Balbettìo mentale (es ist passiert)

elene usdin

“Ma non sei stanca di potare le rose?” – chiese sfrontato, malgrado sapesse che quella era la mia vita e non ne avrei smussato gli angoli.

“E come potrei? Guardale nella loro compiutezza e poi dimmi se le tue avventure mirabolanti non fanno di te un B-movie al cospetto dell’epicità di una rosa”.

Gli parlavo così, aulicamente, per dispetto, con malcelata ironia. Non era tipo da accettare il proprio nome in calce a una pagina ma io  sì, e coltivare rose non era un pensarsi insufficienti come credeva. Tuttavia lo amavo di un amore che necessità dell’alterità per sentirsi vivo, e si inventa la felicità.

Ora, che i ricordi si colorino di rimpianto o malinconia a me importa poco; ciò che conta è la pluralità delle emozioni vissute e se anche parti infinitesimali del mio cuore si sono sedimentate negli interstizi del tempo,  deflagrate nell’insensatezza delle scelte, io so che la grammatica del cuore è un atto di fede contro cui l’artificio della memoria si staglia insufficiente.

Non ho smesso di pensarti,
vorrei tanto dirtelo.
Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,
che mi manchi
e che ti penso.
Ma non ti cerco.
Non ti scrivo neppure ciao.
Non so come stai.
E mi manca saperlo.
Hai progetti?
Hai sorriso oggi?
Cos’hai sognato?
Esci?
Dove vai?
Hai dei sogni?
Hai mangiato?
Mi piacerebbe riuscire a cercarti.
Ma non ne ho la forza.
E neanche tu ne hai.
Ed allora restiamo ad aspettarci invano.
E pensiamoci.
E ricordami.
E ricordati che ti penso,
che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,
che scrivo di te.
E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.
Ed io ti penso
ma non ti cerco.

Charles Bukowski

It is true, has someone has said, that in a world without heaven all is farewell*

18

Vederla uscire dal mare in una di quelle giornate di fine settembre che tanto amava, poteva trarre in inganno; appariva serena – e lo era – ma solo perché si sentiva in armonia nel contesto striato d’azzurro e  di blu. In città era tutta un’altra storia: stanca di nascondere le proprie fragilità, avrebbe gettato la spugna se a prevalere non fosse stata la volontà di non essere un peso per gli altri, per cui tra un amore finito  e un impiego precario, caracollava nei giorni con stravagante dignità.

A volte si sorprendeva a invidiare le persone che esternano il dolore con nonchalance perché vengono coccolate e stimate, il che non è spiegabile in termini di logica, giacché i meccanismi infernali di cui si fregiano non sono di loro esclusiva pertinenza. Se si soffermava più del dovuto su quei quadri, era tentata di spogliarsi delle sue maschere ma l’orgoglio, riavutosi dalla pausa irrazionale, la spingeva ad allontanarsi in fretta, come chi abbandona una stanza poco arieggiata.

  • versi di Mark Strand

Hybris

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Dei dolori che testimoniano l’insensatezza della vita sono pieni i cuori, al punto che le menti, offuscate, si pensano inadeguate a rapportarsi con ciò che arriva dall’immediatezza del quotidiano, foss’anche la promessa di un altrove dipinto d’azzurro. Il fatto è che esiste una linea destinale pronta a ridisegnarsi, nitida, ogni qual volta pensieri autolesivi ci piegano; una specie di hybris le cui ascisse e cooordinate dicono dell’inganno del libero arbitrio, creduto possibile nei giorni felici ma in realtà frutto di coincidenze benigne.

Et c’est depuis ce temps que, pareil aux prophètes, j’aime si tendrement le désert et la mer*

Yamamoto-Masao-1645-2015

L’assolata immobilità della piazza si allunga nei due boccali di birra; assente la superbia del Tempo nell’ora che per decreto predilige il piacere. Non c’è spazio per gli smarrimenti malinconici né per le dimensioni metafisiche; ci pensiamo felici nel qui e ora, amanti nell’incompiutezza del destino. Il viaggio riprenderà domani, e non si coniugherà alla forma impersonale.


*versi di Baudelaire

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas

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Da quando la vita ha smesso di lusingarmi, trovo riparo in spazi angusti, baluardo di una sensibilità che langue nel disappunto. L’estraneità al mondo non è conseguenza di questa o quella idiosincrasia, ma il risultato di una contabilità affollata di alterazioni opache e avvilenti. E così, al netto di proposizioni secondarie, fortunosamente rette dalla principale, mi danno conforto il dialogo con l’amico di sempre e i lampi di trascendenza dalla finestra esposta a ovest, quando si incendia dei rossi del tramonto.

Al mio cuore bastava l’essenziale

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Che n’è stato, amore, delle nostre sere a Porto Badisco, quando la primavera era fresca e dolce, e la nostra storia non ancora soggetta all’invidia degli dèi? Te le ricordi certe notti che avendo in spregio l’alba, si dicevano eterne? Ora che il mio tempo obbedisce a meccanismi di ordine generale né più s’affanna nell’attesa di te, ho bisogno di ricordare quei giorni per avere certezza del passato. Al mio cuore, che congiunse desiderio e sogno, bastava l’essenziale; te l’ho mai detto, questo, amore?

Il riso degli dèi

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Chi si consuma nell’attesa di un evento, che sia gioioso o problematico poco importa, è soggetto al riso degli dèi; bisognerebbe, invece, far tesoro della fuggitiva singolarità dell’attimo, riconoscendo che in ogni azione, e persino nella mancanza d’azione, il tempo è sciolto da ogni obbligo.

Le stelle non cadranno

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Questo scrive Werther nell’ultima lettera a Lotte a significare che, malgrado il saluto estremo, il suo amore travalica la contingenza del momento al pari delle stelle, immutabili ed eterne o perlomeno credute tali nell’immaginario umano.

La falsificazione sentimentale, al contrario, è materia per amanti che si scoprono tali in seguito a una folgorazione dei sensi, ma la loro epifania è destinata a incespicare e a sfumare nell’astio, finché l’abisso dell’oblìo ne catturerà ciò che resta.

Se sia preferibile darsi la morte, seguendo l’esempio di Werther, o sia meritevole di considerazione il consacrarsi all’opportunismo sentimentale, è scelta che attiene all’interiorità del singolo.

Templa coeli

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Non esistendo un tempo che possa dirsi unico, dobbiamo ammettere l’esistenza di più piani temporali che si intersecano e poi corrono in direzioni opposte, con scarti cronologici di cui ignoriamo la portata. Dunque, non sia motivo di trionfo l’aver suddiviso il tempo terrestre in ore e anni perché l’artificio, nella sua capziosità, non tiene conto del fatto che ciò che per me è perfettamente allineato e presente, per l’altro da me è sconosciuto e passato.