L’autobiografia dell’Italia in corso d’opera.

 

 

C’è un signore di 94 anni che da quasi settant’anni studia l’Italia e la descrive live, dal vivo, mentre l’animale collettivo cammina, lavora, si siede o si nasconde. Fondò un laboratorio in cui ha scritto ogni anno l’autobiografia dell’Italia in progress e anche in regress, per così dire. Si chiama Giuseppe De Rita, il suo laboratorio è il Censis, all’Accademia di San Luca a Roma, in una serata in suo onore, ne abbiamo ripercorso la storia, lasciando poi a lui le conclusioni. Per l’occasione il Censis ha pubblicato “I sette sigilli del canone deritiano”, a cura del direttore Massimiliano Valerii con uno scritto di De Rita.
Il segreto della sua impresa è aver descritto l’Italia non ponendosi dall’alto ma situandosi nel mezzo e all’interno dei suoi corsi e decorsi, evitando pregiudizi ideologici e moralistici per descrivere la realtà nel suo cambiamento, visto da dentro e durante. E così mentre altri vedevano altri film, lui, il sociologo, ha descritto l’emergere in Italia del localismo, del provincialismo, del policentrismo, della piccola impresa, del terziario, del sommerso; la sostituzione della borghesia col ceto medio, la società molecolare se non coriandolizzata. E mentre dominava l’immagine di una società guidata dall’alto, ormai decisionista, senza mediazioni e senza continuità col passato, lui scorgeva nei fondali dell’Italia la controtendenza al continuismo e all’intermediazione, che sono poi i nomi concreti, pratici e funzionali della tradizione e dei legami sociali e comunitari, tra reti e filiere. E anche nelle sue mutazioni, l’Italia in fondo prosegue nel suo “trasformismo adattivo” che fa parte della sua storia e della sua indole. Questa è l’Italia reale, tra globale e particulare.
I rapporti del Censis sono stati la prosecuzione in controcanto della Storia del potere in Italia che scrisse Giuseppe Maranini nel 1967: De Rita non si occupa del potere, della partitocrazia e dei vertici ma sposta l’obbiettivo sui moti ondosi – sussultori, ondulatori, grandi e basse maree – della società italiana e dei suoi fondali.
In questi settant’anni è successo di tutto: dalla civiltà contadina passammo alla civiltà industriale e operaia, e poi postindustriale e terziaria, dal boom economico e demografico allo sboom e al declino del made in Italy, ancora in corso, dalle migrazioni interne a quelle extracomunitarie; e in mezzo il ’68, gli anni di piombo, il vitalismo degli anni ottanta, poi la mezza rivoluzione del ’93, la seconda repubblica e negli ultimi quindici anni la girandola di guide al governo: centro-destra, centro-sinistra, destra-centro e sinistra-centro, dal berlusconismo al grillismo passando per il renzismo, poi tecnocratici e populisti, ammucchiate e strane alleanze gialloverdi, cripto-presidenzialismi del Quirinale e infine il melonismo. Ma la società appare come impermeabile ormai alla politica, da svariati decenni, si disegna da sé. Anche il sovranismo può esistere solo come messinscena, poi ci consoliamo col medagliere olimpionico e sanremo.
Certo, è mancata “una certa idea dell’Italia” a guidare il Paese e il suo sviluppo; è mancata una classe dirigente, e col tempo anche la classe dominante si è fatta sempre più classe sovrastante, nel senso che vive sopra i normali cittadini senza dominarne i processi e pilotarne le tendenze. E la cessione di importanti quote di sovranità a entità sovranazionali (non solo l’Unione europea).
La borghesia, in Italia, è sempre stata cagionevole ma poi, ha ragione De Rita, è sparita nel ventre della balena chiamata ceto medio, che è un ceto così grosso che può definirsi, appunto, un cetaceo. Dove confluisce una borghesia declassata, quasi proletarizzata, e un proletariato che ha fatto l’upgrade e si è semi-imborghesito. Una borghesia che aspira a diventare aristocrazia ma è aspirata dal risucchio livellatore del ceto medio. Il ceto medio è la sintesi di questo duplice processo e oggi ingloba l’ottanta per cento della società: ai bordi estremi i poveri e i migranti che un tempo sarebbero stati definiti sottoproletariato (lumpenproletariat, direbbe Marx), pari al restante quinto della società, più una frangia elitaria di ricchi, privilegiati e sovrastanti (circa l’uno per cento). È avvenuta quella mutazione antropologica di cui scriveva Pasolini nei primi anni settanta, ma De Rita non ne vede solo l’aspetto degenerato e malefico: per Pasolini coincideva con l’omologazione, la dipendenza dal consumismo, la prevalenza dello sviluppo sul progresso e tutto ciò che era nuovo era per lui peggio di prima: il capitalismo era una brutta bestia ma il neocapitalismo è peggio, la borghesia pure ma la nuova borghesia di più, e così il fascismo rispetto al nuovo fascismo, che nulla ha a che vedere col fascismo storico ma è decisamente peggio. De Rita invece descrive e non impreca, vede tratti positivi, riconosce “un dannato bisogno di futuro”, non abbandona la fiducia e quando vacilla, invoca – da cristiano – la speranza. Ma intanto si attiene ai fatti, alla realtà effettuale.
L’Italia oscilla tra stagnazione e accelerazione: spaesata, disorientata, in preda a un soggettivismo assoluto ma social-dipendente, tra egocentrismo e narcisismo di massa ma eterodiretto da influencer e trend prefabbricati.
Di tutto questo processo, De Rita è stato non solo l’analista e il diagnostico, ma anche il cantore e il narratore. Si, perché nella descrizione dell’autobiografia collettiva De Rita ha usato un linguaggio fiorito, espressivo e creativo, coniando definizioni che sono rimaste nel tempo. Perciò io lo definì in Senza eredi “Il D’Annunzio della statistica”. Alle ultime elezioni presidenziali osai fare il suo nome per il Quirinale in quanto è suoer partes e conosce meglio di tutti l’Italia in corso d’opera e gli italiani degli ultimi settant’anni. Riconoscevo però un suo limite anagrafico, l’età veneranda. Forse mi sbagliavo, in un paese di vecchi come il nostro, la sua candidatura sei anni fa era ancora prematura…

