Poche vite sono invidiabili come quella di Gino Paoli..

 

Era un vero artista e quindi capace di fare tanto con poco: con poca voce, scarsa avvenenza, il pianoforte suonato così così. La vera vita spericolata fu la sua, non quella di Vasco.

Gino Paoli, eri un uomo libero e oggi hai dato libertà anche a me, mi hai sollevato dal quasi obbligo di scrivere dell’orrida politica. Altro che frenesie referendarie: “Qui il tempo è dei giorni / che passano pigri”. Altro che “Bella ciao”: “I semafori rossi non sono Dio”. Sono poche le vite davvero invidiabili, non me ne viene in mente un’altra come la tua. Fosti genovese quando Genova ancora esisteva. Da ragazzo frequentavi i casini e invece di rimorsi o malattie ne ricavasti “Il cielo in una stanza”.

Appassionato di sedicenni, fosti ricambiato. Con una di loro, Stefania Sandrelli, fornicasti perfino sulla cupola di San Pietro. Ti sparasti romanticamente nel petto e la pallottola si fermò vicino al cuore: vivesti alla grande per altri sessant’anni. Ti schiantasti con la Ferrari ma sopravvivesti anche allora.

Ti drogasti molto e tracannasti di più: “Per vent’anni ho bevuto una bottiglia di whisky al giorno”. Perché la vera vita spericolata fu la tua, non quella di Vasco. Eri un vero artista e quindi capace di fare tanto con poco: con poca voce, scarsa avvenenza, il pianoforte suonato così così. Fosti talmente libero da elogiare, sebbene non cattolico, lo strumento per eccellenza della musica sacra: “Suona un’armonica / mi sembra un organo / che vibra per te e per me / su nell’immensità del cielo”. Mi inchino, Gino.

 
Camillo Langone__da__IL FOGLIO

 

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Renzi, di’ qualcosa sul referendum..

Il silenzio sul voto, dopo l’astensione in Parlamento, è ormai surreale. Il presidente di Italia viva lascia “libertà di coscienza” al partito. E ora afferma di non volersi esprimere per “non personalizzare” e perché il referendum gli fa vivere un “flashback” rispetto alla traumatica sconfitta del 2016

“Esponiti, rispondi, di’ una cosa di sinistra, di’ una cosa anche non di sinistra, ma di’ qualcosa!”. Così inveiva Nanni Moretti in “Aprile” nei confronti di un D’Alema silente in un dibattito con Berlusconi. Lo stesso appello viene da farlo a Matteo Renzi, a proposito del referendum costituzionale sulla magistratura. Italia viva si è astenuta nelle quattro letture parlamentari della legge: un equilibrismo tra le anime del partito, tra la spinta a costruire l’alleanza con il Campo largo e quella riformista favorevole alla separazione delle carriere. Questa ambiguità, sul piano formale giustificata dal fatto che la riforma Nordio è stata blindata dalla maggioranza impedendo discussioni e modifiche, si sarebbe dovuta sciogliere nella campagna referendaria.

E invece no. Renzi lascia “libertà di coscienza” al partito, una formula pilatesca e un po’ ridicola per un referendum costituzionale. Si sono espressi esponenti di Iv come Paita, Scalfarotto e Giachetti (per il Sì) o Bellanova (per il No), ma il leader non si espone. Ora afferma, addirittura, di non volersi esprimere per “non personalizzare” e perché il referendum gli fa vivere un “flaschback” rispetto alla traumatica sconfitta del 2016. Si astiene in Parlamento, si astiene dal prendere una posizione al referendum, insomma: si astiene dal fare politica. La cosa è singolare per un leader di partito, ma è surreale nel caso di Renzi che negli anni ha sempre manifestato idee molto nette sulla giustizia e di confronto duro con la magistratura politicizzata, tanto da scriverci su un libro di successo: “Il mostro” (con tanto di endorsement di Carlo Nordio sulla copertina). Vederlo ora silente, timoroso di deludere gli alleati di sinistra per il No o gli elettori garantisti per il Sì, è una prova da follower più che da leader. Il contrario della sua storia politica. Renzi, esponiti, di’ una cosa garantista, di’ una cosa anche non garantista, ma di’ qualcosa.

