La Meloni ha consenso grazie alla sinistra.

 

 

 

Ormai è evidente: la principale fonte di consenso per Giorgia Meloni e il suo governo è la sinistra, ciò che dice, ciò che fa, ciò che odia, ciò che disprezza. Se cercate la primaria ragione del consenso duraturo tributato alla Meloni dopo tre anni e mezzo di governo, non lo troverete nelle opere del governo, nelle cose fatte o nella fiducia che ha conquistato tra gli italiani e nemmeno nella sua indubbia vis empatica; ma lo trovate lì, nel contrasto stridente della sinistra, negli ostacoli che essa frappone e che il governo poi sfrutta a suo favore. È come la gag di Willy il Coyote con Beep Beep: il coyote ordisce agguati e lo struzzo la fa franca. La sinistra attacca e censura, la Meloni gioca di rimessa, trae forza dai loro attacchi. È un meccanismo perverso, un circolo vizioso che si è innescato da quando è andata al governo. È abbastanza anomalo che la fiducia e la legittimazione di un governo in carica risieda negli assalti che subisce dalla sinistra di lotta e di potere; fino a sfiorare l’assurdo o il gioco pirandelliano delle parti quando la premier accusa la minoranza d’opposizione di portarci in una “spaventosa deriva illiberale”. Ma al governo c’è lei…

Situazione anomala ma non del tutto inedita per noi: ricordiamoci che per anni, la persistente fiducia alla Dc e ai suoi governi reggeva più sul timore degli “opposti estremismi”, “la minaccia comunista” o l’avventurismo eversivo che dalle realizzazioni dei modesti governi in carica. Vigeva il criterio del male minore, la legge del turiamoci il naso; meglio la mediocrità rassicurante che scivolare a sinistra o cedere agli estremismi, alla piazza, al terrorismo rosso e nero, alle fughe dall’Occidente e dall’ombrello americano. Anche allora la parola d’ordine era la stabilità e il timore di perdere la libertà. Qualcosa del genere accadde pure al tempo di Berlusconi.

È mortificante assistere in questi giorni all’infognarsi del dibattito politico e istituzionale sui comici a Sanremo e sui telecronisti alle Olimpiadi. Attacchi protervi da una parte, a raffica, e difese a volte fuori luogo dall’altra; o sotto altri punti di vista, da una parte la ditta dell’intolleranza, del disprezzo e del linciaggio verso chi non è allineato, ma la parte opposta offre scarsa qualità e scadenti alternative. Ben altre idee, opere e profili culturali, soprattutto di grandi autori del passato, vengono oscurati o deformati dall’ideologia woke e progressista; scendere in campo a difendere casi minori in ambiti pop, francamente è un po’ deprimente.

Confesso un disagio bilaterale nel vedere questo spettacolo, tra l’accanimento degli uni e la modestia degli altri.

È vero, e lo abbiamo scritto più volte, che la posizione prevalente della sinistra verso tutto ciò che non è riconducibile ad essa o vi si oppone, si sostanzia nei verbi escludere, censurare, impedire, disprezzare, dileggiare. Salvo poi indignarsi se qualcuno a volte cerca di ritorcere la stessa logica del dileggio e del disprezzo contro i totem e tabù della sinistra. Ed è pure vero, dall’altra parte, che il vittimismo è diventato un’arma politica che la Meloni e i suoi usano con disinvolta frequenza; e a volte la usano pure come diversione, distrazione dai fatti reali e dai problemi incombenti. Ma l’uso spregiudicato e furbo del vittimismo non è inventato dal nulla o costruito artatamente, risale a fatti e opinioni realmente espressi dalla parte avversa.

