Pierre-Auguste Renoir e la bellezza di due bambine che leggono assieme lo stesso libro…

Una serena grandiosità in un quadro che parla di un esercizio (la lettura) diventato oggi faticoso
Le ragazze che leggono di Pierre Renoir, e il segreto di un grande pittore che amava la vita

«La lettura», 1892

In un tempo come il nostro, segnato dal compulsare solitario e ininterrotto di telefoni, questo dipinto di Pierre Renoir ci sembra irreale: due bambine che leggono assieme. Sì, colte nell’atto di leggere lo stesso libro, unite da un esercizio che pare novecentesco. E mi è sembrato perfetto, in questa puntata di Capolavoro!, per parlare di uno dei più grandi artisti della modernità, il francese Pierre-Auguste Renoir, nato nel 1841 e morto nel 1919. 

Le ragazze che leggono di Pierre Renoir, e il segreto di un grande pittore (che amava prima di tutto la vita)

Perfetto perché racchiude alcuni cardini della sua opera: la figura umana, l’intensità quasi eroica impiegata nel compiere azioni tutto sommato semplici e la straordinaria qualità della sua pittura, quella che Proust nella «Recherche» definisce come capace di cambiare la nostra percezione dell’universo. «Ed ecco che il mondo (il quale non è stato creato una volta sola, ma tutte le volte che è sopraggiunto un artista originale) ci sembra completamente diverso da quello di prima, ma perfettamente chiaro. Passano signore nella via, diverse da quelle di prima, perché ora sono altrettanti Renoir.», scrive in Dalla parte di Guermantes.

Le ragazze che leggono di Pierre Renoir, e il segreto di un grande pittore (che amava prima di tutto la vita)

«La lecture», oggi conservato del Museo del Louvre, è del 1892, quindi appartiene a una fase piuttosto tarda dell’artista, quando aveva ripreso a dipingere dopo una cesura di alcuni anni. Nella sua carriera, periodi floridi e periodi più magri si sono accavallati con una naturalezza che Renoir ha assecondato con fiducia, un po’ come ha accettato con intelligenza e capacità di visione le suggestioni che gli sono arrivate di volta in volta. Dai grandi artisti del passato (primi tra tutti Tiziano e Rubens), dal mondo che cambiava sotto ai suoi occhi, persino dai pareri dei grandi amici, come lo scrittore Zola e il poeta Mallarmé. Ma chi conosce un po’ Renoir e i suoi celebri quadri impressionisti, come Il palco (1874) o Bal au moulin de la Galette (1876), non può non chiedersi, a questo punto, come mai nella Lettura ci siano volti così ben definiti, tratti marcati, una concretezza che contrasta con il tocco rapido e nervoso degli impressionisti.

Le ragazze che leggono di Pierre Renoir, e il segreto di un grande pittore (che amava prima di tutto la vita)

La risposta è sempre condensata nella sua vita, mai rigida, mai chiusa al nuovo, forse mai sazia di gioia e di bellezza. Non è un caso che Renoir nasca in una famiglia umile, che si sia formato nell’ambito delle maestranze artigiane della sua Limoges. Ha imparato presto il verbo della concretezza, che non abbandonerà mai, nemmeno quando comincerà a dipingere «en plein air», abbandonandosi alla dissoluzione impressionista della forma, cogliendo la vividezza dell’attimo presente. Sta qui la grande differenza con l’amico e collega di avanguardia Monet: quest’ultimo ha sempre dipinto la natura, Renoir non ha mai smesso di prendere a modello la vita. Nell’alveo impressionista non ha mai abbandonato una tecnica fatta di minuscoli tocchi nervosi e con esecuzione rapida, essenziali mezzi nella resa della sensazione, ma quello che Renoir ha sempre difeso è stata una qualità tattile della sua pittura, un po’ come quando guardava avidamente i pittori antichi confessando il desiderio di toccarli. «Ti viene voglia di toccarle», scrisse al figlio (Jean, il regista de La grande illusione) parlando delle veneri di Tiziano.

Le ragazze che leggono di Pierre Renoir, e il segreto di un grande pittore (che amava prima di tutto la vita)

Non si è mai allontanato da una sensualità viva e pervasiva, quella che ha conferito «polvere dorata» a quasi tutte le sue opere, come una vena pulsante e inesauribile. Nella seconda parte della sua vita si innamorò di Aline Charigot, donna semplice e «campagnola», come osservò con una punta di acredine la sofisticata pittrice Berthe Morisot. Anche nell’obbedienza al verbo impressionista, Renoir ha conservato l’antica artigianalità, con l’attenzione alla definizione del colore della carne, dello splendore di un paesaggio, con l’occhio attento di chi è perennemente innamorato della bellezza femminile, ma senza idealizzazioni, anzi. Le sue donne sono carnose e telluriche, le sue veneri sembrano contadine gioiose, mai volgari perché assimilate al linguaggio mitologico, quello che l’avanguardia dei suoi anni apertamente disprezzava.