Da__IL FOGLIO__La redazione

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Voglia di sottomissione, voglia di islam…

 

C’è chi risiede a Dubai e racconta delle sue chiese, del suo culto libero, della sicurezza. Il rischio che fra le loro priorità non ci sia né la libertà né l’identità

Voglia di sottomissione, voglia di islam. Ho scoperto parecchi lettori che risiedono o soggiornano a Dubai e che ne sono entusiasti. Cupidigia di dhimmitudine? Mi raccontano che ci sono molte chiese e che il culto è libero, e però, obietto, anche le campane fanno parte del culto, e le campane non sono libere negli Emirati. Mi informano che, missili a parte, Dubai è più sicura di qualsivoglia città italiana: “La certezza che nessuno proverà a scipparti, rapinarti, accoltellarti o peggio (nel caso di una donna) è assoluta”. Non ne dubito e so quanto è importante: le donne, e non soltanto le donne, in Italia hanno paura di prendere il treno, ed è una vergogna.

Tuttavia in quegli elogi annuso lo scenario prefigurato da Houellebecq in “Sottomissione”: lo scambio pacificazione-islamizzazione, la sicurezza val bene un muezzin. E ci vedo una almeno parziale smentita di quanto detto da Sharansky al nostro Meotti: “Credo che ogni persona abbia due desideri fondamentali: il desiderio di essere libera e il desiderio di appartenere, libertà e identità”. Mi sembrano desideri degli israeliani, non degli italiani. Meno che meno degli italiani d’Arabia, avanguardia della decomposizione occidentale: né libertà né identità nelle loro priorità.

Camillo  Langone__da___IL FOGLIO

 

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La canzone più artistica di Sanremo 2026 è quella di Sal Da Vinci.

In tre minuti il cantante napoletano ha abolito il divorzio, l’aborto, forse perfino la repubblica. Pasolini disse che Napoli è refrattaria alla modernità: non era l’abbaglio di un nostalgico

“Lo scopo dell’arte è di abolire il tempo”, ha scritto il filosofo Andrea Emo. Dunque la canzone più artistica del Sanremo 2026 è quella di Sal Da Vinci. Non ci sono arrivato subito, all’inizio volevo fare come il grande maestro Vittorio Feltri, liquidare il festival in due battute, senza vederlo, senza perderci tempo. Poi ho ceduto, sono andato su YouTube e mi sono sciroppato canzoni che ad abolire il tempo nemmeno ci provavano, esiti mediocri di un’epoca grigia. Finché non è apparso sullo schermo Sal Da Vinci, vestito da matrimonio napoletano e con tantissimi denti. Quest’uomo mi ha lasciato esterrefatto, in tre minuti ha abolito il divorzio, l’aborto, forse perfino la repubblica (lui è “un re dal cuore innamorato”, mica un presidente, lei ovviamente è una regina). “Con la mano sul petto / io te lo prometto / davanti a Dio / saremo io e te / da qui / sarà per sempre sì”. Senza la musica, il testo mi avrebbe catapultato nel 1956 se non nel 1936… Pasolini disse che Napoli è refrattaria alla modernità, pensavo fosse l’abbaglio di un nostalgico e invece l’epitalamio davinciano, preconciliare, forse prebellico, gli dà ragione. “L’eternità è dentro una parola”, canta Sal. A volte anche dentro una canzone.

Camillo Langone__da___IL  FOGLIO

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Perché l’unica nostalgia scusabile è quella per Giulio Cesare.

 

Furono l’onore e il valore a permettere ai Romani di battere i Galli. Oltre ovviamente alle qualità del generale, gigante di strategia, di oratoria, di coraggio, capace di buttarsi in prima linea per dare l’esempio.

