X (1)

E’ lì, accanto a lei, a dare forma al buio con il calore del suo corpo. Silenzioso e intento.
Lo sente muoversi intorno al letto lento e preciso, a dare gli ultimi ritocchi alla rappresentazione. A dare forma al groviglio di emozioni che le accelerano il respiro. A plasmarla ancora una volta.
Muove un po’ le dita delle mani ad artigliare l’aria, per dare sollievo al formicolio. Perché quando lega, lega stretto e le rimarranno i segni intorno ai polsi e alle caviglie. Anche le gambe divaricate sono tese agli angoli del letto.
Non può vederlo: aveva deciso che tutto sarebbe avvenuto nel buio più totale e le si era avvicinato con la maschera senza fori per gli occhi e gliela aveva messa in silenzio, senza dire nulla, inaspettatamente.
L’ultima cosa che aveva visto era il suo sorriso e lo sguardo vibrante, poi tutto si era fatto notte.

Le sue mani avevano iniziato a spogliarla e lei si era lasciata percorrere il corpo immobile e teso. Aveva sentito la gonna scivolarle ai piedi e poi lui sollevarle con delicatezza una caviglia e poi l’altra per liberare le gambe; lo aveva immaginato chinarsi per guidarne il movimento anche se avrebbe potuto farlo benissimo da sola. Ma in quei momenti ogni movimento del suo corpo, anche il più insignificante, doveva essere diretto da Lui, e le sue membra rispondere come un’orchestra alla bacchetta del direttore.
Poco a poco il buio la spogliava, per rivestirla di appartenenza.

Non sapeva cosa sarebbe successo, sapeva solo che non lo avrebbe visto se non con gli occhi dell’immaginazione.
Poi l’aveva afferrata per il collare e condotta delicatamente attraverso il buio, fino alla stanza da letto e l’aveva fatta sedere sulla sponda; si era chinato su di lei cercandone le labbra. Un bacio lungo che i suoi occhi bendati facevano sembrare interminabile, un bacio a cui aveva risposto immediatamente, famelica e appassionata resistendo alla tentazione di gettargli le braccia al collo. Doveva soltanto rispondere alle sue sollecitazioni, mettere da parte ogni iniziativa, lasciarsi guidare ovunque.
Seduta, le braccia abbandonate lungo i fianchi, il respiro che si mescolava al suo, il corpo preparato ad accogliere. Accogliere qualunque cosa Lui avesse deciso di darle, persino il niente del buio che era diventata purché ne sentisse accanto la presenza.

Il suo corpo traccia una X quasi perfetta, come l’incognita dell’algebra perché assume una forma sconosciuta anche a se stessa e che Lui manipola con precisione matematica. E’ questo suo non stancarsi mai che la riempie di meraviglia e di eccitazione ogni volta e fa in modo che sia sempre come la prima.
Le si è sdraiato accanto. La bacia ancora, mentre fa scorrere un dito lungo la corda intorno al suo polso sinistro
Fa male ?
Lei scuote la testa.
La mano di lui le scorre lenta lungo il braccio, scende fino alla spalla per accarezzarle il collo, le guance, il viso; sente le dita che la esplorano, tracciano il perimetro della sua persona, la delimitano.
Nessun uomo l’ha mai toccata così: anche se bendata si sente penetrare da quello sguardo intenso che conosce così bene e che anche adesso è concentrato su di lei, come uno specchio ustorio.
Le dita ora si avvicinano alle labbra, ne seguono il profilo arcuato, la delicatezza dei polpastrelli sulla punta della lingua che si trattiene dal pronunciare il suo nome; ogni volta non riesce a trovare le parole per dare un nome a quella necessità, la necessità di essere sua. Così semplice, così elementare. Così.