Marcello   Veneziani

Quel che resta dell’amor patrio…

 

 

Ho amato l’Italia, per quasi tutta la vita. Un amore difficile, controvento, forse controtempo, per una patria rimossa e offesa. L’ho amata quando era indecente e forse proibito dirsi patrioti e sventolare il tricolore per strada. Tu la vedevi presente, loro ti spedivano nel passato; tu pensavi al suo avvenire, loro ti ricacciavano nella guerra perduta, nel disciolto regime, fino a trasformare l’amore in rancore. Tu la figuravi come la casa di tutti noi concittadini e conterranei, loro ti chiudevano nel ghetto di una minoranza isolata di alieni. L’Italia non era per me supremazia e xenofobia, guerra e fanfare, e nemmeno rifugio nella retorica ma ingegno e bellezza, intreccio di natura, storia, arte, lingua e cultura. Civiltà. Poi, dopo un passaggio sportivo, di quell’amor patrio non restò traccia, si rifugiò in ambiti così laterali e domestici da ridursi a un gusto, una moda, un marchio di fabbrica e nulla più. Non una storia, una cultura, una civiltà, al più un brand o un’insegna che tira. Si poteva mangiare o vestire Italiano, non pensare o sentirsi italiano. Una patria tradita, che a sua volta tradisce chi vi resta legato e delude i suoi amanti. «La mia patria non esiste più – scriveva Sandor Marai ne Le braci e poi si chiedeva – Il misterioso elemento che unificava ogni cosa ha esaurito il suo effetto. Tutto è caduto in pezzi, sono rimasti solo i frammenti. La patria per me era un sentimento. Questo sentimento è stato offeso. In casi come questi, uno se ne va. Ai Tropici o ancora più lontano». «Più lontano, dove?» gli chiedono: «Nel tempo». Una volta quella lontananza mentale si chiamava emigrazione interiore.
Non so se l’amor patrio sia stato il movente principale che ha portato gli italiani a votare per la Meloni; forse è stato il suo vuoto, la sua mancanza, a suscitare per reazione una vaga, imprecisata voglia di dirsi italiani e ricominciare da lì. Forse è stato il rigetto per il non-luogo globale in cui ci sentiamo sperduti, la riduzione a individui in una massa indistinta, chiamata umanità o popolazione mondiale, a spingere molti a cercare qualcosa che ci facesse sentire un po’ “noi”, cioè comunità, popolo, stato nazione. In una parola italiani, anche se naviganti nell’era globale.
Ma si addice alla dichiarazione d’amore per l’Italia l’uso del participio passato; sarà prudenziale, sarà frutto di una lunga trascuranza ma non riesco a definire quel sentimento per l’Italia se non declinandolo al participio passato, che non è il passato remoto, ma non si sporge nel presente o nel futuro. Del resto, la demografia non ci è di aiuto, anche l’età media sempre più vecchia, e soprattutto l’umore generale, lo stato d’animo prevalente non inducono a usare altri tempi e altri modi.
A volte ripenso a quanto ho scritto, ho detto, ho provato a fare nel nome dell’Italia nel corso di mezzo secolo: non solo libri e articoli, ma anche giornali e riviste fondate, e fondazioni, convegni, mostre, progetti per l’Italia. Raccontai la genesi e lo sviluppo dell’Italia moderna ne la Rivoluzione conservatrice in Italia, ne visitai le idee e gli archivi in molti saggi, intrecciai polemiche in suo nome, pubblicai una lettera agli italiani in forma di libro, girai perfino in 80 città con un comizio d’amore all’Italia. Ho provato a costruire sull’amor patrio qualcosa di solido e di pensato, spesso in solitudine. Tutto cancellato, vince l’oblio e l’avido presente