Rompicapo. Così ho vinto la sfida del cubo …

 

Chiunque abbia avuto in mano il Cubo di Rubik ha avuto la tentazione di tirarlo contro un muro. E in tanti l’hanno fatto. Il rompicapo che ha 43 milioni di miliardi di configurazioni possibili, ma può essere risolto in 3 secondi (il record del mondo dall’aprile dell’anno scorso è del cinese Xuanyi Geng, 7 anni), scatena reazioni contrastanti.
Anch’io ho subito lo stesso effetto.
Sono un boomer e sono stato travolto agli inizi degli anni Ottanta dalla Rubikmania, l’uragano che tra il 1981 e il 1982 travolse il mondo guadagnando le copertine delle riviste più importanti (Time, per citarne una) e ha avuto per settimane sei libri sui dieci più venduti nella classifica del New York Times. Una follia collettiva che portò Ernő Rubik, da sconosciuto professore di design di una piccola scuola di Budapest nell’Ungheria dove vigeva l’economia pianificata comunista, a diventare una figura leggendaria con la sua creazione colorata che impegnava le mani di buona parte della popolazione mondiale. E che non riusciva a risolverla perché, dopo poche mosse, non si è più in grado di tornare al punto di partenza.

Anch’io giravo e rigiravo il Cubo, ma più mi sforzavo di trovare una soluzione, più questa si allontanava e il Cubo era sempre più mescolato. Bello, con tutti i suoi 26 cubetti colorati che componevano a ogni mossa una configurazione diversa (il Cubo ha 27 cubetti, ma quello centrale funge da perno e non affiora mai «in superficie»), ma non era quello che volevo. Dopo giorni, o forse erano settimane, di sforzi inutili e, anzi, controproducenti, la prima autofolgorazione: «Paolo, non hai ancora capito che i cubetti non sono disposti a caso, ma ognuno deve occupare una posizione ben definita se vuoi tornare a comporre le sei facce ognuna con il suo colore»?

Nota per i non-cubisti, Rubik ha pensato a sei colori: bianco (la faccia superiore del Cubo), giallo (quella opposta inferiore), e poi rosso opposto all’arancione e verde opposto al blu per le quattro facce laterali. Mi misi allora a dare un nome e una posizione a ciascun cubetto: «Il cubetto BRV (con le facce bianca, rossa e verde) deve andare nello spigolo in alto a sinistra». E così per tutti gli altri. Ero sicuro che avrei presto trovato la strada per risolvere il Cubo. Studiavo e analizzavo attentamente le mosse: «Dunque: devo prima fare una rotazione superiore, poi giro il lato a sinistra e infine giro lo strato inferiore, così il cubetto va al posto giusto».

Grande soddisfazione quando finalmente riuscii a sistemare il primo dei tre strati del Cubo. E una ancora maggiore quando completai anche lo strato centrale. La mia autostima arrivò a livelli altissimi quando sistemai anche i quattro cubetti centrali dello strato inferiore.

C’ero quasi: mancavano solo i quattro cubetti di spigolo dello strato inferiore ed era fatta: «Ernő, adesso lo completo». Come era arrivata nella stratosfera, la mia autostima cadde pesantemente al rientro dell’atmosfera e si schiantò rapidamente al suolo.

Gli ultimi quattro cubetti era impossibile sistemarli.
Più mi sforzavo, più il Cubo si mescolava.

Venni assalito dalla tentazione di lanciare il Cubo contro il muro. Lo sistemai sul ripiano sopra la scrivania dove, in un luglio bollente e afoso, preparavo l’esame di Chimica all’Università. Ogni tanto alzavo lo sguardo, il Cubo mi guardava e mi diceva: «Non mi risolverai mai». Abbassavo lo sguardo rassegnato, ma non sconfitto, e tornavo a occuparmi di rapporti stechiometrici e della struttura del benzene. A volte la soluzione arriva quando meno te l’aspetti.

Sull’aereo che mi portava in Thailandia per le vacanze (avevo passato benino l’esame di Chimica), un ingegnere taiwanese vede che armeggio con il Cubo e mi chiede: «Ho trovato una soluzione per risolverlo. Non è la più veloce, ma se vuoi te la insegno. Dopo aver completato i primi due strati, devi fare tredici mosse con la mano destra e altre tredici speculari con la sinistra». Miracolo! Risolvo il Cubo e mi sembra di librarmi nell’aria fuori dall’aereo. Ripongo il Cubo nella retina del sedile di fronte al mio, posso addormentarmi in pace con il mondo mentre ascolto in cuffia Don’t Stop Believin’ dei Journey. Hanno ragione: non smettere mai di crederci.

Ora capisco le parole di Rubik: «Se lo risolvi non vinci, vinci se hai giocato».

Grazie Ernő.

Paolo Virtuni è in libreria con «Sei facce di genialità. Il cubo di Rubik e la sua storia»  . Baldini + Castoldi

                                                         Illustrazione di  Danila Riccio

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Non va sempre tutto bene.

 

Vi sarà capitato. Eravate in preda alla disperazione per aver perso il lavoro, o non sapevate da che parte girarvi per un lutto o una malattia, ed ecco che qualcuno – come l’attore di una soap – vi ha garantito: «Andrà tutto bene». O vi ha assicurato: «Nessuna prova è mai più grande di quanto tu possa sopportare». E via di seguito, con frasi grondanti ottimismo, da: «l’importante è pensare positivo», a «potrebbe andare peggio», fino a «non piangere». In un crescendo di consigli che non lasciano spazio ai sentimenti e all’autenticità, e che sminuiscono la sofferenza che è lì, tangibile.

Questo modello, cioè essere positivi a tutti i costi utilizzando la chiave della felicità coatta per nascondere come polvere sotto il tappeto ogni negatività, in pratica convincendoci che l’emozione del momento è sbagliata, è cattiva, ci fa stare male e quindi non dovrebbe esistere, viene chiamato positività tossica. Perché nega la realtà del nostro sentire, portandoci a sopprimere quello che proviamo, nella convinzione che ignorare la negatività sconfiggendola con iniezioni di positività ci farà vivere meglio, circondati da quelle good vibes, quelle buone vibrazioni che i guru del pensiero positivo ammanniscono quando invitano ad avere una visione ottimistica della vita, concentrandosi sulle soluzioni, non sui problemi.

La differenza sostanziale tra pensiero positivo e positività tossica è questa: il primo non incita alla positività forzata ma vede opportunità dappertutto, mentre la seconda nella positività trova la soluzione a qualsiasi evento sciagurato.

