Voglia di sottomissione, voglia di islam…

 

C’è chi risiede a Dubai e racconta delle sue chiese, del suo culto libero, della sicurezza. Il rischio che fra le loro priorità non ci sia né la libertà né l’identità

Voglia di sottomissione, voglia di islam. Ho scoperto parecchi lettori che risiedono o soggiornano a Dubai e che ne sono entusiasti. Cupidigia di dhimmitudine? Mi raccontano che ci sono molte chiese e che il culto è libero, e però, obietto, anche le campane fanno parte del culto, e le campane non sono libere negli Emirati. Mi informano che, missili a parte, Dubai è più sicura di qualsivoglia città italiana: “La certezza che nessuno proverà a scipparti, rapinarti, accoltellarti o peggio (nel caso di una donna) è assoluta”. Non ne dubito e so quanto è importante: le donne, e non soltanto le donne, in Italia hanno paura di prendere il treno, ed è una vergogna.

Tuttavia in quegli elogi annuso lo scenario prefigurato da Houellebecq in “Sottomissione”: lo scambio pacificazione-islamizzazione, la sicurezza val bene un muezzin. E ci vedo una almeno parziale smentita di quanto detto da Sharansky al nostro Meotti: “Credo che ogni persona abbia due desideri fondamentali: il desiderio di essere libera e il desiderio di appartenere, libertà e identità”. Mi sembrano desideri degli israeliani, non degli italiani. Meno che meno degli italiani d’Arabia, avanguardia della decomposizione occidentale: né libertà né identità nelle loro priorità.

Camillo  Langone__da___IL FOGLIO

 

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La canzone più artistica di Sanremo 2026 è quella di Sal Da Vinci.

In tre minuti il cantante napoletano ha abolito il divorzio, l’aborto, forse perfino la repubblica. Pasolini disse che Napoli è refrattaria alla modernità: non era l’abbaglio di un nostalgico

“Lo scopo dell’arte è di abolire il tempo”, ha scritto il filosofo Andrea Emo. Dunque la canzone più artistica del Sanremo 2026 è quella di Sal Da Vinci. Non ci sono arrivato subito, all’inizio volevo fare come il grande maestro Vittorio Feltri, liquidare il festival in due battute, senza vederlo, senza perderci tempo. Poi ho ceduto, sono andato su YouTube e mi sono sciroppato canzoni che ad abolire il tempo nemmeno ci provavano, esiti mediocri di un’epoca grigia. Finché non è apparso sullo schermo Sal Da Vinci, vestito da matrimonio napoletano e con tantissimi denti. Quest’uomo mi ha lasciato esterrefatto, in tre minuti ha abolito il divorzio, l’aborto, forse perfino la repubblica (lui è “un re dal cuore innamorato”, mica un presidente, lei ovviamente è una regina). “Con la mano sul petto / io te lo prometto / davanti a Dio / saremo io e te / da qui / sarà per sempre sì”. Senza la musica, il testo mi avrebbe catapultato nel 1956 se non nel 1936… Pasolini disse che Napoli è refrattaria alla modernità, pensavo fosse l’abbaglio di un nostalgico e invece l’epitalamio davinciano, preconciliare, forse prebellico, gli dà ragione. “L’eternità è dentro una parola”, canta Sal. A volte anche dentro una canzone.

Camillo Langone__da___IL  FOGLIO

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Il Nuovo Testamento, un libro “sovversivo”.

Il Nuovo Testamento è un libro di enorme rilievo, mai letto da coloro che lo venerano se non in minima parte. Ma dopotutto questo è un destino che riguarda tanti testi importanti che diventano un simbolo e un punto di riferimento al di là del contenuto. Già dal titolo di quest’opera – tramandato anche nella tradizione manoscritta – potremmo ricavare un elemento interessante: perché «nuovo»?
La tradizione cristiana, che si è espressa in greco sin dalle origini, ingloba come proprio antefatto la religione ebraica, il cui testo fondamentale è il Pentateuco, cioè i primi cinque libri dell’Antico Testamento. Gli ebrei sono comprensibilmente infastiditi dall’idea di «antico» e «nuovo» che sembra alludere ad un progresso rispetto a una fase precedente e più arretrata. Si tratta di una questione terminologica e non solo, perché allude al difficile rapporto tra due grandi monoteismi al tempo stesso connessi e distinti per tanti motivi.

Il Nuovo Testamento è un libro di enorme rilievo, mai letto da coloro che lo venerano se non in minima parte
Due realtà diverse
Alla questione aggiungiamo solo una notazione: la tradizione cristiana ha agevolato la traduzione in lingua greca dell’Antico Testamento soprattutto nel mondo egiziano, che fu punto nevralgico della sua diffusione. Così il testo è diventato un corpus unico, «antico» e «nuovo», che anche nell’editoria moderna determina una compattezza libraria che nasconde due realtà molto diverse.

I testi che costituiscono il corpus del Nuovo Testamento raccolgono i tre Vangeli cosiddetti Sinottici – perché molto simili nel contenuto e nella forma, un quarto Vangelo di Giovanni, gli Atti degli Apostoli, le 14 Lettere dell’Apostolo Paolo, le Lettere canoniche attribuite ad altri personaggi e l’Apocalisse – un testo, quest’ultimo, che ha faticato ad entrare nel canone.

