Monica

Pied de poule

Mi ero completamente dimenticata di lei.

Sono trascorsi anni dalla nostra frequentazione e avevo rimosso ma poi capita che i ricordi ritornino all’improvviso scatenati da un gesto, un colore, un profumo intenso … o come nel mio caso da un tessuto. In un negozio ho trovato una giacca pied de poule e mi sono messa a pensare dove mai l’avessi vista e … tac … mi è tornata in mente, Monica possedeva una giacca pied de poule molto simile a quella che mi guardava, con aria di sfida, dall’appendino.

Monica è un’estetista della mia zona, anzi per la precisione, massoterapista… no, non mi ha mai fatto un massaggio anche se mi riceveva nel suo studio il venerdì. Una bella donna, capelli lunghi neri, carnagione scura, labbra carnose, magra e tonica. Mi apriva la porta indossando un’uniforme bianca da infermiera che si sfilava quasi subito sorridendo. Si spogliava con molta grazia, lasciando cadere gli indumenti, girava su se stessa per mostrarmi la sua bellezza e poi iniziava a spogliare me.

Ricordo la sua pelle morbida e liscia. Le sue mani una carezza tra i miei capelli. Tra le sue gambe ascoltavo tutto quello che voleva raccontarmi.

Era stata adottata con la sorella da due famiglie che fortunatamente abitavano a poca distanza, erano in contatto e si frequentavano. Da poco aveva scoperto che aveva altre sorelle e altri fratelli, forse una dozzina in totale, una storia di povertà del sud, i figli erano stati tolti ad uno ad uno e adottati da famiglie in tutta Italia ed ora volevano ritrovarsi e conoscersi. Il grande raduno, lo chiamava, con le rispettive famiglie, figli e vite da raccontarsi. Voleva scrivere un libro sulle emozioni provate. Voleva organizzare il grande raduno. Non so come sia andata a finire.

Monica era, con me, una donna calda, si lasciava andare, era eccitante molto eccitante in ogni bacio in ogni carezza. Quello che non so dire è se era far l’amore o del semplice sesso, se c’era, in quello star bene, del sentimento, qualsiasi cosa fosse si è spento presto.

Nel negozio prendo la manica della giacca … no, non si può dire che sia un bel capo di abbigliamento.

La vie d’Adèle

di Adellatif Kechiche

Il film dura, per la precisione, 179 minuti, da me sofferti dal primo all’ultimo, in particolare alcuni tratti della vita di Adele (che ho sentito molto miei) come: i primi turbamenti vicino ad una compagna di scuola, la scena crudele delle amiche a scuola che l’accusano di essere lesbica e il senso di solitudine nel rapporto sentimentale che la spinge al tradimento. La struttura tecnica del film è particolare, ci sono primi piani strettissimi sulla protagonista, quasi il regista ne voglia scandagliare l’anima avvicinando, facendo penetrare lo sguardo attraverso la pelle… alla fine, devo ammettere, è soffocante, quasi viene voglia di alzarsi e allontanarsi, andare in fondo alla sala, guardare lo schermo da lontano per prendere respiro e io ero in terz’ultima fila. Kechiche fin dall’inizio indica la strada che intende percorrere (molto molto tortuosa) con la lettura in classe di ‘La vie de Marianne ‘ di Marivaux. La prima scena è, proprio, una studentessa che legge ad alta voce il romanzo “Me ne andavo con un cuore cui mancava qualcosa, senza sapere cosa fosse”, il professore incalza gli alunni domandando: “E che cosa vuol dire, che manca qualcosa nel cuore?”, si apre il dibattito a cui tutta la scolaresca, maschi e femmine, partecipa.

 La chiave di lettura sta, quindi, nell’evoluzione di un innamoramento, di un amore. Tutto il film è un punto di osservazione privilegiato di questa parabola. A prescindere dal sesso dei protagonisti, come è stato ribadito dal regista. (Riflessione: ma se i protagonisti fossero stati un ragazzo e una ragazza ci sarebbe stata una cassa di risonanza così ampia?).
 Ci si deve attenere a quella chiave di lettura anche perché se uno spettatore volesse sviluppare la storia di Adele ed Emma su un asse temporale si trova in difficoltà.
 Adele è al liceo vive con i genitori, si innamora di Emma.
 Poi per magia insegna (ma non doveva andare all’università?) e convive con Emma (i genitori sono completamente spariti, non ci è dato di sapere se Adele ha fatto coming-out ).
 Ad un tratto Adele si sente sola (per una serie di motivi comuni a tutti i rapporti affettivi omo/etero) e tradisce Emma, questa lo scopre e la butta fuori di casa.
 Passano tre anni (deduzione perché viene indicata l’età della figlia della nuova compagna di Emma) e Adele invita Emma a parlare in un bar, questa è una scena importante perché evidenzia il legame carnale delle due. Non è la prima volta che in un film che tratta di un legame lesbo viene inserita una scena di questo genere, è una scena violenta ed è un’invocazione di pietà al tempo stesso, per un amore finito e non finito, per qualcosa di irripetibile, per il chiedere di ricominciare, per il non sapere spiegare quel lacerante dolore dell’anima, ecco che nel cuore manca qualcosa e si comprende ora che cos’è.