TeleMeloni esiste davvero ma non è gestita dai soldatini meloniani all’opera nelle reti, nei tg e nei retrobottega governativi; bensì da Lilli Gruber e dall’episcopato di conduttori, presentatori, ospiti fissi e censori di sinistra che si esibiscono ogni giorno in tv e su altri media contro la reginella Meloni e i suoi moschettieri. Ai delusi di destra dal governo, delusi da quel che fa e soprattutto da quel che non fa, consiglio una robusta terapia di antibiotici; assumete per cinque serate consecutive – è il ciclo minimo perché abbiano effetto gli antibiotici – il programma della Gruber, con le sue domande che contengono sempre la parola GiorgiaMeloni per suscitare sdegno e condanna della premier; o in alternativa, quando sono rivolte a chi si sottrae al suo ossessivo giochino, vengono incalzati con molteplici interruzioni se argomentano in senso a lei sgradito. Credo che anche un meloniano scettico o deluso, dopo questa cura da cavallo, a base di Gruber o simili, torni a preferire la Meloni e il suo governo ai suoi nemici. Ecco perché sostengo che la vera TeleMeloni la facciano proprio i suoi nemici, la compagnia di giro degli antimeloniani di sinistra e di professione.

Si dice pure che la Meloni e il suo governo utilizzino le immagini delle violenze, per esempio a Torino o Milano, e in particolare i video sui poliziotti accerchiati e malmenati, per suscitare sdegno nel paese contro la sinistra e sostegno alle leggi sulla sicurezza e alla riforma della giustizia. Beh, lo penso anch’io, c’è un uso strumentale di quelle immagini e di quelle notizie. Ma si omette di dire che quelle immagini, quelle manifestazioni, quell’odio militante con le relative coperture, indulgenze, silenzi della sinistra non le hanno fabbricate i manutengoli del governo Meloni, corrispondono alla realtà dei fatti. E a fabbricarle è quell’universo antagonista che va dalla sinistra anarco-insurrezionalista, alla sinistra radicale, arrivando a costeggiare alcuni segmenti della sinistra d’opinione e di partito. Dai centri sociali fino ai centri storici, previo accesso ztl.

Il risultato complessivo di questo tira-e-molla e dell’annesso spettacolino è avvilente per ogni italiano di buon senso e di buon gusto, dotato di un minimo d’intelligenza critica e non accecato da pulsioni partigiane. Magari gioverà ai sondaggi della Meloni e alla sua permanenza al governo; magari darà una valvola di sfogo e un collante furioso alla sinistra e alle sue periferie rancorose; ma nuoce all’Italia, ne sfibra i legami e non piace a tanti italiani. Che spero vivamente siano i più, la maggioranza del paese, ma non ho elementi per dirlo. Comunque da quell’altalena, da quella caricatura di guerra civile, agguati e vittimismi, più tanta fuffa e muffa, io vorrei scendere, come da una giostra cinica, umiliante e feroce. La politica vera è un’altra cosa e si occupa di cose reali, davvero importanti per il paese e per i suoi cittadini.

Marcello Veneziani

Grandi idee, piccoli fatti…

 

 

