Nel mio adorabile indaco

Quasi la paura di manifestare, di segnare, di sporgersi. Le vene si intrecciano a polvere ed a futuro. E il vuoto è un richiamo fortissimo, farsi penetrare dal vuoto, attraversarlo e mescolarlo al proprio. Io osservo e il silenzio è sempre troppo denso. E non fa neanche da specchio. Eppure sul bordo dell’indefinito si scivola sempre. Ed è là che paura e stupore si legano in un groviglio. E si ha la sensazione di essere troppo trasparenti, per quello ci si nasconde. Credo si chiami incomprensione.

Domani, avrò un altro oggi deprecabile. E fino ad allora, morderò sole.

Perché è così che voglio sentirmi.

I rumori della strada ed il richiamo alla vita interrompono il flusso di una dimensione tanto inutile quanto indefinibile. A volte mi chiedo se ti ricordi ancora di me. Ma poi smetto. Perché io no.

Mi rifugio in una parola

In una parola che sia un cantuccio, un rifugio, un angolo segreto, un morbido nascondiglio, una finestra piccola sul mondo. E lettera per lettera la lascio scivolare tra le dita, sul mento, sul collo, nei palmi, sui polsi. Come se divenisse sangue. Ed è un percorso strano, senza direzione, pieno di deviazioni. E comprendere gli altri non è mai stato tanto difficile, e rispettarli, mentre l’aria è calda e io ho ancora voglia di mare, del mio mare. Permettersi una lieve assenza è un lusso che mi concedo, nella notte più lucente, e le stelle continuano a bucare il cielo. Tra un giro di ago e l’altro, un pozzo sull’infinito, e sogni. Un velo sul silenzio, che è silenzio stesso, quello vero. Con alcune stelle nasce, così senza un motivo, rara e preziosa, la comprensione. E poi sono così belle, che dirlo sembra inutile.

Raggio di sole, raggio di luna e come corda lega e stringe ed a volte taglia

E dietro cosa c’è? Perchè non vedo altro che polvere che brilla? Mi piace sentire il mondo ad occhi chiusi, ed a volte provo schegge di dolore, come chi sa ma non vuole e non deve. Pungono e poi allentano la presa, e sembra quasi piacere. Sei mai stato sul bordo dell’incomprensibile? E non si tratta di parole, ma di qualcosa che non sai spiegare e neanche più devi. Una ombra dentro te stessa che segna proprio quell’indefinito, che a volte ti soffoca ed altre esplode. E non basta, non basta mai. Il giardino nel lieve vento del mattino e la mia terra, quello a volte sembra bastarmi e la tua mano che mi cerca nella notte, e che si poggia sul mio ginocchio, mentre ti addormenti. Respiriamo distanti spesso ma ci ascoltiamo con la giusta misura, che poi non è forse così giusta, ma scorre. Una goccia lentissima che fende il muro, piano al pavimento e riga e segna, prima di scomparire. Il resto è tutto lontano. Sono nel mio sangue che freme sovente, e spesso si dimentica di sè e non si ferma. Oggi è la parvenza di quel domani che temevo. Non so cosa voglio ma so cosa non voglio ed è già tanto. E anche quello non basta. Perchè alla fine è il caso che smentisce e sconvolge. E come al solito resta il cuore a battere, a spingere pulsioni, sogni e nuvole, al margine di noi stessi ed oltre. Soffia il venticello caldo, e io sono diversa ma la stessa, la stessa ma diversa. E non conta. Sono solo una donna tra le altre, e ognuna è un mondo. Ed è bella saperlo sentire. Perchè è solo la fragilità che crea confusione. E offusca i limiti. E li ricrea.

Ti sembra di perdere il cuore ma torna sempre, e torna più ricco, più carico, più pieno.

Ed è decisamente vero, fa troppo troppo caldo.

E il sole mangia le ombre

Accartoccio il mio profilo, e sorrido.

