Un angelo caduto a Palazzo Chigi.

 

È stato divertente il filone che è esploso sui social di ritratti famosi del passato ritoccati con il volto di Giorgia Meloni o, alle brutte, con quello di Elly Schlein. Dalla Gioconda alla Dama con l’orecchino di perla fino all’Urlo di Munch, con la faccia della Meloni o di altri leader politici, è stato un viaggio spassoso nella storia dell’arte lungo i secoli. Tutto è partito da quell’angelo meloniano dipinto in San Lorenzo in Lucina, anzi in Ducina, come è stata scherzosamente ribattezzata la nota chiesa romana. La Meloni in fondo non sfigurava nel remake angiolesco, pensate se avessero usato il volto di Donzelli o quello luciferino di Larussa (ma da quando è presidente del Senato il suo volto si è fatto serafico con gli anni, più da capro espiatorio che da belzebù con risata satanica). Sul piano artistico è sempre accaduto negli affreschi, nelle tele, perfino nelle pale d’altare di grandi artisti che vi fossero al loro interno ritratti di contemporanei dell’autore, potenti, amici o autoritratti degli stessi artisti. La vena ironica, se non goliardica, a volte si insinua nel viaggio dell’arte tra sacro e profano. Colpisce nella vicenda il ruolo polivalente dell’anziano artista, Bruno Valentinetti, che è sagrestano, restauratore e catechista; magari fa pure l’organista della chiesa e organizza gite parrocchiali (l’ho visto varie volte in passato assiduo frequentatore di incontri pubblici e conferenze). Le sue dichiarazioni che negavano l’evidenza e fingevano casualità mi sono parse un seguito spiritoso della beffa. Mi è parsa comunque fuori luogo l’indignazione montata come se fossero prove tecniche di regime e di santificazione della premier.

Per due giorni non s’è parlato d’altro nell’asilo infantile mediatico-politico.

I temi seri che restano della vicenda sono invece due: uno è l’intrusione dell’attualità nella storia, nell’arte e nel mondo passato; che talvolta diventa pretesa di costringere opere, autori e trame del passato a essere riviste e rilette con gli occhi del presente, e soprattutto con la suscettibilità e i codici ideologici di oggi, a partire dal canone woke e dintorni. Una forzatura, questa si, inaccettabile; una vera e propria violenza alla memoria storica, all’opera e al pensiero di quegli autori, alla verità dei fatti e alla realtà di quel tempo. Davanti allo stupro di Virgilio o di Shakespeare, costretti all’attualità, una Meloni infiltrata nei cieli mi pare solo buffa.

L’altro tema è che l’effetto comico che suscita il volto di un politico di oggi in un’opera d’arte o in un documento storico e culturale del passato, nasce proprio dalla stridente contrasto tra la dimensione contingente, piccina, labile della politica odierna e quel mondo così distante, solenne, grandioso in cui sono abusivamente inserite le facce intruse dei politici. Questa, si, appare una profanazione quando non è intesa come una caricatura e una goliardata. Finché la storia era viva e possente e si avvertiva ancora in atto era possibile immaginare figure di un tempo affacciarsi in un altro tempo; come allegorie, messaggi di continuità, perfino allusioni profetiche. Ora che avvertiamo di essere usciti dalla storia, di abitare nel dopostoria e nell’epoca postuma, pur gremita di eventi e conflitti, queste contaminazioni e correlazioni ci sembrano soltanto surreali, grottesche, accettabili solo in versione caricaturale o scherzosa. Il volto di Mussolini riportato in alcune opere artistiche di regime dedicate alla Roma dei Cesari era un preciso messaggio che si inseriva nel culto della romanità e nella pretesa di continuità dei fasci duceschi e imperiali con quelli antichi; così accadeva anche nel culto di Stalin o di Mao ma anche in quelli più recenti di leader democratici, per esempio di De Gaulle o di Kennedy. Era possibile immaginare anche un affresco garibaldino col volto di Bettino Craxi, ancora sensibile alla storia, senza pensare che fosse una presa in giro; ma da Berlusconi in poi, passando prima per alcune figure democristiane, un’intrusione del genere è intesa come satira o sberleffo.

Allo stesso modo a me pare del tutto fuori luogo che un leader politico possa dire oggi, come ha fatto Elly Schlein a Milano, “riprendiamoci Tolkien” (quando mai è stato loro?), nel senso di strapparlo al culto che da decenni ne fa la destra giovanile “identitaria”, dai campi Hobbit fino ad Atreju di Meloni. Nessuno può prendersi o riprendersi artisti, scrittori e pensatori, eccetto quegli autori che deliberatamente decidono di schierarsi con una parte e di appartenervi. Da tempo nel mercatino dell’usato c’è la gara tra chi si porta a casa la figurina di Pasolini, come se la cultura fosse un album della Panini: ma un conto è ribadire il diritto di chiunque a leggere chiunque, senza limiti ideologici e barriere architettoniche pregiudiziali. Un altro conto è appropriarsene, magari senza averli letti, come può capitare a Pasolini o a Tolkien, dando loro una targa di partito.

Ma il tema di fondo è il fossato incolmabile che si è creato non solo tra passato e presente, tra storia e vita quotidiana, ma anche tra cultura e politica, tra idee e slogan, tra arte e propaganda di partito. Se i partiti politici da decenni fanno a gara a presentarsi come nuovi, in discontinuità col passato, calati nell’oggi, non eredi di nessun ieri, che senso ha poi incartare e portarsi a casa un autore, un libro, un pensiero che provengono da quel tempo? Un conto è dire che a titolo personale, e magari nella vita privata, anche un leader politico può leggere e interessarsi a ciò che vuole; un altro è voler trasformare uno scrittore, un pittore, un’opera in un trofeo e un cimelio da esibire in corteo come bottino di guerra politica. Insomma, carriere separate tra arte e politica, autori e partiti. Poi se si gioca va bene, a Carnevale ogni scherzo vale.

Marcello Veneziani

Un angelo caduto a Palazzo Chigi.ultima modifica: 2026-02-04T10:58:42+01:00da g1b9

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