Hai sentito la Meloni a Rimini? Grande discorso, grandi idee, come lei non c’è nessuno oggi in politica. Ah, se ci fosse una come lei alla guida dell’Italia… Nessuna ironia, era vera la prima considerazione ed è amaramente verace la seconda. Il suo discorso merita massima lode sul piano ideale e minima fiducia che venga realizzato. Però vorrei spingermi oltre la semplice constatazione che alle parole non seguono i fatti, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e un conto sono i comizi e un altro le scelte di governo.
Allora mi chiedo: esclusa la malafede, cioè il sospetto che la Meloni non creda in quel che dice, ma lo dice solo perché vuol tenersi buona quella mezza Italia che la vota e la sostiene, perché non riesce a mettere in pratica quel che predica? Lei ha superato a pieni voti la prova della leadership, non ci sono oggi altri leader che meriterebbero di stare al suo posto, è autorevole a livello internazionale, non ha fatto finora passi falsi, è stata molto equilibrata, forse troppo, nell’azione di governo e nei rapporti interni e internazionali, suscita umana simpatia e anche ammirazione, si è mossa con padronanza, studia molto, lavora, si spende davvero, insomma non c’è che dire di lei. Ma l’Italia non è cambiata affatto in questi tre anni, non è cambiato nulla di significativo nella vita dell’Italia e degli italiani, tantomeno sul piano delle idee e dei valori che ha espresso al meeting di Rimini, della cultura non ne parliamo. Nessuno si aspettava che potessero accadere grandi cose, ma quantomeno alcuni segnali, l’avvio di alcune imprese, la percezione che ci stanno davvero lavorando.
E infastidisce la gazzarra intorno al suo governo tra chi dice che da quando c’è la Meloni siamo in paradiso e chi dice che da quando c’è lei siamo precipitati all’inferno. Non è vero, stiamo come prima, salvo impercettibili spostamenti e naturali evoluzioni e involuzioni, di cui non è responsabile il governo. Di solito piccoli cambiamenti laterali, né avanti né indietro.
Poi senti il suo discorso a Rimini e capisci che è portatrice di un messaggio politico e ideale forte, come nessuno oggi sulla scena politica, e un messaggio che dovrebbe suscitare rispetto anche nei suoi avversari. E allora torno alla domanda: ma qual è il mare che si frappone tra il dire e il fare, cosa c’è che impedisce la realizzazione di quei propositi?
Lei dirà che non è così e aggiungerà che se qualcosa non va come dovrebbe andare la colpa è di chi rema contro, chi si oppone, boicotta, denigra. Sarà pur vero, ma un governo che ha i numeri in parlamento per governare, che ha un buon consenso sociale, non può attribuire i suoi mancati successi a chi si oppone, vale fino a un certo punto. A meno che si voglia alzare il tiro e dire che chi ti impedisce di portare a casa dei risultati sono poteri sovrastanti rispetto a chi governa, ovvero nell’ordine: l’America, la Nato, l’Unione europea, la Banca Centrale europea, il Quirinale, i mitici poteri forti, più l’alta dirigenza di stato, le vecchie zie e l’informazione. Anzi, facendo un passo ancora in più, ammettendo che la politica può cambiare poco, decide poco e ha un margine d’azione, un range, assai limitato rispetto ai poteri finanziari, tecnocratici, militari, industriali, alle interdipendenze di ogni tipo.