Insubordinazione

Appena controllato il numero apparso sul display del telefono si era reso conto che sarebbero state rogne. Una chiamata a quell’ora della sera significava quasi sicuramente un problema di raggiungibilità dei sistemi o anche peggio. Di solito non chiamano da Londra alle 22 ora locale semplicemente per salutare.
Rispondere, con la voce più accomodante possibile, la mente pronta ad assorbire tutte le informazioni per inquadrare il problema e risolverlo il prima possibile. Anzi, asap.
Hi Sam, I guess there’s some problem about our previous release.
I’d say so, I’m sorry to bother you, but we are not receiving the highest priority incidents anymore. Our dashboards are empty.
Be’, il problema potrebbe essere anche non essere nostro. Concentrarsi sullo schema del data flow, mettere a fuoco le componenti del sistema, capire quale può essere stata quella a non alimentare il flusso, decidere come correggere.
Ok Sam, I’m connecting right now to your server. Can you tell me when you noticed the problem for the first time ?
E via ad aprire il portatile, avviare la connessione vpn, lanciare il desktop remoto, fare la login. Potrebbe essere una faccenda lunga, la voce dell’inglese nell’auricolare snocciola dati e orari, sembra che il sistema non visualizzi più alcune informazioni mentre altre sono perfettamente disponibili, la sua idea è che possa dipendere da…
Ma già una parte di lui si è dissociata, inizia a navigare tra i folder dell’applicazione, la shell che macina comandi e grep sui log alla ricerca dell’indizio, quando la porta dello studio si apre all’improvviso e appare lei.
Vestita di quel che serve per fargli capire che è sempre pronta per lui.
Le fa cenno per farle capire che non è proprio il momento, mentre digita rapido e cerca di tranquillizzare l’inglese.
Yes, Sam, I understand. I think there is some broken connection between the data engine and the middleware. It seems to be a sudden disconnection between our sockets and the remote ones. Maybe the problem lies elsewhere
Ma lei non se ne va.
Avanza decisa verso la scrivania dello studio, il battere ritmico in due tempi dei tacchi e della suola; non cammina, incede. Gli occhi due fessure di sfida, i fianchi che ondeggiano alla musica dei suoi passi.
Non è il momento, cristo, ma che diavolo le è preso, questo è un casino da affrontare subito, magari si potessero mettere le manette a uno SLA o imbavagliare un sistema di notifica di allarmi mission critical.
Ma lei è già alle sue spalle, mentre cerca di non lasciarsi distrarre dalla sorpresa per quell’atteggiamento inatteso, quella sfida di indipendenza di cui una parte di lui già inizia a considerare le possibilità.
Del resto anche questo è multitasking anche se al momento a priorità più bassa.
Yes, I think you’re right. I suggest to involte the network monitoring team also. It can be a load balancer issue or even the remote gateway.
La punta della lingua sul collo.
Lenta, metodica, meticolosa.
Sale e scende, risale un po’ di più, torna a scendere e poi di nuovo a risalire fino al padiglione auricolare. Sente il respiro caldo rimbombargli nelle orecchie.
Sorry Sam, I wasn’t listening... – maledetta, che cazzo si è messa in mente proprio adesso – ...because right now I found a strange error…
E lei continua. Parole di desiderio sussurrate così vicino da sembrare esplosioni, prova ad allontanarla con la mano ma lei gliela afferra e se la infila tra i seni.
Cristo.
… yes, an error… in a log file. It happened about half… an our ago but it seems… it wasn’t detected by the monitoring agent.
Ora il seno gli sta sfiorando la guancia: seduto al computer è all’altezza giusta dei suoi tacchi. Ne sente la pressione aumentare, la ruvidezza elettrica del pizzo contro l’ombra di barba di una giornata che non è ancora finita.
La desidera, l’ha sempre desiderata. E’ sua, del resto, ma le iniziative di lei sono sempre state più discrete, quasi un’obbedienza a un ordine preventivo, a un volere che ormai si conosce senza bisogno che venga espresso.

 

Libera la mano e la riporta sulla tastiera, mentre lei gli si inginocchia davanti e inizia a sfiorargli la patta con le labbra.
Lenta, metodica, meticolosa.
Er.. yes Sam, I think we found the problem. There is a mis… – ‘fanculo, ‘fanculo, ‘fanculo – …a misconfiguration in the application file – sente crescere un’ eccitazione che non è dovuta solo alle manovre della sua donna. Un’altro lato da esplorare.
Maybe someone of the maintenance guys…. has changed the interval between subsequent schedules..
Non resiste. La afferra per la nuca e la tiene ferma contro di lui.
Stai ferma così. – abbaia, premendo il mute dell’auricolare. Ci manca solo che gli inglesi ascoltino in diretta le loro esibizioni private.
La voce gli ritorna decisa e anche lei si immobilizza alla sua stretta.
Tiralo fuori, tienilo in bocca e stai zitta. Ma non azzardarti a fare altro.
Toglie il mute dal telefono, mentre lei esegue.
Lenta, metodica, meticolosa.Il calore della sua bocca è il ritorno all’ordine.
Ancora qualche minuto di chiarimento e il problema sembra risolto. Qualche idiota si Mumbai o dove diavolo è il gruppo di supporto deve aver pensato bene di cambiare la regolazione dei tempi di esecuzione dei vari thread, sovraccaricando il sistema.
Consiglia all’inglese di fare un bel cazziatone a tutto il gruppo perchè non metta le mani dove non deve, saluta e si sfrega gli occhi affaticati.
Una parte del problema sembra risolta.
La seconda è ancora lì, inginocchiata, a tenere in bocca la sua eccitazione.
Lenta, metodica, meticolosa
La guarda. Sfrontata e domata. Ma mai del tutto, né l’una né l’altra cosa. Una Donna, del resto come l’ha scelta lui.