Ci sarebbe tanto da dire, perché nelle tre ore viene toccato tutto, crisi adolescenziali, omosessualità, intolleranza, differenze di ceto sociale, le vocazioni artistiche e non, preconcetti, turbamenti, insofferenze, incoerenze, bulimia.

 Negatività:
 Non mi sono piaciuti i continui pianti, (forse perché io reagivo al dolore in maniera differente)

Sesso:
Le scene di sesso sbandierate su tutti i giornali sono molto tecniche. Nel senso che amore e passionalità sfociano nell’improvvisazione e nel gioco, qui han dato sfoggio di grande metodo, c’è il kamasustra completo, non hanno dimenticato nessuna posizione. Ho avuto la sensazione che oltre alla carnalità sbandierata dal regista c’è anche molta morbosità.

Circolarità:

La scena del colpo di fulmine quando Adele vede Emma per la prima volta. Emma ha i capelli blu. Quando l’amore finisce Emma ha i capelli normali. Adele nelle ultime scene del film indossa un abito blu, è pronta per un nuovo amore (arriverà il capitolo tre, come 1Q84 di Murakami? )

Incoerenza:

Su una rivista di cinema collocano la giovane Adele liceale alla fine degli anni novanta, eppure lei balla durante la festa del suo compleanno sulle note di I follow rivers, del 2011.

Annamaria – La Timida

Timida si è graziosamente presentata lasciando un breve saluto nella mia messaggeria. Abbiamo iniziato a dialogare parlando del tempo e di altre banalità.
– Facciamo quattro chiacchiere per conoscerci meglio …
Così mi aveva scritto. Poi mi era caduto l’occhio su un banner lampeggiante nel suo profilo che non passava inosservato
Shelt – C’è una cosa che mi incuriosisce, perché sul tuo profilo c’è scritto “Proprietà di xxx” ?
Timida – Perchè gli Appartengo…
Shelt (a volte afferro i concetti con lentezza) – Pratichi BDSM? Questo xxx è il tuo Master?
Timida (ma non troppo a quanto pare) – Abbiamo una relazione D/s
Shelt – La relazione di dominazione/sottomissione è reale o si tratta di scene?
Timida (puntigliosa) – La relazione D/s è reale. Il mio Master mi sta portando alla scoperta di questo mondo, mi sta istruendo ad essere una slave, risvegliando in me sensazioni intime mai provate …
Shelt (con una velata ironia) – Ti ha già donato il collare? Magari con la piastrina in argento?
Timida (ma calata nel ruolo di slave) – Si, certo. Donare il collare ha il significato di rendere consapevole  il bottom della sua nuova condizione. Io sono slave per rendere felice il mio Master.
Shelt (felice lui a darle mazzate, felice lei a prenderle) – E ti ha ‘donato’ anche un head harness?
Timida – Non ancora sono all’inizio del mio percorso. Guarda non è mia intenzione coinvolgerti in questo discorso e soprattutto stravolgerti da vanilla.
Shelt (vanilla a me??) – Veramente io non sono né stravolta, né sconvolta. Devi essere un’abile organizzatrice per incastrare tutti questi “impegni”.
Timida (ma risoluta) – ogni relazione da qualcosa di diverso, con il mio compagno ho una relazione stabile, ordinaria, a volte un pò noiosa, ma comunque profonda e bella, con dei desideri futuri di famiglia. Con il mio Master ho una relazione che mi fa mettere in discussione con me stessa, che mi fa provare sensazioni mai nemmeno immaginate, trasgressive (è complicato da spiegare). non viviamo vicini, ma è una relazione profonda quella che è nata. Una relazione con una donna sarebbe un altro aspetto dell’amore, un’amica su cui poter contare… penso che la vita sia una sola e voglio viverla con questa consapevolezza.
Shelt – Credo che per alcune (privilegiate) persone la giornata non sia di 24 ore ma di 36 …

Esempio di offerta (Bondage-Domination-Sado-Masochism):

