Sole

 

Dopo giorni di freddo, pioggerellina e vento, oggi è una bellissima giornata di sole.

Mi manca.

Guardo fuori dalla finestra e mi infastidisce agli occhi il riflesso che mi arriva dai muri bianchi delle case dirimpettaie.
All’angolino svettano “10cm” di alpi, il resto cemento abbagliante.

La casa piccolina e l’esposizione a nord: non batte mai, il sole.
Arriva leggermente sul tramonto d’estate a scaldare appena il parapetto.

Oggi vorrei sentire il calore sulla pelle a togliermi i brividi di freddo.
Vorrei abbandonare la testa su un tronco, percepire i raggi, ascoltare i suoni, annusare i profumi, toccare l’erba e lasciarmi andare.

Vorrei sentirlo con lo stesso piacere con cui ricevi una carezza.

Vorrei sentirlo dritto in faccia. Come uno schiaffo o come un bacio con lo schiocco!

Shhh

sole in faccia

 

Poi cercherò riparo ma intanto bruciare, fino a bruciare.

Silenzio.

 

Stare.
La magia di poter vivere questo stare, sola.

L’ansia dei primi giorni e il desiderio di evadere, forse più per senso di abitudine che non di bisogno reale.

Così passano i giorni e ogni cosa riprende un suo ritmo, c’è un adattamento crescente.

La necessità e la frenesia di rimanere collegato continuamente alla rete, ai cellulari, al computer, alle serie TV e di riempirsi per forza di mille stimoli perché altrimenti è difficile stare, lascia oggi spazio al respiro.

Respiro.
Spazio.

Luogo in cui è possibile fare una scelta. Seguire le passioni, riappropriarsi dei desideri, e anche comprendere perché ci viene così difficile fermarci, perché ci agita tanto questo isolamento, perché ci annebbia. La fretta che tutto passi è davvero solo collegata alla crisi sanitaria, economica che dovremo certamente attraversare, oppure è più l’evanescenza di questo momento e il non poterne controllare il flusso, la durata, la fine? o ancora il non poter programmare, progettare, controllare, il non potersi porre obiettivi, e anzi di dover reinventare un modo di stare, diverso.

Abbiamo davvero desiderio che torni tutto come prima?

Io forse no.

E’ un tempo che riscopre il proprio ritmo, è un tempo che svela capacità e possibilità, ingegno e adattamento. E si scopre che in fondo non abbiamo la necessità di avere tutta questa “roba”. E più banalmente che la spesa è possibile farla una volta a settimana, se non ogni due, addirittura.
E forse impareremo anche ad ascoltare di più, a non farci distrarre da schermi che si illuminano e suonano in continuazione, che ci astraggono e frettolosamente ci portano via. Forse ritorneremo più “qui”, presenti, che non “lì” sovreccitati.

Forse impareremo a sentire un abbraccio, a desiderarlo e a cercarlo davvero.
Forse avremo il tempo di accogliere una voce tremante ed essere rifugio.
Forse impareremo ad essere più autentici.

Forse impareremo ad ascoltare la musica del Silenzio e allora… sarà un grandissimo concerto.

 

 

Ho paura.

 

Venti giorni fa forse non mi era ancora chiara l’entità di quello che avremmo vissuto.

Quindici giorni fa mi è salita la febbre, il mal di gola e ho contenuto la paura, rimanendo ferma ferma e zitta zitta a curarmi nella mia stanzina.

Ho rifiutato che i miei mi venissero a prendere, consapevole che qualunque cosa, non avrei potuto/voluto/dovuto attaccarla a loro.

Abbiamo nei giorni litigato, per l’insistenza con cui mi chiedevano di tornare a “casa”.
Hanno desistito quando ho espresso loro le mie paure.
Se avessi una famiglia mia non mi avrebbero chiesto di scendere da loro, ma mi avrebbero raccomandato di rimanere a casa e soprattutto se avessi passato il virus con 3 giorni di febbre non sarei comunque stata immune per i successivi quindici giorni.
Quindici giorni, cosa sono quindici giorni se poi passa l’emergenza e si torna alla normalità?

Ogni giorno che passa da quindici giorni a questa parte è un bollettino di guerra sempre più infiammato.
Ogni giorno arrivano numeri, di infettati, di respiratori, di medici, di morti, di strutture sanitarie che si sono adeguate, di aree che si sono contaminate e via via sempre più espanse e allargate.

Qui, sento numeri, tanti, troppi. Numeri.
Dal balcone conto le finestre delle case, nel silenzio irreale sento anche friggere e cucinare, chissà da quale finestra aperta di quale appartamento in quale palazzo, ma lo sento e mi emoziona.