Questa me la paghi.
Lei libera la bocca e sostiene il suo sguardo.
E’ quello che voglio.

La ricompensa

Ma è quando è particolarmente soddisfatto di me che si rivela l’Uomo che è. Non è facile spiegare, ma lui vuole che io mi sforzi di farlo, sia a lui che a me stessa ed è un processo a volte faticoso ma sempre illuminante.
All’inizio quello di tenere un diario della sottomissione mi sembrava – devo ammetterlo – un capriccio estemporaneo del master a cui dovevo obbedire, come a tutti gli altri. Ma poi mi sono resa conto che ogni volta che provavo a descrivere i miei stati d’animo, le emozioni davanti alle sue richieste, la rielaborazione dei lunghi silenzi cui mi costringeva – legata, imbavagliata, bendata; con solo il mio respiro a riempire il vuoto muto che mi circondava quando lui usciva e mi lasciava così “a meditare” come diceva prima di chiudere la porta della mia stanza; insomma mi sono resa conto che farlo significava scendere sempre più a fondo del mio bisogno di appartenenza, a capirlo meglio, esserne cosciente come di una parte importante della mia personalità (anzi, LA parte) e non invece un gioco estemporaneo, la sculacciata inflitta tra due partner annoiati per movimentare una sessualità asfittica.
Ho imparato a descrivere il silenzio. Il vuoto che attende di essere riempito dal suo ritorno.
Quel senso di ansia smaniosa quando -al buio- il leggero incresparsi delle tende precede il tonfo al cuore che aspetta la sua mano che si posi su di me.
Ho imparato che l’attesa del piacere è molto più del piacere in sé, è la gratificazione di darsi a un uomo che non mi considera un giocattolo o un passatempo, ma ha compreso così tanto il mio lato “oscuro” (e viene da ridere a scrivere questa parola quando davanti a lui io divento pura luce) da voler essere certo che fosse veramente mio, in modo da appropriarsene e che sia come la prima volta che mi ha incontrata: “non voglio che questo sia un gioco”.
Per questo ha atteso finché non ha trovato me. Per questo la mia appariscenza non lo ha mai spaventato (quanti uomini ho visto impauriti davanti alle mie gambe sfacciate, ai miei capelli fiammeggianti,  al mio seno aggressivo, tanto timorosi di ricevere un rifiuto da non avvicinarsi neanche) anzi, la provocava, la esigeva senza temere rivali perché ha sempre saputo che sarei stata sua.
Senza condizioni, senza ripensamenti, Sua perché mi ha rivelato che in fondo al cuore non avevo fatto che aspettare lui, così come lui ha aspettato me.
Questo ho capito scrivendo.
Questo significa quello che lui chiama “il lato zen dell’oscurità”. L’ossimoro che illumina.
Tu sei la mia luce.
Quando me lo dice, so che non lo ha mai detto a nessun’altra donna. E io so che non ho mai conosciuto altro uomo che lui. Niente del mio passato vale la pena di essere ricordato, la donna che sono stata impallidisce all’orizzonte dei giorni che ho passato con lui.
Ed è vero, perché nessun uomo mi ha avuta come mi ha avuto – e continua ad avermi – lui.
E quando è soddisfatto di me, mi regala – sembra assurdo dirlo – la sua completa devozione, si dedica unicamente al mio piacere. Non “facciamo” l’amore, no, in quei momenti è come se esistessi soltanto io e le sue mani e la sua bocca e niente altro, se non il mio corpo sospeso, fluttuante, assorto ad assorbire ogni particella di piacere che può ricevere da un uomo che conosce il mio corpo quasi meglio del suo.
E in quei momenti lui – il mio Uomo, il mio Padrone, il mio Tutto – è come se si annullasse, come se si mettesse da parte per rinunciare alla sua parte di piacere per concentrarla tutta su di me. Non mi penetra, perché in questi momenti il suo piacere deriva tutto dal mio, dalla mia eccitazione che cresce, cresce e diventa gratitudine.

