Lo stallo e la perdita…

 

 

Lo Stallo. Sei regioni hanno votato nelle ultime settimane e in tutte e sei sono state confermate le maggioranze uscenti: dove si sono presentati i governatori uscenti sono stati confermati, dove c’erano nuovi candidati hanno vinto comunque le coalizioni che reggevano i governi precedenti. Parità assoluta e continuità totale. Anche sul governo centrale non si intravedono mutamenti: la Meloni governa stabilmente e saldamente da anni, la durata è assicurata, non si intravedono rischi e insidie particolari e le proposte di riforma dei meccanismi elettorali sembrano fatte apposta per garantire ulteriormente la durata. Il governo non sale e non scende nella percezione della gente e nei relativi consensi; la sua azione non sembra registrare passi avanti o passi indietro significativi, non c’è né la caduta né la volata. Anche il paese resta in una situazione di sostanziale continuità, non ci sono né i cambiamenti salvifici che annunciano le truppe governative né i peggioramenti catastrofici che annunciano le truppe di opposizione. A ogni dato negativo corrisponde qualche dato positivo, parità quasi perfetta. Anche all’opposizione non si intravedono novità: il tema è da anni sempre lo stesso, il campo largo, ovvero l’alleanza della sinistra coi 5Stelle, che si fanno sempre più esili. Ma nemmeno quell’intesa fa passi avanti o passi indietro: quando serve e quando sono candidati i grillini, viene adottata l’alleanza, quando genera difficoltà e divergenze, viene disdetta o sospesa.

Come le processioni antiche di paese, a ogni passo avanti corrisponde un passo indietro. Non siamo nemmeno in una fase di crescita delle forze radicali e ribelli, dei movimenti antisistema; sono piccole, marginali, sacche fisiologiche, nulla di significativo o di minaccioso per la stabilità degli assetti.

Siamo in una fase di stallo, non c’è che dire. Stallo generale. L’unico piccolo movimento che si avverte è lo sgocciolio dai tubi elettorali, ovvero la perdita costante di flussi dai canali della democrazia e dalle urne. Goccia dopo goccia, il bacino elettorale si restringe e la bacinella che raccoglie il non voto si riempie, e trabocca. È l’unico ticchettio di vita che proviene dai paraggi della politica. La maggioranza assoluta degli italiani non va a votare, a nord, come a sud e al centro, e a sinistra come a destra come al centro, sia quando è nell’aria la vittoria della sinistra sia quando si prevede la vittoria della destra. Forse alle elezioni politiche il richiamo sarà un po’ più forte, perché più forte è la contrapposizione, e dunque agirà la molla negativa più che la molla positiva e si andrà a votare per impedire che vincano loro; così, almeno la soglia della metà dei votanti potrà essere varcata. Ma resta il problema della vasta defezione o disaffezione di massa, divenuta ormai strutturale, non occasionale. Per la verità anch’io da tempo mi sento in sintonia con la maggioranza assoluta degli italiani, nutro un forte disinteresse per la politica, di cui mi occupo saltuariamente e il minimo indispensabile, sfuggendo ai dibattiti e ai talk show politici; non è nemmeno un rifiuto polemico o conflittuale verso alcuno, non mi sento deluso né tradito perché so come vanno le cose; ma avverto un senso di estraneità, lontananza, e la sensazione che la politica non affronti né i temi veri della vita reale e sociale, né i temi ideali e civili che un tempo appassionavano. Ovvero non tocca né gli interessi né le motivazioni. Nè la pancia né il cuore; la testa non ne parliamo. E per certi versi non me la prendo nemmeno con la politica: siamo in un’epoca in cui il potere si è trasferito altrove, in processi, procedure e decisioni che superano la politica, i governanti e i confini nazionali.