In ogni caso pensare positivo risulta attraente per via di alcune dinamiche: o ci dà la sensazione di avere il controllo sulla nostra vita, o ci permette di assolverci dalle responsabilità nei confronti delle vite altrui.

La maggior parte della letteratura sul pensiero positivo somministra una formula semplicissima: se cambiamo modo di pensare, cambierà anche la nostra vita. Nell’equazione non sono presenti altri fattori, e questo significa che grazie all’atteggiamento giusto e a ingenti dosi di positività avremo il controllo, tutto diventerà come desideriamo, ognuno sarà responsabile di se stesso e sapremo sempre chi o cosa incolpare quando la situazione prenderà una brutta piega.

In fondo è un po’ come affidarsi a un’entità superiore che sbriga per noi le pratiche fastidiose. Ah, come sto male! Vabbè, ma se non ci penso, o se penso che andrà tutto bene, la positività avrà la meglio sulla negatività… Bel pensiero magico appreso quando, da bambini, ci hanno insegnato che la rabbia, la tristezza, il disgusto e molto altro ancora non sono emozioni che è il caso di provare: nel senso che quando eravamo arrabbiati, da piccoli, ci dicevano che non c’era ragione di esserlo (cosa ne sapevano genitori, insegnanti, parenti?), e che i bravi bambini e le brave bambine sono allegri e sorridenti.
Positivi.
Sempre.

E se fin da piccoli veniamo addestrati a selezionare le emozioni in base a un indice di gradimento che sprona a sopprimere le emozioni «sbagliate», e ci fa preferire quelle giuste e positive, da adulti è facilissimo cadere nella trappola della positività tossica, che porta a negare la realtà.

Perché sostenere che tutto va «alla grande» anche se è vero il contrario, può diventare uno scudo. Un modo per non entrare in relazione con noi stessi e nemmeno con il prossimo. Reprimere o ignorare ciò che sentiamo, cercando di rendere più gestibili i sentimenti che ci schiacciano, rischia di danneggiarci nella mente e nel corpo: magari per evitare un po’ di pensieri, a strategia si aggiunge strategia: mangiare e bere in maniera smodata, distrarsi con la televisione o lo sport, socializzare compulsivamente o aiutare gli altri in modo eccessivo diventano vie di fuga, tattiche di distrazione utili per anestetizzare.

Che è poi l’invito ricevuto quando un interlocutore di quelli super positivi e super tossici ci ha fatto credere che non ci stessimo impegnando abbastanza per essere felici, o che le nostre emozioni non fossero così importanti: la notizia è che il pianeta della felicità no limits non esiste, e chi sostiene che possiamo essere sempre gioiosi e sereni, e che questo dipende solo dal nostro impegno, non solo ci sta manipolando ma cerca anche di zittirci e farci sentire incapaci perché (dopo aver perso il lavoro o una persona amata) non riusciamo ad essere contenti.

Oh, e ci mancherebbe altro, viene da dire. Prima di cercare di convincere qualcuno, o noi stessi, a guardare solo il lato positivo delle cose, è bene sapere che non tutte le situazioni hanno lati positivi. In definitiva? Riconoscere ed esprimere le emozioni, dando spazio anche a quelle che vorremmo lasciar fuori dalla porta: frustrazione, dolore, rabbia, tristezza, angoscia ci ricordano che non è possibile essere sempre allegri e soddisfatti, e che le frasi fatte come «andrà tutto bene» sono come un cerotto applicato su una frattura.

Tra l’altro chi le pronuncia come fa a conoscere il finale?

Anna Tagliacarne

Illustrazione di Roberto Cigna

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L’autobiografia dell’Italia in corso d’opera.

 

 