“Obbedire deriva da ob audire ascoltare stando di fronte, porsi in ascolto in maniera vigile e consapevole, ma soprattutto libera. La condizione di porsi liberamente e consapevolmente in una condizione di obbedienza è infatti fortemente liberatoria. Voglio che tu faccia ciò che più desideri e più ti terrorizza. Abbandonare il controllo del tuo corpo e della tua mente e affidarlo ad un Padrone Dolce, Comprensivo , ma Esigente. La Dominanza è uno stato dell’ Animo e del Fisico, così come la sottomissione è la tua inevitabile natura di schiava. Voglio in regalo il tuo corpo e la tua mente e ti porterò molto lontano , proprio dentro la parte più recondita del tuo animo. Voglio che tu senta il tuo corpo , dal collo in giù, non più tuo, ma un prezioso pasto a disposizione del Padrone, della sua dolcezza e della sua misurata severità. Sarai sottoposta ad un raffinato dressage, ma anche a sessioni severe. Sono un espertissimo Master molto cerebrale , ma anche molto severo. Sarò comprensivo, paterno, dolce , esigente ed inflessibile”.
Appunti per il futuro:
evitare contatti con donne slave o similari

Paola

Cronaca di un disamore (estratti di corrispondenza)

Si parlava di dichiarazioni, dell’innamoramento e dell’amore. Tu mi domandavi: “Se hai la certezza di non essere corrisposti, perché mai dichiararsi? In fondo è un farsi del male”.
E’ vero, il dolore per un amore non corrisposto è enorme e rende pazzi. Sono una persona che non si innamora tanto facilmente. Un sentimento così intenso l’ho provato solo nel periodo tra l’adolescenza e la giovinezza, forse perché era puro e non contaminato da logiche di interesse o forse perché era il periodo in cui non avevo ali ma potevo volare ugualmente.

Ho conosciuto Paola il primo anno delle superiori. Era seduta nel banco davanti al mio. Il primo giorno di scuola si è voltata verso di me e mi ha detto “piacere, mi chiamo Paola”. L’ultimo sole di settembre invadeva l’aula e faceva caldo.

Trovo incredibile come certe sensazioni provate in un attimo lontano della propria vita siano indelebili, indimenticabili e riaffiorino alla mente nel corso degli anni quando meno te l’aspetti forse per un confronto con il sentimento corrente che, in comparazione, ne esce sempre meno intenso di quello lontano …Naturalmente lei non poteva interessarsi a me per ovvie ragioni che avevo analizzato, quindi sapevo benissimo a quale delusione andavo incontro … ma … c’è un ma, io pensavo a lei sempre, era diventata un’ossessione, così ho deciso di parlarle, le ho detto che l’amavo e che il giorno mi sembrava bello solo se c’era lei vicino a me. Una dichiarazione fatta con addosso i miei pochi anni, niente da offrire, nessun futuro, nessun passato, solo la mia persona, davanti a lei, indifesa. Non avevo corazze in quel momento ed è stato devastante. Come nei più grandi romanzi pensavo che non avrei superato la situazione, per vergogna volevo morire, immaginavo i suicidi più assurdi per porre fine alla mia sofferenza. Poi con molta lentezza è passato lasciando solo le sensazioni più belle, il suo odore, il calore del suo corpo quelle poche volte che l’ho abbracciata e tenuta stretta.

La vita non è rischio calcolato molto spesso è una serie di imprevisti a cui bisogna far fronte senza preparazione.
Ho rincorso Paola per cinque anni. Avrei fatto di tutto per lei. A lei non è mai interessato.
Si è sempre tesi verso persone interessanti e carismatiche. Il resto dell’umanità, chi non ha niente e non è niente, viene tollerato con un senso di fastidio. 

In questi anni ne ho seguito il percorso di vita: matrimonio, lavoro, figli, separazione. L’ho vista qualche volta, da lontano. I saluti non sono mai stati indispensabili. Ma c’era in me la voglia di volerle parlare. C’era la mia esigenza di comunicare con lei.  In verità, cresceva il desiderio di riprovare quella sensazione, ripercorrerla nelle viscere, quell’emozione che sopravvive al tempo e alla distanza.

Ho digitato il suo nome in facebook, il rigattiere delle amicizie, e lei si è materializzata davanti. Le ho scritto con un nickname, lei ha risposto, credendo di avere a che fare con un uomo.

La solitudine è un vuoto da riempire, anche solo di parole.

Dopo un anno di corrispondenza le dico chi sono. Non si arrabbia, anzi mi vuole incontrare. Ci vediamo e ci sentiamo in continuazione al telefono, lei sta attraversando un brutto periodo con il nuovo compagno e ha grossi problemi con i figli. Le sto vicino per come mi è possibile, non le do consigli, la faccio solo ragionare su particolari che a me sembrano importanti e che a lei sfuggono. L’evoluzione della situazione è positiva, le cose migliorano, mi ringrazia, a quanto pare la mia amicizia è servita, le sono stata utile e la cosa mi fa piacere…

anche se … durante i nostri dialoghi, che, in realtà, erano i suoi monologhi, mi sono accorta che ha paura di rimanere sola e sta cercando a tutti i costi di “ricollocarsi” con un “qualsiasi uomo”.