Tornando invece alla politica nostrana, venivamo da una stagione politica caratterizzata da cicli politici sempre più brevi, mai più di un triennio: così fu la parabola veloce di Matteo Renzi che in un primo tempo sembrava destinato a una lunga premiership, così è stata la parabola di Giuseppe Conte nei due opposti format governativi, così fu la parabola di Mario Draghi e dei tecnici, per indicare le leadership di governo più significative e più diverse dopo il tramonto dell’era Berlusconi. Da alcuni anni, la politica sembrava aver accorciato il ciclo biologico delle leadership e accelerato la parabola dell’ascesa e del declino nei consensi. Con la Meloni al governo è stato invece superato senza scosse il triennio e la percezione è che durerà a Palazzo Chigi fino a fine legislatura; e se ora si dovesse votare vincerebbe ancora lei, col centro-destra. Se non intervengono colpi di scena, di testa o di coda della presente legislatura, il quadro non sembra per ora destinato a cambiamenti neanche nelle prossime elezioni, tra due anni. Altro che vento cambiato, “la riscossa che parte dal sud” o da chissà quale nuova alleanza: se pensate che il cambiamento parta da Fico a Napoli, siete alla frutta, per giunta fuori stagione. Non spira nessun vento, l’aria è stagnante, domina lo stallo, a parte erosione del popolo elettorale goccia dopo goccia.

Per il centro-destra, per la Meloni, permangono semmai alcuni punti critici che non sono comunque di oggi: due regioni che sono state da sempre sensibili alla destra, Campania e Puglia, sin dai tempi del referendum sulla monarchia, e poi ai tempi di Lauro e delle amministrazioni di centro-destra, poi guidate a lungo dai democristiani, sono ormai da molti anni nelle mani del centro-sinistra. E la destra non riesce a esprimere in tutto il sud leadership regionali e anche nazionali. Le candidature che vengono proposte sono sempre poco convincenti, poco autorevoli, poco efficaci. Però bisogna anche dire che nel computo generale, anche sul piano amministrativo, le regioni sono in prevalenza guidate dal centro-destra. Lo stesso, invece, non vale per i capoluoghi di regione, a partire da tutte le grandi città in mano alla sinistra. Sono punti critici, ma non mi pare di intravedere pericoli mortali.

Il consenso verso la Meloni non è in crescita, in decrescita e nemmeno in una fase di slancio e di fiducia; ma in caso di competizione elettorale, il confronto con la sinistra e il rischio di un governo di sinistra, e di un’armata Brancaleone, riattiverebbe comunque la scelta in favore della Meloni & Brothers. Meglio poco che niente, meglio fermi che indietro. Intanto, però, nonostante qualche siparietto polemico, qualche comizio ad alta voce, qualche piccola guerra di passaggio tra le tifoserie, viviamo il tempo dello Stallo. Gli uni lo chiameranno stabilità, gli altri lo chiameranno staticità, ma siamo comunque allo stallo. Tu chiamala se vuoi stagnazione.

Marcello Veneziani

FAMIGLIA NEL BOSCO/ Così Trevallion e Birmingham ci invitano a “rifondare” il nostro modello di vita

La famiglia nel bosco di Palmoli è diventata un caso, ma forse dovremmo pensare alla lezione che ci offre sulla deriva preoccupante dei nostri tempi

Tutti a litigare sui diritti della famiglia stanziatasi nei boschi di Palmoli, nel chietino, che conduce una vita sua propria. Farà bene ai figli? Sarà una stravaganza?

Ma… Provate a chiudere un attimo gli occhi e a farvi la stessa domanda sulla vostra di famiglia, sul suo stile di vita. Fa bene ai figli? Se ci pensate davvero, vi rendete conto che la vostra vita piccolo-borghese (cioè da borgo cittadino inurbato e inquinato) è davvero strampalata rispetto ad un modo di vita rispettoso di ritmi vostri e dei pargoli  .La vostra vita è tutta una corsa, basata sul principio di prestazione, come lo chiamava Marcuse, cioè sullo sgomitare per accaparrarsi un posto; con orari anti-fisiologici soprattutto per i bambini, con stili di alimentazione sballati per costituenti e orari; con un livello di socializzazione che non vi permette nemmeno di sapere chi sono i vostri vicini. E i bambini poi? Sequestrati! Non possono uscire da soli di casa o da scuola; per vedere loro simili lo devono fare in spazi sorvegliati e recintati (feste in casa, attività sportiva che si è sostituita ai giochi spontanei). Non giocano più ma usano e sono usati dai giochi (costosi) che gli comprate voi, spesso per zittire il senso di colpa che avete per non passare il tempo che serve loro con i vostri figli.  E se si lamentano? Una volta c’era il ciuccio, ora c’è il tablet, tanto che fanno passeggini per lattanti con tablet annesso così che non dia fastidio con la sua puerile presenza.

