
Lui si che può essere considerato un vero fratello d’Italia: morì per non tradire l’amor patrio e la bandiera tricolore, era il fratello minore di PierPaolo Pasolini. La storia non è sconosciuta ma merita di essere ricostruita nei particolari in vista della giornata delle Foibe, in cui l’eccidio di Porzus rientra a buon diritto.
Guido Pasolini non aveva vent’anni ed era stato educato da suo padre militare all’amore per l’Italia. Perciò decise di andare sui monti tra i partigiani della Brigata Osoppo che volevano combattere i nazisti invasori e i loro alleati fascisti nel nome della Patria e della Libertà. Assunse il nome di battaglia di Ermes. A ricostruire la sua storia è ora un prezioso volumetto edito da Garzanti, Lettera al fratello, che raccoglie lettere, scritti, poesie di PierPaolo Pasolini a suo fratello Guido, ma anche qualche missiva di Guido a lui, alla loro madre e al loro padre. Il sottinteso tra i due fratelli è l’amore fraterno congiunto nell’amore filiale; la loro premura è non far soffrire la madre, nasconderle tutto ciò che può arrecarle apprensione e dolore. Ma prima di raccontare la storia sentimentale, ricostruiamo la storia civile. A differenza di PierPaolo che con la madre si rifugia in un posto sicuro, Guido decide di andare sui monti a combattere; si arruola nella Brigata Osoppo, compie azioni temerarie, ruba le armi ai tedeschi, partecipa ad agguati. Ma non devono vedersela solo col nemico tedesco; hanno sulle spalle un ingombrante alleato sloveno e i loro compagni comunisti italiani militanti nella Brigata Garibaldi. Il progetto degli sloveni e dei comunisti italiani è assorbire la Brigata Osoppo nei loro ranghi e combattere per annettere quel pezzo di Italia orientale alla Jugoslavia di Tito. E cominciano i primi scontri tra partigiani. Racconta Guido in una lettera al fratello: “un commissario garibaldino mi punta sulla fronte la pistola perché gli ho gridato in faccia che non ha idea di che cosa significhi essere ‘uomini liberi’ e che ragionava come un federale fascista” E invece, aggiunge noi “a fronte alta dichiariamo di essere Italian e di combattere per la bandiera italiana, non per lo ‘straccio’russo”. Non vogliamo “sostituire la stella rossa alla stella tricolore”. E infatti Guido e altri suoi compagni di lotta fondano un giornale, “Quelli del Tricolore”, vogliono restare “italiani che parlano agli italiani”. I comunisti, invece nota Guido, “hanno intenzione di costruire la repubblica (armata) sovietica del Friuli: pedina di lancio per la bolscevizzazione dell’Italia”. Dunque ai partigiani comunisti, come agli sloveni, non interessa né la Patria né la libertà, e la loro sintesi che è l’Indipendenza dell’Italia. Vogliono instaurare un regime comunista sovietico, con le armi, anche a guerra finita e a nemico sconfitto; vogliono il cambio d’invasore.
Nella postilla alla lettera, Guido chiede tramite PierPaolo a sua madre di mandarle qualche indumento, un fazzoletto tricolore e uno verde. La raccomandazione che rivolge al suo fratello maggiore è “Non dire nulla alla mamma: si spaventerebbe per nulla”; quel nulla vorrebbe forse rassicurare anche suo fratello e tradisce una spavalda fiducia nell’avvenire. Ma le cose non andarono così, il 12 febbraio insieme agli altri del suo gruppo, Guido verrà ucciso dai partigiani comunisti filo-titini. Prima di loro, cinque giorni prima, i partigiani avevano trucidato il v.Comandante della Brigata Osoppo, Francesco De Gregori, nome di battaglia Bolla, che aveva difeso la libertà e l’amor patrio e aveva respinto l’idea di confluire nella comune Brigata e asservirsi agli sloveni. Lo fucilarono, gli cavarono gli occhi. De Gregori fu poi insignito della Medaglia d’oro; in sua memoria fu chiamato Francesco suo nipote, il grande cantautore che conosciamo.