Sorrido più che posso, mentre non riesco a smettere di sfiorare la leggiadra bellezza della gentilezza, meglio quando è semplice e ferma, come una freccia, conficcata in un tronco. Tutto è confuso e spesso insolito. E si prosegue, in una fila di respiri e di passi. Ieri sono andata al mare, ma non riuscivo ad ascoltarlo, non lo percepivo, distratta dall’incalzare di paure e di pensieri. Ho smesso di aver paura dei distacchi, almeno credo. E tengo la mia mano salda nel vento. In fondo, mi conosco poco e male, ma non smetto di provarci, e sono comunque la creatura che mi appartiene di più e che dovrei imparare ad amare, in modo vero. Perché a volte è facile barattare la propria anima con l’approvazione e lo sdegno. E non si è mai davvero liberi. Deve servire a quello il mare, ad insegnarci e a darci la misura inesatta della libertà.

Ed una bimba chiedeva alla mamma: “Ma il mare dove le prende le onde?”. E la mamma mentre la abbracciava ha risposto: “Le onde le fa il vento”. A quel punto ha incalzato la piccola: ” E tutta quella acqua il mare da dove la prende?”. E io ho sorriso e mi sono tuffata, perché la questione stava diventando troppo articolata, per una domenica assolata di luglio, mentre avevo bisogno solo di ritrovare un frammento di spensieratezza.

Grazie piccolina, sconosciuta e sincera, così ho ritrovato il mare, dentro.

Bottiglia nell’oceano

Una piú che  strana ed equivoca e fastidiosa sensazione di incomunicabilità. La percezione netta di non riuscire a dire nulla di interessante, come se mendicassi attenzioni e forse é anche vero. Ma il tempo passa e ti senti vecchia, una linea piatta.  E la incapacità di sentire gli altri, in un mondo tutto spento. A volte anche una ombra di rancore, senza senso, magari negato. Andare oltre significa provare aloni sul cuore e occhi più attenti e la consapevolezza di non tornare più. Neanche a sé stessi. Non è commiserazione, né richiesta di alcunché. Solo la eco del fiato sul muro, e di un pugno di rabbia. Il senso di una diversità che gli altri possono trovare frivola ma che sega il cuore, pezzo per pezzo. Fino a non lasciare nulla.

Un punto in sospensione, un graffio, ogni nuvola ha le sue perplesse inquietudini.

“meriggiare…”

E fende, come una lama, questo canto, che incalza, l’urlo, di mille grilli, che urta e rimbalza, contro il cuore. Il vento di questa estate lega e scioglie e leviga fino a cingere i fianchi. Sento la vita intorno e la contemplo, mentre nell’aria i grilli non si placano. Eppure il segreto delle cose è nella semplicità, come un ingranaggio che scivola e scivola e non si ferma, perfezione casuale. L’odore dell’estate e la voglia di una sorpresa e io che mi distacco e mi ritrovo inutilmente assorta. Poche parole, sempre sbagliate e una dannata voglia di incanto, quasi una virgola che spezzi il respiro. E il canto dei grilli ancora….