Oggi sembra agli unionisti europei, inclusa la Meloni, che il nostro nemico principale sia la Russia, e invece a me pare l’ultimo dei nemici. Anzi, dirò di più: l’Unione europea è nata proprio quando cadde l’Unione sovietica e non ebbe più nemici da cui difendersi a est, dunque poteva liberarsi della soggezione verso gli Usa e diventare un soggetto autonomo e sovrano. Sarebbe assurdo tornare prigionieri di questa sindrome russa e dunque lasciarci catturare da questa presunta “difesa dell’occidente”, a partire dall’Ucraina. Ogni volta che parliamo di occidente firmiamo la nostra dichiarazione di dipendenza dagli Stati Uniti e ci vanifichiamo come soggetti sovrani.
Ma torniamo al tema del governo, e dobbiamo sicuramente riconoscere che il raggio d’azione dei governi è assai limitato da questa presenza sovrastante di una cappa internazionale sovrastatale e da una rete di inibizioni e di pressioni anche interne. Al punto che troppo spesso si crea incompatibilità tra incidere e durare; se vuoi durare devi incidere il meno possibile…
Poi c’è un problema che la Meloni nega ma che tutti vediamo a occhio nudo: la classe dirigente che la circonda è mediamente inadeguata, mal selezionata, promossa solo con criteri feudali e partitici di fedeltà al capo, alla corrente e alla sezione; il merito, la capacità, l’intraprendenza, il valore non contano.
Comprensibile che la Meloni si trovi a dover fare i conti con questa realtà di cui in origine non è responsabile; però non c’è mai stata e non c’è, da quando è al governo – e sono ormai tre anni – nessun tentativo di correggere gradualmente il tiro, di provare a fare uno scouting intelligente, di avviare una formazione e selezione più oculata di candidati, politici, amministratori. Chi lo proponeva dieci anni fa era snobbato, poi vai al governo e non hai più tempo per farlo, c’è sempre un’emergenza da affrontare, vieni risucchiato nell’agenda quotidiana.
Che altro manca per realizzare ardite svolte? Il coraggio e la lungimiranza. Il coraggio di sfidare il mainstream, l’establishment, il blocco culturale e mediatico ma sul serio; il coraggio di elaborare progetti e studiare la loro fattibilità e poi osare la loro messa in pratica, fregandosene delle ostilità e delle minacce.
E la lungimiranza di non pensare all’oggi solo con l’occhio del ritorno immediato, dell’incasso sicuro e veloce, ma di pensare il futuro, di pensare al futuro, di avere la tenacia e la pazienza delle grandi imprese. Così si passa dalla cronaca alla storia, dalla tattica alla strategia, dalle belle parole ai fatti veri, dalle ovazioni alle opere che restano. Per essere lungimiranti bisogna pensare e circondarsi di chi pensa realmente il futuro, gli scenari internazionali, le geopolitica e la politica sociale, il terreno delle idee, delle emozioni e dei miti politici. Si dovrebbero non distribuire incarichi e pennacchi, ma attivare pensatoi, laboratori sperimentali di proposte, costruire canali di trasmissione tra il pensare e l’agire, tra il progetto e la strada.
In tutto questo la politica nel suo complesso mostra di essere piccina, immatura e minorenne, facile preda degli adulti più cinici, il gatto e la volpe, lucignolo e l’orco e via dicendo.
Come avrete notato, questo articolo non era né un peana o una marchetta alla premier, come se ne vedono; né un attacco e un dileggio nei suoi confronti, come ce ne sono. Ma un tentativo di capire, di dire quel che a noi pare la verità e una sommessa, e un po’ disincantata, esortazione a cambiare passo e a mantenersi nella vita all’altezza dei propri discorsi. Nei pressi di Rimini, Giulio Cesare disse: il dado è tratto. La Meloni non è Giulio Cesare, benché sia sua concittadina, però a Rimini ha tirato il dado, ha lanciato la sfida e dovrebbe perlomeno provarci. I discorsi seri non sono mai un punto d’arrivo ma di partenza.