Anche se in certi momenti il suo modo di esprimersi mi irrita, la trovo molto superficiale e mi infastidisce che indichi il suo compagno usando aggettivi dispregiativi.

Anche se scopro, casualmente, che mi usa come scusa per uscire a cena con “non so chi”.

Anche se mi incontra nei (cronometrati) ritagli di tempo.

Anche se mi messaggia (le lunghe telefonate sono una pratica lontana) che compra casa con il compagno (quello che insulta in continuazione) dopo un mese dall’aver ottenuto il divorzio.

Anche se muore mio padre e lei non può farmi le condoglianze di persona dato che il santo rosario cade proprio nell’ora dell’aperitivo festivo e il funerale nell’orario lavorativo.

Anche se dopo poco viene ricoverato il suo, di padre, e mi manda un sms allarmata augurandosi che non capiti la stessa cosa che è capitata al mio …

Sorvolo sul resto e torno alla domanda iniziale:

“Se hai la certezza di non essere corrisposti, perché mai dichiararsi? In fondo è un farsi del male”.

Si, è vero ma ci vuole tempo per comprenderlo. Questa è la risposta.

Laggiù c’è una fontana che è piena di monete,
le ho buttate io
tutte le notti che non tornavi.
Quelle te le porterò a vedere.
Non le stelle che sono cadute, non
Le candele che ho acceso nelle chiese,
non i versi delle preghiere, non
le lacrime che ho pianto,
non le parole degli amici, non
le notti che ho passato sveglia
ad aspettarti.
Solo le monete ti farò vedere.

Sotto l’acqua che scorre,
quando ritornerai,
quelle te le farò vedere

Le regole

Mi ritrovo, in questo momento, senza timore ad affidare a te i miei pensieri più reconditi, imbastiti di una fiducia che da tanto tempo non dono più a nessuno, perennemente preoccupata a guardarmi le spalle per non essere ferita e umiliata.

Kafka scriveva “Amore è il fatto che sei per me il coltello con il quale frugo dentro me stesso”.

voglio che tu sia per me il coltello. Ti prometto che non mi nasconderò, perché voglio che tu mi conosca nella mia nudità dell’anima, nei miei piccoli calcoli e nelle mie ansie meschine, nella mia stupidità, nelle mie vergogne e nella mia infamia. Ti stupisci? In me c’è anche infamia. Anche lei riflette luce da questa pagina bianca, tanto quanto il mio orgoglio.

Come mi hai chiesto, fin dal nostro primo incontro, il mio segreto sarà il tuo segreto e, nella reciprocità lo conserverò come il bene più prezioso. Ti prometto che non ci saranno mai intromissioni esterne. Avrò cura di raccontarti i miei dubbi, le mie perplessità e tutte le problematiche che nasceranno, saranno tante, ma tu, già lo so, avrai la serenità di ascoltare.

Lasceremo il passato alla sua lontananza e non parleremo mai di futuro, la nostra sarà una non-progettualità, per non assoggettare il presente ad inutili castrazioni. Nel fluire dei nostri incontri aboliremo gli avverbi di tempo e coglieremo gli attimi, che la nostra storia ci concederà, creandoci un personalissimo carpe-diem.

Mitigheremo i sentimenti del cuore, soprattutto quelli della gelosia e della vendetta, lasceremo libere tutte le sensazioni e di quelle migliori ne prenderemo buona nota per non dimenticarle. Nella magia dei nostri momenti aggiungeremo in proporzioni corrette ragione e sentimento, creando il migliore equilibrio per non eccedere mai nell’una e nell’altro.

Colmeremo le mancanze e i vuoti leggendo insieme le pagine di un libro o ascoltando le parole di una canzone. Organizzeremo in un mix, discorsi banali e forbiti per non scadere nella monotonia. Vivremo di piccole cose che nella vita di tutto i giorni passano inosservate e che invece ci stupiranno per la semplicità.

Ci saranno telefonate e  messaggi solo per la voglia di sentirsi e non saranno mai abitudini che arricchiscono solo di mediocrità e diventano soffocanti, sfociando unicamente in un controllo metodico. Non daremo giustificazioni ossessive ai nostri silenzi, perché è solo nel silenzio che una persona raccoglie le forze per andare avanti. Di fronte alla mia impazienza mi rammenterai che la pazienza è la virtù dei forti.

Manterremo sempre la giusta distanza dalle nostre vite e dai nostri lavori. Rispetteremo le idee, sopporteremo i difetti, addolciremo i cambi d’umore. Non ci saranno prevaricazioni e lasceremo ai dittatori le imposizioni. Ci scambieremo opinioni anche le più brutte e per il dibattito troveremo una zona franca che vada bene ad entrambe.