Ora, sarà strana la vita di chi vive nei boschi, ma non vi sembra che sia strana anche la vostra?

Il mondo della pediatria è in continua agitazione, e non certo per rimpiangere i tempi andati in cui la povertà e le malattie erano diffusi più di ora; ma perché è un mondo accademico che dà sempre più indicazioni stringenti per preservare i piccoli dalle aggressioni urbane: i pediatri si sgolano per far sparire tablet e cellulari dalle camere dei piccoli: risposta, zero. I pediatri chiedono di far dormire di più i piccoli perché le ore di sonno di un ragazzino sono molte più di un adulto, invece questa società fa una marmellata di bisogni e tutti escono presto di casa per correre alla fabbrica o alla scuola che da luogo di crescita è divenuta un babisitteraggio. Già, la scuola non è luogo di svago (come vuole la parola stessa scholè, che in greco significa “divertimento”) ma è luogo di indottrinamento al culto del consumismo e della performance, dove i bambini sono sempre più stressati, sempre più cercano aiuto psicologico (basterebbero due parole del babbo, certo, ma chi lo vede più?). E la scuola restringe i bambini in aule sovraffollate e piccole (lo sguardo per non sforzarsi richiede una distanza dagli oggetti di almeno 8 metri).

Per non parlare dell’inquinamento che respirano sin prima di nascere, e delle prospettive nere che presenta loro qualunque massmedia in cui almeno la metà delle notizie è di cronaca nera o di catastrofi .Detto tutto ciò, sarà anche stravagante abitare nel bosco (e beninteso occorre osservare le leggi). Ma non vi sembra ancora più stravagante far vivere i bambini in un mondo come quello che ho appena descritto, e vorrei sentire chi si azzarda a dire che non è vero?   Ripensiamo il modo di convivenza o aspettiamo che sempre più fuggano da ambienti cittadini tossici moralmente e fisicamente, da quantità di particolato e idrocarburi da mettere paura? Sì, lo so, è una provocazione e non porterà da nessuna parte, perché il degrado è inarrestabile; ma se qualche forma di dissenso trapela, o meglio ancora qualche voce innovativa – scuole montessoriane, periferie vivibili e non dormitori, prospettive di cambiare gli orari scolastici come in Gran Bretagna – non sarebbe almeno la soddisfazione di averci provato?

Insomma, provate a riflettere, come invitano a fare i grandi filosofi, da Günther Anders a Martin Heidegger, per non parlare del movimento ecologista più fondato, cioè non quello che invita a non inquinare per paura della catastrofe (ecologia grigia), ma per semplice e alto rispetto del creato (ecologia celeste): ma questa vita moderna vale proprio la pena o – magari approfittando di sfide o provocazioni come quella dei boschi chietini – è da rifondare?

Carlo Bellieni

Il fascismo delle istituzioni contro la famiglia che vive nel bosco.

Mentre i tre bambini rimangono separati dai loro genitori, in tutta Italia sono in 5 mila i “neorurali” che decidono di vivere in natura: i giudici e i benpensanti organizzeranno una grande retata, per difenderli dalle loro scelte e per il loro benessere psichico?

