La penna e il coltello

La penna e il coltello è il motto del mio sito.
Tranquilli e tranquilli non sono una serial killer.
Forse sono la persona più pacifica del mondo. Forse non del tutto – in fondo nessuno lo è del tutto.
La penna e il coltello nasce dall’idea che ho della scrittura. Per me un libro deve tagliare Poi sì, amo i gialli. Ma amo la scrittura che ti tiene inchiodata. Avete presente quelle scene in cui la nostra eroina ha un coltello piantato alla gola e non può muoversi? Ecco ai libri che leggo chiedo questa minaccia perpetua.
Tutto qui. E giusto per tranquillizzare lettrici e lettori del mio blog.

Scrivere o parlare

Mi rendo conto che la prima cosa che ho fatto, la prima con un senso compiuto per me è stata scrivere. Intendo nella vita.
A cominciare dalle prime righe storte, le prime lettere sofferte. Ricordate? Una mano vi guidava a completare il cerchio della O o la cruna troppo stretta della L corsiva.

Anche oggi, anche ora sono qui che scrivo e mi rendo conto – e qui mi scuso con i tanti “carinissimi” che mi scrivono in privato – che io funziono così. Parlare – scrivere parlando – è un po’ un mio punto debole. Mi sento più a mio agio a trascrivere le cose che mi sono accadute. Magari trasfigurandole in un racconto. In quello che io penso sia un racconto. Per me “racconto” è la creazione di un tempo e uno spazio precisi. Una cosa che mixa realtà a immaginazione. Ha un po’ dell’una e un po’ dell’altra.

Io vivo e scrivo. Mi piacerebbe dire che scrivo e poi vivo. Non è così. Io vivo. E molto. Quello che scrivo – spero vi arrivi – è vero o verosimile. Che, per me, dal punto di vista di quello che io voglio fare con le parole è un po’ la stessa cosa. La verità e la verità possibile.

Forse è per questo che parlare è il mio punto debole. E spero che scrivere possa essere o diventare il mio punto forte. Ma di questo voglio parlarvi un’altra volta. Per ora è tutto.

Io e i selfie prima degli smartphone

 

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Perché non mi faccio più i selfie? E da quando?
Da quando l’orribile ennesimo anglismo “selfie” è stato importato in Italia con tutto il suo carico di significato discutibile. E sembrava che in Italia fosse stato inventato da personaggi che qualcuno definirebbe famosi.

Che ti spiegavano pure come farli per risultare al massimo della tua bellezza. Più magra/o, più alta/o, senza rughe (dipende da come la luce ti colpisce…). In pratica un biglietto da visita per le relazioni. Come se poi l’aspetto reale non contasse. Come se.
E vabbè. La scoperta dell’acqua calda miei cari. Come se in Italia nessuno si fosse mai fatto autoritratti (e che diamine! Chiamiamoli col loro nome) prima di allora.
Io me li facevo nell’ormai lontano 2005. E già. All’epoca non esisteva nemmeno la parola “Smartphone” anche se a Cupertino già tramavano per buttare sul mercato il primo IPhone.
Non c’erano i telefoni intelligenti, dicevo, ma io avevo un Samsung sui generis che mi aveva regalato mio padre. Era un modello d’avanguardia che per l’epoca aveva un’ottima fotocamera. Ma il punto è un altro: l’obiettivo si poteva ruotare! Per cui con un semplice gira la ruota te lo sparavi in faccia. Ed ecco che sullo schermo c’eri tu. Woooowww.
Mi sono fatta foto bellissime che ho perso perché l’obsolescenza tecnologica fa questo. Ha reso anche i nostri ricordi come messaggi di Snapchat. Ho scordato la password del mio smartphone precedente e le foto che erano lì ormai non le posso più recuperare. E sia.
Mi facevo foto bellissime (non c’era oscenità giuro!). Solo voglia di immortalarmi nei miei profili migliori.
Non avevo internet e quindi quelle foto non venivano inviate a nessuno. Me le riguardavo io nei momenti di bassa autostima. Se le guardava il mio ragazzo per prendermi un po’ in giro. All’epoca in effetti era una roba un po’ bizzarra farsi le foto. In assenza di social network (ma anche quelli erano dietro l’angolo) non se ne coglie a lo scopo.
Perché non mi faccio più i selfie?
Perché ormai se li fa pure mi nonna. E va bene così.

L’amore all’alba

Alda_Merini

Quando Alda Merini scriveva:

Accarezzami

Accarezzami, amore
ma come il sole
che tocca la dolce fronte della luna.
Non venirmi a molestare anche tu
con quelle sciocche ricerche
sulle tracce del divino.
Dio arriverà all’alba
se io sarò tra le tue braccia.

 

Quando Alda Merini scriveva “Accarezzami” che senso aveva chiamare in causa dio.
Voleva dire che dio siamo noi? Che io che sento e che parlo sono dio? Che dio si realizza solo se io sono in contatto con me stessa? Che dio non può essere una ricerca ma una  rivelazione? Che avviene all’alba? Dopo che una notte ha spento il suo buio?

Il mio nuovo Libero blog!

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