Marcello Veneziani

Giorgia Meloni sulla copertina di Time-

AGI – Il numero di Time dedica la copertina e un lungo articolo alla premier Giorgia Meloni dal titolo “Dove Giorgia Meloni sta portando l’Europa”. Nel ritratto, Meloni viene definita una delle “figure più interessanti in Europa”, capace di creare un “nuovo nazionalismo”. “Populista, nativista e filo-occidentale ma impegnata nelle alleanze europee atlantiche” si legge

call to action iconQuando è salita al potere nell’ottobre 2022, si legge nel ritratto del magazine, “alla guida di un movimento fondato dagli ultimi fedelissimi di Benito Mussolini, i critici in Italia e in tutta Europa hanno interpretato i suoi appelli all’orgoglio nazionale e alla difesa della ‘civiltà occidentale’ come segnali di una svolta ultranazionalista per l’ottava economia del mondo”. Il presidente Joe Biden ha citato la sua elezione come esempio della minaccia che l’autoritarismo rappresenta per la democrazia globale.

 “Ma Meloni – continua l’articolo a firma di Massimo Calabresi, capo dell’ufficio di Washington dello storico magazine – ha spiazzato i suoi detrattori. In patria ha assunto posizioni più centriste su alcune delle sue promesse elettorali più radicali, come l’idea di imporre un blocco navale per fermare l’immigrazione illegale via mare. Sulla scena internazionale si è comportata più come una conservatrice pragmatica che come una rivoluzionaria di destra. Meloni ha abbracciato l’Unione Europea, la Nato e l’Ucraina, ha cercato di isolare la Cina e ha lavorato abilmente per ricomporre le relazioni tese tra l’America e l’Europa all’inizio del secondo mandato del presidente Donald Trump“.