Mentre i tre bambini del bosco, colpevoli di nulla, rimangono separati dai loro genitori in virtù di un’ordinanza del Tribunale per i minorenni dell’Aquila – un provvedimento di estrema gravità, che va preso, e con le molle, solo nei casi di vero rischio, di violenze e quant’altro, altrimenti si gettano le basi di disastri come Bibbiano, tutte cose che in questo caso non ci sono – molti commenti su stampa e social denunciano la “politicizzazione” della vicenda e danno ovviamente la colpa a Salvini, o a Meloni. Peccato che a politicizzare la vicenda siano state da subito voci ascrivibili alla sinistra, la sinistra che non riesce a perdere il vizio di farsi ancella dei tribunali, pretendendo in più di essere giudice morale, pronte a schierarsi a difesa di un molto ipotetico concetto di “legalità” che i reprobi genitori avrebbero violato. Di qui la Democrazia e la Legge, maiuscolo, dì là gli antisociali a un passo dal comportamento delittuoso cui togliere i figli. Peccato che a difesa corporativa dei magistrati coinvolti si sia subito schierato invece il più politicizzato dei sindacati, l’Anm dell’Aquila, “giudicando inopportuno ogni tentativo di strumentalizzazione”. Ohibò. Peccato che sia mosso addirittura, con gran solerzia, il Csm, organo costituzionale ahinoi non così digiuno di politicizzazione: “A tutela dei magistrati”, e giungendo a segnalare “rischi di una strumentalizzazione del caso nel dibattito politico e referendario sulla giustizia”. Molto bene.

Poi intanto si apprende che il più grave dei “reati” commessi dai genitori, quello del mancato adempimento scolastico, secondo quanto comunicato dal ministero dell’Istruzione non sussiste: nel caso dei tre minori l’obbligo scolastico è rispettato (stiamo parlando dell’Abruzzo, che ha un tasso dell’8 per cento di abbandoni, ma non abbiamo visto retate di Carabinieri nel bosco). Quanto alle altri gravi colpe, certificano gli avvocati che la casa è in condizioni di abitabilità e affermano anche che i bambini siano in regola con le vaccinazioni (qualcuno almeno su questo è in grado di chiarire, prima di prendere provvedimenti?). Quanto alla più cervellotica delle argomentazioni dei magistrati, la “socialità negata” che potrebbe “avere effetti negativi sullo sviluppo cognitivo ed emotivo”, oltre a non comparire minimamente in questa triste e assurda storia, è una decisione che non può essere presa dalla magistratura in base al proprio personalissimo giudizio. In ogni caso, un provvedimento di enorme gravità come la sottrazione di figli minori ai genitori può essere assunta solo per cause drammatiche, e documentate. E non è evidentemente questa la situazione. Tutto il resto, compresi i ridicoli commenti letti qua e là sulla inadeguatezza dei genitori, sulla presunta sofferenza dei bambini, sono pregiudizi e preconcetti da Stato etico, anzi peggio: quando si fanno opinione comune che tenta di imporre per via giudiziaria la propria volontà sono un tipico, orribile caso di fascismo delle istituzioni.

Ps. Si scopre nel frattempo che i in Italia vivono almeno cinquemila “neorurali”, persone con o senza figli che scelgono di vivere più o meno nelle stesse condizioni di “stato di natura” di Nathan e Catherine. Vivono “off-grid” come dicono in America dove la moda è nata. I giudici e i benpensanti organizzeranno una grande retata, per difenderli dalle loro scelte e per il loro benessere psichico?

Maurizio Crippa___da __IL FOGLIO

 

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San Bernardo, proteggi i tre bambini del bosco.

 Come potrebbero gli insegnanti dell’atea scuola odierna gareggiare con la saggezza insuperabile degli alberi? 

San Bernardo di Chiaravalle, non ti hanno mica letto le assistenti sociali abruzzesi, i giudici dei tribunali aquilani, e sì che non c’era bisogno di affrontare l’intero tuo epistolario, bastava questo frammento peraltro abbastanza noto: “Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà”. E se già i maestri del XII secolo perdevano il confronto con querce e faggi, figuriamoci gli insegnanti dell’atea scuola odierna: perderebbero una gara anche con muschi e licheni.

Lassù sulle montagne abruzzesi, i tre bambini sottratti ai genitori vivevano senza energia elettrica, acqua corrente, termosifoni, dunque a impatto ambientale zero, proprio come viveva, da piccolo, mio padre sulla montagna lucana. Adesso che ci penso, pure io da bambino ho vissuto per qualche tempo con il bagno esterno, in una casa di ringhiera nel centro storico di Caserta, chissà se aveva l’abitabilità… San Bernardo, anziché leggere te, o almeno Jünger e Thoreau, gli scrittori del “passaggio al bosco”, sembra che i funzionari pubblici abbiano letto Hegel e Hobbes, i filosofi dello Stato totale. Paura. San Bernardo, proteggi i tre bambini e riportali ai loro insuperabili maestri: lecci, salici, olivi, roverelle.

