere nel secondo tempo – ovvero – quello di ridare ciò che ti è stato dato, forse qualcosina in più”. Secondo Crepet i giovani non sono più così curiosi di sapere, l’avere tutto ha distrutto la loro fantasia, la loro curiosità mentre gli adulti hanno quasi timore di passare nel secondo tempo ed accettare di non essere poi più così “giovani”Ma ogni cosa ha un suo tempo e nonostante i nostri tentativi di ribellione, “la vita è un business che deve finire in rosso” afferma Crepet. Se abbiamo ricevuto è arrivato il momento di dare, offrirsi e mettersi a disposizione di una società che solo le “vecchie” generazioni possono salvare, metaforicamente Crepet aggiunge: “se un ragazzo dice ho bisogno di bere, tu – adulto- mi devi dare acqua”. Un giovane quindi che si mostra predisposto alla ricerca del sapere ha la necessità e il diritto di vedersi aprire le porte della conoscenza. La vita umana per crescere e formarsi ha bisogno di relazioni, di scambio, di rapporti e soprattutto di saggezza che si costruisce con un’esperienza dopo l’altra.

Il mio amico, me stesso…

 

Nel vano di tutte le finestre della casa c’era una piccola cassapanca che faceva da gradino, ma non bastava: per poter guardare fuori dovevi sdilungarti e premere il naso contro il vetro e bisognava crescere ancora di un bel po’ per poter arrivare sino alla maniglia e aprire. Era comunque uno dei miei posti segreti di osservazione. In punta di piedi sulla cassapanca spiavo quello che da lì si poteva vedere.

Uno spicchio di marciapiede, un portone e alcune delle finestre incorniciate di bugnato del palazzo di fronte, il muro di un giardino, da cui sbucava un cipresso allampanato, i fili della luce sotto le grondaie che, alla giusta stagione, si offrivano ai rapidi riposi delle rondini.

Un giorno d’improvviso ebbi l’impressione di vedermi a specchio nella finestra della casa di fronte, ma pallido, slavato, una larva.
Feci un cenno vago con la mano, ma la larva non rispose.
Insistei.
La figurina di cera staccò il naso dal vetro e scomparve nel buio di uno stanzone. Case antiche, grandi, con i pavimenti un po’ avvallati, dove tutto galleggiava come nell’ombra.

L’incontro muto si ripeté spesso e alla fine il pallido dirimpettaio mosse la sua mano in risposta. Poi il tempo intiepidì e i grandi spalancarono le finestre. Anche la casa di fronte aprì le sue. Approfittai della prima occasione di incontro diciamo così «a cielo aperto» per gridare un ciao entusiasta, ma l’altro voltandosi spaventato verso il fondo della stanza mi fece cenno di non parlare. Aveva ragione, pensai: non potevamo strillare, i grandi sarebbero intervenuti.

Mettemmo in pratica tutti i linguaggi muti che conoscevamo e molti ce ne inventammo ed era molto più divertente.

Gli incontri continuarono. Riuscii a capire che si chiamava Alfredo, anzi Alfredino. Riuscii a capire che non andava a scuola, beato lui, e che usciva raramente. Perché? Riuscii a capire che aveva una malattia, una specie di bronchite che non finiva mai.

Per vivificare i nostri incontri gesticolanti pensai bene di riesumare e piazzare sul vasto davanzale della finestra un vecchio teatrino con tanto di fondali e quinte, fornito di una compagnia di burattini scalcagnati, di cui alcuni senza una gamba o senza un braccio. Ce n’era uno destinato a recitare sempre la stessa parte: il decapitato. Alfredo era estasiato, anche se non poteva sentire tutte le voci, pigolii, urla che ero capace di produrre, ovviamente sottotono, vista la segretezza dei nostri incontri. Durante una di queste performance, mi accorsi che accanto ad Alfredino era comparsa una donna, senza dubbio la madre che, pur con molta dolcezza, costrinse il figlio a ritirarsi. La finestra si chiuse.

Dopo qualche giorno, mia madre mi si avvicinò tutta compunta come la vedevo solo le rare volte che riceveva le signore col cappello a cui versava quella disgustosa cosa che chiamavano te, brodaglia che in casa appariva solo in quelle occasioni o per qualche malessere digestivo. Aveva ricevuto una telefonata dalla madre di Alfredino che mi invitava a fare una rappresentazione dei miei burattini a casa sua. Quella povera creatura aveva tanto insistito, tanto pianto. Quindi il giorno dopo sarei andato, ma… ma non dovevo toccarlo, né fare altri giochi, solo uno spettacolino, una merenda e poi via.
Non dovevo toccarlo?
No, lui era malato. Non poteva essere toccato.
Mi potrei ammalare anch’io?
No, potresti fargli molto male.
Ma come?
Se si fosse ferito, anche un graffio, avrebbe potuto dissanguarsi in poco tempo perché le sue ferite non si richiudevano: il sangue non coagulava.