Le ragazze che leggono di Pierre Renoir, e il segreto di un grande pittore (che amava prima di tutto la vita)

Renoir ha cercato una sua originalità proprio in questo, nella fedeltà a una pittura remota, serena, con soggetti comuni ma ritratti con la lente d’ingrandimento, come si usava per le divinità o per i potenti: ecco perché queste due ragazze che leggono assieme ci sembrano due eroine intente a compiere un atto di coraggio. Ma è solo questo? O la bellezza «antica», quasi provenisse da un’epoca remota, di questo dipinto nasce anche dal fatto che oggi per noi la lettura è qualcosa di difficile e misterioso?

Le ragazze che leggono di Pierre Renoir, e il segreto di un grande pittore (che amava prima di tutto la vita)

Per molti di noi ha perso la quieta bellezza di lontani pomeriggi immersi in questo o in quel romanzo senza notifiche assillanti, desideri di fuga nello scroll dei social, senza quelle distrazioni che ci allontanano dall’esperienza del leggere. Queste due ragazze attente e naturali nel condividere uno spazio intimo come la lettura, ci ricordano che leggere non è un’azione scontata: è attenzione, è capacità di lasciarsi coinvolgere, è abbandonarsi alle parole altrui, è ascolto, è denudarsi di fronte alla profondità di un testo. E oggi viviamo giorni in cui ci sembra di leggere in continuazione (messaggi, post, captions), ma la verità è che non leggiamo affatto. Perché, semplicemente, attraversiamo mondi di parole senza perderci in queste. E alla sera la stanchezza ci suggerisce di arrenderci a una serie televisiva «massaggiante», consolatoria, innervata di emozioni immediate. Ecco perché serve un artista come Renoir, incollato tenacemente alla vita e alla concretezza delle cose, a ricordarci che leggere è un’esperienza prima di tutto fisica: l’intero corpo (come quello delle due bambine del dipinto) è assorto nella lettura, ogni fibra si immerge nel testo, ogni cosa scompare davanti al piacere dell’identificarsi in un’altra vita. Come farà l’artista stesso con la sua arte: quando, ormai prossimo alla fine, l’artrite gli avrà deformato le mani, si legherà i pennelli alle dita e continuerà a scavare nella gioia, nelle carni, nell’erba grassa e nei pomeriggi assolati del sud della sua Francia.

Roberta Scorranese__da _Il Corriere della Sera

Antonio Ligabue, l’artista che trasformò la realtà in un grande urlo primitivo…

 

Una mostra ricorda il pittore morto nel 1965 a Gualtieri, Reggio Emilia |
Antonio Ligabue, l'artista che trasformò la realtà in un grande urlo primitivo

«Leonessa con zebra», 1959

Quando ci si avvicina a un artista come Antonio Ligabue, il rischio di essere retorici è forte: il «pittore naïf», la «visceralità della natura», «l’innocenza» e «l’ingenuità» sono stati il cardine di numerose letture critiche che, non sempre ma spesso, sconfinano nella verbosità inutile. Che l’artista nato a Zurigo nel 1899 e morto a Gualtieri (Reggio Emilia) nel 1965 sia stato un autodidatta con numerosi problemi di inclusione sociale ormai si sa. Se non bastasse, la popolarità del film di Giorgio Diritti con Elio Germano, «Volevo nascondermi», ce lo ha ricordato quattro anni fa.

Antonio Ligabue

Ma questa vita complicata, tra manicomi, ricoveri coatti, fughe improvvise, risse ed emarginazione sociale, non può bastare a spiegare la popolarità del pittore. E certamente non è la chiave di lettura di una tecnica molto raffinata: la minuzia con cui descrive la savana pur non essendoci mai stato o i dettagli quasi fotografici nella rappresentazione di una tigre meritano una riflessione più approfondita. Perché non si diventa Ligabue da un giorno all’altro, come conferma «Antonio Ligabue. La grande mostra», in programma a Palazzo Albergati di Bologna dal 21 settembre al 30 marzo dell’anno prossimo, curata da Francesco Negri e Francesca Villanti, prodotta da Arthemisia con catalogo Moebius.

Antonio Ligabue

Anche perché il suo vero cognome era Laccabue, acquisito dal patrigno, un patrigno mai amato nella prima infanzia in Svizzera. Quando, nel 1919, Toni venne espulso dal territorio elvetico e spedito a Gualtieri (Comune di nascita del padre), la prefettura di Como, nel passaggio, storpiò il cognome in «Ligabue» e l’artista lo tenne fino alla fine. Da allora la vita di Toni è stata un’altalena tra reclusioni, vita sociale difficile, attaccamento vigoroso alla pittura, disperato tentativo di tradurre in arte un universo personalissimo che l’artista si è sempre portato dentro, nutrendolo di numerose suggestioni. Per esempio, le figurine che raffiguravano animali feroci, molto diffuse a partire dal secondo dopoguerra: tigri, leoni, leopardi immersi nella natura verdissima di paesi esotici e percepiti come autentici, come dei paradisi pericolosi.