Che cos’erano i Romani, che cos’era Cesare. Leggo il “De bello Gallico”, in una nuova edizione (“Commentari di Cesare sulla guerra gallica”, La scuola di Pitagora editrice) che punta molto sulla traduzione del filosofo Sossio Giametta, e ne resto ammiratissimo. I Romani in Gallia erano inferiori numericamente e fisicamente: “Per tutti i Galli, dotati come sono di grande corporatura, la piccolezza della nostra statura suole essere motivo di disprezzo”. Tecnologicamente erano superiori solo negli assedi mentre nelle battaglie campali si battevano all’incirca ad armi pari. E dunque furono l’onore e il valore a vincere quei barbari. L’onore, il valore e ovviamente Cesare, gigante di strategia, di oratoria, di coraggio, capace di buttarsi in prima linea per dare l’esempio: “Allontanò dalla vista innanzitutto il suo cavallo, poi anche quelli di tutti gli altri, perché il pericolo fosse uguale per tutti e nessuno avesse speranza di fuga; quindi arringò i suoi e diede inizio al combattimento”. Pensare che in Italia ci sono ancora nostalgici di Mussolini, quello che si travestì per tagliare la corda, o dei Savoia, quelli della fuga a Brindisi. L’unica nostalgia scusabile è la nostalgia per Giulio Cesare.

Camillo Langone__da___IL FOGLIO                                                                                                                 

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L’orgoglio di dire no alla “no-show fee”. Esercizio di libertà contro la prepotenza dei ristoratori.

Non c’è bisogno di essere eroi per conservare un minimo di autonomia, per liberarsi da certe angherie.

Esercizi di libertà. Non c’è bisogno di essere eroi (io non lo sono affatto) per conservare un minimo di autonomia. Le grandi libertà ci sono negate dal Leviatano: ad esempio non abbiamo la libertà di non pagare le tasse. Mentre le piccole libertà dipendono da noi: ad esempio possiamo liberarci dalle angherie dei ristoratori. Ho prenotato in un ristorante importante e mi hanno risposto così: “A garanzia della prenotazione Le chiediamo gentilmente l’invio dei dati della carta di credito. È possibile cancellare la prenotazione almeno 24 ore prima attraverso questo link oppure scrivendo a … o telefonando al … I dati della carta di credito saranno utilizzati in caso di mancata presentazione o di cancellazione tardiva (con meno di 24 ore di anticipo) per prelevare l’importo di euro 100 a persona a titolo di no-show fee. Un cordiale saluto”. Si meritavano un cordiale vaffanculo e invece ho risposto urbanamente che il numero della mia carta di credito se lo potevano scordare, e che mi sarei comunque presentato all’ora convenuta. Ho azzardato, mi sono presentato, il tavolo c’era e ho pure mangiato benissimo. Se tutti fossero orgogliosi come me, i ristoratori, da prepotenti che sono diventati, tornerebbero accoglienti. E in meno del tempo che serve a friggere una chiacchiera (visto che siamo a Carnevale).

Camillo Langone__da___IL FOGLIO

 

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Il fascismo delle istituzioni contro la famiglia che vive nel bosco.

Mentre i tre bambini rimangono separati dai loro genitori, in tutta Italia sono in 5 mila i “neorurali” che decidono di vivere in natura: i giudici e i benpensanti organizzeranno una grande retata, per difenderli dalle loro scelte e per il loro benessere psichico?

Mentre i tre bambini del bosco, colpevoli di nulla, rimangono separati dai loro genitori in virtù di un’ordinanza del Tribunale per i minorenni dell’Aquila – un provvedimento di estrema gravità, che va preso, e con le molle, solo nei casi di vero rischio, di violenze e quant’altro, altrimenti si gettano le basi di disastri come Bibbiano, tutte cose che in questo caso non ci sono – molti commenti su stampa e social denunciano la “politicizzazione” della vicenda e danno ovviamente la colpa a Salvini, o a Meloni. Peccato che a politicizzare la vicenda siano state da subito voci ascrivibili alla sinistra, la sinistra che non riesce a perdere il vizio di farsi ancella dei tribunali, pretendendo in più di essere giudice morale, pronte a schierarsi a difesa di un molto ipotetico concetto di “legalità” che i reprobi genitori avrebbero violato. Di qui la Democrazia e la Legge, maiuscolo, dì là gli antisociali a un passo dal comportamento delittuoso cui togliere i figli. Peccato che a difesa corporativa dei magistrati coinvolti si sia subito schierato invece il più politicizzato dei sindacati, l’Anm dell’Aquila, “giudicando inopportuno ogni tentativo di strumentalizzazione”. Ohibò. Peccato che sia mosso addirittura, con gran solerzia, il Csm, organo costituzionale ahinoi non così digiuno di politicizzazione: “A tutela dei magistrati”, e giungendo a segnalare “rischi di una strumentalizzazione del caso nel dibattito politico e referendario sulla giustizia”. Molto bene.