C’è un signore di 94 anni che da quasi settant’anni studia l’Italia e la descrive live, dal vivo, mentre l’animale collettivo cammina, lavora, si siede o si nasconde. Fondò un laboratorio in cui ha scritto ogni anno l’autobiografia dell’Italia in progress e anche in regress, per così dire. Si chiama Giuseppe De Rita, il suo laboratorio è il Censis, all’Accademia di San Luca a Roma, in una serata in suo onore, ne abbiamo ripercorso la storia, lasciando poi a lui le conclusioni. Per l’occasione il Censis ha pubblicato “I sette sigilli del canone deritiano”, a cura del direttore Massimiliano Valerii con uno scritto di De Rita.
Il segreto della sua impresa è aver descritto l’Italia non ponendosi dall’alto ma situandosi nel mezzo e all’interno dei suoi corsi e decorsi, evitando pregiudizi ideologici e moralistici per descrivere la realtà nel suo cambiamento, visto da dentro e durante. E così mentre altri vedevano altri film, lui, il sociologo, ha descritto l’emergere in Italia del localismo, del provincialismo, del policentrismo, della piccola impresa, del terziario, del sommerso; la sostituzione della borghesia col ceto medio, la società molecolare se non coriandolizzata. E mentre dominava l’immagine di una società guidata dall’alto, ormai decisionista, senza mediazioni e senza continuità col passato, lui scorgeva nei fondali dell’Italia la controtendenza al continuismo e all’intermediazione, che sono poi i nomi concreti, pratici e funzionali della tradizione e dei legami sociali e comunitari, tra reti e filiere. E anche nelle sue mutazioni, l’Italia in fondo prosegue nel suo “trasformismo adattivo” che fa parte della sua storia e della sua indole. Questa è l’Italia reale, tra globale e particulare.
I rapporti del Censis sono stati la prosecuzione in controcanto della Storia del potere in Italia che scrisse Giuseppe Maranini nel 1967: De Rita non si occupa del potere, della partitocrazia e dei vertici ma sposta l’obbiettivo sui moti ondosi – sussultori, ondulatori, grandi e basse maree – della società italiana e dei suoi fondali.
In questi settant’anni è successo di tutto: dalla civiltà contadina passammo alla civiltà industriale e operaia, e poi postindustriale e terziaria, dal boom economico e demografico allo sboom e al declino del made in Italy, ancora in corso, dalle migrazioni interne a quelle extracomunitarie; e in mezzo il ’68, gli anni di piombo, il vitalismo degli anni ottanta, poi la mezza rivoluzione del ’93, la seconda repubblica e negli ultimi quindici anni la girandola di guide al governo: centro-destra, centro-sinistra, destra-centro e sinistra-centro, dal berlusconismo al grillismo passando per il renzismo, poi tecnocratici e populisti, ammucchiate e strane alleanze gialloverdi, cripto-presidenzialismi del Quirinale e infine il melonismo. Ma la società appare come impermeabile ormai alla politica, da svariati decenni, si disegna da sé. Anche il sovranismo può esistere solo come messinscena, poi ci consoliamo col medagliere olimpionico e sanremo.
Certo, è mancata “una certa idea dell’Italia” a guidare il Paese e il suo sviluppo; è mancata una classe dirigente, e col tempo anche la classe dominante si è fatta sempre più classe sovrastante, nel senso che vive sopra i normali cittadini senza dominarne i processi e pilotarne le tendenze. E la cessione di importanti quote di sovranità a entità sovranazionali (non solo l’Unione europea).
La borghesia, in Italia, è sempre stata cagionevole ma poi, ha ragione De Rita, è sparita nel ventre della balena chiamata ceto medio, che è un ceto così grosso che può definirsi, appunto, un cetaceo. Dove confluisce una borghesia declassata, quasi proletarizzata, e un proletariato che ha fatto l’upgrade e si è semi-imborghesito. Una borghesia che aspira a diventare aristocrazia ma è aspirata dal risucchio livellatore del ceto medio. Il ceto medio è la sintesi di questo duplice processo e oggi ingloba l’ottanta per cento della società: ai bordi estremi i poveri e i migranti che un tempo sarebbero stati definiti sottoproletariato (lumpenproletariat, direbbe Marx), pari al restante quinto della società, più una frangia elitaria di ricchi, privilegiati e sovrastanti (circa l’uno per cento). È avvenuta quella mutazione antropologica di cui scriveva Pasolini nei primi anni settanta, ma De Rita non ne vede solo l’aspetto degenerato e malefico: per Pasolini coincideva con l’omologazione, la dipendenza dal consumismo, la prevalenza dello sviluppo sul progresso e tutto ciò che era nuovo era per lui peggio di prima: il capitalismo era una brutta bestia ma il neocapitalismo è peggio, la borghesia pure ma la nuova borghesia di più, e così il fascismo rispetto al nuovo fascismo, che nulla ha a che vedere col fascismo storico ma è decisamente peggio. De Rita invece descrive e non impreca, vede tratti positivi, riconosce “un dannato bisogno di futuro”, non abbandona la fiducia e quando vacilla, invoca – da cristiano – la speranza. Ma intanto si attiene ai fatti, alla realtà effettuale.
L’Italia oscilla tra stagnazione e accelerazione: spaesata, disorientata, in preda a un soggettivismo assoluto ma social-dipendente, tra egocentrismo e narcisismo di massa ma eterodiretto da influencer e trend prefabbricati.
Di tutto questo processo, De Rita è stato non solo l’analista e il diagnostico, ma anche il cantore e il narratore. Si, perché nella descrizione dell’autobiografia collettiva De Rita ha usato un linguaggio fiorito, espressivo e creativo, coniando definizioni che sono rimaste nel tempo. Perciò io lo definì in Senza eredi “Il D’Annunzio della statistica”. Alle ultime elezioni presidenziali osai fare il suo nome per il Quirinale in quanto è suoer partes e conosce meglio di tutti l’Italia in corso d’opera e gli italiani degli ultimi settant’anni. Riconoscevo però un suo limite anagrafico, l’età veneranda. Forse mi sbagliavo, in un paese di vecchi come il nostro, la sua candidatura sei anni fa era ancora prematura…

Marcello   Veneziani

Riscoprire il galateo.

Il galateo oggi è visto come un insieme di frivolezze, di regole rigide e arbitrarie sul comportamento responsabile e la buona educazione (bon ton), qualcosa di obsoleto nel XXI secolo. E infatti il livello dell’educazione ai giorni nostri, a mio parere, lascia molto a desiderare sia fra i banchi di scuola, sia nelle famiglie, nelle strade, nelle piazze e nelle relazioni sociali in genere. Il tutto con il dovuto distinguo, naturalmente, ma credo di poter affermare che mai è stato raggiunto un livello più basso di questi anni. Lo dicono psicologi, insegnanti ed esperti del settore e lo racconta la cronaca preoccupante di tutti i giorni. Ecco perché desidero spezzare una lancia a favore del galateo in quanto contenitore di regole utili e necessarie per le relazioni sociali e la gestione degli spazi altrui. La buona educazione non è mai obsoleta. Tutt’altro, è un pilastro fondamentale del vivere civile, è rispetto verso gli altri, verso l’ambiente, e soprattutto verso noi stessi che ne siamo parte attiva. Il galateo descrive solo comportamenti razionali e logici del vivere civile. Di seguito una carrellata di norme più o meno strane che io stesso, devo ammettere, ho riscoperto leggendo il libretto del galateo.

Sia a casa sia a scuola, abituatevi a stare dritti: le buone maniere ostacolano la scoliosi.

La postura corretta: schiena dritta, pancia in dentro, petto in fuori. testa alta.

Quando entrate in un posto qualsiasi (bar, ufficio, scuola, lavoro, …) salutate sempre anche se la vostra voce può cadere nel vuoto.

Dite “Buongiorno” e “Buonasera”, il “Salve” è poco elegante.

Non squadrate dall’alto in basso le persone, né dal basso verso l’alto, è maleducazione.

Se avete la tosse o, peggio, la bronchite, evitate di andare ai concerti di musica classica o all’opera o a teatro. Anche se perdete il biglietto o la serata in abbonamento.

Il cellulare va tenuto in modalità silenziosa in ospedale, in chiesa, durante riunioni, cene formali e informali, al cinema, a teatro, ai concerti.

Al ristorante chi invita entra per primo e tiene la porta agli ospiti. Tale regola vale anche quando l’uomo è con una signora: entra per primo per controllare se il locale è adatto e sicuro.

A tavola, dolci e gelati vanno serviti sempre dopo il formaggio e prima della frutta.

Al supermercato come sui mezzi pubblici lasciate sempre il passo (o il posto) a donne incinte, disabili e persone evidentemente avanti con gli anni.

Se piove e uscite in coppia, l’ombrello deve tenerlo l’uomo alla donna, il giovane al grande.

Inutile dire di raccogliere ciò che depositano i vostri animali domestici, attrezzatevi sempre.

Il pettegolezzo è un’arma a doppio taglio. presto sarà il vostro turno.

La gentilezza è l’antitesi della volgarità.

