Recalcati: “Per crescere ed essere felici bisogna andare contro l’onda”. La metafora del pittore che spiega perché educare significa rimettere in movimento

Dalla metafora della tela bianca al ruolo di scuola e famiglia: perché educare non significa riempire, ma rimettere in movimento…
Attraverso la metafora del “maestro pittore”, Massimo Recalcati, psicoanalista e saggista italiano, ci invita a guardare da vicino l’inibizione, la paura di esporsi, il timore di compiere un atto che ci mostri per ciò che siamo.
Recalcati parte da un’immagine semplice ma potentissima, il pittore davanti alla tela: “La difficoltà a sporcare la tela bianca porta all’inibizione, e dunque, noi dovremmo dire: per evitare l’incontro con l’onda, per evitare di mettere il piede sul mare, per evitare di attraversare quel ponte di legno stretto che porta sopra l’abisso, non ci esponiamo, preserviamo il noto, vogliamo evitare l’errore. E dunque: inibizione, blocco, arretramento.” L’esperto ci spiega come nasce l’inibizione: non come mancanza, ma come difesa.
Una dinamica che non riguarda solo l’arte. Riguarda l’educazione, la crescita, il rapporto tra adulti e giovani. Bambini e ragazzi che imparano presto a restare “al di qua”, a non rischiare, a non sbagliare. “Mi tengo al di qua dell’atto, non mi espongo, non voglio fare brutte figure”. È una frase che molti studenti non pronunciano ad alta voce, ma che orienta le loro scelte ogni giorno.
Recalcati, per spiegare cosa significa davvero educare, richiama il gesto di un grande maestro, Emilio Vedova, pittore e docente all’Accademia di Venezia. Di fronte agli allievi paralizzati dalla tela bianca, Vedova non spiegava, non incoraggiava a parole. Agiva. “Arrivava con un secchio pieno di colore, uno spazzolone, e dava un colpo sulla tela”. Un gesto che rompeva l’immobilità. “Questo sbloccava gli allievi, li metteva in movimento”. A prima vista potrebbe sembrare un invito a fare qualunque cosa, a “scarabocchiare”. Ma Recalcati avverte che questa è solo una lettura superficiale. Il punto è un altro. “Ciò che paralizza non è il vuoto della tela, non è il bianco assoluto. Ciò che paralizza è il fatto che questo vuoto è pieno”.
Pieno di modelli, di immagini già viste, di ciò che la storia dell’arte ha già prodotto. È qui che la metafora diventa educativa. Anche i nostri figli e studenti non sono bloccati dal vuoto, ma dal troppo pieno: aspettative, confronti, ideali irraggiungibili. “Come posso io dipingere qualcosa dopo Monet, dopo Picasso, dopo Morandi?” La paralisi nasce quando il peso del già fatto schiaccia la possibilità del nuovo. Educare, allora, non significa riempire ulteriormente. Non significa aggiungere regole, spiegazioni, pressioni. Significa fare spazio. “Bisogna svuotare la tela per rendere possibile il gesto dell’allievo”.
Svuotare non vuol dire abbandonare, ma togliere ciò che blocca: la paura del giudizio, l’ansia di essere all’altezza, l’idea che l’errore sia una colpa. Questo vale per la scuola, ma anche per la famiglia. Ogni volta che un adulto anticipa troppo, controlla troppo, corregge prima ancora che il gesto avvenga, rischia di alimentare l’inibizione invece di scioglierla. Il vero compito educativo non è sostituirsi all’atto del giovane, ma renderlo possibile. “Per rompere l’inibizione“, ricorda Recalcati, “serve rimettere in movimento“. Solo così il ragazzo può attraversare quel ponte, incontrare l’onda, esporsi al rischio di essere sé stesso. Ed è lì, proprio lì, che inizia davvero la crescita.

 

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Recalcati: “Amare un figlio significa non volerlo come te”. La frase che mette in crisi il nostro modo di essere genitori.

 
Massimo Recalcati riflette sull’amore genitoriale senza aspettative e sulla libertà dei figli: perché volerli “come noi” può diventare il modo più sicuro per perderli…

Molti genitori credono di amare davvero i propri figli, ma spesso li amano solo quando assomigliano a loro o seguono le strade che avevano immaginato per loro. È qui che l’amore rischia di diventare una gabbia. Ed allora sorge spontanea una domanda: un genitore dovrà essere servizievole, accondiscendente, trasformandosi quasi in un “amico” del figlio oppure dovrà recuperare la sua autorevolezza così da impartire direttive da seguire, regole da rispettare, indicando la strada giusta da percorrere, rinunciando così ad un rapporto estremamente confidenziale ed affabile?  Per rispondere adeguatamente a tale quesito sarà molto importante prendere in considerazione il pensiero dello psicoanalista e saggista italiano Massimo Recalcati, il quale inizia la sua profonda riflessione evidenziando la differenza esistente tra il rapporto padre-figlio ed il rapporto padre-figlia.  Mentre nel rapporto padre-figlio, infatti, prevale l’aspetto conflittuale, e cioè soggiacere al dominio del padre od oltrepassare il padre stesso, nel rapporto padre-figlia, invece, prevale il desiderio di amore incondizionato da parte della figlia stessa, così come spiegatoci molto accuratamente dallo psicoanalista.“Questo a sua volta comporterebbe una maggiore difficoltà dei padri ad accettare la separazione e la libertà delle loro figlie. Mentre la separazione dal figlio maschio riflette più coerentemente la condizione del conflitto da cui deriva, la separazione da una figlia appare più contrastata perché implica una perdita amorosa senza ritorno”, secondo quanto dichiarato da Massimo Recalcati. Alcuni studi “dimostrerebbero che avere dei padri casalinghi, disponibili alla cura delle cose di casa e alle relazioni affettive, faciliterebbe le figlie ad avere futuri meno vincolati agli stereotipi sessisti. Professioni considerate tipicamente maschili diventerebbero accessibili a queste figlie liberate dalla presenza eccessivamente ingombrante di un padre dedito esclusivamente alla sua realizzazione personale”, in tal modo il saggista italiano continua la sua ragguardevole disamina.

Dunque le figlie di padri casalinghi avranno più libertà nel decidere la propria vita professionale? Aver avuto un padre capace di realizzarsi nella vita professionale condizionerebbe la loro possibilità di intraprendere carriere ritenute tipicamente maschili? In realtà non esistono risposte standard. In tale prospettiva Massimo Recalcati, senza alcuna esitazione ma con forte determinazione, dichiara che: “Un padre e una madre capaci di vivere la propria vita con slancio e generatività il loro lavoro e la loro relazione creano in famiglia quella circolazione di ossigeno di cui si nutre positivamente il desiderio dei loro figli. Un padre e una madre che sanno rinunciare al diritto di proprietà sui loro figli producono un clima positivo di libertà e di rispetto che favorisce la crescita non conformistica dei loro stessi figli”.

Pertanto il dono più grande che i genitori possono fare ai propri figli è un solo: “non avere aspettative su di loro”, non plasmandoli a proprio piacimento ma lasciandoli liberi di sbagliare e di trovare la loro strada. D’altronde ciò che conta veramente è un amore senza aspettative, definito da Massimo Recalcati come “dono privo di contropartite”, capace di lasciare liberi i propri figli di essere quello che davvero desiderano.

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