Poi intanto si apprende che il più grave dei “reati” commessi dai genitori, quello del mancato adempimento scolastico, secondo quanto comunicato dal ministero dell’Istruzione non sussiste: nel caso dei tre minori l’obbligo scolastico è rispettato (stiamo parlando dell’Abruzzo, che ha un tasso dell’8 per cento di abbandoni, ma non abbiamo visto retate di Carabinieri nel bosco). Quanto alle altri gravi colpe, certificano gli avvocati che la casa è in condizioni di abitabilità e affermano anche che i bambini siano in regola con le vaccinazioni (qualcuno almeno su questo è in grado di chiarire, prima di prendere provvedimenti?). Quanto alla più cervellotica delle argomentazioni dei magistrati, la “socialità negata” che potrebbe “avere effetti negativi sullo sviluppo cognitivo ed emotivo”, oltre a non comparire minimamente in questa triste e assurda storia, è una decisione che non può essere presa dalla magistratura in base al proprio personalissimo giudizio. In ogni caso, un provvedimento di enorme gravità come la sottrazione di figli minori ai genitori può essere assunta solo per cause drammatiche, e documentate. E non è evidentemente questa la situazione. Tutto il resto, compresi i ridicoli commenti letti qua e là sulla inadeguatezza dei genitori, sulla presunta sofferenza dei bambini, sono pregiudizi e preconcetti da Stato etico, anzi peggio: quando si fanno opinione comune che tenta di imporre per via giudiziaria la propria volontà sono un tipico, orribile caso di fascismo delle istituzioni.

Ps. Si scopre nel frattempo che i in Italia vivono almeno cinquemila “neorurali”, persone con o senza figli che scelgono di vivere più o meno nelle stesse condizioni di “stato di natura” di Nathan e Catherine. Vivono “off-grid” come dicono in America dove la moda è nata. I giudici e i benpensanti organizzeranno una grande retata, per difenderli dalle loro scelte e per il loro benessere psichico?

Maurizio Crippa___da __IL FOGLIO

 

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La lettera che Schlein non scriverà (ma che l’Italia vorrebbe leggere). Discorso immaginario scritto da AI-

La sinistra deve parlare di lavoro, impresa e innovazione, trasformando la crescita in dignità e opportunità per tutti. Non basta opporsi, serve un progetto concreto

Cari italiani, non vi scrivo per invocarvi contro qualcuno, ma per convincervi che possiamo fare meglio di così. So che in questi anni la sinistra ha parlato più di valori che di numeri, più di fascismo che di pil, più di memoria che di futuro. Ma non c’è niente di più antifascista della crescita. Un paese che cresce è un paese libero, un paese che produce opportunità invece di rancore, fiducia invece di paura. E allora vorrei cominciare da qui: dall’economia, non come terreno tecnico per esperti, ma come linguaggio della dignità. L’Italia non è condannata a scegliere tra assistenzialismo e austerità. Possiamo guidare una nuova stagione di sviluppo sostenibile, se smettiamo di pensare che “impresa” sia una parola di destra e “spesa” una virtù di sinistra. L’impresa crea lavoro, e il lavoro libera. Ogni euro che lo stato spende senza migliorare produttività, scuola, ricerca, infrastrutture o capitale umano è un euro sprecato, anche se distribuito con buone intenzioni. Serve un piano per semplificare davvero, per attrarre investimenti, per rendere più rapida la giustizia civile e più prevedibile la burocrazia.

Testo realizzato con AI__dal  FOGLIO

 

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Il pol.corr. o l’arte dello sdoganamento dell’ipocrisia manierista, del conflitto con la realtà.

Una sorta di politichese d’accatto domina le vetrine della comunicazione di massa, (…). A scandagliare questo pandemonio di scemenze, questa moderna idiozia, ci si è messo un giornalista/scrittore tanto libero quanto spigoloso quale Filippo Facci e  ne è venuto un libro saporoso edito dalla casa editrice maceratese liberilibri, Dizionario politicamente (s)corretto, dal quale ciascuno può attingere copiosamente.