Dal punto di vista letterario, il Vangelo di Luca è molto più raffinato del Vangelo di Matteo, che risente ancora della lingua di partenza – l’ebraico – e di una traduzione in un greco molto popolare. Ed è Luca ad aver quasi certamente messo insieme il racconto delle vicende degli Apostoli, quasi a costituire due libri contigui: il Vangelo che porta il suo nome e gli atti.

La vita di Gesù
Gli episodi raccontati fanno capo agli anni 25-30 dell’era volgare e coprono l’arco della vita attiva di Gesù. Quand’è che viene fuori questo insieme di testi che si presenta come cronaca diretta, sebbene non sia contemporaneo agli eventi narrati? Data la grande quantità di papiri ritrovati – soprattutto, per quel che riguarda il Nuovo Testamento, nel mondo egizio – potremmo dire, per essere concreti, che i papiri più antichi sono le prime tracce scritte di questo corpus. E potremmo aggiungere che un frammento contenente uno dei tre Sinottici (un papiro Rylands dell’omonima collezione) è databile al 110-120 dopo Cristo.

Il nuovo testamento, un libro sovversivo.

A un secolo dall’inizio dell’era volgare, e a sessant’anni dalla morte del protagonista di quelle narrazioni, già esiste un racconto scritto. Si è formato in un ambiente che, sostanzialmente ad opera di un personaggio notevole e politicamente molto aggressivo come l’Apostolo Paolo, ha determinato la nascita di un testo canonico comune ad una grande comunità di fedeli.

Perché abbiamo una quantità di papiri del Nuovo Testamento quasi pari a quelli di Omero e ai due testi più tramandati in documenti antichi? Perché è il libro di una fede che si diffonde nell’intero bacino Mediterraneo, soprattutto dove il greco è dominante. Il mondo ellenofono, greco continentale, egizio, è vastissimo ed è l’area di diffusione di una nuova religione che, svincolata dall’origine localistica in Palestina, diventa un culto di carattere universale che propugna concetti, prospettive e obiettivi tutt’altro che tranquillizzanti.

Un testo «sovversivo»
Un paragone tra due brani dei Sinottici ci aiuta a capire cosa si intenda quando si parla di un testo «sovversivo» – parola molto impegnativa. Da un lato il ‘Sermone della montagna’ del Vangelo di Luca («Beati i poveri perché il loro è il regno dei cieli»), dall’altro il testo parallelo di Matteo: «Beati i poveri di spirito perché il loro è il regno dei cieli». È un ritocco interessante, che addolcisce la formulazione originaria, chiaramente classista. Come a dire: «I poveri, calpestati in tutte le società divise in classi sociali, sappiano che nel Regno dei Cieli passeranno davanti agli altri». Una prospettiva salvifica – da qui la definizione di «religioni di salvezza» – che prospetta una realtà più giusta in un mondo ultraterreno. È un testo di battaglia, di combattimento.

Da un lato il ‘Sermone della montagna’ del Vangelo di Luca («Beati i poveri perché il loro è il regno dei cieli»), dall’altro il testo parallelo di Matteo: «Beati i poveri di spirito perché il loro è il regno dei cieli». È un ritocco interessante, che addolcisce la formulazione originaria, chiaramente classista
Un altro terreno, altrettanto sovversivo rispetto al perbenismo molto presente nelle realtà provinciali dell’Impero e nei ceti dirigenti, riguarda i rapporti personali. Il testo cardine di questa pagina innovatrice – contenuta nel Nuovo Testamento – è il celebre «episodio dell’adultera».

Episodio straordinario che ha commosso tanti: è molto noto, ma è bene ricordarlo. Gesù viene raggiunto da personaggi piuttosto ipocriti che additano una donna quasi immobilizzata, dicendogli: «Questa è un’adultera, la nostra legge prevede che sia lapidata». Gesù non risponde, guarda a terra, fa dei segni più o meno misteriosi e alla fine dice: «Chi è convinto di non aver mai peccato scagli la prima pietra». Pian piano tutti i presenti si allontanano. Sulla scena rimangono solo Gesù e l’adultera, che chiede: «Dove sono andati?». Si rende così evidente che quella punizione era solo un’esplosione di perbenismo moralistico. Questo è un testo che denota in modo evidente le potenzialità di una collezione di testi di più di 2mila anni fa, venerati ma poco frequentati.

Luciano Canfora___Le lezioni del Corriere della Sera

Un progetto realizzato con il supporto di Logo Habacus

Il grattacielo è per la difficoltà di gestione il miglior candidato al degrado, oltre che a incendi devastanti. Tuttavia uomini tracotanti continuano a costruirli e a desiderare di abitarvi, Si colga l’occasione dell’incendio per abbattere l’inguardabile e invivibile grattacielo di Ferrara.