In quello che ci daremo non entreranno gelosie e invidie. Il tempo che ci dedicheremo per stare insieme sarà solo nostro. Faremo l’amore o faremo sesso e sarà sempre un piacere lento, mi perderò nei tuoi capelli senza vergogne, senza il timore di mostrarmi vulnerabile e avrò l’illusione che tu sia mia ogni volta che ti procurerò piacere.

Se e quando arriverà un termine e io avrò paura tu ci sarai a farmi coraggio e non giudicherai il mio essere pavida davanti alle porte dell’inferno. 

Elisa

Amatemi

“Mi chiedo se forse la tua intenzione non sia quella di “fare il pieno” di me sino a raggiungere le saturazione – e infine la famosa noia – che ti farà dire finalmente basta con le donne”. (lettera di Elisa)

Devo dire che prima di incontrarti il mio livello di saturazione aveva raggiunto il punto massimo. Ero disgustata dai miei contatti virtuali. Mi ero convinta che in queste stanze non-reali si annidassero solo pazze furiose, dal livello cerebrale inesistente, mi spiace, ma è proprio quello che penso ancora adesso mentre scrivo.
Poi mi sei capitata tu … Come spesso accade quando meno te lo aspetti ti arriva addosso la sorpresa inaspettata, e ho pensato subito che era necessario approfondire anche solo per scambiare delle opinioni, per fare quattro chiacchiere, volevo vedere i tuoi lavori, le tue sculture, ero curiosa di scoprirti.
Sono ancora adesso curiosa di scoprirti e vorrei che questo continuasse fin dove possibile, fino a quando me ne darai la possibilità. Come ripeto sempre a tutti, nel bene e nel male, non si finisce mai di conoscere una persona. La noia subentra quando i rapporti vanno alla deriva, quando non sono più stimolati, quando ci si adagia sulle abitudini, quando non si ha più la sensibilità di ascoltare.
Nel film che ti ho regalato “Amatemi”, la protagonista scopre solo dopo essere stata lasciata di aver dato per scontato troppo nel suo rapporto, si accorge “dopo” cosa vuol dire porre attenzione verso l´altro. Si rende conto di non aver ascoltato. La sua relazione sicuramente si sarebbe esaurita lo stesso ma in modo diverso, con un dolore e una consapevolezza diversa. Nel ritrovarsi da sola, acquista una nuova coscienza di sé, che forse ai molti può dare la sensazione di buttarsi via, ma è invece un nuovo percorso, l’elaborazione del dolore. Il cambio successivo di sensibilità ha un risalto immediato, ad esempio, nel suo lavoro, quando parla direttamente ai clienti, quando interagisce con loro. In ogni suo rapporto, occasionale o meno, concede la propria attenzione al partner, in quel momento è sua completamente, fino ad arrivare ad un nuovo innamoramento cercato e vissuto giorno per giorno.

Queste le parole finali della protagonista nel film:

Io non credo che alla fine della mia vita voglio contare il numero delle persone che ho incontrato, quante volte ne è valsa la pena, se era meglio lasciar perdere oppure se non era più giusto continuare.
Io voglio sapere se ho amato abbastanza e se sono stata amata abbastanza.
Nient’altro.
Né tradimenti, né verità, né menzogne.
Solo contare il numero di giorni in cui il mio amore per qualcuno coincide con l’amore che qualcuno ha per me.
Tutte le sere in cui potrò andare a dormire con questa certezza, potrò mettere quella giornata tra le cose buone e potrò misurare il giorno successivo dal senso che prenderà la mia vita, come si rifletterà su tutto il resto della mia esistenza e su tutte le cose che faccio.

Ho conosciuto Elisa nel 2008, molto più giovane di me, studi d’arte, scultrice, disordinata, lesbica e, a completamento descrizione, squattrinata. E’ stata una delle frequentazioni più lunghe, otto mesi, sicuramente interessante dal punto di vista culturale, molto meno appagante per quanto riguarda la sfera sessuale. Non so perché ma mi prendeva poco, anche se abbiamo avuto un’attività frenetica. Ma ho sempre trovato più divertenti le nostre visite a mostre e musei, il nostro parlare d’arte, alcuni film visti insieme.
La frequentazione è terminata, scaduta come un vasetto di marmellata costato un po’ caro: io l’ho tradita (nel solito mio momento di noia), lei successivamente ha iniziato una nuova frequentazione dimenticandosi di avvisarmi. Non mi sono assolutamente offesa.

