zona a rischio

Caramel


Caramel
Nadine Labaki debutta dietro la macchina da presa in un lungometraggio per il cinema dopo le molte esperienze come regista di videoclip e spot pubblicitari. Racconta una storia tutta al femminile nella sua Beirut, incrociando le esperienze di vita di cinque donne diverse tra loro per indole ed età. Una pellicola candidata agli Oscar 2008 come miglior film straniero che non brilla per ritmo, soprattutto nella prima mezz'ora, ma che riesce ad essere intima e profonda, mostrando il quadro della realtà odierna di un paese che si pensa ormai avviato verso la libertà e l'emancipazione ma che in realtà arranca dietro la locomotiva del terzo millennio. La regista, qui anche in veste di interprete principale nei panni di Layale, alterna con sapienza tecnicismi da veterani, con carrelli e primi piani ravvicinati, a sequenze dinamiche con camera a mano: la Labaki ha poi il pregio di mettere in mostra la sua vena poetica e accostare, in diverse occasioni, elementi che vanno al di là della semplice rappresentazione. Ci appassioniamo così ai dissidi sentimentali della trentenne cattolica Layale, stritolata dalla relazione-malata con un uomo sposato, e a quelli della musulmana Nisrine, non più vergine ma prossima al matrimonio: due figure simbolo, che rappresentano quel bisogno di libertà delle nuove generazioni che necessariamente si scontra contro le tradizioni religiose e sociali incarnate invece dalle scelte dell'attempata Rose, che sacrifica la felicità personale per immolarsi agli affetti familiari. Una vicenda palpabile che sa parlare di coraggio nelle sue diverse forme: quello che ti spinge contro l'arida omologazione attraverso la ribellione, ma anche quello che ci fa abbandonare al senso di pace di una vita normale, ordinaria, fatta di piccole cose che ogni giorno riempiono il cuore e l'anima. di m.v.