 

Dio non vuole i grattacieli e, siccome di Genesi 11 gli uomini continuano a fregarsene, manda periodicamente nuovi moniti. L’altro giorno ha preso fuoco un grattacielo a Ferrara. Già il fatto che a Ferrara siano stati costruiti dei grattacieli è qualcosa di particolarmente offensivo e straordinariamente assurdo: edifici fuori misura a pochi metri dall’armoniosissima, misuratissima Addizione Erculea? “Duecentodiciotto gli evacuati di cui 58 italiani”, ha detto il sindaco Alan Fabbri, e si capisce come quel torracchione fosse Babele in senso stretto e lato, biblico e demografico. Di tutti gli edifici, il grattacielo è per la difficoltà di gestione il miglior candidato al degrado, oltre che a incendi devastanti. Tuttavia uomini tracotanti continuano a costruirli e a desiderare di abitarvi, tanto poi tocca al contribuente farsi carico degli sfollati e pagare tutte le altre esternalità di un’edilizia insostenibile. Si colga l’occasione dell’incendio per abbattere l’inguardabile e invivibile grattacielo di Ferrara e tale demolizione sia d’esempio per Milano, dove i grattacieli da abbattere abbondano, dove Dio è stato sfidato abbastanza.

Camillo Langone__da__IL FOGLIO

 

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Un anno da Leone…

 

 

 

Grazie a Dio, l’uomo dell’anno è un testimone dell’Eterno. Si chiama Robert Francis Prevost ma è più riconoscibile con la criniera di Leone XIV, Pontefice venuto dagli Stati Uniti, addirittura da Chicago. Il primo papa statunitense, quasi in contemporanea con Trump alla Casa Bianca. È salito al soglio di Pietro nell’anno che sta finendo ed è la novità più consolante che sia apparsa a Roma e non solo. I messaggi più sensati, quest’anno, li ha mandati lui, non solo sul piano della fede e della cristianità, ma anche del buon senso, della vita sociale e della pace tra i popoli. Non si è contrapposto a nessuno, non ha smentito l’opera di Papa Francesco, suo predecessore, ma con dolcezza e determinazione ne sta correggendo il tiro, riequilibrando le sorti e gli assetti della Chiesa. Sta puntando all’unità della Chiesa e dei cattolici, come purtroppo non fece il suo predecessore che si schierò con il versante progressista penalizzando il versante conservatore e tradizionale, spaccando la chiesa in due tronconi. Leone non vuole capovolgere gli equilibri ma ricucire quella frattura, senza escludere nessuno. E anche nel dialogo interreligioso è partito, come è sacrosanto, dai fratelli separati più vicini, gli ortodossi della chiesa greco-russa, a 1700 anni dal Concilio di Nicea, il primo concilio ecumenico dei cristiani e soprattutto in vista del bimillenario della morte di Cristo, il 2033, per il quale si prevede un Anno Santo speciale.

Nella Chiesa cattolica ha riammesso la messa in latino, i simboli e la liturgia della tradizione, perché le vie che portano al Signore sono infinite e non si possono ridurre solo a una; possono convivere gli innovatori e i tradizionalisti e trovar posto nella Chiesa, senza emarginare o allontanare gli uni o gli altri. Sul piano politico nessun fedele si sente escluso nel suo pontificato, ma compreso ecumenicamente nell’abbraccio pastorale.

In Palestina ha invocato la pace e la fine dei massacri mentre l’Occidente taceva sulla carneficina quotidiana a Gaza, e invoca la pace e il negoziato in Ucraina mentre l’Europa continua a chiamare alle armi, col proposito sciagurato di estendere e prolungare la guerra, trasformandola in un pericoloso conflitto mondiale tra Europa e Russia. Inoltre, Papa Leone non si è mai distratto sui massacri dei cristiani nel mondo, ne ha denunciato le persecuzioni e le stragi, nel silenzio generale dei mass media.

Sul piano dottrinario, da agostiniano, Papa Leone XIV è ripartito da Sant’Agostino e dai Padri della Chiesa, dalla tradizione più antica, e si avvertono i segni che lascia al suo passaggio. Predica anche lui la misericordia e la carità verso i poveri, come il suo predecessore, ma senza trasformare la vicinanza ai poveri in pauperismo e in sindacalismo clericale. Nell’esortazione apostolica Dilexi te ha sottolineato l’amore di Cristo nei poveri, la condanna della schiavitù, la difesa delle donne e il diritto all’istruzione, senza trasformare il magistero della Chiesa in agenzia di assistenza sociale. Ha espresso amore e premura verso i migranti ma senza ridurre la Chiesa a una Ong per traghettare i migranti di tutto il mondo, a partire dagli islamici.

Coerentemente con la scelta del suo nome pontificale, che richiama Leone XIII, il Papa della dottrina sociale, Leone XIV ha condannato il consumismo e il turbo-capitalismo ma non ha buttato via il bambino con l’acqua sporca: difende la civiltà cristiana, i suoi principi e i suoi riti, la sua storia e la sua dottrina, vuol risvegliare la sua forza morale, evangelica e spirituale, non sposa il terzomondismo. Dialoga con tutti, ma a partire dai cristiani, e non privilegiando i gli atei, scendendo sul loro terreno. E non soffre di protagonismo, è sobrio e discreto (l’unico trauma per me è stato scoprirmi coetaneo del papa, ti fa sentire senex, per dirla in linguaggio ecclesiastico).