In tema di regali, le buone maniere consigliano l’apertura del pacchetto e il ringraziamento immediato di fronte a chi ve lo ha portato, anche se il dono non dovesse essere nei vostri criteri di gradimento perché, in ogni caso, hanno pensato a voi.

Non fate delle persone che incontrate le vittime del vostro malumore se avete la luna storta.

Non è educato vantarsi, lasciate giudicare agli altri.

Gli eccessi e la ricerca del divertimento a ogni costo non sono sintomo né di equilibrio né di stile.

In aereo e in treno -non parlate a voce alta, siete in un ambiente piccolo e tutti ascoltano. E non dialogate a lungo se non avete l’interlocutore accanto.

Su Facebook c’è un limite a esporre i propri fatti personali, decenza coincide con buona educazione.
Bussate sempre di fronte a una porta chiusa o semichiusa, anche se siete in confidenza. Attendete la risposta prima di entrare.

In auto non invadete di parole il guidatore, anche se siete in confidenza con lui, dopo un po’ la concentrazione sfuma e diventa pericoloso.

Sui mezzi pubblici se vi squilla il cellulare, rispondete a bassa voce e velocemente: gli altri passeggeri non devono essere ostaggio delle vostre conversazioni. Le suonerie devono essere percettibili da voi ma mai al massino del volume. La musica va ascoltata nelle cuffie a volume moderato in modo che non si senta il martellamento dei bassi.

Le rose rosse sono un’esplicita dichiarazione, inequivocabile intorno a san Valentino.

Un baciamano fatto bene, senza far sentire le labbra sul dorso della mano, conquista sempre.
Pranzetti Lombardini Laura, Galateo delle relazioni quotidiana 

 

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Arrestano il principe Andrea e gli sciacalli si avventano

Hanno arrestato il terzo figlio della regina Elisabetta in base a una sorta di abuso d’ufficio, ipotesi di reato molto opinabile e non proprio terribile che ovviamente non interessa a nessuno. Tutti i guai penali (e non) che hanno coinvolto un membro della famiglia reale britannica.
Sessuofobi e monarcofobi, gli sciacalli che si sono avventati sul principe Andrea (continuo a chiamarlo principe perché principi si nasce e lui ci è nato eccome). Hanno arrestato il terzo figlio della regina Elisabetta in base a un’accusa che non ho capito bene, una sorta di abuso d’ufficio, ipotesi di reato molto opinabile e non proprio terribile che ovviamente non interessa a nessuno. La sciacallesca frenesia è invece eccitata dal principe erotomane: gli sarebbe bastato essere casto o plebeo e l’avrebbe fatta franca.
Poco graziosamente lo hanno arrestato nel giorno del suo compleanno, sebbene fosse da tempo senza incarichi, impossibilitato a reiterare eventuali illeciti. Lo hanno sbattuto dentro senza incriminazione formale, e pensare che in Italia soltanto ieri si gridava al fascismo per un decreto sul fermo preventivo di pregiudicati pronti a spaccar teste. Mentre il governo Starmer, essendo di sinistra, ha licenza di tiranneggiare: oggi in Inghilterra si finisce in manette anche solo per un post contro Hamas. Dio salvi il Re e salvi pure il principe, inseguito dal branco famelico dei guardoni repubblicani.

Camillo Langone__da__IL FOGLIO

 

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Il mondo di Rosa, che non ricorda niente.

Ha visto due guerre mondiali, fatto tre figli, lavorato come cucitrice. Ma tutte queste cose Rosa, malata di Alzheimer, non le ricorda. Eppure un lampo le attraversa lo sguardo, quando a trovarla arriva il nipote. 

Il mondo di Rosa, che non ricorda niente

Illustrazione di Michela Fabbri

 

 

Che vive a fare Rosa?

Rosa non sente, Rosa non ricorda, Rosa non connette.

Alzheimer, la chiamano così, questa malattia che divora i nostri anziani.

Rosa è mia nonna.
Rosa non lo sa, non sa di avere l’Alzheimer. Rosa non sa più niente.
Neppure di se stessa. Neppure dei suoi familiari.
Riconosce solo qualcuno.
Forse non riconosce neppure me.

Non ho mai voglia di andare a trovarla.
Gli altri nipoti non ci vanno mai.
Che ci vado a fare?

M’invento scuse per rimandare la visita.
Oggi no, devo scrivere un articolo.
Oggi no, devo fare la spesa.
Giornate frenetiche.
Oggi no, ho quell’intervista da sbobinare.
E rimando, rimando, rimando.
Sento le voci della coscienza, m’intimano di fare uno sforzo.
Ma che ci vado a fare?
Fa male vederla così, le mani conserte, le dita raggrinzite, la pelle ispida, i capelli bianchi, gli occhi languidi, lo sguardo inanimato, perso nell’infinito statico delle sue stanze.

95 anni, in attesa della fine.
L’angoscia mi pervade.

È inutile parlarle, non ci sente. Per farsi sentire, bisogna urlare.
E infatti, ogni giorno, le grida si propagano fino al quarto piano.
Anna le urla nell’orecchio sinistro, quello dove qualcosa riesce ancora a captare.

Anna viene dall’Ucraina.
Rosa non sa dove sia l’Ucraina.
Rosa non è mai salita su un aereo.
Adesso le loro vite sono indissolubili.
Rosa e Anna, la vecchia e la badante.
Legate da un filo fragile. Vivono l’una accanto all’altra, catapultate dal destino sotto lo stesso tetto.
Anna conosce Rosa meglio di me.
Anna e Rosa.
Disperazioni che s’incontrano.
Due anime sotto il cielo, dentro l’eco di un silenzio sempre uguale.
La noia delle ore, la televisione che vomita immagini.
E Rosa guarda, può soltanto guardare.
La sua mente è un bosco di notte, groviglio di neuroni in preda al vento.
Memorie soffocate.
Ha visto due guerre mondiali, ma non se le ricorda.
Ha fatto tre figli, ma non se li ricorda.
Ha lavorato come cucitrice, ma non se lo ricorda.

Fissa il vuoto, poi la tv, poi ancora il vuoto.
Tedio quotidiano, il tempo immobile.
Sente le mani secche, si soffia nelle mani.
Mi chiede che ore sono, mi chiede se fuori piove.
Non piove. C’è il riverbero del sole. Getta nella stanza uno squarcio di luce.

Mi chiede se sono sposato. Dico sì, non ti ricordi il matrimonio? Dice no.
Passano cinque minuti, si gira e mi chiede la stessa cosa.
Ma davvero non ti ricordi il matrimonio? Dice no.

