Siamo nel terzo millennio ma per alcuni paesi il tempo si è fermato e conti-nuano a calpestare i diritti fondamentali delle donne; ultimo clamoroso caso, quello accaduto in Sudan, alla giornalista Lubna Ahmed Hussein. La donna si sarebbe resa responsabile del reato previsto e punito dall'articolo 152 del co-dice penale sudanese ( atti osceni e indecenti). È stata processata dal tribunale di Khartum per aver indossato i jeans in un ristorante di Khartum nel luglio scorso insieme altre dieci donne, tutte vestite in un modo considerato «indecente», che hanno però accettato una condanna ridotta a dieci frustate. Lei ha rischiato di essere condannata alla pena di 40 frustrate, che ha scampato grazie alla mobilitazione dell'opinione pubblica mondiale e di centinaia e centinaia di donne sudanesi che sono state comunque pestate a sangue dalla polizia che è intervenuta per disperderle. Ora anche loro rischiano di essere incriminate e arrestate. A Lubna Ahmed Hussein è stata comunque inflitta una pena pecuniaria, una multa di 200 dollari. Ma la donna ha respinto la condanna e dopo il pronun-ciamento della sentenza ha annunciato: «Non pagherò, piuttosto vado in prigione». La giornalista è stata arrestata e portata nel carcere femminile di Omdurman, dove rimarrà per un mese. Con questa coraggiosa decisione ha trasformato il suo caso in una battaglia per la difesa dei diritti delle donne sudanesi. Noi tutti ci auspichiamo che il suo sacrificio sia il punto di partenza per una campagna internazionale che convinca i legislatori sudanesi ad abolire una norma crudele e discriminatoria. Le donne come Lubna Ahmed Hussein, hanno tutta la nostra solidarietà e ammirazione mentre gli uomini che calpestano i diritti umani non meritano altro che il nostro disprezzo.