Mein Kampf
Non c'è nulla di più laido e di più inquietante della
quotidianità, dell'assoluta normalità del male. Anzi non c'è nulla di
più schifosamente laido, di più impronunciabile. A meno che non ci si
chiami George Tabori vale a dire uno dei più grandi e
discussi autori ebrei del Novecento. Uno scrittore , drammaturgo,
regista, direttori di teatri ma anche sceneggiatore ai tempi
dell'esilio americano per il cinema di Hollywood,
scomparso di recente
che ha ben conosciuto l'orrore del male in tutte le sue forme e il
sapore amaro dell'illibertà più grande: quella della mancanza della
libertà. E che lo racconta anche quando il farlo assume una
forma drammatica attraverso il grottesco più estremo costellato di
battute che nella loro quotidiana e assoluta tragicità non dimenticano
la grande lezione del witz ebraico, la storia di una
fascinazione, dell'attrazione più impensabile e anche più atroce:
quella della futura ma inconsapevole vittima per il suo carnefice.
L'ungherese Tabori lo fa in un testo che prende il titolo dal pamphlet
di Adolf Hitler Mein Kampf, La mia battaglia, sorta di
revisione farsesca dell'opera più famosa del dittatore nazista, tragica
metafora della follia sanguinaria, della capacità di irretire del
giovane Hitler. Un testo che l'autore costruisce con ritmo incalzante,
guidato da una comicità crudele e grottesca, ridanciana addirittura,
ponendosi la domanda che per un ebreo è la più indicibile di tutte: è
possibile volere bene al male, all'incarnazione al quadrato della sua
insinuante normalità, del suo feroce antisemitismo?Si muove
proprio fra questi estremi all'apparenza incompatibili la vicenda che
per poco unisce il librario Shlomo Hertzl, povero in canna, che vive in
una specie di rifugio con la compagnia di un ex cuoco e di una gallina
e che aspetta dal libro che sta scrivendo (andando però poco oltre il
titolo stesso, Mein Kampf appunto), una grande notorietà in
grado di dargli la consacrazione definitiva e un giovane Adolf Hitler
che arriva a Vienna dalla città natale con un rotolo di disegni sotto
il braccio per sostenere un esame all'Accademia delle Arti che potrebbe
aprirgli le porte della vita artistica.Purtroppo la cose, come
ben sappiamo, sono andate diversamente, spingendo l'antisemitismo
grossolano e stolido del giovane Adolf fine alle estreme conseguenze.
Conseguenze già intuibili fin dall'inizio nel ragazzotto pronto a
trasformare il riso nella crudeltà più inutile ed efferata fino
all'ovvio scioglimento finale dove il riso si gela sulle labbra. Costruito per improvvise accelerazioni, con un ritmo quasi da vaudeville Mein Kampf (1985) è messo in scena da Egisto Marcucci, di cui salutiamo il ritorno alla regia, affiancato da Elisabetta Courir, nella sua prediletta e ficcante cifra grottesca peraltro in totale sintonia con il testo di Tabori.Nasce
così un incalzante balletto espressionista che mescola Chaplin alla
Bibbia, Goethe alla saggezza spicciola, dove spiccano le
interpretazioni di forte rilievo di Marcello Bartoli e di Dario Cantarelli.
Il primo con il ciuffo a virgola, i baffetti ridicoli, in mutande o in
pantaloni alla tirolese, risibile nel suo sproloquiare sentenze alla
luce di un antisemitismo addirittura mortuario; il secondo con una
maschera impressionante da dannato della terra dalle lunghe orecchie,
del tutto impreparato quando si trova di fronte alla violenza per lui
incomprensibile di Hitler di cui sarà, né più né meno della sua
gallina, la vittima sacrificale. Un'infernale macchina drammaturgica,
un vaudeville tragico dove il dolore del mondo sa perfino ridere di
quell'orrore che sono stati il nazismo e la Shoah.
di
maria grazia gregori