Ma alla vigilia di Natale, vorrei porre l’accento sulla sua accorata apologia del presepe. Nel presepe, Leone vede un inno alla nascita, quindi alla maternità e alla famiglia, a cominciare dai bambini, in una linea di continuità tra natalità naturale e natività soprannaturale. Nel presepe ha colto l’apoteosi della comunità che si stringe intorno a Gesù Bambino e alla sua Famiglia; e ha posto l’accento sull’avvento della Luce nel mondo, speranza di salvezza. Da tempo il presepe è osteggiato dai suoi detrattori e stravolto da alcuni cristiani che vogliono trasformarlo in una specie di congresso interrazziale, una specie di Onu dell’antichità, con un messaggio di integrazione e accoglienza che svilisce il significato universale ed evangelico per farlo diventare il solito teatrino dell’inclusione e dei diritti civili. Per la verità anche Bergoglio in una lettera apostolica di qualche anno fa, Admirabile Signum, aveva sottolineato il valore spirituale e religioso del presepe, anche in relazione alla nascita e alla famiglia, oltre che la predilezione francescana verso i poveri di tutto il mondo. Ma alla fine il messaggio prevalente durante il suo pontificato era fondato sulla pervasiva retorica dell’accoglienza e dell’inclusione, oscurando ogni altro significato; mentre fuori dalla Chiesa serpeggia l’ostilità verso il presepe, ritenuto addirittura offensivo verso i non credenti e i fedeli di altre religioni. In realtà, il presepe non è solo il culmine della visione cristiana, la rappresentazione più viva e concreta di un mondo in cammino verso Cristo ma proviene da un fondo rituale e spirituale precristiano: coincide col mito solare del Bambino divino partorito in una grotta da una Madre Vergine. Cito a tale proposito due precedenti: ad Alessandria in Egitto, la notte del 24 dicembre un bambino fasciato che raffigurava Horus, figlio divino di Iside, era portato in processione mentre i sacerdoti annunciavano il parto della Vergine e il Sole tornato a splendere nel cielo. Nella Quarta Egloga, Virgilio annunziava la nascita imminente del puer miracoloso, in un linguaggio criptico che echeggiava i culti orientali. La cristianità non è dunque l’avvento del Nuovo e la rottura con ogni precedente, ma è l’espressione, o per i suoi credenti il culmine, di una tradizione nel segno della luce, dell’inizio e della nascita che viene da più lontano. Basterebbe, del resto, vedere il presepe napoletano, fiorito in epoca barocca, per rendersi conto del sostrato pagano che riaffiora nella cristianità, nei suoi culti e nei suoi santi; si legga a tale proposito “Il presepe popolare napoletano” di Roberto de Simone (ed. Einaudi).

Papa Leone XIV sta riportando il presepe a casa, e si rivolge al mondo non mettendo tra parentesi la fede e la religione per inseguire coloro che non saranno mai cristiani ma lo fa nel nome dalla fede e dalla cristianità e a partire da esse. L’impresa è difficile, assai impervia, ma qualunque sia l’esito potrà dire con San Paolo: bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi. Ho combattuto la buona battaglia, ho consumato il mio cammino, ho conservato la fede.

 

Marcello  Veneziani

Contro tutti i qualunquismi.

 

Degli atei, degli ipocredenti e dei cattolici da campagna elettorale. Tutti vengono a galla con l’elezione del comunista a New York .

Il qualunquismo degli atei. Il qualunquismo dei politicisti per cui a New York hanno eletto il solito comunista, il solito socialista, il solito progressista. Politics as usual… Il qualunquismo delle plebi occidentali deculturate per le quali “Allah o Gesù chi promette di più”. Il qualunquismo dei cattolici da campagna elettorale tipo Salvini preoccupato per il “primo sindaco islamico nella città ferita l’11 settembre” e dimentico del primo sindaco maomettano italiano che è della Lega (e non nella Calabria Saudita delle moschee universitarie: in Veneto). Un bell’esempio di “Cristo o Maometto purché venga eletto”…

Il qualunquismo dei turisti, di coloro che come se niente fosse accaduto prenotano il Capodanno a New York invece che, più opportunamente, a Lepanto o a Belgrado. Il qualunquismo degli ipocredenti che scrivono su Avvenire, nient’affatto dispiaciuti per il successo sciita. Il qualunquismo di chi non ha letto il Corano e si è scordato il Vangelo. Il qualunquismo di chi crede nel cibo biologico, nel motore ecologico, nell’oroscopo, nel fitness, nella cremazione e pertanto non ha idea di cosa sia una religione. Il qualunquismo degli atei che, essendo maggioranza, rendono democratica la sottomissione.

Camillo Langone

sindaco

San Francesco grazie a Dio, non fu un italiano-tipo…

 

 