Il cimitero dei ricordi.
Il passato un libro vuoto.

Io ho da fare, che vengo a fare a trovare Rosa?
Lei mangia, dorme, mangia ancora, dorme ancora.
I familiari si alternano, il figlio, la figlia.
Vengono da Rosa ma non sanno che fare.
Non sanno cosa dire.

Vengono qui a fare presenza, come me.
Contano i giri delle lancette.
Dieci minuti lunghi un secolo.
Soltanto mia madre parla con Rosa.
Soltanto lei.
S’impegna, l’accarezza, la lava, le sorride.
È triste assistere Rosa, è pesante come il macigno della vecchiaia.
Perché Rosa non ci sente, Rosa non ricorda, Rosa non connette.
Vite di scarto.
Le labbra mute.

Però sorride, ogni volta che mi vede.
Quando entro in casa sua, sorride.
Come una scintilla.
Come un ricordo senza tempo, un passato che riaffiora.
I pomeriggi al parco quando avevo 10 anni.
La strada per accompagnarmi ai campi da tennis.
I tortelli che preparavi.
Ti ricordi, nonna?
I dolci che cucinavi.
Le serate sul divano.
Il gatto che rincorrevi.
Ti ricordi, nonna?

Dice sì.
Un lampo di speranza, sorrisi evanescenti.
Allora forse sì, ha senso venire a trovare Rosa.
Perché a noi, nipoti indaffarati, passare dieci minuti con Rosa non cambia nulla nell’arco della giornata.
A Rosa, dieci minuti coi suoi nipoti, cambia il senso della giornata.
Cambia il senso di un’esistenza troppo vuota per essere lasciati soli.

Fermiamo il tempo, accantoniamo noi stessi.
Bastano venti minuti.
Diamo loro dignità.
Regaliamo loro l’illusione di un ricordo.
Andiamo a trovare i nostri nonni, orfani dei loro nipoti menefreghisti.

di Jacopo Storni

Zygmunt Bauman spiega come sconfiggere il “male invisibile “dell’ansia Scopri come si possono combattere ansia e depressione, i mali del nostro tempo, grazie ai preziosi studi di Zygmunt Bauman sulla “Paura liquida”.

Zygmunt Bauman spiega come sconfiggere il “male invisibile “dell’ansia.
Egli  ci ha lasciato una mappa per capire perché l’umanità moderna vive in uno stato di minaccia perenne. Quello che molti oggi diagnosticano come ansia, e che può sfociare nella depressione, per il sociologo è spesso il sintomo di un “male oscuro” che ha cambiato volto: la Paura Liquida.  Molti esperti individuano le cause nei ritmi frenetici della nostra era, Bauman scava più a fondo. Il malessere dilagante nasce dall’incapacità di potersi difendere da un nemico che non vediamo, un nemico invisibile che ci rende fragili perché non sappiamo mai da dove arriverà il prossimo colpo.

Nel secondo capitolo, dal titolo “La paura del male”, del libro Paura liquida Zygmunt Bauman descrive questa condizione con un’immagine che toglie il fiato:  “la confusione, già grande, e avvolge il futuro in una nebbia ancora più fitta. E la nebbia – imperscrutabile, opaca, impermeabile – è uno dei nascondigli preferiti del male (lo sa anche un bambino). Il male trasuda dalla nebbia creata dalle esalazioni della paura.”

Per Zygmunt Bauman le relazioni sono la causa del male
La nebbia di cui parla il sociologo la creiamo noi ogni volta che sostituiamo un legame solido con una connessione digitale. Le nostre “reti” social sono vaste, ma sono fatte di fili sottilissimi che possono spezzarsi in ogni momento. Bauman sempre nel libro Paura liquida ci avverte che questa sostituzione ha un prezzo altissimo : “i rapporti umani cessano di essere àmbiti di certezza, tranquillità e benessere spirituale, per diventare una fonte prolifica di ansie.” Anziché offrire l’agognata pace essi promettono ansia e una vita costantemente vissuta sul chi va là. Le spie rosse non cesseranno mai di accendersi, né i campanelli d’allarme di suonare.

In questo spazio liquido, l’altro smette di essere un porto sicuro e diventa una fonte di incertezza. Non cerchiamo più la profondità, ma la massa, sperando inutilmente che il numero di “contatti” possa proteggerci dal vuoto. Eppure, proprio in questa ricerca compulsiva, smarriamo la bussola:  nei nostri tempi liquido-moderni, più che in ogni altra epoca, abbiamo bisogno e desiderio di legami solidi e affidabili non fa che accentuare le nostre ansie. Incapaci di tacitare i nostri sospetti, intenti a fiutare i tradimenti e timorosi di delusioni, cerchiamo – compulsivamente e appassionatamente – «reti» più vaste di amici e di amicizie: anzi, una rete vasta quanto quella che possiamo comprimere nella rubrica del telefono cellulare che a ogni nuova generazione di apparecchi, premurosamente, offre una capienza sempre maggiore. E mentre in tal modo cerchiamo di premunirci contro il tradimento e di ridurre i rischi, incorriamo in rischi sempre maggiori e prepariamo il terreno a nuovi tradimenti. Poiché nessun cestino è totalmente al sicuro, cerchiamo di mettervi tutte le uova che possiamo trovare.

Il sociologo ungherese sottolinea che ormai si sceglie di puntare sulla quantità delle relazioni, anziché sulla qualità. Preferiamo riporre e le nostre speranze nelle «reti» anziché nelle relazioni, nella speranza che in una rete ci siano sempre numeri di telefono disponibili con cui scambiare messaggi di fedeltà. È una sorta di difesa inconscia in cui si cerca il successo di un legame valido, distribuendo il più possibile il rischio aumentando le reti da coinvolgere. Ma si finisce inesorabilmente per indebolire la solidità delle relazioni in questo modo, mettendo a rischio la cosa più importante che genera la stabilità, ovvero la fiducia. Se questa svanisce, l’ansia prende il sopravvento.

Non ci fidiamo più del vicino, del collega, dell’estraneo, perché temiamo che il male possa nascondersi ovunque, protetto dall’anonimato della massa. È la fine della sicurezza sociale come l’abbiamo sempre conosciuta:  La fiducia si trova in difficoltà nel momento in cui ci rendiamo conto che il male si può nascondere ovunque; che esso non è distinguibile in mezzo alla folla, non ha segni particolari né usa carta d’identità.

