zona a rischio

Meno sovvenzioni


All'articolo del New York Times sull'Italia come Paese fermo e rassegnato si può dare
credito in pieno o solo in parte: una sola reazione sarebbe a mio avviso sbagliata, ossia ignorarlo, ritenerlo una pura montatura giornalistica e non almeno un segnale di come ci vedono gli altri, se non di come siamo davvero. L'unica risposta seria è tenere gli occhi aperti, interrogarsi a fondo per cercare di distinguere le impressioni epidermiche dai sintomi realmente allarmanti. Credo comunque che un atteggiamento positivo non possa prescindere dalla seria valutazione che ciascuno di noi deve fare dello stato di vitalità che si esprime nel suo specifico settore.Devo dunque premettere che nel campo del teatro, per fortuna, le cose in questo momento non stanno andando così male: se non badiamo troppo all'aleatorietà dei finanziamenti, se lasciamo da parte la lungimiranza e la prontezza d'intervento delle istituzioni, non possiamo non constatare che la tensione creativa è oggi alquanto forte e capillare, e che da qualche anno a questa parte è in corso un vero e non occasionale processo di avvicendamento generazionale. Ogni anno scopriamo qualche nuovo gruppo, qualche nuovo attore o regista. E non si tratta di meteore: la maggior parte di loro resta, e incide sulla situazione generale.Il teatro nel suo insieme, insomma, è in una condizione molto meno involutiva di quanto non lo sia il cinema (ma questo in fin dei conti avviene da anni, solo che gli americani non lo sanno). E forse, per certi aspetti, almeno dal punto di vista della freschezza delle idee, della passione, della partecipazione che suscita, è addirittura in una condizione molto meno involutiva di quanto non lo sia la maggior parte della società italiana. Il che non significa che le cose vadano lasciate così come stanno: anzi, proprio in considerazione dei fermenti che si riscontrano sarebbe il caso di investire ancor di più sul cambiamento e sull'innovazione. Il discorso, a questo punto, deve riferirsi soprattutto a Milano, che fra le grandi città teatrali è forse la più avara di nuove esperienze. Ciò è dovuto, almeno in parte, alle convenzioni che il Comune stipula con alcuni teatri per fornire loro ulteriori apporti in aggiunta ai contributi statali: anziché riconoscere un progetto o uno specifico obiettivo, esse premiano l'esistenza in quanto tale. Peggio ancora, uno dei criteri che ne regolano l'entità è la cosiddetta "storicità", per cui da quanto più tempo un organismo è attivo, tanto più alta è la somma che riceve, con buona pace di chi muove i primi passi, fatalmente penalizzato in partenza.Ma, al di là di singole storture, è il meccanismo in sé della mera assegnazione di un vitalizio ai teatri che rischia solo di mantenere lo statu quo perpetuando l'immobilità del sistema. È dunque su di esso che occorre intervenire per restituire dinamismo all'orizzonte milanese. Sia chiaro, non intendo penalizzare strutture che il diritto alla sopravvivenza se lo sono conquistato sul campo: il Teatro dell'Elfo, ad esempio, con Angels in America ha prodotto quest'anno uno dei suoi spettacoli migliori, e il Franco Parenti sta realizzando una splendida sede. Però, proprio perché viviamo tempi grigi, è anche necessario un segnale di fiducia nel futuro.Vorrei dunque proporre un correttivo che non danneggerebbe troppo le realtà consolidate, ma indicherebbe comunque un'inversione di tendenza, una scelta simbolica e non solo simbolica a favore dei nuovi talenti: trattenere ogni anno una certa quota - l'otto, il dieci per cento? - dalla somma complessiva destinata ai teatri, e usarla per favorire la nascita di formazioni neo-professionali, indipendentemente dal loro programma, dalla loro qualità e possibilità di durata. Sarebbe una pura scommessa sul domani, un investimento a fondo perduto che a lungo andare tuttavia darebbe luogo a risultati sicuramente interessanti.di renato palazzi