The love letter

LA LETTERA D’AMORE – 1999 (film)
 
Ti confesso cara che ogni volta che sento il bisogno di fare un pò di moto mi sdraio sul letto finché non mi passa
– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –
Tesoro, tu sai come ho fatto ad innamorarmi di te?
Ho inciampato
Ho barcollato
Ho perso l’equilibrio
Mi sono sbucciato il ginocchio
Il cuore
Vado a fuoco
Non un muscolo si è mosso
L’aria è ferma
Le foglie sono immobili, non c’è brezza
Ho cominciato ad amarti senza fare un sol passo
Tu non vai bene per me e lo so
Ma non faccio più caso ai miei pensieri
Se non sono rivolti a te
So che ti amo quando ti vedo
Lo so quando ho voglia di vederti
Quando sono accanto a te sento i tuoi capelli che mi sfiorano la guancia, anche se non è vero
Qualche volta guardo altrove
Poi ti guardo di nuovo
Quando mi allaccio le scarpe
Quando sbuccio un’arancia
Quando guido la macchina
Quando vado a letto ogni sera senza di te
Io appartengo a te

Una sera al lago

Ogni mattina un cayenne mi supera mentre vado al lavoro. È sempre lo stesso ma non so chi è il proprietario, abita, per certo, in paese. Tutte le mattine alle otto meno un quarto lo vedo arrivare nello specchietto retrovisore, mettere la freccia e superarmi, nero, lucido, grosso. Ogni mattina penso che lui ha il cayenne con il turbo multiaccessoriato, il cui costo di un pneumatico equivale al prezzo di tutta la mia autovettura, antenna compresa. Ogni mattina sento lo spostamento d’aria quando mi passa al fianco e si dilegua all’orizzonte. Ogni mattina penso che lui ha un’auto di lusso costosa e che io invece c’ho un blog di scarico del tutto gratuito. Vuoi mettere il mio blog con il suo cayenne nero e cromato … non c’è paragone…

Ci sono situazioni che sarebbe meglio non raccontare mai anche se si ha un posto dove mettere i pensieri, dove ragionarci. Sarebbe meglio evitare perché il silenzio, invece del racconto, è quanto di meglio una persona, in certe occasioni, possa offrire. Ma poi non si ha la capacità di starsene zitti e così si comincia a raccontare di una sera nata strana, di me che giro a vuoto in una stanza all’affannosa ricerca di qualcosa che pensavo di avere e che invece non trovo.
La donna che è con me parla a ruota libera seduta al centro del letto, il suo discorso mi arriva a pezzetti distratta, come sono, dal mio cercare quello che non trovo.
“Perché tu mi sai capire”, dice, … capire, cosa vuol dire perché io so capire? Che cosa so capire? …
“Perché posso chiederti” … chiedere, sempre a chiedere consigli, possibile che non si possano avere idee proprie? Soluzioni proprie? Occorre sempre chiedere ad un altro, ad una terza persona, ad una quarta …
“Perché io credo …”, la interrompo,
“shhhhhhhh hai sentito ?”, le chiedo,
“… no”, mi risponde,
cerca di captare quel qualcosa, ma poi riprende a parlare e io di nuovo a fermarla…
“Ascolta. hai sentito?”
.”Non sento niente…” mi guarda
“Proprio non hai sentito niente?”
“Forse proviene dal piano di sopra…”
Riprendo a cercare quella cosa che ero sicura di avere, mentre lei riannoda i fili del discorso fino a quando, fino a quando accade.
Solo nelle pagine di “Novecento” c’è la spiegazione di quello che può accadere ad un tratto, così all’improvviso. Ci sono cose, dolori, sensazioni, dacci il nome che vuoi, che solo quelle pagine sanno rendere al meglio, come quando racconta dei quadri …
“A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro ad un certo punto, cadono giù come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, vengono giù. Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Cos’è che succede ad un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C’ha un’ anima anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo con il quadro, erano incerti sul da farsi ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un’ora, un minuto, un istante, è quello, frann, caduto. Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio…”
Quando sei in una stanza con una donna seduta nel mezzo del letto e pensi che sia la cosa più terribile di questa terra. Quella stessa persona con cui hai provato prima freddo poi caldo e ti sembra la cosa più spaventosa di questa terra.
Mentre penso questo mi viene in mente di quando andavo a giocare da una mia compagna di scuola, lei apriva di poco la camera da letto di sua madre, e mi preparava a vedere la cosa che, secondo lei, era la più bella del mondo. Indicava, raccomandandosi di stare a debita distanza, l’enorme bambola seduta al centro del letto matrimoniale. Indossava un vestito bianco con una marea di tulle ben sistemate e da cui uscivano piedini infilati in scarpette di vernice bianca, in testa aveva un cappello a larghe tese e le braccia nude un po’ piegate. La mia amica estasiata mi raccontava che sua madre gliela avrebbe affidata solo tra qualche anno, quando sarebbe stata più grande, più responsabile. sospirava e mi chiedeva se mi piaceva e quando quel giorno sarebbe arrivato me l’avrebbe fatta toccare. Non le ho mai detto di quanto mi facesse schifo quell’enorme bambola sistemata al centro del letto. Non l’avrei toccata per tutto l’oro del mondo. quella montagna di stoffa immobile, statica, con occhio fisso, era orribile. Mi limitavo a guardare senza dire una parola aspettando di andarmene. Mia madre mi aveva insegnato che non si devono turbare le persone con inutili commenti e quello era un inutile commento. Avrei disprezzato qualcosa che la mia amica smaniava di possedere, di toccare, il suo oggetto, a me oscuro, del desiderio. La donna al centro del letto ora è silenziosa, mi guarda e non sa che pesci pigliare, non sa che cosa fare con una che piange. Che ricorda e piange.
Io ricordo e piango, non me ne accorgo neppure di quanto grosse sono le mie lacrime, so solo che il dolore è immenso così grande che mi si spezza il cuore. cadono le mie lacrime all’improvviso sul pavimento come un quadro senza che ce ne sia motivo. Perché proprio in quell’istante? Cos’è che succede ad un cuore per farlo decidere che non ne può più? Ne ha parlato tutte le sere con i canali lacrimali a mia insaputa? Si sono messi d’accordo per una notte di maggio in un posto che se fai silenzio, se sai ascoltare, senti il rumore del lago. per anni non hanno detto niente non si sono mai lamentati poi all’improvviso, scendono lacrime come un rubinetto aperto e non c’è modo o maniera di fermarle e non c’è modo o maniera di non sentire dolore. È una di quelle cose che non dipende da me e neppure da lei che non sa cosa fare. Non capisce. È una di quelle cose che è meglio non ripensarle per non uscirne matta.