Un uomo così

L’appartenenza è un uomo che ti guarda come se fosse la prima volta anche se sono passati anni da quando ha iniziato a plasmare la tua vita. Uno sguardo che scalda la tua pelle senza sfiorarla. Un uomo che sa guardarti nell’unico modo in cui nessun altro ha saputo farlo. Un uomo che ti sorprende, quando pensi di avergli dato tutto, ed è capace di prendere ancora. Un uomo che vede ciò che è ignoto a te stessa, te lo mostra e te lo fa amare. Un uomo così.

Spesso usciamo insieme, come una coppia normale. Perché io e lui siamo una coppia normale, solo i legami che ci uniscono sono più forti di quelli di molti altri, perché ne abbiamo di più e ogni giorno che passa troviamo nuove corde che ci uniscono – reali o metaforiche – o stringiamo ancora di più i nodi già serrati.
Lui che sovrintende quasi sempre alla mia preparazione. E’ paradossale dirlo, ma è il custode della mia bellezza. Ormai so quali abiti indossare per essere sempre attraente per lui e mi piace sorprenderlo con una mise nuova, una variazione di tonalità nel trucco intorno agli occhi – sono il mio punto di forza mi dice sempre – e quando lo dice devo trattenermi dal correre davanti allo specchio e guardare il mio riflesso come se mi stessi fissando attraverso di lui.

Lui che ancora sceglie le trasparenze del reggiseno, lui che il mio seno letteralmente lo respira ogni volta che glielo offro. Lui che mi afferra per i fianchi all’improvviso e mi dice “Sei tutta la bellezza che mi serve”. Lui che.

Ogni volta che esco, indosso il choker di velluto nero che mi ha regalato. Di solito c’è un pendant con una bellissima ametista, ma quel giorno, proprio sulla soglia di casa, prima di aprire la porta mi ha fermata, mi ha tolto il gioiello e lo ha lasciato nel portaoggetti all’ingresso.
Questo per dopo, ora ho una sorpesa.

Una giornata di inizio primavera, una luminosità timida tutto intorno, il cielo di un azzurro elettrico e i nostri passi sul marciapiede. Il suo braccio intorno ai fianchi. I nostri riflessi nelle vetrine, la pienezza dell’esserci. Io e lui.

Si è fermato a dare un’occhiata a un negozio di abbigliamento e mi ha fatto cenno di avvicinarmi, indicando alcuni vestiti in vetrina.

Quale ti piacerebbe? Tra poco è il tuo compleanno.

Ho fatto un paio di passi per guardare meglio e ho sentito la sua mano accarezzarmi il collo. E poi lo scatto di qualcosa che si chiude, e con la coda dell’occhio una catenella argentata dipartirsi dall’anello sul choker dove c’era l’ametista e terminare nella sua mano.
Un guinzaglio.
Non proprio un guinzaglio, solo una catenella sottile che dalla mia gola finiva nella sua mano.
Un legame. Un altro. Davanti a tutti.

Per un attimo mi è sembrato che tutto si fermasse, anche se in realtà non sembrava averlo notato nessuno. Guardavo la catenella oscillare e lui ad un passo da me, incurante di tutto, che la teneva in mano.
Il lampo di sbigottimento, e la sorpresa che si trasforma in orgoglio. Sua, davanti a tutti.
L’ho guardato a lungo, gli occhi scuri e intensi e il sorriso dolce, di incoraggiamento. Ha tirato un po’ la catenella e mi ha fatto un cenno col capo.
Ho camminato verso di lui con la testa che girava per l’emozione e per quel leggero brivido di piacere e spavento che mi taglia il respiro ogni volta che oltrepassiamo un altro limite.

 

 

Erkenntnis und Irrtum

audaciaIl giorno in cui dovessi cominciare ad esprimermi così, sarai autorizzata ad ammazzarmi, come avrebbe detto Goethe a Bettina Brentano se qualcuno lo avesse contattato per errore scambiandolo per una signora, facendo sfoggio di filosofico sex appeal e sputazzamenti di puntini di sospensione a mascherare l’afasia di Ineffabile.