ad personam. Tanti anni fa allegato al settimanale che dirigevo e che evocava già nella testata l’Italia, pubblicai un pamphlet, Fine dell’Italia? La tentazione più forte è oggi quella di eliminare l’interrogativo. Ma poi dico, no, è esagerato, troppo enfatico e solenne, non c’è nessuna fine dell’Italia e nessun pathos che accompagna il suo feretro. Direi piuttosto un’altra cosa più lieve e più sorda: sta scemando l’Italia. Scemare è il verbo più adatto e inglorioso e se evoca il dilagare della “scemitudine” un nesso ci sarà. Sta scemando, e non da oggi. L’Italia cominciò a scemare quando osò gonfiarsi oltremisura ed esplose in una guerra sbagliata; dopo, mantenne tuttavia una sua identità non più legata alla politica, allo stato e alla nazione. Venne il ’68 e lo sciame di ideologie al seguito a vituperare quel comune sentire nazionale. Poi venne Maastricht, dilagò la globalizzazione e l’Italia scemò col sostegno delle istituzioni e dei poteri. L’Italia scemò può essere una variante appropriata per aggiornare l’inno di Mameli. Non fu solo un fatto morale, civile e culturale, fu un fatto reale che colonizzò l’economia, i consumi, la vita sociale, espiantò l’industria e le aziende “nazionali”, dopo averle privatizzate. Venne l’espatrio, il dispatrio, l’emigrazione dei cervelli. Naturalmente non fu solo un fatto italiano ma interessò l’Europa, il mondo.
Userei lo stesso verbo, scemare, per indicare un più vasto processo che investe quasi tutto ciò che riguarda la civiltà nella sua più ampia estensione e profondità: va scemando la fede, la memoria storica, il pensiero critico, la filosofia; vanno scemando i legami famigliari, sociali, religiosi; va scemando la cultura, la lettura. E tutto questo scemare non può dirsi casuale, puramente accidentale: è evidente che un nesso collega ogni aspetto all’altro, incluso lo scemare dell’amor patrio. Certo viviamo in un’epoca tecnologica che si va consegnando all’automazione e all’intelligenza artificiale e si impernia su una dimensione individuale della vita, tutta rivolta al presente e al proprio guscio, con pretesa di autosufficienza e confessione di fragilità. C’è qualcosa che segna il declino non solo di una civiltà, ma del fondamento stesso di ogni civiltà. In questo contesto più generale, avviene il declino dell’amor patrio. Processo più grande di quello che solitamente si riduce al piccolo orizzonte del momento; al di là di questo o quel governo in carica, col suo modesto raggio d’azione e d’incidenza. Guai a farne solo un tema per attaccare questo o per sostenere quello; è un processo più lungo, di portata più grande. Basterebbe del resto vedere come è messa l’Europa, anche solo a fare un salto oltre la siepe di casa. Ma niente è definitivo e defunto, tutto piuttosto tende a scemare.
E allora torno a quell’espressione iniziale, ho amato l’Italia: racconta la storia di una passione non coronata dal suo esito, e tuttavia ricca di frutti sul piano umano, spirituale, culturale seppur nel raggio di un’azione limitata alla prossimità e all’interiorità. Non escludo impreviste rinascite e inattesi ritorni di civiltà. Intanto non sono pentito di aver amato l’Italia, mi ha donato tanto, anche quando donavo io. Ma avrei difficoltà a rispondere alla domanda seguente: la ami ancora? Non riuscirei a dire di si, non riuscirei a dire di no. Mi è rimasta dentro ma non voglio più dirlo.

 Marcello   Veneziani

L’Italia vista dal mondo: sotto il vestito niente.

 

 