Oggi mi va e poi no e poi ancora sì…ma chi se ne frega…

Ed è un periodo strano. Magari la tua sincerità è stata accartocciata da una gentilezza formale e di occasione, e ci resti male, ma non più di tanto. Oggi è il mio giorno, il giorno del mio nome, della mia nonna nordica e del suo nome e del colore dei suoi occhi, che io ho ereditato. Tanti auguri, alcuni che sorprendono, altri che mancano, perché nel tempo capisci che ci si ricorda solo delle cose che importano, il resto viene allontanato, dimenticato, avvolto da una zona grigia, destinato forse a riemergere. Eppure io molte date le ricordo e neanche per un motivo, forse perché ho il maledettissimo vizio che quando qualcuno ha contato per me, è stato per sempre, un sempre durato un battito di ali di farfalla, ma destinato a lasciare la sua traccia. E mi sporgo dalla tenda e mi lascio guardare. Ed è difficile, sai che non mi amo, mai abbastanza, anzi spesso mi faccio più o meno volentieri del male, e poi, a brandelli, mi lascio avvolgere dal tuo desiderio. Godo di quello, e delle tue mani e dei baci della tua bocca al limone. Il tuo corpo contro di me, nemici ed immensamente amici, avvinti, fino a respirarci per differenza. La tenda non c’è più e la nudità è solo un varco, per una nuova verità, come quando mi entri dentro, e mi sento spalancare a nuovi vuoti. Ecco, per me il sogno è lasciarsi rendere vuoti, liberi, immensamente aperti verso una dimensione labile. Ti prego, guardami ancora e baciami più in profondità che puoi. Non mi spaventa il dolore, ma l’attimo in cui mi perderò nella consapevolezza della assenza. Un respiro, un soffio, un nodo. Come nella placenta di mia madre. Ancora guardami e non mi basta, voglio i tuoi occhi dentro i miei. Perché la dolcezza che mi rende pazza è quella cruda e sincera, che lascia i segni sotto le unghie e che ha poche parole. Il mio corpo è solo l’involucro della donna che mi profondò dentro tanto tempo fa. A fondo, e vaga, riaffiora. Guardami ma non cercarla. Perché ho compreso quanto sia preziosa e rara la vera intimità, un fiore fragile e profumato, come l’odore della terra che si schiude ed accoglie rugiada e luce, dopo ogni notte. Ecco adesso la notte è dietro, è passata.

E sul suo cordolo

vibrano

pericolosamente

haiku

verticali

che

mi

precipitano

addosso

come aghi.

Mare in tempesta

E fulmini verticali, righe che illuminano il cielo, e annunciano la pioggia. Con la finestra aperta, sento l’odore della terra e del mare, tra le lenzuola, mentre un minuscolo spicchio di luna ed una stella mia fanno compagnia. Il cielo è livido e quella piccola falce scintilla solitaria, quasi come una virgola in tutto quel buio, così ingombrante e fitto, a far da cappello al mondo. La voce del mare mi fa sentire libera, da sempre. La tenda si riempie e si svuota e l’odore della menta si mescola al vento inseguendosi vertigiosamente in attesa della pioggia. Io ed il mio libro, a ridosso dei sogni, ci slentiamo e ci slarghiamo, mentre la notte incombe. E io non resisto, perché al suo fascino non ho mai resistito. Ho riempito di ombre la mia mente e le ho frantumate fino a diventare polvere. Soffia vento adesso e confondile, quasi come un segreto. E pratico il distacco e non è mai abbastanza, perché il dolore riaffiora sempre. Non bacerai mai più i miei polsi, dopo averli liberati, seguendo il solco della mia inquietudine, fino al cuore. La memoria del corpo lascia tracce, aloni, scie, mentre io attendo la pioggia, una nuova pioggia. E intanto mi perdo nella furia del mare, oltre lo sguardo, fino al sangue.

Nuvole e pane…

Forse è stato davvero quell’istante a segnare la frattura, il distacco dal resto. E adesso mescolo le ciglia all’aria, a caccia di nuvole da mordere, negli istanti troppo voraci, troppo densi, in cui il sangue si mescola ai pensieri. Quasi a caccia dello stupore, nella assenza di volontà, perché il caso segni i frammenti di divenire e sappia marchiarli di meraviglia sincera. La tranquillità si intreccia a queste nuvole ed al fiato e tutto sembra assolutamente normale ma non lo è. La delizia della sorpresa deve essere semplice, praticamente una goccia. Una sola, per non morire di sete. E tra le tasche dell’anima un pezzetto di infinito, per non dimenticare.

Non desidero altro.

Solo non esistere o un diverso oblio.