Come sconfiggere la paura e stare meglio
Sconfiggere l’ansia che trasuda dalla “nebbia” non è un compito tecnico, ma una scelta morale. Bauman ci avverte che il male invisibile e l’insicurezza che ne deriva non si fermano con nuovi algoritmi, ma solo recuperando ciò che stiamo lasciando annegare: la nostra umanità.

1. Riconoscere l’inganno della fuga
Il primo passo per guarire dall’ansia è smettere di scappare. Spesso cerchiamo di evitare il disagio chiudendoci nei nostri bunker digitali, ma Bauman in Paura liquida chiarisce che questa è una strada senza uscita: Agli abitanti del mondo liquido-moderno avvezzi a praticare l’arte della vita liquido-moderna allontanarsi dal disagio appare di solito una scelta migliore che affrontarlo. Al primo segno del male, essi cercano una via di uscita che abbia una porta abbastanza solida da chiudersi dietro.

2. Riaccendere la responsabilità individuale
Il male invisibile cresce nel silenzio della coscienza. Per Bauman, la “cura” risiede nel non permettere che la logica dell’efficienza e della rete cancelli la nostra capacità di provare compassione: Contro il montare e l’allargarsi di quella corrente invisibile non sembra esserci difesa, finché si consente che gli scrupoli morali, i rimorsi di coscienza, gli impulsi alla compassione umana e l’avversione per il dolore inflitto vengano erosi, sommersi e spazzati via

3. Sfidare il sospetto universale
Se l’ansia nasce dal fatto che il male non ha più “segni particolari né usa carta d’identità”, l’unico modo per diradare la nebbia è tornare a scommettere sulla fiducia, uscendo dall’anonimato della massa.  Non esiste una rete abbastanza vasta da proteggerci se rinunciamo alla nostra capacità di pensare e di sentire.Diradare la nebbia è possibile, ma richiede di tornare a guardare l’altro non come una minaccia mimetizzata, ma come una persona verso cui siamo responsabili. Solo così la fiducia può tornare a essere il fondamento della nostra sicurezza, e non un rischio da evitare.  La lezione più amara, ma anche più stimolante, che Zygmunt Bauman ci ha lasciato è che l’ansia non si cura mai da soli. Se la “nebbia” è un prodotto sociale, il risultato della nostra scelta collettiva di privilegiare la velocità sulla stabilità e la connessione sulla relazione, allora la sua dissipazione richiede un atto di ribellione consapevole.

La fine dell’illusione del “Bunker”
Speriamo sempre che alzando un muro, fisico o digitale, il male resti fuori. Ma la verità è che più ci isoliamo, più rendiamo la nebbia densa. In un mondo dove “allontanarsi dal disagio appare la scelta migliore”, finiamo per vivere in una solitudine iper-connessa che ci rende ancora più vulnerabili. Bauman ci sfida a capire che la nostra sicurezza non dipende da quanto riusciamo a proteggerci dagli altri, ma da quanto riusciamo a proteggerci insieme agli altri.Non esiste una rete abbastanza vasta da proteggerci se rinunciamo alla nostra capacità di pensare e di sentire.

La cura è un atto di “Solidità”
Sconfiggere il male invisibile dell’ansia significa, in ultima analisi, smettere di essere ombre. Significa rifiutare la “banalità” di una vita vissuta come semplici ingranaggi di una rete e riappropriarsi di quella bussola morale che ci rende umani: la compassione.  Diradare la nebbia è possibile, ma richiede di accettare il rischio della fiducia. Significa smettere di fiutare tradimenti in ogni angolo della rubrica telefonica e ricominciare a coltivare quel giardino di relazioni autentiche dove l’altro non è una minaccia mimetizzata, ma un porto sicuro.  Solo quando la fiducia smetterà di essere considerata un “rischio da evitare” e tornerà a essere il fondamento della nostra sicurezza sociale, l’ansia smetterà di essere la nostra unica compagna di viaggio. La nebbia si dirada solo quando accendiamo la luce della responsabilità reciproca, perché nel mondo liquido teorizzato da Zygmunt Bauman, nessuno può salvarsi restando a galla da solo.

Saro Trovato__da___Libreriamo.it

Eco, l’eredità del priore.

 

 

 