                                       Time dedica la copertina a Giorgia Meloni                                                   

 Lungo il percorso, ricorda il Time, Meloni “ha conquistato la stima di leader di ogni orientamento ideologico, da Biden alla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, fino al vicepresidente J.D. Vance“. Le capacità di Meloni, si legge nel ritratto, “sono emerse chiaramente” a metà aprile, quando è arrivata a Washington per il consueto incontro nell’Ufficio Ovale. “Durante i suoi primi sei mesi di mandato – scrive Calabresi – Trump ha cercato di affermare il proprio status di leader dominante invitando i capi di Stato stranieri alla Casa Bianca, per poi convocare la stampa e inscenare lunghe dimostrazioni di superiorità. I visitatori che non si sono adeguati al rituale di sottomissione richiesto hanno subito le conseguenze, come dimostra l’esplosione del 28 febbraio con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky”. “Quando è arrivato – continua – il turno di Meloni, lei ha fatto di tutto per evitare passi falsi.

 “Sono del Capricorno – dice al magazine – Diciamo che su certe cose sono molto determinata”. Si è preparata con una pila di schede contenenti le sue posizioni su ogni questione che avrebbe potuto emergere, e “ha superato la prova pubblica con compostezza”. Ma il momento più significativo è arrivato dopo l’uscita della stampa, quando la conversazione si è spostata sulla guerra in Ucraina contro la Russia. Meloni ha difeso con forza Zelensky e la necessità di sostenere l’Ucraina fino in fondo. Trump ha ascoltato e risposto, ma senza che lo scambio diventasse acceso, racconta Meloni a Time.

“Lui è un combattente, e io sono una combattente”, dice la premier. L’Italia, sottolinea il ma’altra possibilità. Unendo i vari blocchi della destra italiana, dicono i critici, Meloni potrebbe liberare forze che l’Italia – e l’Europa nel suo insieme – hanno a lungo cercato di tenere sotto controllo.
“Ogni volta che vengo (in Europa, ndr) mi sento sempre più a disagio – dice Charles Kupchan, del Council on Foreign Relations, che è stato il principale consigliere per l’Europa del presidente Barack Obama – In Germania, in Italia, in Francia, in Portogallo e in Romania, il centro tiene. Ma poi si restringe. E poi si restringe ancora. E piu’ ci si avvicina a quello che abbiamo nella povera vecchia America, dove il centro non esiste più.

 Meloni sostiene che i suoi critici hanno usato il suo passato di estrema destra come arma contro qualsiasi politica lei adotti. “Mi hanno accusata di qualunque cosa – dice – dalla guerra in Ucraina alle persone che muoiono nel Mediterraneo. Semplicemente perché non hanno argomenti”. Ma gli attacchi la infastidiscono, e ci torna sopra mentre passeggia per Palazzo Chigi. “Non sono razzista – spiega – Non sono omofoba. Non sono tutte le cose che dicono di me”.
 

Troppo forti per restare alla periferia di Bruxelles..

Può l’unico leader europeo che ha vinto le elezioni, Giorgia Meloni, mettersi all’opposizione in Europa?

I socialisti non ci stanno simpatici, anzi pensiamo che siano la causa della maggior parte delle disgrazie europee. Neppure la presidente uscente del governo europeo Ursula von der Leyen sprizza simpatia, potendo sarebbe meraviglioso, pensando alla nuova guida dell’Unione, fare a meno degli uni e dell’altra. Nonostante l’ottimo risultato delle varie destre europee, pare però che non ci siano i numeri per mettere su una maggioranza di centrodestra pilotata da quel Partito popolare che raggruppa tutti i partiti moderati (tranne quello di Macron). Questioni complicate, fatte di veti e controveti, che per spiegarle non basterebbe un giornale intero. Il tema che quindi si impone è il seguente: può l’unico leader europeo che ha vinto le elezioni,Giorgia  Meloni, mettersi all’opposizione in Europa? Può il partito italiano principale, Fratelli d’Italia, chiamarsi fuori dalla cabina di regia che deciderà le sorti dell’Europa per i prossimi decisivi e complicati cinque anni perché «noi mai più con i socialisti» o perché «Ursula non ci piace»? Non so che risposte darà a queste domande nei prossimi giorni Giorgia Meloni. Certo ha una grande responsabilità, quella di tenere l’Italia in partita a prescindere dalle appartenenze politiche dei singoli interlocutori. È nello stile della donna, che non si è chiesta se Joe Biden fosse di destra o di sinistra ma se l’America debba o no essere nostro interlocutore privilegiato e strategico; non se il presidente tunisino o quello albanese siano sinceri democratici, ma se utili alla causa italiana. Quella che sta affascinando gli italiani è una nuova destra che si è liberata dai fantasmi che ancora aleggiano nei suoi estremi, che ha superato gli slogan facili del populismo demagogico, che ha dimostrato di saper stare seduta alla pari a tavoli importanti. E allora perché non immaginare che un’operazione simile sia possibile anche in Europa, con o senza socialisti, con o senza Ursula perché i percorsi si costruiscono un passo alla volta. Chi vuole inchiodare Fratelli d’Italia al destino di tutte le destre europee indistintamente ha uno scopo preciso: togliersi dai piedi il più possibile Giorgia Meloni. Non sapendo che la donna ha uno scarso spirito decoubertiniano: l’importante non è solo partecipare, serve vincere.