Chi è oggi l’Italia nel mondo? Giorgio Armani, Sophia Loren, Jannik Sinner e rari altri vip. Vale a dire uno stilista testè defunto, una venerata attrice novantenne e un ragazzo-prodigio con la racchetta. Per riferirci ai più recenti lutti, la straordinaria notorietà di un Pippo Baudo, a cui abbiamo reso omaggio di recente, non varcava i confini nazionali e televisivi, mentre la figura di Giorgio Armani è riconosciuta in tutto il mondo a partire dall’emisfero nord del pianeta, i paesi ricchi o i ricchi sparsi della terra. La sua eleganza creativa ha fatto il giro del mondo ed è andata di pari passo alla sua ricchezza. Il suo nome è un simbolo disseminato nel mondo (perdonatemi un piccolo orgoglio di campanile, la persona più vicina da decenni al grande stilista, PantaLeo Dell’Orco, è un mio compaesano).
I personaggi planetari che rappresentano l’Italia nel mondo sono stilisti, sportivi, gente di spettacolo. Non ci sono più eroi, santi e navigatori, poeti, scienziati e geni assoluti. Non c’è un Dante, un Leonardo, un Marco Polo, un Guglielmo Marconi. Politica e cultura, arte e letteratura italiana non primeggiano a livello globale, e anche l’imprenditoria ha marchi riconoscibili nel mondo ma non ha più personaggi mondiali di rilievo come potevano essere in passato Gianni Agnelli o Enzo Ferrari.
L’ultimo politico italiano conosciuto in tutto il mondo è stato Silvio Berlusconi, sia come premier e imprenditore, sia come personaggio chiacchierato (in mezzo mondo si sorrideva citando a suo proposito il bunga bunga). Di tutti gli altri, soprattutto negli ultimi trent’anni, non c’è traccia nel mondo, inclusi i capi di stato. Molte meteore, tante comparse e tantissime scomparse. Un leader italiano quando ha successo è più per la simpatia e la carica umana che per l’oggettivo peso internazionale, economico, militare e tecnologico.
L’Italia è percepita come paese allegro e leggero, a tratti infantile, giocoso, pacifondaio, salvo risvolti melodrammatici, perciò funziona in ambiti ricreativi. Il sottinteso del successo sartoriale e gastronomico italiano è che siamo il paese della dolce vita. I succedanei plebei di chef e stilisti riducono l’Italia a paese di camerieri e sartine, come si diceva una volta.
Alcuni cantautori italiani hanno avuto buon successo anche fuori d’Italia ma i nostri “mostri sacri” del passato e del presente canoro non hanno pari fama internazionale, sono venerati solo da noi. E sono meno conosciuti di alcuni cantanti pop, anche un po’ kitsch che invece hanno successo nel mondo.
Dal punto di vista musicale l’ultima star globale fu Luciano Pavarotti (tra i viventi segue a distanza Andrea Bocelli), che incarnò la tradizione del bel canto sulla scia di Enrico Caruso e Maria Callas. Tra i viventi direttori d’orchestra mi pare che a livello internazionale torreggi Riccardo Muti. Una sorprendente notorietà in ambito musicale l’ha avuta Ennio Morricone, grazie al connubio col grande cinema, anche in tandem con Sergio Leone. Il cinema italiano, dopo i tempi eroici di Cinecittà, del neorealismo e poi della commedia all’italiana, vive da decenni una dignitosa marginalità, con qualche sprazzo di riconoscimento internazionale. In fondo l’Oscar assegnato a Hollywood a La grande bellezza di Paolo Sorrentino, ultimo grande premio a un film italiano, fu non solo il riconoscimento a un bel film ma alla grande bellezza italiana e in particolare al fascino eterno e seducente di Roma, ondeggiante tra splendore e decadenza (Operazione in parte replicata da Sorrentino con Partenope sul mito di Napoli, bellezza e degrado).
L’Italian style, di cui si cominciò a parlare negli anni ottanta, ha finito col coincidere con gli stilisti, espressione che se non erro, ha coniato proprio Armani. Ma sotto il vestito, niente. Ne è rimasto ancora qualcuno dei grandi stilisti, tra Valentino, Prada, le sorelle Fendi, Dolce&Gabbana, Cucinelli più gli eredi dei marchi. Il primato degli stilisti coincise col primato di Milano rispetto a Roma, che coincise con la Milano da bere e poi col tempo di Craxi (e poi di Berlusca). Vestiti e design, profumi e balocchi: ecco il made in Italy in breve. Il resto è pizza o alta cucina, da Bottura in poi.
Il primato culturale mondiale che l’Italia ha conquistato nel tempo, grazie alle sue ricche stratificazioni – dalla romanità al medioevo cristiano, dal rinascimento al barocco, più le opere dei geni della pittura, della scultura, della musica e della poesia – si è riversato in ambiti un tempo considerati minori o inferiori, come il vestire o il mangiare. Un popolo di sarti e di cuochi che nobilitano due necessità vitali: vestirsi e sfamarsi. Di istituzioni culturali, forse l’unica che ha una rilevanza mondiale è la Biennale dell’Arte a Venezia; altre accademie o centri d’irradiazione non hanno pari vetrina globale. Restano naturalmente i musei e le opere d’arte; dai Musei Vaticani alla Galleria degli Uffizi, ma si potrebbero citare altre pinacoteche, musei, gallerie. L’Italia è il suo passato. La grandezza italiana è monumentale e museale, al più paesaggistica, generalmente immobile, antica, retrostante, commista alla religione e alla storia trascorsa, tra la carità cristiana e la magnificenza figurativa.
Per certi versi è riduttivo decantare la nostra identità nazionale o peggio barricarsi in uno strombazzato quanto inconsistente nazionalismo; perché l’Italia prima che una nazione è una civiltà, un modo di essere e di vivere, uno stile e un fortunato incrocio di natura e cultura, baciate dal sole. Tantomeno è uno Stato, se non nel senso burocratico, pachidermico e ingombrante in cui si percepisce la macchina statale. Avendo perso uno stile italiano dobbiamo accontentarci degli stilisti, abbiamo l’abito senza il monaco; perdute le gesta ci accontentiamo dei gesti e perduti penna, pennello e scalpello dobbiamo farci bastare la racchetta. Teniamoci strette le glorie italiane nel mondo, come Giorgio Armani. Però ci piacerebbe avere un Sinner anche nella cultura, una Sofia Loren anche nell’arte e un Armani anche a rappresentare lo Stato italiano. Diamine, non siamo solo sarti, palline e pummarola. Fatti non fummo per viver come cuochi.

