Nella mia vita ci sono molte lingue.
La mia lingua madre, l’italiano. Trascurata e data per scontata come tutte le madri, e che per questo spesso uso con frettolosità.
Il piemontese delle Langhe, lingua nonna di cui comprendo ogni sfumatura, ma che non ho mai osato parlare.
L’inglese, lingua del lavoro che ormai è una seconda pelle, piena di nei, bitorzoli, rughe e imperfezioni anche più della prima.
L’arabo classico con cui ho battagliato per anni sulle pagine dei libri di grammatica, fino a dichiarare la resa.
Il persiano, vecchio amore doloroso che in questi giorni di guerra, per quanto ormai mi suoni remoto e incomprensibile, ha ripreso a far male.
Il derdja, lingua che soffre di un ingiusto sottoinquadramento tra i dialetti, e con cui le mie orecchie hanno ormai un’affinità dettata dall’affetto.
E infine il francese, lingua delle dichiarazioni d’amore e dei discorsi di famiglia, di questa famiglia in cui sono entrata sposandomi.
Manca poco alla fine del ramadan, e mia suocera frigge i makrout, piccoli rombi di semola, zucchero e burro farciti di pasta di datteri, che vengono dorati nell’olio bollente e poi tuffati in uno sciroppo a base di miele e acqua di fiori d’arancio. Nei giorni dell’Eid, questi dolcetti partiranno verso altre case da cui ne arriveranno di nuovi e diversi, finché il tavolino da caffè del salotto sarà più ricco e variegato del bancone di una pasticceria.
Nel frattempo, io spilucco il fliou. Mia suocera sa che lo stufato di patate che si cucina con questa menta è uno dei miei piatti preferiti, e non manca mai di prepararmelo. In cambio, io mi occupo di staccare le foglioline dal lungo stelo, un lavoro minuzioso per cui occorre pazienza. E mia suocera, dopo quasi un mese di digiuno diurno, la pazienza l’ha decisamente esaurita. Il profumo della menta mi fa sorridere. Da noi il fliou non c’è, ed è un vero peccato. Quando non sono qui, ne ho così tanta nostalgia da aver chiamato con il suo nome uno dei miei due gatti. Appena l’ho visto, nel gattile, mi è parso tenero e giulivo proprio come questa pianta.
Mia suocera ha le palpebre pesanti per la mancanza del caffè, e il nervoso facile per quella delle sigarette. Io invece sono fresca del mio espresso pomeridiano e del litro d’acqua che ho bevuto davanti al PC mentre lavoravo, solo per avere la scusa per alzarmi ogni tanto e passare dieci minuti in bagno a guardare il cellulare. Nessuna di noi due è una donna di casa.
Mia suocera è un medico giramondo ex campionessa di atletica. Io, assai più modestamente, sono laureata in lingue e ho scritto un romanzo. Eppure passiamo la gran parte del nostro tempo insieme in questa cucina, a preparare le ricette lunghe e piene di passaggi della tradizione algerina. Ricette pensate per essere cucinate da molte mani, ognuna impegnata in qualcosa, e accompagnate da migliaia, milioni di parole.
Si parla di tante cose nelle cucine di questo paese. In tutte le cucine del mondo, per la verità. Nei romanzi e nei film i segreti sono sempre sussurrati in camera da letto, o in lunghi corridoi in penombra dal pavimento scricchiolante. Un immaginario zampillato direttamente dalle abitudini di vita della borghesia europea dell’Ottocento, che il cibo lo riceveva già pronto dalle mani della servitù. Ma nelle cucine se ne dicono molti di più. E si ride anche. Si ride di tutto, incluse le proprie sbadataggini. Come ora che nel lavare il fliou senza accorgermene mi sono inzuppata la maglietta.
Mi chiedo se qualcuno abbia mai parlato di colonialismo emotivo. Perché a volte mi pare di esserlo, una colonialista emotiva. Ogni manciata di mesi arrivo qui e mi prendo l’amore di questa donna, che mi prepara le patate con la menta come se fossi una sua figlia ancora bambina.
Esco sul terrazzo e guardo il cielo blu pavone, così grande e impregnato di colore che ormai sono convinta che la pallida volta sotto cui sono cresciuta non ne sia che un’imitazione sbiadita e fasulla.
Che il cielo vero sia quello che ho davanti ai miei occhi, che si spalma senza riserve sul soffitto di questo continente che è poi la terra originaria di tutti noi. Mi siedo al sole e lascio che la maglietta si asciughi.
Valentina Fornelli è in libreria con «La costellazione del pesce» (Solferino)
Illustrazione Alice Micol