La lettrice (2)

Aveva capito che doveva sdraiarsi sul tavolo. Come altre volte. E come altre volte questa sarebbe stata ancora diversa. Una nuova situazione che si aggiungeva a tante altre, una panoplia di seduzioni tra cui scegliere e che la spiazzavano sempre.
Si stese sul tavolo, con la sensazione di un inizio sempre nuovo e sempre uguale, supina, le braccia allineate lungo i fianchi, le gambe leggermente divaricate, attenta a che i tacchi sporgessero un poco dal bordo del tavolo per non graffiarne la superficie.
Girati. Sul ventre.

Aveva obbedito con la consueta docilità, la curiosità che le gonfiava il respiro di trattenuta eccitazione, il seno premuto contro il tavolo.
Lo sentiva muoversi intorno a lei – in quei momenti non alzava mai lo sguardo per il piacere della sorpresa, dell’inatteso – attraversare lento il suo campo visivo, tutto concentrato nel piacere dello sguardo.
Lo conosceva bene quello sguardo, intenso ai limiti della ferinità, ma una ferinità trattenuta, l’equilibrio perfetto tra animalità e ragione che aveva dato un significato per lei insospettabile alla passione, la parola più consumata di tutte.
Vedeva il proprio viso riflesso sul piano lucido: tutto intorno la massa di capelli ramati a circoscriverne l’ovale, come a proteggerlo. Capelli sempre più lunghi – stava a lui decidere quando sarebbe stato il momento di tagliarli e quanto – ma anche quello era uno dei tanti piccoli dettagli che a poco a poco la rendevano sempre più simile a quella che lui voleva che fosse. E si trovava sempre più bella, non più soltanto negli occhi di lui ma anche nei propri.
Si era fermato di fronte a lei, con una mano le aveva sollevato il mento e la fissava, con un sorriso delicato  a cui era impossibile non rispondere. Le aveva raccolto i capelli in una lunga coda e li aveva stretti in una fascetta elastica nera e – fatto qualche passo indietro – si era fermato a guardarla.
Sei bellissima.

A lei si era come fermato il cuore. Sapeva di essere una bella donna, lo aveva sempre saputo, ma solo con lui aveva portato quella bellezza al culmine della consapevolezza. Qualcosa di prezioso. Di unico. Un dono che nessun altro sguardo avrebbe mai dovuto cogliere né tantomeno comprendere. Da quando si erano conosciuti aveva deciso che se non avrebbe potuto essere invisibile per gli altri, sarebbe stata per lui tutto quello che era ignoto persino a se stessa.
Si era abbassato su di lei ad accarezzarle il viso e le sue labbra inseguivano le mani per sfiorarle, mani che pur conoscendola così bene riuscivano a far sì che ogni volta fosse sempre come la prima, mani che non si stancavano mai.
Questa, in fondo era la vera meraviglia.

Poi le aveva posato un libro aperto davanti al viso.
Voglio che cominci da qui.

La prima volta che era stata nella biblioteca non era riuscita a trattenere un’esclamazione di sorpresa. Pareti riempite di scaffali. libri e libri su tutti i lati della stanza, non pensava che si potesse averne così tanti e lui osservando la sua espressione sconcertata l’aveva prevenuta sorridendo.
Se mi chiedi se li ho letti tutti cominciamo con la cinghia.
Ma continuava a sorridere e indicando gli scaffali aveva detto: Questa è la vera autorevolezza.
Poi si era seduto su una poltrona e l’aveva invitata a fare altrettanto.
Aveva iniziato a parlarle ed era stato come se la conoscesse da sempre. La bellezza prima come arma di ricatto, poi come prigione da cui era impossibile evadere, infine come peso che avvelenava tutti i rapporti, anche quelli con se stessa, perché aveva finito con il vedersi unicamente con gli occhi degli altri, una bella donna da circuire e una preda da esibire come puntello per dare forma al proprio vuoto.
Nessuno le aveva mai parlato così. E lei che aveva accettato l’invito a un gioco di sottomissione come una specie di catarsi, aveva iniziato a vedere il bagliore tenue di una nascente illuminazione.
Allora lui era andato verso uno scaffale, ne aveva estratto un volume e glielo aveva messo in mano. Era Il giocatore invisibile di Giuseppe Pontiggia.
Leggilo. Me lo riporti la settimana prossima.
E l’aveva accompagnata all’auto, la mente in subbuglio, indecisa se essere più delusa o sconcertata.