Là, dai miei, osservo dall’alto, come fossi su un satellite.
L’area verde che li circonda sta via via per essere inghiottita.
I numeri si alzano, i numeri diventano persone, conoscenti e amici.

Quello che quindici giorni fa pensavo si sarebbe affievolito, attenuato, smorzato, quello che “resistiamo quindici giorni e poi potremo riabbracciarci”, oggi ribalta le carte in tavola.

Faccio fatica a vederne una fine vicina.
Dopo 7 giorni chiusa in casa, nello sforzo di voler contribuire ad abbassare fonti di contagi e trasmissioni, oggi sono scesa per non soppalcarmi di spazzatura e per ripristinare la dispensa.
Rispetto ad una settimana fa ho trovato molta più gente munita di guanti e mascherine;
ci sono gli estremi:
al supermercato ho fatto la fila per entrare, il primo contatto sociale l’ho avuto con una signora, ero a quattro metri da lei, io con guanti e mascherina, lei con guanti e mascherina, ho fatto mezzo passo avanti e girandosi di scatto mi ha bloccata “stia lì, rimanga distante, non si avvicini”. Ci son rimasta malissimo. Non ho risposto. Avevamo entrambi tutte le protezioni, eravamo a 4 metri di distanza, non stavamo né parlando né tossendo.
Poi c’è quello del piano di sotto, che non ha cambiano nessuna sua abitudine, fuma per le scale (che non si potrebbe), esce almeno 4 volte al giorno (che non si potrebbe), non indossa né mascherina né guanti (che si dovrebbe) e tossisce costantemente (senza mano e senza gomito).

Faccio fatica a immaginare quale sarà il primo abbraccio. Quale la prima vicinanza fisica, quale la prima carezza, rassicurante.

E ho paura.
Tanta.
Dell’essere sola. Del non poter far nulla.

Del non poter sopperire le distanze.

Mi fa paura la fila di camion dell’esercito che esce da Bergamo, mi fa paura la solitudine di questa morte, una morte sofferente e mentalmente lucida. Una morte fredda, lontana, che non può parlare e non può salutare, né prima né dopo, perché oggi non si può neppure consegnare riposo e attraversare il lutto.

 

Un gran bel disastro.

 

 

In tempo di reclusione…

 

… l’Amore.

 

L’amore che vive distante.

L’amore appena nato o l’amore coltivato.

L’amore che non si può vedere perché oggi, non è una condizione “necessaria”.

L’amore che desidera le cene, i viaggi, gli incontri e li aspetta tutti perché, immagina già, saranno speciali.

L’amore che si nutre di sguardi rubati.

L’amore che calamita le pance e le energie, a un metro come a 200 chilometri.

L’amore come attesa.

L’amore di testa.

L’amore delle connessioni, che alimentano, fortificano e muovono insieme.

L’amore come mancanza, l’amarsi senza toccarsi.

L’amore che scioglie.

L’amore come partecipazione.

L’amore come presenza, c’è anche senza pre-senza.

L’amore che trasforma, l’amore che torna.

L’Amore di piccoli passi.

L’Amore di fuoco.

L’amore nel tempo… c’è tempo?

 

“È tempo che sfugge, niente paura
Che prima o poi ci riprende
Perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo
Per questo mare infinito di gente

C’è un tempo d’aspetto come dicevo
Qualcosa di buono che verrà
Un attimo fotografato, dipinto, segnato
E quello dopo perduto via
Senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
La sua fotografia

È il tempo che è finalmente
O quando ci si capisce
Un tempo in cui mi vedrai
Accanto a te nuovamente
Mano alla mano
Che buffi saremo
Se non ci avranno nemmeno
Avvisato

 

 

L’amore, è senza tempo.

Balcone

15 marzo 2020, ore 21, puntuali

Luci, voci, canti, cori.

Applausi, urla, torce, candele.

Musica diffusa, a tratti rombante, a tratti distante.

 

Case spente, balconi accesi.

Sentirsi parte.

Sentirsi umani.

 

Vibrazioni forti nella pancia, di paura e di speranza.

Vibrazioni di un tempo, strano, lento e solo.

Vibrazioni di unione. Un grido alla nazione.

Chissà che questo tempo non ci aiuti ad illuminare la mente,

a guardare l’altro da noi, come noi.

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..e infine, la voglio sentire ancora quella voce che rimbombando urla: “Buonanotte a tutti!”

Marzo in “neve”

Un’ora d’aria, circa, al giorno. Anche se non dovrei.

Tempo di Corona Virus.

Sono passati 10 giorni.

100 mattonelle calpestabili 30×30, più bagno, in proporzione.

