Non va sempre tutto bene.

 

Vi sarà capitato. Eravate in preda alla disperazione per aver perso il lavoro, o non sapevate da che parte girarvi per un lutto o una malattia, ed ecco che qualcuno – come l’attore di una soap – vi ha garantito: «Andrà tutto bene». O vi ha assicurato: «Nessuna prova è mai più grande di quanto tu possa sopportare». E via di seguito, con frasi grondanti ottimismo, da: «l’importante è pensare positivo», a «potrebbe andare peggio», fino a «non piangere». In un crescendo di consigli che non lasciano spazio ai sentimenti e all’autenticità, e che sminuiscono la sofferenza che è lì, tangibile.

Questo modello, cioè essere positivi a tutti i costi utilizzando la chiave della felicità coatta per nascondere come polvere sotto il tappeto ogni negatività, in pratica convincendoci che l’emozione del momento è sbagliata, è cattiva, ci fa stare male e quindi non dovrebbe esistere, viene chiamato positività tossica. Perché nega la realtà del nostro sentire, portandoci a sopprimere quello che proviamo, nella convinzione che ignorare la negatività sconfiggendola con iniezioni di positività ci farà vivere meglio, circondati da quelle good vibes, quelle buone vibrazioni che i guru del pensiero positivo ammanniscono quando invitano ad avere una visione ottimistica della vita, concentrandosi sulle soluzioni, non sui problemi.

La differenza sostanziale tra pensiero positivo e positività tossica è questa: il primo non incita alla positività forzata ma vede opportunità dappertutto, mentre la seconda nella positività trova la soluzione a qualsiasi evento sciagurato.

In ogni caso pensare positivo risulta attraente per via di alcune dinamiche: o ci dà la sensazione di avere il controllo sulla nostra vita, o ci permette di assolverci dalle responsabilità nei confronti delle vite altrui.

La maggior parte della letteratura sul pensiero positivo somministra una formula semplicissima: se cambiamo modo di pensare, cambierà anche la nostra vita. Nell’equazione non sono presenti altri fattori, e questo significa che grazie all’atteggiamento giusto e a ingenti dosi di positività avremo il controllo, tutto diventerà come desideriamo, ognuno sarà responsabile di se stesso e sapremo sempre chi o cosa incolpare quando la situazione prenderà una brutta piega.

In fondo è un po’ come affidarsi a un’entità superiore che sbriga per noi le pratiche fastidiose. Ah, come sto male! Vabbè, ma se non ci penso, o se penso che andrà tutto bene, la positività avrà la meglio sulla negatività… Bel pensiero magico appreso quando, da bambini, ci hanno insegnato che la rabbia, la tristezza, il disgusto e molto altro ancora non sono emozioni che è il caso di provare: nel senso che quando eravamo arrabbiati, da piccoli, ci dicevano che non c’era ragione di esserlo (cosa ne sapevano genitori, insegnanti, parenti?), e che i bravi bambini e le brave bambine sono allegri e sorridenti.
Positivi.
Sempre.

E se fin da piccoli veniamo addestrati a selezionare le emozioni in base a un indice di gradimento che sprona a sopprimere le emozioni «sbagliate», e ci fa preferire quelle giuste e positive, da adulti è facilissimo cadere nella trappola della positività tossica, che porta a negare la realtà.

Perché sostenere che tutto va «alla grande» anche se è vero il contrario, può diventare uno scudo. Un modo per non entrare in relazione con noi stessi e nemmeno con il prossimo. Reprimere o ignorare ciò che sentiamo, cercando di rendere più gestibili i sentimenti che ci schiacciano, rischia di danneggiarci nella mente e nel corpo: magari per evitare un po’ di pensieri, a strategia si aggiunge strategia: mangiare e bere in maniera smodata, distrarsi con la televisione o lo sport, socializzare compulsivamente o aiutare gli altri in modo eccessivo diventano vie di fuga, tattiche di distrazione utili per anestetizzare.

Che è poi l’invito ricevuto quando un interlocutore di quelli super positivi e super tossici ci ha fatto credere che non ci stessimo impegnando abbastanza per essere felici, o che le nostre emozioni non fossero così importanti: la notizia è che il pianeta della felicità no limits non esiste, e chi sostiene che possiamo essere sempre gioiosi e sereni, e che questo dipende solo dal nostro impegno, non solo ci sta manipolando ma cerca anche di zittirci e farci sentire incapaci perché (dopo aver perso il lavoro o una persona amata) non riusciamo ad essere contenti.

Oh, e ci mancherebbe altro, viene da dire. Prima di cercare di convincere qualcuno, o noi stessi, a guardare solo il lato positivo delle cose, è bene sapere che non tutte le situazioni hanno lati positivi. In definitiva? Riconoscere ed esprimere le emozioni, dando spazio anche a quelle che vorremmo lasciar fuori dalla porta: frustrazione, dolore, rabbia, tristezza, angoscia ci ricordano che non è possibile essere sempre allegri e soddisfatti, e che le frasi fatte come «andrà tutto bene» sono come un cerotto applicato su una frattura.

Tra l’altro chi le pronuncia come fa a conoscere il finale?

Anna Tagliacarne

Illustrazione di Roberto Cigna

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Non va sempre tutto bene.ultima modifica: 2026-02-27T17:38:22+01:00da g1b9

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