Eliana

Un sabato sera di parecchi anni fa, nella buia provincia, nella mia sala preferita offrivano due film e la scelta è caduta su ‘Il mondo di Arthur Newman’. Film brutto, di un brutto stratosferico, mal riuscito e slegato. In alcuni momenti mi sono persa. Non credevo si potesse girare qualcosa di così orrendo, c’è un po’ di ‘Il fu Mattia Pascal’ e qualcosa, forse, di ‘Ferro 3’, ma il tutto è molto confuso.
Non me ne rammarico, in fondo, non leggendo mai una trama, una recensione, un commento mi può capitare (spesso) di vedere schifezze. Io non sono una ‘cinefila’, dimentico immancabilmente titoli, registi e non riconosco attori e attrici, ma non me ne sono mai fatta un problema.
Devo, però. salvare, di tutto questo film orribile, la schiena nuda e il posteriore di Emily Blunt… unici fotogrammi guardabili.
Una schiena come piace a me: femminile.
Devo infatti ricordare che le avventure che mi sono concessa con ‘maschiette’ sono state fallimentari.
Una in particolare, tale Eliana, arrivava da xxx (credo direttamente dal porto), capello rasato, tatuaggi sparsi su muscoli scolpiti, canotta da muratore bianca, ma la cosa eccezionale è che diceva di poter avere multi-orgasmi mentali.
Un tipo così non poteva sfuggire alla mia curiosità e dopo varie conversazioni su come fosse il ‘mentale’ e il ‘multi’, mi son ritrovata a letto con una spiritata fuori di testa, purtroppo non potevo scappare dato che Eliana era mia ospite.
Con pazienza ho atteso che ritornasse in sé per poi metterla alla porta con tanti ringraziamenti per l’ampia dimostrazione.
Appunti per il futuro:
non fanno per me le multiplex e le multiorgasm.

Monica (The Reader)