Ricordati di santificare le feste. Semel in anno, una volta all’anno la politica italiana s’inchina ai santi e ai poeti, e si ricorda che siamo un paese di antica civiltà cristiana. Come sapete, il giorno di San Francesco, il 4 ottobre, sta tornando festa nazionale. L’iter parlamentare procede tra consensi quasi unanimi, bipartisan. L’occasione è il prossimo anniversario, ottocento anni dalla morte del santo: il braccio politico dell’iniziativa è stato il piccolo partito di Noi Moderati, guidato da Lupi, che come ricordiamo, San Francesco riusciva miracolosamente ad ammansire, fino a renderli moderati. A promuoverlo è stato il poeta Davide Rondoni che presiede il comitato per le celebrazioni dell’anniversario francescano. Finalmente un santo in Parlamento, e un santo che mette d’accordo tutti, credenti e laici, carnivori e vegani. Piace ai cattolici, naturalmente, perché è santo, converte alla santità e alla carità, è cristianissimo, ha pure le stimmate. Non dispiace ai filo-islamici perché dialogava col sultano e i seguaci di Allah al tempo delle Crociate. Piace ai comunisti, socialisti e loro derivati perché è coi poveri e i bisognosi ma il suo è l’unico comunismo che ammiriamo tutti, perché è volontario e personale, scontato sulla propria pelle e non imposto agli altri con la violenza da un sistema o da una dittatura. Piace ai mistici e ai credenti perché la sua scelta di povertà non nasce dal pauperismo ideologico o dalla rivolta sociale ma è una rinuncia ai beni del mondo, spogliarsi di tutto per entrare nudi e puri nel regno dei cieli al cospetto di Dio. Piaceva ai fascisti e ai nazionalisti perché è il Santo Patrono d’Italia e Mussolini lo definì “il più italiano dei santi, il più santo degli italiani”, esaltando in lui lo spirito di rinuncia e dedizione, fino a diventare un modello di sacrificio nei giorni dell’Autarchia. Piace ai laici perché era in conflitto col potere clericale e fu a suo modo un obiettore di coscienza; piace ai pacifisti anche non credenti, che non a caso marciano su Assisi, da Aldo Capitini in poi e piace a tutti i dialoganti con altre fedi. Piace alle femministe perché aveva un rapporto paritario nella santità con Chiara. Piace agli ambientalisti, ai salutisti e agli animalisti perché fu il primo a difendere la Natura, cantare il creato, amare l’acqua, la terra e parlava con gli animali, anche feroci. Piace ai critici del consumismo perché è un esempio vivente di decrescita felice. E’ il perfetto testimonial per i sacrifici imposti dalle crisi, modello di lieta austerity con lo spirito del giullare di Dio. E mette d’accordo tutti perché non è padano, non è terrone, non è romano, ma cammina per tutta l’Italia, a nord e a sud, avvistato perfino sul Gargano, oltre che in Medio Oriente. E’ il precursore di tutti i ribelli e i viandanti, andò on the road prima di Kerouac e dei vagabondi del Dharma; è un irrequieto alla Chatwin, è il Siddharta nostrano e cristiano, senza rifarsi a Buddha e a Hermann Hesse. Unisce fedi, culture, generazioni, pensieri opposti, cammini divergenti. Francesco fu forse il primo poeta italiano, e il suo Cantico, il suo Laudato sì mio Signore, è una gioiosa accettazione della vita, del creato e pure della morte – sora nostra Morte corporale; è la versione cristiana dell’Amor fati. Celebrò in semplicità e in povertà le nozze tra il naturale e il soprannaturale. Chesterton, nel libro che gli dedicò, definì Francesco un innamorato di Dio e degli uomini, ma non era un filantropo. Perché l’amore per gli uomini era in lui il riflesso dell’amore per Dio e si estendeva alle altre creature. Non a caso un gesuita astuto e piacione come Bergoglio scelse il suo nome come Papa. E fu subito successo, prima di farsi conoscere. Allora, Fraticelli d’Italia, perché non ripartire da Assisi e da San Francesco?

In vista dell’anniversario tanti hanno scritto o stanno pubblicando un libro su san Francesco: poeti, sacerdoti, frati, letterati, storici, giornalisti, artisti. A giudicare dai frutti appena usciti, si annuncia un anniversario glassato, piuttosto stucchevole, di quelli che non piacevano al brusco frate di Assisi. Poi, quando si metteranno pure le istituzioni, gli alti patrocini, le melense prediche, allora salirà di molto il livello di glucosio e di nausea. Sarà un presepe capovolto, non come quello umile e vero che realizzò per la prima volta San Francesco a Greccio; piuttosto un day pride, e ci sarà qualcuno che lo definirà Frocesco nel nome del papa, dei gay e dello spirito di patata.

Davanti a questo diluvio universale di zucchero e miele, lasciate che vi dica una cosa: San Francesco non fu un tenero, un dolciastro e un permissivo; fu tosto, aspro, assai esigente. C’è una gara a definire Francesco il prototipo dell’italiano, il primo italiano, l’italiano vero (non nel senso di Toto Cutugno); curiosamente l’iniziatore di questa vulgata fu il deprecato Duce, che – come dicevamo – definì Francesco il più italiano dei santi. Invece, lasciatemi dire una cosa che ci ferisce il cuore: Francesco fu tutto meno che il prototipo verace di un italiano. Non lo era probabilmente nemmeno al suo tempo, non lo è sicuramente nel nostro. San Francesco non amava i compromessi, i sotterfugi, le mezze verità, i doppi giochi e i doppi inganni, la vita comoda e le grandi magnate, le piccole viltà, le scorciatoie, il familismo amorale, il fasto, il lusso, la sciccheria, gli egoismi piccini. Era dunque il contrario di un italiano, il suo comportamento era agli antipodi del conformismo nazionale in vil pelle; era un eretico rispetto all’italiano medio, canonico, credente per finta, cristiano per cerimonia, scansa sacrifici e aspirante alla dolce vita. Se vogliamo, con Francesco nasce quella tempra d’italiani di carattere che furono fieramente antitaliani: come Dante, padre della civiltà italiana ma anche primo critico della sventurata patria, servile e indecorosa. E dopo di lui, per restare nei cieli della poesia, Giacomo Leopardi, che descrisse gli italiani con una acuta e impietosa diagnosi, in cui ancora riconosciamo l’immagine deteriore del nostro paese.