Antonio Ligabue

Ma nel Reggiano, specie nella provincia profonda e fluviale di Gualtieri, Antonio osservava un’umanità colorita e lavoratrice, fatta di riti e simboli, immagini sacre o, all’opposto, orgogliosamente laiche. Un mondo racchiuso nei romanzi e nei racconti, per esempio, dello scrittore reggiano Silvio D’Arzo, morto di leucemia nel 1952 dopo averci consegnato un piccolo capolavoro come «Casa d’altri», racconti ambientati nella provincia padana dove «appaiono strane anche le cose più ovvie». Nelle sue storie preti, suore, madri e pirati si danno il cambio in una girandola immaginifica dalla quale discenderà la poetica di Ermanno Cavazzoni, tanto per fare un nome.

Antonio Ligabue

 Una linea «folle» quella di Reggio Emilia, nella quale Ligabue si inserisce con la bellezza nuda di un artista autodidatta, analfabeta, «adottato» ora dallo scultore Renato Marino Mazzacurati — importantissimo nell’insegnargli dell’uso dei colori e della composizione scenica — ora dall’amico pittore Andrea Mozzali di Guastalla, che, in piena seconda guerra mondiale, accettò di accogliere in casa Ligabue, che era stato internato per la seconda volta presso l’ospedale psichiatrico di Reggio Emilia. Ma la mostra bolognese contribuisce a sfatare un altro mito: che la critica accademica non lo abbia mai preso sul serio. Dopo una iniziale emarginazione, infatti, il percorso di Ligabue cresce e si evolve in modo interessante. Scrive Villanti nel catalogo: «Scoperto negli anni Cinquanta grazie a Marino Mazzacurati e sostenuto da critici come Bartolini e Vigorelli, l’artista godette di un riconoscimento ufficiale, culminato con una personale alla Barcaccia di Roma nel 1961». Una mostra molto importante, perché — presente lo stesso pittore — è qui che nasce «il caso Ligabue», cioè l’intreccio saldo di una vicenda umana e artistica che incuriosì il mondo culturale.

Antonio Ligabue

È proprio dalla mostra romana che prenderà vita, anni dopo, lo sceneggiato televisivo di Salvatore Nocita, «Ligabue», trasmesso nel 1977 da Rai 1 in tre puntate e poi acquistato dalle televisioni di tutto il mondo (nei panni dell’artista, Flavio Bucci). Poi verranno i film di Raffaele Andreassi, «Lo specchio, la tigre e la pianura», del 1960, Orso d’argento al Festival di Berlino, e altre due opere dello stesso Andreassi, «Nebbia», del 1961, e «Antonio Ligabue pittore» del 1965. E poi libri, studi, documentari. Fino alla morte dell’artista, avvenuta quasi sessant’anni fa. È proprio qui che avviene una curiosa disgiunzione: la critica accademica si fa sempre più tiepida, ma cresce in modo esponenziale la curiosità popolare nei confronti dell’artista, non solo per la sua vita ma anche per la sua arte.

Antonio Ligabue, l'artista che trasformò la realtà in un grande urlo primitivo

Il recente film di Giorgio Diritti non è che un esempio della popolarità del pittore: ci sono i romanzi sulla sua esistenza (da «La campana di Marbach» di Renzo Martinoni fino a «Il genio infelice», di Carlo Vulpio); ci sono i documentari, i saggi e anche il mercato oggi lo premia, perché nel giugno scorso, nell’asta indetta da Pandolfini, il suo «Lotta di galli» ha superato i 470mila euro. È solo curiosità per la biografia di un «irregolare»? No, c’è dell’altro e opere come Tigre, del 1954 o Aquila con volpe, del 1949, lo dimostrano.

Ligabue si è inserito perfettamente nell’alveo della modernità, mettendo al centro i demoni interiori: le paure, l’istinto di sopravvivenza che ci rende feroci, la lotta della specie, il bisogno ancestrale di difendersi. Ma, a differenza di artisti come Van Gogh (al quale è stato più volte assimilato) non stravolge la rappresentazione della realtà, non la riduce a simbolo, bensì la amplifica.La esaspera nei dettagli minuziosi, nei colori vividi, nelle espressioni più forti. Nel bestiario di Ligabue c’è vita vera: la ferocia della provincia, la paura dell’essere «irregolari», l’ambizione a diventare «i più bravi», il terrore di essere inadeguati e la consapevolezza di sentire le cose meglio degli altri. È anche per questo che la sua produzione privilegia scene animali e autoritratti: come a sottolineare una profonda connessione tra l’istinto primitivo delle belve e la feroce sensibilità dell’artista.

Antonio Ligabue, l'artista che trasformò la realtà in un grande urlo primitivo

rscorranese@corriere.it