Prendi ad esempio la parola “negro”, l’aggettivo con cui nei miei vent’anni io designavo il grande Louis Armstrong e che oggi commetti un reato a pronunciarla. C’è quel verso di una bellissima canzone del mio amico Edoardo Vianello, “gli altissimi negri”, e lui mi ha confidato che da più parti hanno premuto perché lui la facesse diventare “gli altissimi neri”, e naturalmente Vianello li ha mandati a quel paese. (…) E così lungo le vie sterminate dell’idiozia.

(…) Un tempo lo potevi dire e scrivere che un certo personaggio era “cieco”, oggi è meglio dire “non vedente” e così via. Negli Stati Uniti il professore italiano Telmo Piovani ha avuto i suoi guai perché aveva parlato di “elefanti nani”, il che appariva offensivo delle persone di bassa statura. (…)

Casi estremi e che non fanno testo, dirà qualcuno di voi. No, casi possibili nel nostro mondo di oggi. Magari casi come quella rappresentazione fiorentina (nel 1918) della Carmen di Bizet, di cui venne stravolto il finale: in luogo della donna assassinata che faceva da finale dell’opera misero in scena che era lei a uccidere l’amante maschio.

E ancora. Lascio la parola a Facci: “Le regole degli Oscar 2024 hanno segnato un punto di svolta dell’èra woke: sono entrati in vigore dei nuovi standard di inclusione che rendono una pellicola candidabile come miglior film […] Almeno uno degli attori protagonisti deve appartenere a minoranze etniche o, in alternativa, il 30 per cento del cast dovrà essere composto da due tra le categorie donne, afroamericani, ispanici, appartenenti alla comunità lgbtq e disabili”. Siamo arrivati al punto che “non essere” razzisti non è più sufficiente.

L’attore Tom Hanks aveva una volta scritto su un giornale che la storia degli uomini era stata scritta nel tempo da uomini bianchi che parlavano di altri uomini bianchi, e che le vicende dei neri erano state ampiamente tralasciate. Per tutta risposta il critico televisivo di un canale molto diffuso, gli ribatté che quelle parole non erano abbastanza, che Hanks avrebbe dovuto condannare esplicitamente quell’andazzo di cose e indicare come superarlo, restituendo così ai neri il loro posto nella storia degli uomini. Sì o no ci troviamo di fronte a forme di fanatismo? Giudicate voi.

Giampiero Mughini___da ___IL FOGLIO

 

Che sia un Papato minimo…

 

Limitato ai suoi compiti essenziali. Il capo della Chiesa non è il Papa, ma Cristo. Che il motto del nuovo Pontefice siano le parole di Giovanni Battista su Gesù: “Lui deve crescere, io diminuire”

Sia un Papato minimo. Un Papato come lo Stato minimo teorizzato dal filosofo superliberale Robert Nozick, ossia limitato ai suoi compiti essenziali. Poche cose ma fatte bene. Non soltanto perché il vano fracasso di un Papato strabordante, e di una papolatria latrante e non credente, disturba le mie orecchie. Soprattutto perché “capo della Chiesa è Cristo, non il Papa” (Papa Giovanni XXIII). Perché “la figura del Papa è troppo lodata. Si rischia di cadere nel culto della personalità” (Papa Giovanni Paolo I). Perché “il Papa non è un oracolo, è infallibile solo in rarissime occasioni” (Papa Benedetto XVI). Si ricominci dal bellissimo titolo gregoriano “Servus servorum Dei”.
Sia un Papato di servizio quello del prossimo Papa. Basta personalismi, narcisismi, dispotismi. Il servo dei servi di Dio si metta al servizio della ripresa del cattolicesimo, in Francia e anche altrove ormai evidente, o almeno eviti di ostacolarla. I 18 mila francesi (in gran parte adulti, un boom sacramentale) che si sono fatti battezzare la notte di Pasqua non l’hanno fatto per Bergoglio, l’hanno fatto nonostante Bergoglio che ad Abu Dhabi firmò la dichiarazione indifferentista in cui si palesava l’inutilità del battesimo. Il motto del nuovo Papa siano le parole di Giovanni Battista su Gesù: “Lui deve crescere, io diminuire”.

 Camillo  Langone__da___IL FOGLIO        

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