La miglior Italia nasce dopo un bagno gelido nel fiume impetuoso degli antiitaliani; solo quando prende lezione da loro e si regola di conseguenza, l’Italia si fa grande. Perciò questo ritorno del Santo d’Assisi nel nostro calendario festivo, non prendetelo solo come un bonus vacanziero o come un autoelogio, fino alla santificazione degli italiani; ma come un compito, un monito, uno schiaffo per cambiare passo, stile e propositi. Amate San Francesco non perché fu uno di noi, ma al contrario, perché non si rassegnò ad esserlo. Francesco ci insegnò come essere migliori senza fare gli italiani.

Marcello Veneziani

Vivere secondo il libro più importante del mondo non è essere eccentrici…

Non tifare per una squadra, non bere vini da vitigni alloctoni, odiare i grattacieli e mangiare anche ingredienti proibiti non sono scelte bizzarre. E’ tutto scritto nella Bibbia. Il problema è chi ha inventato un mondo senza Dio e si stupisce che stia morendo.

Biblico, non eccentrico. Spesso mi guardano strano, quasi fossi un alieno. Eppure non dovrei essere così raro, la mia condotta deriva in massima parte dal libro più venduto di tutti i tempi. Se non tifo per una squadra, nemmeno per la nazionale, non è perché sono originale ma perché credo in Matteo 20,16: “Gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”. Se non visito mostre d’arte dai titoli anglofoni e non bevo vini da vitigni alloctoni non è perché sono stravagante ma perché credo in Esodo 20,12: “Onora tuo padre e tua madre”.

Se sono indifferente all’emergenza climatica non è perché sono un bastian contrario ma perché credo in Ecclesiaste 1,9: “Non c’è niente di nuovo sotto il sole”. Se spregio i laureati e me ne infischio dei professori non è perché sono uno snob ma perché credo in Romani 1,22: “Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti”. Se odio i grattacieli non è per dandysmo ma perché credo in Genesi 11,5: “Il Signore subito si accorse di ciò che gli uomini stavano progettando con arroganza”. Se mangio tutto, anche ingredienti proibiti, non è perché sono bizzarro ma perché credo in 1 Timoteo 4,3: “Impostori imporranno di astenersi da alcuni cibi che Dio ha creato per essere mangiati”. Eccetera. Io non ho inventato nulla, sono loro che hanno inventato un mondo senza Dio e poi si stupiscono che stia morendo.

Camillo  Langone       

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Chi non ama scompare…

 

