Chiunque abbia avuto in mano il Cubo di Rubik ha avuto la tentazione di tirarlo contro un muro. E in tanti l’hanno fatto. Il rompicapo che ha 43 milioni di miliardi di configurazioni possibili, ma può essere risolto in 3 secondi (il record del mondo dall’aprile dell’anno scorso è del cinese Xuanyi Geng, 7 anni), scatena reazioni contrastanti.
Anch’io ho subito lo stesso effetto.
Sono un boomer e sono stato travolto agli inizi degli anni Ottanta dalla Rubikmania, l’uragano che tra il 1981 e il 1982 travolse il mondo guadagnando le copertine delle riviste più importanti (Time, per citarne una) e ha avuto per settimane sei libri sui dieci più venduti nella classifica del New York Times. Una follia collettiva che portò Ernő Rubik, da sconosciuto professore di design di una piccola scuola di Budapest nell’Ungheria dove vigeva l’economia pianificata comunista, a diventare una figura leggendaria con la sua creazione colorata che impegnava le mani di buona parte della popolazione mondiale. E che non riusciva a risolverla perché, dopo poche mosse, non si è più in grado di tornare al punto di partenza.
Anch’io giravo e rigiravo il Cubo, ma più mi sforzavo di trovare una soluzione, più questa si allontanava e il Cubo era sempre più mescolato. Bello, con tutti i suoi 26 cubetti colorati che componevano a ogni mossa una configurazione diversa (il Cubo ha 27 cubetti, ma quello centrale funge da perno e non affiora mai «in superficie»), ma non era quello che volevo. Dopo giorni, o forse erano settimane, di sforzi inutili e, anzi, controproducenti, la prima autofolgorazione: «Paolo, non hai ancora capito che i cubetti non sono disposti a caso, ma ognuno deve occupare una posizione ben definita se vuoi tornare a comporre le sei facce ognuna con il suo colore»?
Nota per i non-cubisti, Rubik ha pensato a sei colori: bianco (la faccia superiore del Cubo), giallo (quella opposta inferiore), e poi rosso opposto all’arancione e verde opposto al blu per le quattro facce laterali. Mi misi allora a dare un nome e una posizione a ciascun cubetto: «Il cubetto BRV (con le facce bianca, rossa e verde) deve andare nello spigolo in alto a sinistra». E così per tutti gli altri. Ero sicuro che avrei presto trovato la strada per risolvere il Cubo. Studiavo e analizzavo attentamente le mosse: «Dunque: devo prima fare una rotazione superiore, poi giro il lato a sinistra e infine giro lo strato inferiore, così il cubetto va al posto giusto».
Grande soddisfazione quando finalmente riuscii a sistemare il primo dei tre strati del Cubo. E una ancora maggiore quando completai anche lo strato centrale. La mia autostima arrivò a livelli altissimi quando sistemai anche i quattro cubetti centrali dello strato inferiore.
C’ero quasi: mancavano solo i quattro cubetti di spigolo dello strato inferiore ed era fatta: «Ernő, adesso lo completo». Come era arrivata nella stratosfera, la mia autostima cadde pesantemente al rientro dell’atmosfera e si schiantò rapidamente al suolo.
Gli ultimi quattro cubetti era impossibile sistemarli.
Più mi sforzavo, più il Cubo si mescolava.
Venni assalito dalla tentazione di lanciare il Cubo contro il muro. Lo sistemai sul ripiano sopra la scrivania dove, in un luglio bollente e afoso, preparavo l’esame di Chimica all’Università. Ogni tanto alzavo lo sguardo, il Cubo mi guardava e mi diceva: «Non mi risolverai mai». Abbassavo lo sguardo rassegnato, ma non sconfitto, e tornavo a occuparmi di rapporti stechiometrici e della struttura del benzene. A volte la soluzione arriva quando meno te l’aspetti.
Sull’aereo che mi portava in Thailandia per le vacanze (avevo passato benino l’esame di Chimica), un ingegnere taiwanese vede che armeggio con il Cubo e mi chiede: «Ho trovato una soluzione per risolverlo. Non è la più veloce, ma se vuoi te la insegno. Dopo aver completato i primi due strati, devi fare tredici mosse con la mano destra e altre tredici speculari con la sinistra». Miracolo! Risolvo il Cubo e mi sembra di librarmi nell’aria fuori dall’aereo. Ripongo il Cubo nella retina del sedile di fronte al mio, posso addormentarmi in pace con il mondo mentre ascolto in cuffia Don’t Stop Believin’ dei Journey. Hanno ragione: non smettere mai di crederci.
Ora capisco le parole di Rubik: «Se lo risolvi non vinci, vinci se hai giocato».
Grazie Ernő.
Paolo Virtuni è in libreria con «Sei facce di genialità. Il cubo di Rubik e la sua storia» . Baldini + Castoldi
Illustrazione di Danila Riccio