 Alessandro Sallusti.

La deriva autoritaria di Giorgia Meloni…la nuova parola d’ordine.

 

Dal mese di giugno è partita una nuova moda pret-a-porter: la deriva autoritaria. Si porta così, come uno scialle trasversale, tra i fianchi e il collo, e avvolge tutto; si sfila con la mano alzata in segno di saluto romano, il passo dell’oca, e sono botte da Orban per giudici, corte dei conti, stampa e gay pride. Sullo sfondo i cadaveri appesi di Fazio, Littizzetto e Annunziata, che si sono suicidati preventivamente per accusare il regime di strage.
Me la sono vista, la regina de noantri, la Giorgia de Melonis, andare spedita verso la deriva autoritaria mano nella mano a Joe Biden, l’altra manina che tocca il Papa, l’agenda Draghi sotto il braccio, gli abbracci appassionati a Zelenskij, gli stivaloni da vecchio regime che gli ha donato il ducesco Bonaccini per guadare il fango e gli occhioni minacciosi fuori dalle orbite e dall’orbace, come la Buonanima. Il battesimo del regime è annunciato urbi et orban dai quotidiani dei proletari italiani, fino a ieri del compagno lavoratore Carlo De Benedetti e oggi del compagno lavoratore John Elkann, operaio della Fiat, esule all’estero con la sua botteguccia, per amor di libertà e di fisco.
Se la Meloni proroga le norme introdotte da Mario Draghi sulla Corte dei Conti in quel tempo si chiamava efficientamento e modernizzazione, oggi si chiama ducettismo e svolta autoritaria. Se a finanziare le armi in Ucraina lo fa la Meloni col suo feldmaresciallo Crosetto, è guerrafondaia, se lo fa Draghi, la sinistra, e ampi paraggi è per la pace e la democrazia contro il tiranno. E poi se la Regione Lazio nega il patrocinio al gay pride perché sostengono gli uteri in affitto, che è reato, la deriva autoritaria si colora di omofobia, persecuzione dei trans, negazione della libertà e del diritto d’opinione. Non capiscono la differenza elementare tra il diritto di manifestare – che nessuno tocca, lede o minaccia – e il dovere degli enti pubblici di unirsi a manifestare per il gay pride, sottoscrivendo le loro battaglie senza battere ciglio.
Se un ente locale desse il patrocinio a una processione religiosa, griderebbero all’oscurantismo, alla deriva autoritaria. Invece il patrocinio al gay pride va dato, e se non lo dai sei liberticida. E’ un’Ideologia di Stato da osservare. Questa è la protervia della sinistra italiana guidata dallo Zan Alessandro: la libertà non è il tuo diritto di sfilare, comiziare  e manifestare, ma è l’obbligo della Repubblica di essere dalla tua parte, dare un carisma di ufficialità e di protocollo al tuo corteo e ai tuoi slogan. Ma non ho fatto in tempo a pensare che la decisione della Regione Lazio dovrebbe essere estesa a tutti gli enti locali, che la stessa Regione Lazio, impaurita dalle reazioni, ha fatto retromarcia, ed è pronta a dare il patrocinio purché non si faccia campagna sulla maternità surrogata. Il sindaco di Roma, Gualtieri, si è affrettato a dare il patrocinio. Avesse la stessa solerzia per pulire una città che è riuscito nel miracolo di peggiorarla rispetto ai tempi della Raggi… Perché non dare il patrocinio anche a chi sostiene tesi e visioni opposte, come Pro Vita e altre associazioni in difesa della famiglia e delle nascite?
La svolta autoritaria ha ormai quasi trent’anni, se non vogliamo risalire ai governi democristiani (vi ricordate ad esempio il fanfascismo?) Da quando arrivò Berlusconi al governo si gridò alla dittatura, alla svolta autoritaria, all’epoca sudamericana anziché polacco-ungherese. Berlusconi andò tre volte al governo con libere e democratiche elezioni, accettò i verdetti elettorali che lo davano per sconfitto e l’ultima volta andò via senza resistenza anche quando fu fatto fuori da un mezzo golpetto bianco, rosso e merdone; votò perfino a favore del suo successore tecnocrate e poi addirittura per la conferma al Quirinale del suo mandante. E nel mezzo, durante i suoi governi, fu attaccato come mai nessuno da magistrati, stampa e poteri grossi su tutti i fronti, persino dentro le mutande. Insomma questa fu la dittatura di Berlusconi, che semmai può essere accusato del contrario, di aver cambiato davvero poco. Il suo difetto non era l’autoritarismo semmai il contrario, la compiacioneria.
Ma a fronte di tutto questo, impunemente, gli stessi che ieri gridavano alla dittatura berlusconiana oggi gridano alla dittatura meloniana (che il mio correttore automatico, chissà per quale allergia ai cocomeri o ai conservatori, traduce in melanzana). E tutti sanno bene che una cosa del genere non la vuole nessuno, nessuno è in grado di instaurarla e a nessuno sarebbe permesso farlo, nel contesto interdipendente e subalterno in cui viviamo. Se c’è una cosa da notare del governo Meloni è il suo essere del tutto allineato alla Nato, agli Usa, alla Ue, alla linea Draghi, a Mattarella e all’establishment che contestava dall’opposizione. Di tutto la si può accusare, inclusa l’abdicazione alla sovranità, meno che di instaurare un regime dittatoriale (o per i comici della sinistra radicale, il fascismo). Ma la denuncia di un governo “d’estrema destra” che scivola verso l’Ungheria, dopo la fatwa lanciata dal vecchio ayatollah Romano Prodi, diventa subito parola d’ordine: deriva autoritaria. Ecco pronto il kit della collezione partigiana primavera-estate che l’indossatrice Elly Schlein, consigliata dall’armocromista, lancerà nel campo della moda politica. E pubblicherà il suo manifesto su un altro organo dei lavoratori, detenuti nella Ztl, Vogue, con tanto di sue foto in posa mentre con un décolleté libero, uguale e transessuale partirà eroicamente per la guerra di liberazione cantando fieramente: Orchetta nera, belva missina. E i vecchi neofascisti così pochi, così sconfortati, sentendo la vaga assonanza con Faccetta nera bell’abissina, si sveglieranno dal loro antico, mesto torpore e sogneranno per un momento che stia davvero tornando il Duce. A Elly, e ai suoi compagnucci della stampa e propaganda, sono affidati ormai i loro sogni nostalgici.

  MV                                                                                                                                         

Dalla politica all’amministrazione. Dalle bandiere ai disegni di legge. Sarà dura per la Destra se Giorgia Meloni dovesse perdere la grinta.