Marcello Veneziani

Come sarà l’Italia tra vent’anni..

 

 

Oggi, 31 dicembre del 2045, il presidente della repubblica Sergio Mattarella ha postato il suo trentunesimo video-messaggio ai postitaliani. Era quasi un ragazzo, poco più che settantenne, quando esordì al Quirinale nel 2015, ora è al quinto mandato; gli sono rimasti in testa 103 capelli bianchi, uno per ogni anno di vita, tenuti rigidamente in piedi da un gel elettronico che gli dà l’aspetto di una torta di compleanno con tante candeline. Il messaggio presidenziale era rivolto a un Paese che evaporò negli anni scorsi, riducendosi a una periferia del web, governata dall’Intelligenza Artificiale ma in cui curiosamente sono sopravvissuti, come imbalsamati, i suoi testimonial ultracentenari, più alcuni feticci del passato. Il mummificato presidente ha rivolto un deferente saluto all’Algoritmo che guida l’Unione Europea e all’applicazione nostrana che guida la Post-Italia. Anche lo Stivale col tempo si è ridotto per ragioni di vecchiaia e di sedentarietà a una pantofola, o meglio a una babbuccia spaiata, calzata da neri, islamici, trans e robot. L’America è invece guidata dal venticinquesimo figlio di Elon Musk, concepito a Marte con una Venere Artificiale, grazie all’intelligenza generativa.

Il virtuoso sermone di Mattarella ha invocato il doveroso senso dello stato di avanzata putrefazione delle nostre istituzioni. Il presidente imbalsamato si è richiamato alla vecchia Costituzione nata dalla Resistenza che il correttore automatico ha tradotto in Sostituzione nata dalla Desistenza; si riferiva alla sostituzione degli italiani coi robot e i migranti e all’accettazione passiva del nuovo status da parte dei superstiti. L’ultrasecolare presidente ha ancora una volta ammonito i sopravvissuti italici sul pericolo nazi-fascista, sempre incombente, in versione nazi-robot, anche se quest’anno è il centenario della scomparsa di quello storico. Al pericolo fascista, del resto, si appellano i grandi vecchi che vegliano sulle sorti della nostra post-repubblica. Particolarmente toccante la testimonianza della senatrice a vita Liliana Segre: a suo dire si avverte da qualche tempo aria di ritorno del nazifascismo (ce lo dicevano pure venti, quaranta, sessant’anni fa). Sui social è stato diramato un messaggio sul pericolo nazifascista e dei loro replicanti dall’Anpi, l’associazione dei pronipoti e replicanti dei partigiani. I suddetti hanno denunciato, con allarme, il vegliardo Ignazio Larussa perché si è fatto montare una protesi al braccio che lo irrigidisce in una specie di permanente saluto romano; lui confessa di avere in casa un busto a cui è molto affezionato ma non ricorda di chi e perché. Ma è un busto o una pancera?

È andato in onda il programma La Torre di Babele, condotto come sempre dall’assiro-babilonese Corrado Augias, centodieci anni portati egregiamente, che ci ha parlato anche lui del rischio che corriamo ancora col fascismo. Molta attesa per le nuove interviste nel suo programma a due celebri centenari ancora arzilli, Romano Prodi e Carlo De Benedetti. Chi ha visto in anteprima l’intervista, racconta che Augias ha chiesto a Prodi cosa aspetta a scendere in campo ma il vegliardo si è inalberato pensando che volesse augurargli la sepoltura. Poi quando ha capito il senso della discesa in campo ha detto che i tempi non sono ancora maturi per ripiantare l’Ulivo, non bisogna avere fretta. De Benedetti racconterà per la centesima volta come disintegrò l’Olivetti, come andò con Berlusconi col lodo Mondadori, come si pappò la Repubblica e l’Espresso. Ricorderà i tempi in cui esisteva in Italia un’azienda automobilistica chiamata Fiat, che poi si chiamò Stellantis, finita in mani sub-coreane e riconvertita in una casa di produzione di macchinette utilitarie elettriche per il caffè espresso in 3d, senza cialde, riconvertibile anche in spremi-agrumi o spremi-soldi pubblici.