Alfredo aveva quella che si chiama «la malattia reale», pontificò mia madre.
Reale dei re?
Sì, se la trasmettevano le famiglie reali perché si sposavano tra parenti.

Poi con un certo disprezzo: «Ma questi di essere nobili se lo sognano» e abbassando la voce: «Si chiama emofilia». C’era nel pronunciare la parola quel biasimo impietoso che da più grande capii chiamarsi «stigma». Né altro più volle dirmi. Ma afferrai che diceva alla serva: «Lei lo sapeva di certo che sarebbe potuto nascere così, ma l’ha voluto lo stesso». La condanna definitiva.

Il giorno dopo traversai la strada da portone a portone, come traversassi il Giordano. Lui era in fondo al salone, si alzò dalla sedia, e fermo sul posto, mi salutò con un cenno della mano, lo stesso che mi faceva dalla finestra. Io ruppi il silenzio con un vigoroso ciao Alfredino! che risuonò veramente inopportuno tra quelle mura.

La madre che mi aveva accolto con molta gentilezza e un po’ di sussiego si mise subito tra di noi per marcare una distanza invalicabile. Mi indicò un tavolino evidentemente predisposto per la mia performance e supervisionò con silenzioso disappunto le mie mani che manovravano per montare quinte e scene irte di spigoli e punte acuminate. Poi aprii il sipario e iniziai lo spettacolo. Dopo un po’ la signora, parzialmente rassicurata, se ne uscì dalla stanza, infischiandosene della scena tragica che si stava svolgendo sul palcoscenico, con un autoritario: «Vado a prepararvi la merenda». Non senza aver fatto al figlio un imperioso, ripetuto segno con la mano che lo inchiodava alla sedia.

Tutto filò liscio. Alfredino rideva e batteva le mani, io prolungai la pièce con una serie di confuse improvvisazioni. Tra i burattini c’era anche la strega di Biancaneve, naso adunco, porro peloso, cappuccio e veste nera. Decisi di finire lo spettacolo con una metamorfosi: facevo infilzare da una specie di Orlando la perfida megera che morendo si trasformava in un bellissimo principe (non si badava al gender ancora). Sipario.

Alfredino non applaudì anche perché intanto era rientrata la madre con due piatti di merenda: pane burro e marmellata. Da consumare ognuno alla propria postazione. Ma Alfredino con voce piagnucolosa si mise a chiedere alla madre di vedere i burattini da vicino e la madre alla fine consentì, naturalmente sotto la sua stretta supervisione.
«Quale vuoi vedere?»
«La strega» e le porgevo la strega e lei la metteva sotto gli occhi del bambino senza fargliela toccare.
«Orlando!». E le porsi Orlando.
La signora urlò: si era punta.
Bisogna sapere che per rendere Orlando più affascinante ed efficiente, io gli avevo legato alla mano un ben appuntito ago da lana trafugato dal cestino del cucito di casa. Tragedia! La signora prese per un braccio il figlio e lo trascinò fuori dalla stanza con una serie di cachinni agghiaccianti. Più per il pericolo corso dal figlio che per la sua feritina ancorché abbastanza profonda. Capii che era il caso di fare fagotto e mi affrettai a riporre baracca e burattini. Venne la serva per accompagnarmi. Addirittura attraversò la strada con me quasi temesse che potessi tornare indietro.

Prima di lasciarmi sul portone di casa, mi diede un bigliettino.

Era di Alfredino, v’era scritto: «Non sono una strega, non morirò per diventare un principe».

Rimasi fulminato. A casa dissi che era andato tutto benissimo, come al solito. Alfredino non si affacciò più alla finestra. Io partii per le vacanze.

Quando tornai mi dissero che i dirimpettai si erano trasferiti in una città in cui c’era un ospedale specializzato nella malattia di «quella povera creatura». Andai a frugare tra i burattini e ne tirai fuori il terribile Orlando. Mi chiusi in bagno e con la sua spada mi trafisse un dito. Volevo vedere in quanto tempo il sangue avrebbe finito di colare.

Franco Brogi Taviani

  Illustrazione di Roberto Cigna

me stesso