 

È dura per Giorgia Meloni e i suoi fratelli d’Italia passare dalla politica all’amministrazione .Chi ha fatto politica all’opposizione per una vita, e trent’anni sono una vita, sa che quando raggiunge l’apice della politica, deve guidare un Paese, occuparsi di governance, mediare tra poteri, partecipare a vertici internazionali su tutt’altre questioni. Far politica significa adottare provvedimenti tecnici e amministrativi, imbarcarsi nella burocrazia e nella selva di leggi, negoziare direttive in cui la politica è solo come residuo, cornice, o vago orientamento di fondo, che diventa sempre più di sottofondo. Le idee vengono bandite per far posto ai fondi, il terreno è quello dei tecnici; si entra nella dragosfera. È questa la Mutazione in corso per Fratelli d’Italia. Dopo anni di politica, si trova a dover lavorare coi fascicoli, l’alta burocrazia e le sue insidie, patteggiare con i poteri forti, rapportarsi alle istituzioni sovranazionali e alle loro direttive. C’è da perdere smalto, c’è da spegnersi e mutarsi in Merkel; anche se dall’altra parte, il comando, il piacere di decidere e dettare l’agenda del paese, compensa la frustrazione politica di chi passa delle saghe eroiche alla realtà ingrata delle carte bollate. Non ci si deve squilibrare tra due spinte contrarie, ma queste devono essere  sempre  in discussione, essere prudenti e coraggiosi quando serve ,ma capire qual’è  il momento giusto in entrambi i casi. C’è da augurarsi che il premier non si lasci intimidire dalla pressione mediatica, che continua a improvvisare spettacoli miserandi tra ridicolaggini sul fascismo alle disquisizioni boldriniane sulla grammatica, dalle frasi più ridicole di un femminismo esausto all’avvelenamento del political correct. Letta si mette in ridicolo minacciando prima che il governo agisca, Conte sembra un rivoluzionario napoletano, mentre Calenda pare essere l’unico a fare un’opposizione sensata, degna di quel nome, fatti e non pregiudizi, come pure Renzi e i centristi. Tutto sommato sono avversari allo sbando o di poco conto questi, che non dovrebbero spaventare la Meloni più delle contrapposizioni interne e soprattutto i” padroni esterni”. Qualcosa non va nei suoi programmi, rivedibili spero, spaventa la sua inesperienza di governo, bisognerebbe che avesse sempre qualcuno alle spalle a ricordarle quanto sia sempre stata battagliera, fiera e limpida come i suoi occhi azzurri, uno sguardo niente male sul quadro cupo della nostra politica.

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Oggi al Parlamento Italiano.

Ho ascoltato tutto il discorso, un discorso che solo una donna avrebbe potuto fare. Ha detto tutto, niente di meno, niente di piu ;intenzioni , volontà ,aspettative di critiche, anticipandole. Non ha dimenticato niente e nessuno, del passato e del presente, nel bene e nel male. Ha esposto il suo programma prudentemente, visto i tempi correnti e la congiuntura economica. Ha parlato di lavoro , come fonte di ricchezza, non di finanza, ha parlato di una nazione e di cittadini dai quali ha avuto mandato e ai quali soltanto dovrà rendere conto. Ha parlato di donne, di donne che si sono impegnate per questa Italia, ha parlato di diritti, mettendo sempre in evidenza la parola libertà, coniugata nei modi e e nei tempi giusti, ma ha parlato anche di doveri
ponendo l’accento in particolare sulla libertà di compier e il proprio dovere. IL presidente del consiglio, signora Giorgia Meloni, mi è piaciuta, sicuramente sarà un buon capo di governo. Le dichiarazioni che si stanno ascoltando in parlamento da parte delle sinistre non sono altro che l’espressione rancorosa , al limite della ineducazione- Esse tutte pongono l’accento su quanto non fa parte dell’interesse del nuovo governo, cosa non vera, auspicando ironicamente il fallimento degli intenti. E queste parole di armonioso progresso ambito dalla sinistra sono le stesse che  hanno mostrato agli italiani per undici anni tutta la loro incapacità a realizzarle. Diversamente non sarebbero in quell’aula a dar fiato a tutta la loro rabbia, mettendo i puntini sulle i, dove ci sono già, non evidenzierebbero l’astensionismo, ben sapendo che chi non ha votato non era dalla loro parte. Facciano la loro opposizione, si mettano il cuore in pace, gli Italiani non li hanno più voluti. Dopo tanto tempo abbiamo un governo eletto da applaudire a fine legislatura o da mandare a quel paese, come è nella logica della Democrazia-