 Camillo Langone___da___IL FOGLIO

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Crepet: “Chiediti sempre se ne vale la pena. Scegli chi merita la tua luce, non svendere emozioni a chi spegne il tuo valore; coltiva sempre relazioni che nutrono dignità, crescita e amor proprio”

 

Perché spesso restiamo dove non fioriamo? Crepet ci ricorda che scegliere chi ci merita non è egoismo, ma il primo passo per ritrovare noi stessi e dare valore alla nostra luce interiore…

Nella vita quotidiana, nell’alternarsi inesorabile degli eventi, scanditi dallo scorrere del tempo, finiamo per perdere di vista il vero significato dei comportamenti delle persone che incrociamo durante le nostre giornate caratterizzate dalla monotonia e dalla velocità. Non facciamo altro che correre, affrettarci e vivere come se quella stessa esistenza non fosse la nostra bensì come se la stessimo guardando dall’esterno quali meri spettatori, impazienti di bruciare le tappe e di raggiungere meri obiettivi materiali. Eppure è di fondamentale importanza soffermarsi a valutare le persone che ci circondano e con le quali ci accompagniamo poiché proprio quelle persone finiscono, inesorabilmente, per influenzare la nostra quotidianità.
A tal proposito, spesso è proprio il senso di solitudine e la paura di dover affrontare il mondo come individui singoli che ci portano ad accettare persone che finiscono per impoverirci e rattristarci.
Infatti, secondo il sociologo e psichiatra Paolo Crepet occorre chiedersi sempre “se ne vale la pena. Di aspettare, comprendere, giustificare i comportamenti, capire i silenzi”. Crepet, in altre parole, invita al rispetto e all’amor proprio. Non si può sempre trovare delle giustificazioni ai comportamenti sbagliati delle persone con le quali ci relazioniamo, celando i loro errori e facendo dei silenzi altrui la prassi.
Inoltre, sempre Crepet aggiunge: “Chiediti fino a che punto sei disposto ad accettare tutto ciò. E non c’entra il bene, l’amore che gli vuoi. È che tutto ha un limite! Hai bisogno di qualcuno che meriti ciò che hai dentro, perché ci sono ricchezze che non vanno svendute. Emozioni che non possono essere negate. Hai bisogno di chi aggiunge, non di chi toglie!”.

È emblematico, pertanto, il pensiero del noto sociologo che ci insegna a non accontentarci. Occorre circondarsi di persone che siano in grado di valorizzarci, e al contempo, di illuminarci, brillando di luce propria, senza oscurare o affievolire la nostra. Gli amici e le persone care, insomma, sono quelle capaci di apprezzarci veramente, di renderci migliori, di esaltarci e giammai di depauperarci.
“Quando dai, ma non è mai abbastanza, cambia direzione. Probabilmente stai dando troppo a chi non meritava tanto. Allora ti devi perdonare, hai cercato affetto da chi non lo sapeva dare”, queste le significative parole dello psichiatra grazie alle quali poter culminare la sua accurata disamina.

In tale prospettiva Paolo Crepet pone l’accento sulle parole di Jung, il quale sosteneva una rilevante verità: “Non rimpiango le persone che ho perso con il tempo, ma rimpiango il tempo che ho perso con certe persone, perché le persone non mi appartenevano, gli anni sì”.
Pertanto, sforziamoci per il nostro bene di scegliere con chi accompagnarci, non per abitudine o per solitudine, ma per crescere, evolverci, migliorarci senza mai dimenticare che “non si sceglie di avere una persona accanto per peggiorare la propria vita, ma per migliorarla. E se l’amore non porta a questo non è amore. E lo stesso vale per ogni tipo di relazione”.

Redazione di __ASCUOLAOGGI