Musica di sottofondo per ogni momento.

 

Come durante le “peggiori” nevicate, scende il sipario, lava tutto,

rende tutto limpido alla vista,

fluido all’udito,

morbido al tatto,

pulito all’olfatto.

 

Manca la gioia delle palle di neve. Le urla rimbombanti dei bambini.

C’è una palpabile paura.

C’è il rifugiarsi nel cappuccio, quasi come se potessimo indossare una bolla protettiva.

C’è l’abbassare lo sguardo. Quasi di vergogna.

 

E poi c’è la natura.

fiore

 

Non frena il suo sbocciare.

E’ fedele, cavalca il tempo, non aspetta il tempo giusto.

La trovi lì, con un ciclo in più.

A lasciarsi ammirare.

Non perde la bellezza, non perde il colore e neppure il profumo.

 

Nel silenzio, risuona la sua musica più bella.

Tempo di emergenza corona virus

Osservo il cambiamento.

Osservo un po’ attonita, sbalordita e incredula tutto quel che sta succedendo.

Sono vicina alle zone rosse, immaginando purtroppo di doverci entrare tra poco.
300 chilometri mi separano dalla mia famiglia, che è attualmente in zona rossa.

Cosa provo oggi?

Oggi non posso scappare.
Scappo da diversi anni. Non sto da sola con me stessa, perché fa male.
Scappo, cammino, percorro e poi quando è il momento di stare, trovare la soluzione, arrivare a una risposta consapevole, scappo.

Sono in “trasferta” da diversi anni, è una posizione “comoda” per poter andar via facilmente. Se non voglio tornare dai miei, posso avere la motivazione per non andare, se ho bisogno di silenzio, di natura, di libertà, di apertura,  posso decidere di accontentarmi. Difficilmente se rimango qui, riesco a stare in casa tutto il weekend, impazzirei.

E’ un’isola che mi preserva.

E’ un’isola che mi fa sperare.

E’ un limbo perché rimane una meta che non sento mia, un posto che non riconosco e nel quale “sto” ma senza essere felice. E’ solo un posto “fuori” che mi da libertà.

Oggi non posso scappare.
E stare qui, in isolamento forzato, mi impone di rimanere solo con me stessa, punto.
Mi impedisce di fare, concretamente, e mi obbliga a stare.

E come ogni volta che ci viene imposto, appena non possiamo più fare, andiamo in tilt.
Chissà che cosa ci fa paura.
Oggi giocano gli affetti, il timore di non sapere, l’indecisione, l’incapacità di credere (che tant’è chissà perché ci deve sempre essere nascosto un motivo recondito) e l’impossibilità di pensare che tutto debba fermarsi.

Dall’altra parte però la città è diventata più umana, il traffico si è dimezzato e tranquillizzato, il Pm10 è calato e ci lascia respirare, persino l’inquinamento acustico pare abbia abbassato il volume.
Come se il tempo fosse più lento, come se le giornate fossero più lunghe.

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Cosa desidero oggi?

Abbandonarmi e di sentirmi avvoltolata tra mille braccia

 

Disorientata.

Del Cammino di Santiago ho vivi tantissimi ricordi,

ma il ricordo di quanti pensieri ero capace di pensare mi ha sempre impressionato.

Quante cose passavano nella mia testa mentre un passo davanti all’altro lento e costante mi avvicinava all’oceano.

I pensieri del mattino era lontanissimi ricordi alla sera, come se fossi riuscita a lasciarli là, indietro 30/35 km.

Indietro 799 km. Ufficiali… non ufficiosi.

Oggi sono ferma, immobile. 
Infelice. Stanca. Disorientata.

Mi guardo, mi giudico, mi faccio pena.

che brutta immagine.

Sono contornata da gente che non prende decisioni. Nessuna.

Finte deleghe, finte responsabilità. finte possibilità di decidere davvero.

Fare passi, dire, raccontare, scambiare opinioni e pensieri. Sembra eresia.
Faccio cose che puntualmente vengono riviste, rivalutate e o rifatte; riconsiderazioni che spesso annullano il mio intervento. Che va benissimo, ma che facciano prima, senza interpellarmi proprio.

che stima.

Sono legata a troppi pensieri, miei ma non miei.
Sono legata a soluzioni, che cerco ma non per me.
Sono impegnata a preoccuparmi di risolvere tutti i problemi, che non sono miei.

Dove sono io?

E poi viaggio tra la trasparenza e l’ignoranza, tra l’invisibilità e il rifiuto.
Che fa male, perché taglia, taglia fuori, taglia dentro, squarcia.


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E in fondo poi anche se non scegli, la scelta l’hai fatta.