Why ... be extraordinary when you can be yourself
Sta girando l'Italia, in una lunghissima tournée, Why ... be extraordinary when you can be yourself, show danzerino firmato dall'americano
Daniel Ezralow e interpretato da un gruppetto di danzatori statunitensi e un piccolo manipolo di fuoriusciti dalla trasmissione televisiva Amici. Come
dichiara il titolo predicatorio, l'intento è quello di esaltare
l'individualità della persona, l'unicità speciale che ci rende
"assoluti" e "irripetibili" su questa terra, a dispetto di ogni
tentativo di omologazione. Filosofia, questa, che nel mondo della danza
è in auge fin dai primi anni del Novecento; che, per rimanere oltre
oceano, è esplosa in maniera esplicita e volutamente provocatoria negli
anni Sessanta con l'avvento del postmoderno e la ribellione della
Hudson Church, di signori come
Trisha Brown,
Yvonne Rainer,
Steve Paxton
e compagnia danzante; e che, da allora, si è assodata e consolidata
grazie anche a lavori "politici" come quelli - tanto per fare un nome -
del coreografo afroamericano e sieropositivo
Bill T.Jones.Intriso di quello spirito e quella cultura, Ezralow si forma comunque nell'alveo bizzarro e giocondo di
Moses Pendleton
(danzò con i primi Momix e poi fondò una piccola compagine dal
nome-manifesto ISO: I'm SO OPTIMISTIC) e ha decisamente molte meno
infrastrutture ideologiche del collega di cui sopra. Là dove Jones
porta stimoli alla riflessione, e pensiero espresso con chiara
sincerità di intenti, Ezralow mette luoghi comuni, un tocco di retorica
e quell'afflato spensierato e sbarazzino che ammanta del sospetto di
una certa superficialità le sue intenzioni mediatiche. Il che diventa ulteriormente rischioso se il contenuto viene espresso da un linguaggio coreografico stantio, fatto di déjà vu e declinato con una intonazione spavalda, energetica e roboante che getta negli occhi solo il fumus della prestanza fisica dei ballerini. Why...
dopo un'apertura con una proiezione backstage dalla quale poi
lentamente prendono vita i suoi interpreti per lanciarsi nelle consuete
sequenze coreografiche solistiche e di gruppo, tritura in un gioco di
rimandi cose già ampiamente metabolizzate e incasellate
nell'immaginario collettivo degli ultimi venti anni. Dal
video, i giochi di dissolvenze dei volti dei dieci ballerini, mutuati
dai celebri videoclip anni '80, accentuano diversità anagrafiche e
razziali. Sulla scena, la monocorde esplosione energetica, fatta di
grandi salti e vorticosi giri e atletiche tensioni, rimanda ai cliché
di vecchi lavori di Ezralow, e addirittura (non so se volontariamente)
ricicla vecchi sketch coreografici del nostro, come la sequenza
dell'amante sbronzo che fa flop o l'ormai insopportabile gioco
"volante" della ballerina-angelo che danza, immancabile escamotage, ohimé, di tutti i coreografi nati nell'alveo di Pendleton.Assistendo a Why,
insomma, si ha l'impressione di un prodotto confezionato proprio
puntando a "rassicurare" il pubblico, dandogli esattamente ciò che
conosce e che ha assorbito di un certo tipo di danza, oggi
ulteriormente veicolata dalla televisione nostrana. Un prodotto pop,
forse furbo, o forse, più semplicemente modesto perché modesta è la
qualità creativa del suo pur simpatico autore.Lo spettacolo
in tournée
di
silvia poletti