Ho paura.

 

Venti giorni fa forse non mi era ancora chiara l’entità di quello che avremmo vissuto.

Quindici giorni fa mi è salita la febbre, il mal di gola e ho contenuto la paura, rimanendo ferma ferma e zitta zitta a curarmi nella mia stanzina.

Ho rifiutato che i miei mi venissero a prendere, consapevole che qualunque cosa, non avrei potuto/voluto/dovuto attaccarla a loro.

Abbiamo nei giorni litigato, per l’insistenza con cui mi chiedevano di tornare a “casa”.
Hanno desistito quando ho espresso loro le mie paure.
Se avessi una famiglia mia non mi avrebbero chiesto di scendere da loro, ma mi avrebbero raccomandato di rimanere a casa e soprattutto se avessi passato il virus con 3 giorni di febbre non sarei comunque stata immune per i successivi quindici giorni.
Quindici giorni, cosa sono quindici giorni se poi passa l’emergenza e si torna alla normalità?

Ogni giorno che passa da quindici giorni a questa parte è un bollettino di guerra sempre più infiammato.
Ogni giorno arrivano numeri, di infettati, di respiratori, di medici, di morti, di strutture sanitarie che si sono adeguate, di aree che si sono contaminate e via via sempre più espanse e allargate.

Qui, sento numeri, tanti, troppi. Numeri.
Dal balcone conto le finestre delle case, nel silenzio irreale sento anche friggere e cucinare, chissà da quale finestra aperta di quale appartamento in quale palazzo, ma lo sento e mi emoziona.

Là, dai miei, osservo dall’alto, come fossi su un satellite.
L’area verde che li circonda sta via via per essere inghiottita.
I numeri si alzano, i numeri diventano persone, conoscenti e amici.

Quello che quindici giorni fa pensavo si sarebbe affievolito, attenuato, smorzato, quello che “resistiamo quindici giorni e poi potremo riabbracciarci”, oggi ribalta le carte in tavola.

Faccio fatica a vederne una fine vicina.
Dopo 7 giorni chiusa in casa, nello sforzo di voler contribuire ad abbassare fonti di contagi e trasmissioni, oggi sono scesa per non soppalcarmi di spazzatura e per ripristinare la dispensa.
Rispetto ad una settimana fa ho trovato molta più gente munita di guanti e mascherine;
ci sono gli estremi:
al supermercato ho fatto la fila per entrare, il primo contatto sociale l’ho avuto con una signora, ero a quattro metri da lei, io con guanti e mascherina, lei con guanti e mascherina, ho fatto mezzo passo avanti e girandosi di scatto mi ha bloccata “stia lì, rimanga distante, non si avvicini”. Ci son rimasta malissimo. Non ho risposto. Avevamo entrambi tutte le protezioni, eravamo a 4 metri di distanza, non stavamo né parlando né tossendo.
Poi c’è quello del piano di sotto, che non ha cambiano nessuna sua abitudine, fuma per le scale (che non si potrebbe), esce almeno 4 volte al giorno (che non si potrebbe), non indossa né mascherina né guanti (che si dovrebbe) e tossisce costantemente (senza mano e senza gomito).

Faccio fatica a immaginare quale sarà il primo abbraccio. Quale la prima vicinanza fisica, quale la prima carezza, rassicurante.

E ho paura.
Tanta.
Dell’essere sola. Del non poter far nulla.

Del non poter sopperire le distanze.

Mi fa paura la fila di camion dell’esercito che esce da Bergamo, mi fa paura la solitudine di questa morte, una morte sofferente e mentalmente lucida. Una morte fredda, lontana, che non può parlare e non può salutare, né prima né dopo, perché oggi non si può neppure consegnare riposo e attraversare il lutto.

 

Un gran bel disastro.

 

 

Ho paura.ultima modifica: 2020-03-21T00:25:54+01:00da viaggio_in_passi
    • La paura e’ un fiume in piena che scorrendoti dentro porta vía con se le tue certezze e la tua serenita’ interiore. Avere paura non e’ una debolezza, avere paura e’ la certezza di essere sufficientemente consapevoli di quando e’ tempo di essere responsabilmente cauti nel rispetto di se stessi e di chi abbiamo intorno.

      • Non ho parlato di debolezza. Ma proprio di paura e non mi spinge l’onnipotenza e la dimostrazione di dover per forza trovare una soluzione o un modo pratico per contribuire a vincere questa battaglia. Responsabilmente so che il rimanere a casa è il contributo più alto che io possa dare oggi.
        Ma è il silenzio con cui si annida e si muove, penetra e colpisce che mi toglie il respiro. E’ la velocità dell’evoluzione che ha, è il precipitare veloce, è l’attimo in cui resti nudo di tutto. Un attimo. Senza più tempo.

  1. Con la paura cerchiamo di difenderci dal nemico. Significa che abbiamo capito l’entità del pericolo. Non come il tizio che fuma sulle scale. Facciamoci coraggio fra noi. Dopotutto abbiamo qualcosa in comune.

    • Certo, sono tendenzialmente positiva e anche in questa situazione, per quello che tutto questo può portare, trasformare e cambiare. Ma come ogni cosa c’è anche l’altra faccia della medaglia 🙂

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