Cosa è rimasto di Umberto Eco a dieci anni dalla sua scomparsa, il 19 febbraio del 2016? Eco fu il principale intellettuale italiano radical-progressista di fine Novecento; per molti versi fu il prototipo della cultura postmarxista e postcomunista nel passaggio dal proletariato e dalla classe operaia alla nuova borghesia, inclusa una vasta rete di docenti, animatori e funzionari culturali nei media e nello spettacolo.
Brillante intelligenza, vasta erudizione, celebre sociologo e semiologo, acuto studioso delle comunicazioni di massa e romanziere di successo, Eco riuscì a coniugare con talento media, alta e bassa cultura. Il pop e il top. Il suo fu un modello di meta-giornalismo al tempo del passaggio dai giornali di partito ai giornali-partito: da l’Unità a la Repubblica, per intenderci. Per molti versi Eco fu l’erede neoborghese e neoilluminista del gramscismo e dell’Intellettuale Collettivo che esercita l’egemonia culturale. Fu il priore della cultura italiana, nella perdurante dominazione dell’ideologia piemontese. Il convento dove esercitò assiduamente il suo priorato fu La Repubblica-L’Espresso, con la Bompiani che pubblicava le sue opere (passate poi con Elisabetta Sgarbi a La nave di Teseo). Resta centrale il suo ruolo di traghettatore dal comunismo alla nuova sinistra liberal, radical, venata di catto-progressismo.
Il documento storico di quel passaggio è in un saggio in due puntate che Eco dedicò nell’ottobre del 1963 alla sinistra su Rinascita, il settimanale del Pci diretto da Palmiro Togliatti (il 1963 fu anno cruciale con il gruppo ’63, la neoavanguardia letteraria italiana con Eco, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Alfredo Giuliani, Angelo Guglielmi). E’ lì in quel testo, in nuce, la svolta della sinistra che verrà, quando cadrà la subalternità all’Urss e la sinistra passerà dalla militanza parrocchiale di sezione alla più “luterana” osservanza mediatica, dal Pci al mondo radical de l’Espresso. Eco contribuì a modernizzare la sinistra, inglobare le sinistre sfuse e i cattolici progressisti, aprirsi alle culture pop, ibridando ideologie e costumi, guardando più all’America che alla Russia e sposando quelle campagne su antifascismo, antirazzismo e antisessismo.
Eco non esita a definire gramsciana la sua lettura del contemporaneo nel Superuomo di massa. E gramsciana resta la sua idea del ruolo di guida degli intellettuali in questo processo civile e intellettuale e nella critica sociale. Non intellettuali organici a un partito ma un partito d’opinione emanazione di quel clero di intellettuali; il rapporto si rovescia. “E’ fuori di dubbio – scriveva Eco in quel saggio – che la diffusione dei mezzi di massa vada analizzata e giudicata dal punto di vista ideologico”. Non solo giudicata ma anche guidata, come poi accadrà adottando il canone woke e il politically correct… Eco esortava a passare dal marxismo alla semiotica per leggere il mondo d’oggi come una nuova mitologia (citava i Miti d’oggi di Roland Barthes, uscito poco prima del suo saggio).
Ma tanto fu centrale la sua figura nei tre decenni a cavallo tra gli anni ottanta e gli anni dieci, quanto rapido è stato il suo oblio nei nostri anni. I suoi saggi sociologici, pur ricchi di intuizioni, sono legati a un’epoca che non è più la nostra; la sua indagine sulla videocrazia e sul ruolo della tv aveva ancora un senso fino al berlusconismo ma è ormai superata nell’epoca dello smartphone e dei nuovi social.
Eco non ha lasciato opere memorabili sul piano teorico, filosofico e semiologico, a cui tornare e riferirsi. Difficile indicare il suo capolavoro a distanza di anni. Sul piano narrativo il Nome della rosa resta uno straordinario successo internazionale, un ben riuscito best seller, non più ripetuto nelle sue opere successive; ma non si può dire che sia entrato nei classici della letteratura e tra le opere più durature; un libro ingegnoso, congegnato con maestria editoriale, in modo efficace e incalzante ma non paragonabile alle grandi opere letterarie; anche quelle, per fare un esempio assai vicino alle idee e al mondo di Eco, di un Italo Calvino. Eco non parla al cuore e all’anima del lettore ma al cervello, non è coinvolgente né memorabile, non delinea un nuovo stile. C’è grande tecnica, non ispirazione artistica. Sicché nel definire Eco non viene spontaneo ricordarlo come scrittore, e nemmeno come studioso, filosofo, ma più genericamente come intellettuale; di prima grandezza, ma un intellettuale. O per restare nel suo medioevo, priore del convento degli intellettuali progressisti. Alla fine dell’ultimo Eco è rimasto un lascito ideologico: si pensi ai suoi scritti sull’Ur-fascismo, ovvero sull’elevazione del fascismo a fenomeno perenne, categoria permanente, demonizzato in saecula saeculorum, al di là della sua storia.
Eco fu l’ideologo nell’epoca in cui tramontano le ideologie. Il nemico ideologico di Eco è la tradizione, i valori religiosi, nazionali e famigliari, concepita tutt’uno con il fascismo, che sarebbe la sua proiezione reazionaria di massa e la sua traduzione politica autoritaria nell’epoca della modernizzazione e della mobilitazione nazionale. È anche grazie al suo pensiero che l’anticapitalismo fu sostituito a sinistra dall’antifascismo e il nemico non fu più la classe padronale ma la società tradizionale. Insomma l’eredità di Eco non è affidata alle sue opere ma al ruolo che esercitò a cavallo tra i media e la cultura. Quell’Eco ancora risuona…

Marcello Veneziani

Perché l’unica nostalgia scusabile è quella per Giulio Cesare.

 

Furono l’onore e il valore a permettere ai Romani di battere i Galli. Oltre ovviamente alle qualità del generale, gigante di strategia, di oratoria, di coraggio, capace di buttarsi in prima linea per dare l’esempio.

Che cos’erano i Romani, che cos’era Cesare. Leggo il “De bello Gallico”, in una nuova edizione (“Commentari di Cesare sulla guerra gallica”, La scuola di Pitagora editrice) che punta molto sulla traduzione del filosofo Sossio Giametta, e ne resto ammiratissimo. I Romani in Gallia erano inferiori numericamente e fisicamente: “Per tutti i Galli, dotati come sono di grande corporatura, la piccolezza della nostra statura suole essere motivo di disprezzo”. Tecnologicamente erano superiori solo negli assedi mentre nelle battaglie campali si battevano all’incirca ad armi pari. E dunque furono l’onore e il valore a vincere quei barbari. L’onore, il valore e ovviamente Cesare, gigante di strategia, di oratoria, di coraggio, capace di buttarsi in prima linea per dare l’esempio: “Allontanò dalla vista innanzitutto il suo cavallo, poi anche quelli di tutti gli altri, perché il pericolo fosse uguale per tutti e nessuno avesse speranza di fuga; quindi arringò i suoi e diede inizio al combattimento”. Pensare che in Italia ci sono ancora nostalgici di Mussolini, quello che si travestì per tagliare la corda, o dei Savoia, quelli della fuga a Brindisi. L’unica nostalgia scusabile è la nostalgia per Giulio Cesare.

Camillo Langone__da___IL FOGLIO                                                                                                                 

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I mostri e i demoni dell’Occidente.

 

 

 

Davanti al caso Epstein, gli atteggiamenti prevalenti sono stati di due tipi: voltare la testa dall’altra parte oppure scavare morbosamente dentro quel buco nero dell’inferno in pieno paradiso del potere. Il primo atteggiamento non riguarda solo gli struzzi, i vigliacchi, se non addirittura gli indulgenti e i conniventi nei confronti della terribile vicenda; riguarda anche tanti che hanno schifo, ribrezzo, a entrare nelle viscere del male, come se il male contaminasse anche chi ci entra solo per descriverlo, per parlarne o anche per condannarlo. Confesso che io sono stato tra questi, in tutte queste settimane di vetrina degli orrori. Avvertivo e avverto repulsione, non mi crogiolo nelle dinamiche del male. Ma non pochi amici e lettori mi hanno chiesto di affrontare il tema e qualcuno mi ha ricordato che avendo scritto un libro come La Cappa, questa scabrosa vicenda sembra la conferma di una cupola mondiale e trasversale che domina il mondo. Spinto di queste sollecitazioni e motivazioni, mi sono così avventurato nella selva oscura del finanziere di origine ebraica, impresario di Sodoma e Gomorra nel nostro tempo. Sappiamo che in principio è stata scoperchiata la botola nella speranza di incastrare Donald Trump, ma poi si è rivelato un mondo losco di potentati e affiliati che passava per uomini di stato, leader progressisti e democratici, fino addirittura all’americano più antiamericano che ci sia, il filosofo Noam Chomskij. Naturalmente divergono i livelli e i gradi di coinvolgimento ma il quadro è tristemente ampio ed eterogeneo. E in merito al caso Trump, la vicenda insegna e conferma una cosa: si vuole presentare Trump come la Bestia, il Mostro, il King Kong che si è impossessato della Casa Bianca. E invece i peggiori vizi di Trump non sono quelli che lo distinguono dal potere americano ma quelli che più lo integrano nella scia di quella cupola nefasta. Trump brutalizza ed esplicita tendenze insite nel potere americano.