Il giudizio dell’ateo Freud non lascia speranze: l’uomo religioso si affida a Dio come un bambino impaurito affida la sua vita inerme alla potenza protettiva di un padre idealizzato. Ma questo affidamento non può salvare l’uomo dal suo destino mortale. È la paura nei confronti della morte ad aver sospinto gli esseri umani, sin dalla notte dei tempi, a pregare gli dei. La stessa idea filosofica dell’immortalità dell’anima non sarebbe altro, sempre secondo Freud, che un’idea difensiva nei confronti della natura inevitabilmente finita della nostra esistenza. Nel rapporto di Gesù nei confronti della morte, il giudizio di Freud è però costretto a stemperarsi. Egli, infatti, non scongiura affatto la morte, ma la incontra nella sua forma più traumatica. Nessuna rimozione, dunque, nessun misconoscimento. Gesù sa bene che non può accettare il sillogismo filosofico di Epicuro che vorrebbe separare la morte dalla vita seguendo la celebre argomentazione per la quale la morte non sarebbe un problema perché fintanto che c’è la vita non c’è la morte e quando c’è la morte non c’è la vita. Nella notte del Getsemani Gesù incontra l’impostura di Epicuro: nessuna scappatoia di fronte alla morte. Non a caso la sua postura non assomiglia per nulla a quella imperturbabile di Socrate di fronte alla sua decisione di darsi la morte. Il suo corpo trema, suda sangue, cade a terra. La prima preghiera che rivolge a Dio è una supplica: non vuole morire, vuole continuare a vivere, chiede al padre di essere risparmiato, di allontanare il calice amaro della morte dalla sua bocca. Respinge la morte perché ha amato e ama profondamente la vita. Nessuna scorciatoia, dunque, nessuna rimozione del trauma della morte. Nemmeno la sua resurrezione può attenuare questo trauma. Essa non è, diversamente da quello che pensava Freud, la negazione infantile della morte, ma, casomai, l’esito di un suo attraversamento. Non a caso tutta l’iconografia cristiana rappresenta il corpo del risorto con le ferite indelebili della sua passione. Nel racconto evangelico, il sepolcro di Gesù appare vuoto. Gli angeli che lo presiedono chiedono alle donne impaurite che si sono recate alla sua tomba: «Perché cercate il vivente tra i morti? Non è qui, ma è risorto». (Lc, 24,5-6). È questo vuoto il grande mistero della Pasqua cristiana vista con gli occhi di un laico. Lui non è più qui: un lutto necessario si impone poiché in ogni lutto “lui” o “lei” non sono più tra noi. Un’assenza travolge la nostra presenza nel mondo; un’assenza che è dolore ma che forse proprio per questo è anche una forma radicale dell’amore, come scrive Roland Barthes nel suo straordinario taccuino scritto dopo la morte di sua madre e intitolato Dove lei non è. Ma il vuoto del sepolcro non impone solo il lutto. Esso apre anche la possibilità di qualcosa di inaudito. Gesù non si può trovare tra i morti. Egli, sebbene morto, è ancora vivo. Cosa può significare? Per un verso Gesù non è più qui, non è più a disposizione di coloro che lo hanno amato, è andato via. Anche le apparizioni post-pasquali sono fugaci, destinate a dissolversi nell’assenza. Questo significa che il risorto non è un rinato. La resurrezione non può cancellare l’esperienza della perdita. Per questa ragione nelle sue apparizioni Gesù inizialmente non viene riconosciuto, ma appare come un estraneo. Perché però lo cercate nella sua tomba? La resurrezione non rafforza affatto una immagine sovrumana di Dio. Per un altro verso la risurrezione di Gesù è una radicale disattivazione della terribile potenza della morte. Essa non può, infatti, essere l’ultima parola sulla vita. Nella sua predicazione egli ha mostrato che la paura della morte coincide con la paura della vita proponendo se stesso come la testimonianza di una vita viva, di una vita sovrabbondante di vita: «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv,11, 25). Egli si è chiesto che cosa sia una vita viva, una vita generativa, una vita capace di vita. La mera conservazione della propria vita limita la sua trascendenza, la sua, come direbbe Paolo a proposito della Grazia, “sovrabbondanza”. Essere in vita non significa di per sé essere davvero vivi. Gesù pone il problema della differenza tra una vita morta e una vita viva. Egli è incarnazione del vivente, l’“acqua viva” che disseta in eterno, la vita come potenza generativa. Dunque, non si può cercare Gesù tra i morti. Perché i morti sono coloro che hanno rinunciato alla vita, sono i sacerdoti, i custodi della lettera, le persone avide, incapaci di amare, i morti sono coloro che hanno paura della vita. Non bisogna cercare Gesù tra i morti perché il suo nome è un nome della vita che non si lascia vincere dalla morte. In questo senso Gesù è la resurrezione che continua ad accadere al di là della sua morte. Il vuoto del sepolcro è il luogo di un’assenza che, diversamente da quello che vorrebbe Tommaso, non può però essere ricuperata. La resurrezione non è la rianimazione di un corpo morto che ritorna in vita, ma è la vita che non può mai essere tutta distrutta dalla morte. Gesù lo dice chiaramente: «Chi crede in me, anche se morto, vivrà» (Gv, 11,25). Noli me tangere, non mi toccare, non trattenermi, dice il Signore risorto a Maria Maddalena. La morte è una distanza che si apre nella vita, ma non è sparizione, distruzione, putrefazione. La resurrezione non è una immagine dell’immortalità. Gesù non è un immortale come sono immortali gli dei pagani. Gesù è un uomo che ha conosciuto la morte: deve partire, deve andarsene da questo mondo. Non può più essere toccato. Ogni uomo non può, infatti, più tornare indietro dalla morte, non può più recuperare la sua vita. Ma questo andare via, questo tornare dal padre, è anche un modo per restare: «Vado e ritornerò da voi» (Gv, 14, 28), dice ai suoi. La fede in Gesù non necessità il feticismo del toccare, ma preserva la distanza, il mistero dell’intangibile. Se per credere bisogna toccare, come esige l’incredulo Tommaso, la fede implica invece l’incontro con l’ignoto che resta tale. Mentre il discorso religioso si costituisce sulla credenza, quello di Gesù – profondamente anti-religioso e anti-idolatrico – si istituisce sul salto nel vuoto della fede. È la profonda differenza tra Maddalena e Tommaso: una ha fede in ciò che non può toccare, mentre l’altro esige di toccare per poter credere. Gesù mostra che la sua morte non coincide con la fine della sua parola. Tutto il contrario: il vuoto del sepolcro assomiglia ad una luce di una stella morta che insiste a rilasciare luce anche dopo la sua fine.

Massimo Recalcati__ Chi non ama scompare__ La Stampa, domenica 1 ottobre 2023

Cosa ha lasciato il Giubileo dei giovani-

 

Cosa lascia il Giubileo dei giovani alla Chiesa, alla fede, all’Italia, al mondo? Quel che lasciò il giubileo precedente, evento magnifico intorno a un papa magnifico, i cui seguaci furono chiamati i Papa boys. Prima di rispondere alla domanda, vorrei dire due cose sull’evento, anzi vorrei esprimere due gioie. La prima è la gioia di un avvenimento positivo a livello mondiale, come pochi ormai se ne vedono, mosso dall’aspirazione a salvare il mondo, ma non solo nel segno del pianeta e dell’ambiente, ma del mondo abitato dagli uomini al centro del creato, e quindi la natura. Provate a farvi la domanda inversa: quanti sono gli eventi come questo che accendono speranza, destano fiducia, in cui si vede comunque all’opera il bene. Rari, più rari in occidente. Per dirla in sintesi: questo è finalmente un evento contro nessuno, solo in favore dell’umanità e di ogni persona. “Te pare poco, dì, te pare poco?” avrebbe detto Franco Califano.