The Reader – A voce alta

Ho frequentato una donna che nel presentarsi mi disse di essere un’ affermata architetto, con avviato studio tecnico e innumerevoli collaboratori al seguito.
Una arrivata, insomma.
Ci siamo piaciute e di comune accordo, data la lontananza abbiamo deciso di trovarci in un posto a metà strada, però, lei faceva circa quindici chilometri più di me.
La prima volta mi è sembrato normale mettere mano al portafogli, anche se lei insisteva a pagare il conto. La seconda volta ho pagato io, in contanti, perché lei, da perfetta professionista affermata, voleva pagare con la carta di credito. La terza volta ho pagato perché il posto non era equidistante e i quindici chilometri le pesavano. La volta successiva lo stesso, ma secondo lei avevo pagato troppo quindi ha telefonato al gestore, e si è fatta promettere che saremmo state rimborsate della metà della cifra. Nel nostro incontro successivo al momento di uscire, con un bel sorriso mi chiede metà somma e mi dice che l’altra l’avrebbe messa lei … naturalmente la metà restante era quella che avevo pagato io la volta precedente, frutto della contestazione.
Però, però … questa donna aveva un dono…
non quello della generosità ma di altro tipo, l’ho scoperto al nostro primo incontro, quando ha sfilato dalla mia borsa un libro che avevo appena iniziato e ne ha letto a voce alta alcune pagine, appoggiata a me, ascoltavo le parole fluire, accarezzare la nostra pelle e la storia delinearsi, i personaggi, le situazioni si materializzavano lì davanti a noi. La stanza diventava palcoscenico solo per noi.
Questa donna leggeva da Dio,
intonazione pause e riprese perfette.
Una delizia, ripetuta ad ogni incontri con nuovi testi e nuove poesie.
Poi le ho raccontato che una cosa simile capita in un romanzo ma lei non l’aveva letto, leggeva solo durante i nostri incontri, non sapeva dell’esistenza di un bellissimo romanzo di Bernhard Schlink “A voce alta” da cui è stato tratto un mirabile film, The Reader, con Kate Winslet: ambientato in Germania racconta la storia di un ragazzo che vive una storia d’amore con una donna molto più grande di lui. Questa donna ama che lui le legga dei romanzi dopo il sesso. In seguito il ragazzo scopre che lei è stata una kapò, ed è corresponsabile dell’eccidio di duecento donne ebree. La donna non sa né leggere né scrivere. Ecco il motivo misterioso per cui amava che lui leggesse. Ma non lo dirà mai perché se ne vergogna. Viene condannata a molti anni di detenzione. Qui in prigione il ragazzo, diventato adulto non l’andrà mai a trovare ma le manderà delle cassette registrare con le sue letture. E da queste la donna imparerà a leggere e scrivere. Il giorno della sua liberazione si impicca.
Si conclude anche la storia tra me e Monica, non in maniera drammatica come il film, oggi mi rimane il ricordo delle sue letture.
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In una chat a “tema”, tempo fa, avevo incontrato un “signore”, gay, di una certa età, che si lamentava della solitudine e ovviava alla sua situazione mettendo annunci di ricerca. Cercava un uomo più giovane, preferibilmente trentenne, l’aspetto non contava troppo, l’importante era una base culturale che gli permettesse un dialogo.
Perché, in fondo, in una “frequentazione” si chiede anche una comunicazione, intesa come scambio di chiacchiere. Questa, che sembra una banalità, è una cosa difficile da trovare, è di inestimabile valore lo scambio verbale (non solo quello di liquidi) che fa scivolare una “scopata” in un “piacevole incontro”.
Con quella donna, e con altre donne, mi avrebbe fatto piacere parlare un po’ di The Reader o di un altro film, o divagare in altri discorsi, di qualsiasi tipo. Ma mi rendo conto di chiedere troppo.
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Tornando a “The Reader”, è una storia emblematica ma non coglie tutto di ciò che la Arendt ha chiamato la banalità del male. Di chi ha fatto parte dell’industria della morte. Una parte dei nazisti ha praticato il sadismo, molti altri hanno eseguito degli ordini che sarebbe stato, a parer loro, inconcepibile non eseguire. Capitò persino che per gli eccidi più rivoltanti gli stessi nazisti cercassero dei volontari. Che ovviamente si trovavano a piene mani. Oppure erano gli ucraini e i lituani che si prestavano ai lavori più sporchi. Gli ucraini odiavano tradizionalmente gli ebrei e non si fermavano davanti a nulla. Molti nazisti erano colti. Ascoltavano Bach e leggevano Goethe.
Qual è quindi la natura del male? e la bellezza può salvare dal male? è evidente che no, non può. La bellezza non ha niente a che vedere con la dignità della vita umana. Semmai agevola il mio allontanamento dall’altro.
Hitler piangeva ascoltando Tristano e Isotta. Piangeva. Commosso. Immagino fu straziante per lui quando dovette uccidere la sua cagna nel bunker, la fedele Blondie, prima di darsi egli stesso la morte assieme ad Eva Braun. Al contempo la sua vera pena nel morire anzitempo era non aver sterminato completamente gli ebrei. A volte non so cosa pensare. Il Male ci assedia, mai come di questi tempi. Un ebreo, Kafka, che presentì la bestia, scrisse: il tragico nella vita è che ognuno ha le sue motivazioni. È in quelle motivazioni che si annida il barlume di umanità di cui ogni uomo, anche il più criminale dovrebbe essere dotato? Quando getti in aria un bambino appena nato e gli spari, e getti la madre nel gas, per poi bruciarne i cadaveri che risposte puoi dare? Cercare barlumi di umanità nei carnefici è offendere le vittime. Ne Il silenzio degli innocenti Clarice è diventata cacciatrice del male per non sentire più il grido degli agnelli sgozzati. L’umanità dei carnefici che si è nutrita non solo di hitler ma anche di Pinochet, Mladić, Khmer rossi di Pol Pot, non rende muti gli innocenti.