A sua madre, Guido chiede libri sul risorgimento italiano di Adolfo Omodeo, e le Poesie a Casarsa, la prima opera giovanile pubblicata dal fratello. Guido scrive anche a suo padre e gli parla della sua passione politica che lo porterà ad aderire al Partito d’Azione. A sua volta la madre scrive al marito e gli racconta dei figli, si preoccupa del loro mangiare e nota la differenza tra PierPaolo che è più prudente e sa tacere quando è opportuno, al riparo nel loro rifugio, mentre Guido è più spericolato, va “tenuto a freno, quel bambino” di diciannove anni.
E lui, PierPaolo? Racconta del fratello ma usa due corde lontane dall’impegno civile e dalle passioni politiche e bellicose: racconta suo fratello in una forma di realismo onirico, per cui rivisita il loro comune passato come se fosse un sogno. E poi si lascia condurre dalla chiave affettiva, sentimentale, lirica: la struggente fotografia di suo fratello quando aveva quattordici anni, che rivede insieme a sua madre e altre tenerezze. PierPaolo dà voce al suo dolore ma lo separa dal suo significato storico o ideale, “non credo a nessuna delle illusioni umane”, fonema, anche se poi si iscrive, solo per amor fraterno, al partito d’Azione (salvo finire per via del suo canone inverso del martirio, iscritto al Pci e poi espulso). Reputa che il tempo cancellerà quelle “passioni inutili” e il “gratuito entusiasmo dei tuoi diciannove anni”. Reputa quella di Guido una “bellissima morte” e a noi che leggiamo viene spontaneo e atroce il paragone con la morte del poeta, trent’anni dopo, non altrettanto bella. “Tu avevi molta fiducia negli uomini”, mentre lui riversa tutto nella scrittura. Tu, dice il fratello, “hai combattuto per quella Patria che ti ha insegnato nostro padre e per quella libertà che ti avevo insegnato io”. Quanto ai suoi assassini, Pierpaolo li chiama per nome “i comunisti della Garibaldi. Gentaglia certo senza chiarezza interiore, senza patria, mossa a combattere dal puro egoismo”. Per la verità egoisti non erano, ma spietati collettivisti, accecati dal sogno comunista. E Pasolini giudica ipocrita e rivoltante quell’abbraccio e quel bacio, dopo il massacro a Porzus, tra il capo della Garibaldi e il capo della Osoppo.
Pur nel suo disincanto, PierPaolo ha poi un fremito quando vede scendere dal soffitto la bandiera tricolore, con i suoi “tre fatali colori”; è “la nostra bandiera” e ricorda che “Guido è morto per quella bandiera”. Nel discorso commemorativo lo chiama “il suo dolcissimo tricolore”. Il patriottismo di PierPaolo sembra nascere dal suo amor familiare e fraterno, e come sostengo da tempo, è forse da definirsi matriottismo. Contrappone quel sentire patrio e amorevole alla “malvagità inumana, inimmaginabile, affatto ingiustificabile di coloro che furono colpevoli della tua morte”.
Infine Pierpaolo pubblica su una rivista friulana, Il Stroligut, una specie di testamento spirituale a firma di suo fratello Guido che intitola “Il martire ai vivi”. Che esordisce così: “Coscientemente ho cercato la morte dopo una breve giovinezza, che pure a me pare eterna”. Ne ricostruisce la storia e il travaglio, per poi dire: “L’Italia non è caduta…poiché la sua grandezza è tutta spirituale e s’innalza sopra le miserie proprie e altrui. È per questa spirituale grandezza che io sono morto”. Ammira l’anelito spirituale del fratello, lui che poi si professerà materialista storico. Per concludere che in quella “spirituale grandezza” trovava “specchiati e riassunti tutti gli affetti che mi hanno fatto morire per lei”. Parole di Pierpaolo; atti, vita, morte e passione del fratello Guido.
Marcello Veneziani
Una bella storia.
Ciao, gi