La seconda gioia era vedere, sentire, quei ragazzi. Lo hanno detto in tanti, e non ha molto senso ripeterlo. Ma dopo decenni di elogi della peggio gioventù, vedi finalmente qualcosa che evoca la meglio gioventù. Certo i migliori giovani non stavano solo qui, per fortuna o grazie a Dio, sono sparsi altrove, ma ci sono. Però vederli qui in tanti, insieme, accomunati da un desiderio di fede, da una volontà di cose grandi, per dirla col Papa Leone XIV, è un bene incalcolabile. Da troppo tempo lo spettacolo è inverso: vedi raramente giovani sfilare insieme e quando succede il più delle volte sono masse arrabbiate, urlanti, carnevalesche, istupidite da slogan e modelli di vita. E ti consoli dicendo che non tutti sono così, ci sono altri che in disparte, da soli, studiano, lavorano, amano, si comportano in modo diverso. Con il Giubileo dei giovani vedi per la prima volta dopo un po’ di tempo una folla di giovani e non solo singoli individui che non vogliono diventare le protesi dei loro smartphone, che non vivono del solito gergo e delle quattro minchiate prefabbricate che fanno loro ripetere.

C’era persino a livello epidermico, un segno distintivo che mi piace sottolineare: quei giovani di Roma non erano tatuati, hanno ancora rispetto del corpo così come è dato, con tutti i suoi limiti. Per carità, non sto dicendo che i tatuati siano il male e i non tatuati il bene, ci sono mille ragioni per farlo, c’è modo e modo per tatuarsi, chi con un piccolo segno simbolico e chi invece diventa il cartellone pubblicitario di una sceneggiata o di un documentario sull’ambiente. Non si giudica mai una persona dalla pelle, e questo vale non solo per il colore della pelle che hai ricevuto in sorte ma anche dalla decisione di illustrare, affrescare, la tua pelle come un murales, un racconto mitico o altro. Però, detto questo, l’idea di ricreare la propria identità con un travestimento permanente della propria pelle e viceversa il proposito di lasciare come dio ti ha fatto, come mamma ti ha fatto, come natura ti ha fatto, è una piccola scelta di vita. Con tutti i distinguo e senza mai generalizzare su così poco, preferisco i ragazzi a pelle libera, rimasti quel che sono, reali, genuini, veri, seppure al primo stadio della verità.

Ma usciamo dalla piccola questione dei tatuaggi, per dire che si, era una bella gioventù. E non c’è bisogno di essere credenti, cristiani, cattolici per dirlo; quando un ragazzo non ha il culto di se stesso, non vive solo specchiandosi nello smartphone e nei suoi affluenti, quando si sporge, si espone, crede in qualcosa di superiore a lui, cerca l’incontro e la comunità, esprime già un senso positivo. Mentre vedevo loro, sentivo per le strade di un paese sardo cantare una ragazza che celebrava l’inno autocentrato della gioventù. Ripeteva: Io sono pazza di me, e tutta la canzone era un fare a meno degli altri, tantopiù degli amori, ma stare bene con se stessi, autorealizzarsi e autocompiacersi e via dicendo. Che vita vuota, triste, insensata, stanno costruendo questi ragazzi che vedono, sentono, pensano solo se stessi. I ragazzi giubilanti di Roma invece no, o perlomeno ci provano a non ridurre il loro mondo a questo.

Insomma, le due gioie che hanno suscitato quei giubilanti sono vere e tutt’altro che secondarie. E aggiungo che con Papa Leone XIV si respira un’altra aria, senti che l’amor di Dio prevale sul messaggio socio-progressista, e ti fa piacere che ci sia lui e non il suo predecessore (pace all’anima sua). In giro si sentiva più Woytila che Bergoglio…

Ma poi torno alla domanda iniziale e all’esperienza del precedente giubileo dei giovani e mi accorgo che alla fine ho parlato non di un mondo, di un popolo ma di un evento, cioè di qualcosa che avviene eccezionalmente, di rado. Sì, probabilmente è la spia di un modo d’essere e di vivere, non è soltanto una festa, un’interruzione speciale della loro vita quotidiana. Ma resta che poi la desolazione, il deserto, riprende il sopravvento. Lo abbiamo visto nell’arco di questi venticinque anni, che poi sono il primo quarto di secolo del terzo millennio. Quell’immagine, quelle figure di speranza, sono state sommerse da ben altre immagini, ben altri flussi, ben altre tendenze.

Gli eventi non lasciano poi tracce, anche se possono essere la spia di percorsi privati di vita diversi; ma minoritari, purtroppo, e poco capaci di essere d’esempio e d’insegnamento per gli altri. Passata la festa, gabbato lo santo, diceva un proverbio popolare, ed è quello che avverti negli infiniti lunedì della vita, dopo quelle brevi parentesi domenicali. Difficile costruire, difficile ritrovare nella quotidianità quello spirito. Si, episodi non mancano. Per esempio, e solo per restare nella linea del giubileo dei giovani, tra poco ci sarà il meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, che è da decenni un filo di quella continuità che si dipana nei giorni. E ci sono piccole oasi di conforto e di speranza in un oceano d’indifferenza, d’insofferenze, con vaste penisole di odio e di violenza. Il resto, mi rendo conto, va in un’altra direzione; la tendenza prevalente del mondo, dell’Italia, dell’Occidente, va in altra direzione, vive in altro modo: ha desideri, non speranze, ha calcoli, non ideali. E vive del giorno, non ha attesa più grandi, aspettative più alte. Insomma, lascia poco, il giubileo dei giovani. Ma quel poco è meglio del niente, è almeno un piccolo segno. Non dico accontentiamoci di quel poco; dico che da quel poco si deve partire.

Marcello Veneziani