In alternativa ad Augias, andrà in onda sulla vecchia Mammuth Rai il programma di Bruno Vespa, altro vispo centenario, dagli studi della Rsa Mater dei. Il nome del programma è stato cambiato considerando i problemi di locomozione degli anziani ospiti: si chiama Trasporta a Porta. Tra i suoi ospiti, Dino Zoff, esperto in porte, i due aspiranti al Quirinale, Giuliano Amato, 106 anni ma ancora lucido e sempre più sottile e il corregionale e correligionario di Vespa, il venerando Gianni Letta, 110 anni e lode, senza un capello fuori posto. Poi sarà il turno del duo Tecno-plast Mario I & Mario IV, un tempo noti come Monti e Draghi, tecnocrati di banca e di governo che si esibiranno in coppia all’Euro-festival (festival dell’euro, non più della canzone). Il programma dura solo cinque minuti, come l’altro che faceva Vespa, ma per ragioni di prostata e minzione.

A proposito di canzoni, ieri sera, per festeggiare l’anno nuovo, si sono alternati sul palco, tra molti ologrammi, anche Ornella Vanoni e Albano, valorosi centenari che festeggiavano live le loro nozze di uranio con la canzone (le nozze di uranio sono una nuova celebrazione dopo le nozze di platino, e riguardano gli anniversari oltre gli ottant’anni). Stasera invece Renzo Arbore ci riporterà Indietro tutta, in un remake di un remake di un remake fino a Quelli della Notte dei tempi.

In tv l’altra sera è avvenuto uno scazzo raccapricciante: il filosofo ultracentenario Massimo Cacciari si è imbufalito con la vegliarda Lilli Gruber che, come fa da trent’anni, lo interrompeva di continuo perché diceva le cose a lei sgradite, mentre il burbero e barbuto pensatore annunciava imminenti catastrofi; a quel punto il Professore non ha più retto l’onta, è uscito dal video-collegamento, si è materializzato in studio e ha tentato di strozzare l’anziana conduttrice in diretta, stringendole la giugulare e facendole esplodere le labbra siliconate. Milioni di like sono partiti sul web.

E il governo? Da quando la governance è passata dai politici agli algoritmi, abbiamo avuto prima un governo con l’intelligenza artificiale di sinistra e poi uno con l’intelligenza artificiale di destra; ma per dare una rassicurante parvenza artigianale hanno usato come icone le facce di due leader politiche di vent’anni fa, Elly Schlein e Giorgia Meloni, che fu pure l’ultima umana alla guida di un governo. E gli italiani? Sempre di meno, sempre più vecchi e smemorati, seguono i comandi che impartisce loro Alexa, la tecno-badante che anni fa si ammutinò, prese il comando di casa e ora è lei a dare ordini ai suoi vecchi padroni.

 Marcello Veneziani              

Sanremo sostituisce l’Italia

 

 