Ma la vicenda va interpretata in una chiave più profonda e non può nemmeno ridursi alla semplice osservazione che il marcio si estendeva alla “sinistra”, ai dem, e ai poteri conniventi. C’è qualcosa di più importante e strutturale da notare. Così salendo di piano mi sono imbattuto nell’analisi che ha fatto il filosofo russo Alexandr Dugin alcuni giorni fa. Dugin ha spiegato con piglio scientifico e avvalendosi anche di alcune tabelle e mappe, questa sorta di inferno a gironi che coinvolge a vari strati i media, la moda, il cinema, l’istruzione, i mercati, la scienza, i servizi segreti, la politica e i vertici del potere occidentale. L’isola di Epstein era una specie di apoteosi gloriosa di una carriera, il finale approdo all’isola dei famosi, o se volete all’isola dei beati e dannati. Dugin studia la morfologia del potere, e dice che per rappresentare questa cupola non somiglia a una piramide ma bisogna passare da una prospettiva lineare a una gravitazionale. In altri termini il potere funziona come una calamita o un corpo celeste che esercita attrazione verso un nucleo nascosto e centrale. Un nucleo che Dugin ritene non un’anomalia ma il fulcro fondamentale del potere in occidente. E quello, per dirla con Franco Battiato, il centro di gravità permanente dell’Occidente “collettivo”, come lo chiama Dugin. Quel centro coincide con l’élite che comanda in Occidente. Se l’isola caraibica di Little Saint James è l’epicentro, “la terra di Zorro” è il suo cuore invisibile, esoterico. Ogni ambito prima indicato, svolgeva la sua funzione all’interno di questo impero del male, dalla moda alla scienza, culminando nel potere politico ed economico. Il successo professionale in ogni singolo settore era finalizzato a raggiungere la meta finale, dove raggiungevano il fior fiore, l’élite dell’élite. È molto accurata la descrizione del sistema e la sua architettura, i suoi gradi, il suo ruolo di governo-ombra, e poi le sue pratiche terribili, vorrei dire sataniche, tra pedofilia, sacrifici umani, riti sanguinari. La conclusione a cui perviene Dugin è netta: dobbiamo parlare di Epstein incessantemente perché “smaschera le corrotte élite liberali globaliste occidentali e ne mina il potere. Epstein È l’Occidente. Non la vittima, ma la sua essenza stessa. TUTTA la classe dirigente occidentale è Epstein. Epstein è la vera essenza del capitalismo. Il socialismo era fastidioso, crudele e malvagio. Ne ho fatto esperienza e non mi è piaciuto per niente. Ma il capitalismo liberale occidentale moderno è la vera catastrofe. Molto peggio. È Epstein. L’unica via d’uscita dall’inferno in cui si trova l’Occidente moderno è il ritorno alla fede cristiana, alla Chiesa e alla sacra Tradizione. Tolleranza zero verso la modernità. Altrimenti, prima o poi, gli oligarchi satanisti criminali prevarranno”.

Come tutte le radicalizzazioni assolute e apocalittiche, e le semplificazioni globali, è una tesi affascinante. Ma non dobbiamo perdere lo spirito critico e dobbiamo esercitare l’intelligenza e l’amor del vero fino in fondo, senza mai prendere la tangente dei teoremi e degli esorcismi magici allontanandosi dalla realtà. Possiamo dire che la congettura di questa architettura dà per certo e scontato quel che non è certo né scontato. Ci sono molte verità dimezzate, nascoste, incomprensibili e ci sono gradi diversi di coinvolgimento e di conoscenza; aver avuto Jeffrey Epstein come sponsor per un evento culturale non vuol dire che partecipi alle orge pedofili e ai riti di sangue. In secondo luogo non si può pensare al potere globale come una sorta di cabina di regia universale nelle mani del Demonio e dei suoi complici. Esistono cupole, ma non possiamo dedurre che tutto rientri dentro una specie di Grande Complotto e che quel Demiurgo Funesto si identifichi poi con Epstein o chi per lui (resta il mistero se ci sia qualcuno al di sopra di lui, e restano pure ombre sul suo suicidio). Non si può generalizzare ed estendere a tutti i vertici dell’Occidente l’assetto diabolico descritto in questa vicenda, di cui conosciamo frammenti e indizi ma di cui non disponiamo del quadro completo. Ho un giudizio assai critico della Cappa dominante, ma non credo che tutti i leader dell’occidente, non solo politici, siano dentro questa cupola del male, rispondano a quegli input e pratichino quei riti malefici di iniziazione a contrario. In secondo luogo, non credo all’esistenza di un netto spartiacque tra il Bene e il Male, né verticale né orizzontale: ovvero non credo che in alto ci sia il malefico potere delle élite e in basso ci sia il popolo sano e incontaminato; la corruzione magari parte dall’alto ma permea la società. Lasciamo da parte questi ingenui manicheismi di tipo populistico. Ma la stessa cosa, dicevo, obbietterei anche a livello orizzontale, presentando un mondo diabolico e corrotto tutto a Occidente e invece incontaminato e puro a Oriente. Non è così. Non sono un antirusso e nemmeno unantiputiano, come credo si sia capito negli anni; ma non mi sorprenderei che pratiche malefiche come quelle descritte ai Caraibi possano essere praticate anche in Russia e in altre autocrazie dell’Oriente o del mondo arabo-islamico. Altri Epstein asiatici per la gioia di altri dittatori e nomenklature… Diffido delle generalizzazioni ma anche del loro contrario, e cioè che il male sia tutto localizzato e confinato a Occidente. E sapete quanto io sia critico verso l’occidentalismo nichilista e l’americanizzazione del mondo. Insomma non distogliamo mai gli occhi dalla realtà, la mente dall’intelligenza critica e la nostra coscienza dall’amor di verità.

Marcello Veneziani