Ora era di nuovo nella stanza, e lo aveva sentito pronunciare una delle tante loro parole in codice
Lingerie nera, corde bianche.
E anche qui sapeva cosa fare. Unì le mani dietro la schiena e congiunse le caviglie, pronta a questo nuovo modo di vivere l’appartenenza.

Chissà se anche lui stava ripensando a quel momento di tanti anni prima, iniziale e iniziatico, mentre controllava i nodi alle caviglie e saggiava la resistenza della corda intorno ai polsi, sfiorandole ora le caviglie che roteavano per facilitare la circolazione del sangue  ( Tutti i legami devono essere stretti o non hanno senso ripeteva sempre ) ora le mani incrociate che si muovevano come due ali di colomba.
Quando fu soddisfatto del lavoro prese l’ultimo tratto di corda e unì le caviglie ai polsi, tendendola in un arco che le sollevava il busto e la testa, dando al suo profilo una specie di inaspettata fierezza di cui forse lei non si rendeva conto e che probabilmente non avrebbe visto mai.
Si fermò a contemplare l’opera – perché questo lei diventava ogni volta, un’opera – e le indicò l’inizio della frase da dove partire.

Ma come faccio a girare le pagine ? Chiese, con eccitata perplessità.
Con le labbra. Immagina di sfiorare le mie.

Attese che lei prendesse fiato per iniziare la lettura, e un istante prima che pronunciasse la prima parola, la baciò.

La lettura richiede raccoglimento.

 

 

La lettrice (1)

Quando ci si scopre affini, si imparano tante cose l’uno dall’altra.
Non è questione di corde e manette, quelle vengono dopo. E’ l’incontro di due necessità complementari e che devono essere accettate chiaramente prima che il rapporto possa iniziare. Entrambi vogliono essere riconosciuti per quello che sono e nessuno può esistere senza l’altro. Chi domina si guadagna la propria autorevolezza giorno dopo giorno negli occhi di chi si abbandona a lui, sapendo che basta un semplice “no” dimetterlo dal suo status.
E’ la schiava che fa il padrone e mai viceversa.

Lo avevano imparato insieme.
Lei sempre più orgogliosa che la sua bellezza si affinasse sotto gli sguardi e la guida di lui e lui sempre più stimolato a consolidare la sua autorevolezza nel guidarne le fantasie, nell’intuire la sua intimità, nel disvelare a poco a poco tutto quello che la sua bellezza non aveva mai permesso di apprezzare.

Perché era anche un gioco di intelligenze. Fatte di sguardi, di intuizioni, di parole giuste al momento giusto, di richiami sospesi a mezz’aria. A lei piaceva vederlo seduto in poltrona, con un libro aperto e gli occhi mobili che scorrevano le pagine; ogni tanto una sottolineatura a matita o uno scuotere sconsolato con il capo a sottolineare una pagina deludente. Ma i momenti migliori erano quando si alzava e la raggiungeva con il volume aperto e le leggeva una pagina che trovava particolarmente bella, con quella voce che lei non si stancava mai di ascoltare e comprendeva che anche quelle letture erano un messaggio, un modo per entrare nell’inintimità di lui e allora si faceva attenta e ascoltava in silenzio.

Poi un giorno le aveva messo davanti il libro aperto.
Vuoi leggere tu ?
E lei aveva preso il volume e iniziato a leggere all’inizio della pagina, ma lui l’aveva fermata.
Non così. Come piace a me.
A quell’espressione l’aveva presa delicatamente per un braccio portandola presso al lungo tavolo di mogano scuro. Sapeva cosa doveva fare. Sfilarsi la gonna, la camicetta e sdraiarvisi sopra. Lui lo faceva spesso, diceva di non riuscire a smettere di riempirsi gli occhi della sua bellezza. Non aveva mai conosciuto un uomo così capace di perdersi in lei, di vivere – sì, letteralmente di vivere – il suo corpo semplicemente con gli occhi. E lei lo assecondava ogni volta, e con il tempo aveva imparato ad anticiparlo e tutte le volte in cui indossava qualcosa che lui avrebbe apprezzato prima ancora di chiederglielo si sentiva sempre più parte di qualcosa che era sempre meno una coppia e sempre più qualcosa di nuovo.
Ma stavolta sapeva che lui non si sarebbe limitato a guardarla