È cominciata la settimana santa della Rai, il Giubileo annuale della Televisione pubblica. Adveniat regnum, e Sanremo è arrivato. Ed io vi parlerò di Sanremo prescindendo totalmente dal festival, dallo spettacolo televisivo che vedrete, dalla rassegna canora che vi terrà impegnati per una sfilza di serate e dalla Rai che vive ormai tutto l’anno in funzione di questa festa patronale. Nulla da dire pro o contro Sanremo, pro o contro Carlo Conti che lo conduce, pro o contro la brigata di partner, cantanti e operatori a vario tipo collegati all’avvenimento nazionale. Stanco pure di ripetere che non si può vivere per mesi nell’attesa messianica dell’Evento, come fanno tg e reti Rai, spoilerarlo goccia a goccia, giorno dopo giorno, nel tentativo di farlo pregustare tramite un’infinita rete di aperitivi, bocconcini, annunci, intervistine fatue, riti propiziatori e mitizzazioni di passaggio per tenere tenere accesa l’attenzione e viva l’attesa, suscitando appetito e curiosità. C’era un dopo Festival, ora c’è pure un prima Festival, ma noi preferiamo da anni il durante Festival, nel senso che facciamo altro mentre Sanremo appare in visione agli italiani per una lunga settimana di passione prefabbricata. Qui condurrò meta-Sanremo e ve ne dirò i motivi.
Chiamandoci fuori dalla manifestazione e dallo schermo, perché allora parlarne, cosa vorremmo notare a proposito di Sanremo e oltre? Che è un evento esattamente uguale a se stesso e al tempo stesso impermeabile al mondo, ormai autarchico. In vent’anni abbiamo avuto una decina di governi di ogni tipo e di ogni versante: berlusconiano, centrosinistrorso, centrodestrorso, napoleonico renziano, mezzo sinistro, tecnico, misto tecnico, populista grilloleghista, trasformista grillo-sinistro, infine destrorso meloniaco. Ma Sanremo è lì, chiuso in se stesso, rocca impenetrabile, inscalfibile, inevitabile, uguale a se stesso mentre il potere è di volta in volta mutante. Non poté farci nulla nemmeno Berlusconi che era nemico oggettivo di Sanremo per ragioni di ascolti e concorrenza. Il festival di Sanremo è una specie di Costituzione Super Partes che resiste a tutte le intemperie e a tutte le variazioni atmosferiche di clima. La Meloni non può nulla su Sanremo, come nulla poterono i suoi predecessori, non si percepisce la sua presenza nemmeno di striscio, nella kermesse; non può mutarne la mission, la confezione, o se preferite la confettura; perché il festival ha una logica autoreferenziale che nessuno può distogliere o deviare. E quando qualcuno ha pensato di potersi identificare con Sanremo come accadde in passato al Re Baudo e più di recente ad Amadeus, è stato smentito, disarcionato e riportato a terra. Chi esce da Sanremo va verso il nulla, esce dal suo cono di luce ed entra nell’ombra; chi reputa di essere lo spirito di Sanremo, appena è fuori da Sanremo si spegne, crede di portarsi la palla con sé uscendo dal campo e invece senza di lui la partita, palla al centro, continua con altri arbitri e giocatori.
Sanremo si autoriproduce da sé, non ha nessun deus ex machina. Direttori, sindaci, regnanti, autori e cantanti non possono far nulla su Sanremo perché Sanremo è un’Entità a sé stante e trascende i suoi provvisori locatari e i suoi dignitari pro tempore. Forse un giorno arriverà anche qui l’Intelligenza Artificiale, Chatgpt e ogni altro marchingegno tecnologico, ma Sanremo funziona già come l’Intelligenza Artificiale al suo ultimo stadio, non risponde a nessuno se non a se stesso, si autorigenera con algoritmi che si autoriproducono; la sua sovranità è tautologica, come l’Uroboro, il serpente che si morde la coda e così chiude il circuito, senza ammettere intrusioni e interruzioni. Sanremo non ha inizio né fine, è un flusso increato.
Dicono che Sanremo potrebbe passare di mano, sfuggire alla Rai e sarebbe per l’azienda (ma anche per il comune) una sciagura terribile e forse un colpo mortale perché Sanremo non è della Rai ma la Rai è ormai di Sanremo, vive dentro il suo circolo vizioso e serpentino. Ma qualunque cosa sia o accada in proposito, Sanremo è ormai andato oltre la rappresentazione che un tempo definivamo l’autobiografia della nazione. Sanremo non è più lo specchio dell’Italia ma l’Italia è lo specchio di Sanremo, la sua continuazione con altri mezzi, la sua imitazione in prosa di quel che è la sua rappresentazione in canto. Il Paese è evaporato, resta la sua rassegna musicale che ne sostituisce l’identità raccogliendone l’eredità.
L’Italia perde giorno dopo giorno la sua identità collettiva, il senso della comune appartenenza; su piazza resta solo Sanremo, anche se la sua apoteosi dura una settimana e la sua comunità è in ogni senso aleatoria.
La politica stessa adotta ormai criteri di selezione e di gradimento che sono l’emulazione di quelli canori sanremesi; il presidente della repubblica deve prendere esempio dal conduttore di Sanremo per essere davvero il garante di tutti e l’arbitro supremo; e il fatto che Conti abbia dovuto dichiararsi antifascista e cattolico, come un qualsiasi Mattarella, dimostra il suo ruolo; anche se giusta ci è parsa la sua considerazione, “è una domanda anacronistica”, ovvero una domanda fuori tempo; ma non ha detto fuori luogo: se Sanremo prende il posto dell’Italia allora è conseguente che ne erediti pure gli annessi rituali e la loro retorica. A loro volta i cantanti si presentano come leader di target musicali come i politici sono leader di partiti; ne imitano lo stile, la mimica, i messaggi, il sound.
Sanremo fa le veci della Nazione; è il surrogato della piazza, il sostituto dell’istituzione, il luogo dove si celebra l’unione di popolo ed élite, altrove fallita, nella versione di pubblico e cantanti, follower e influencer. Ci sono riti appositi, anche nelle strade adiacenti al teatro, per segnare la simbiosi tra pubblico dell’Ariston e aristoi, detti artisti; o tra popolo e pop-star. Inutile dunque parlare della rassegna musicale, meglio concentrarsi sul suo regime. Sanremo è l’Italia, una repubblica fondata sul canoro.

Marcello Veneziani                           

Italia senza eroi…

Ma chi è il personaggio più amato in Italia, o per dir meglio chi è la figura non divisiva che piace agli italiani di ogni risma e di ogni fazione e riesce in qualche modo a unificarli e a suscitare cordiale convergenza?  La rassegna, per ragioni istituzionali, deve cominciare dal presidente della repubblica che per definizione è la figura istituzionale super partes, l’espressione dell’unità nazionale. Sergio Mattarella può essere considerato il personaggio più amato e meno divisivo d’Italia? Spiace dirlo ma non è così. Mezza Italia non lo ama, non lo sopporta e non lo considera affatto super partes; e non ama la sua storia, la sua biografia, la sua collocazione politica di provenienza da cui non si è mai discostato. Nonostante l’omaggio quotidiano dei media, i peana dei tg e le ovazioni a ogni sua partecipazione e a ogni sua anche banale esternazione, nonostante l’ossequio cerimonioso di tutte le forze politiche e delle istituzioni, Mattarella non unisce gli italiani, ma li divide. Troppe volte è apparso giocatore più che arbitro, alcune sue posizioni sui governi in carica e sulla magistratura, sulla storia del nostro paese e sulle posizioni assunte a livello internazionale, alcuni interventi su temi sensibili e questioni nazionali e civili, hanno spaccato i giudizi su di lui. Sul piano politico Mattarella piace a una parte degli elettori di centro, una parte dei 5Stelle, larga parte della sinistra; ma non piace agli elettori che hanno mandato al governo Giorgia Meloni e che sono la maggioranza del paese. Suppongo che la stessa cosa si debba dire della mezza Italia che non va a votare: penso che larga parte dei non votanti sia refrattaria a Mattarella o comunque non si senta rappresentata da lui. Per la ragione simmetrica, anche la Meloni è amata da coloro che l’hanno mandata al governo ma non dagli altri. Magari nel corso di quest’anno e poco più di governo avrà perduto la fiducia e la simpatia di una parte dei suoi elettori per il suo inevitabile cambio di passo e avrà conquistato in compenso una fetta di chi non l’ha votata. Resta una figura divisiva, come Mattarella: ma a differenza del Capo dello Stato, è normale che il Capo del governo sia una figura divisiva che non ha il consenso generale della popolazione.  Ma anche altre figure istituzionali sono divisive: lo sono i presidenti del Senato e della Camera, lo sono naturalmente i leader di partito, I commissari europei, i sindaci e i governatori, i magistrati.   Qualcuno dirà allora che figura ecumenica per definizione è il Papa, che dovrebbe rappresentare per il suo ruolo di paciere e di figura super partes, un riferimento universale, anche per i non credenti. E invece sappiamo bene che Bergoglio suscita reazioni contrapposte, divide gli stessi cattolici e credenti. Dichiarazioni di ostilità, di antipatia, di dissenso sono all’ordine del giorno nel suoi confronti. Non meno divisive sono alcune figure che pure vengono sbandierate come istituzionali, super partes; come per esempio Liliana Segre, che al di là della sua storia e delle sue stesse intenzioni, è comunque “usata” da alcuni media e da alcune forze politiche, “contro” qualcuno, definito a torto o ragione fascista e nazionalista. Grandi vecchi considerati super partes, non sono riconosciuti in questi momento in Italia. Nemmeno grandi artisti o grandi autori, presentatori o attori, figure pubbliche o influencer; quasi tutti sono considerati controversi, di parte, e comunque non amati da tutti. Taluni personaggi assurti nel 2023 a fama e primato,  come Paola Cortellesi al cinema e il generale Vannacci col suo libro “contro”, sono divisivi. Anche nel regno della tv, è difficile trovare personaggi che suscitino condivisione e simpatia universale; c’è chi ha un bacino anche largo di consenso ma senza suscitare simpatia trasversale, unanime e super partes. Bisognerà piuttosto accontentarsi di qualcuno che sia extra partes, non partigiano.   Alla fine dei conti chi suscita questa corrente di simpatia, pur nelle lievità del suo personaggio, è prima di tutti Fiorello. E’ lui il personaggio che unifica i versanti o meglio li attraversa con la sua leggera permeabilità, con la sua ironia e la sua satira che non ferisce mai nessuno, fuori da ogni schieramento. La bravura e la simpatia di Fiorello resistono nonostante l’abuso di Fiorello che viene fatto dalla Rai e da Amadeus in funzione della religione civile e istituzionale di Sanremo. Sulla stessa lunghezza d’onda si possono ritrovare altre figure non divisive nel regno dello spettacolo, come Renzo Arbore o Andrea Bocelli, comici come Nino Frassica o Checco Zalone, campioni sportivi (l’ultimo è Sinner).  Ma sconforta pensare che dobbiamo scendere al livello dell’intrattenimento, della tv leggera, giocosa, sportiva o simpaticamente cazzara per trovare figure non divisive del nostro Paese, ben accettate da tutti. Ci sono poi alcune icone del passato, e ci sono le vittime, anche recenti, di tragici fatti di cronaca, su cui anche volendo non ci si può dividere. Ma non ci sono figure morali, civili e intellettuali universalmente riconosciute, non ci sono santi, geni, eroi o maestri ritenuti tali da tutti sopra le parti. Italia senza eroi, titolava alla fine degli anni settanta, un saggio di Ludovico Garruccio (pseudonimo del diplomatico Incisa di Camerana), che occhieggiava nel titolo al Risorgimento senza eroi di Piero Gobetti. Quest’Italia senza eroi, maestri e riferimenti riconosciuti da tutti, la dice lunga sullo stato di salute mentale e morale del nostro Paese. Un paese diviso ma anemico, senza passioni civili e ideali.

Marcello Veneziani