Ave Maria per una gattamorta
Fin da quando era arrivato alla giuria del premio Riccione, il copione di
Ave Maria per una gattamorta
si era rivelato per molti aspetti un "caso": raramente, credo, si era
letto un testo teatrale capace di affondare così direttamente nelle
pieghe della lingua quotidiana, e non di una lingua qualsiasi, piatta,
ordinaria, ma di quella lingua magmatica, sommaria, terra-terra che
oggi è il più fedele riflesso dei vissuti giovanili. E poi c'era il
tema attualissimo attorno al quale ruota tutto l'intreccio, quello del
sesso artigianalmente filmato col telefonino e messo in rete a
documentare il narcisistico cinismo di chi ne è protagonista.L'incalzante pièce di
Mimmo Sorrentino
mostra infatti una banda di adolescenti di un'anonima periferia urbana,
che decide di creare un sito web e di renderlo appetibile con immagini
pornografiche auto-prodotte. L'intento è lo stesso che ispira oggi
tante azioni più o meno riprovevoli: farsi conoscere, far parlare
comunque di sé, magari aprire alle compagne la strada di una qualche
effimera notorietà televisiva. Sono, insomma, figli del nostro tempo,
né migliori né più spregevoli di altri, sono ilFoto Francesca Pagliai risultato di un'orrenda
sottocultura di cui tutti siamo responsabili. Ma l'impresa finisce
male, e a farne le spese è la più spavalda e insieme la più fragile.In
qualunque modo lo si prenda, l'aspetto del testo che balza subito agli
occhi è il fatto che l'autore rivela un'assoluta vicinanza alla
materia. Lui ha un'idea del teatro come aspro prolungamento della
realtà, e per realizzarla si cala nelle situazioni sociali più estreme,
lavorando con tossicodipendenti, alcolisti, immigrati clandestini. Si
avverte che la sua scrittura nasce da una forte esperienza sul campo:
forse l'episodio raccontato non è accaduto davvero, ma l'incapacità di
assumersi le proprie responsabilità, il vuoto interiore, l'assenza di
valori che in esso si riflettono sono quelli che incombono ogni giorno
su un'intera generazione. La principale difficoltà consisteva
nel tradurre questo informe squarcio di vita in una messinscena che ne
preservasse la spiazzante immediatezza, senza imbrigliarla nei canoni
della rappresentazione: e il primo passo era trovare degli attori che
non sembrassero tali. Sorrentino l'ha risolto efficacemente reclutando
dei suoi giovanissimi allievi, che ovviamente recitano - e non
potrebbero fare altrimenti - dando però l'impressione di non recitare
affatto, di somigliare ai personaggi interpretati. L'effetto è
sorprendente: sembra di spiare dei ragazzi di quartiere. E ciò che ne
emerge disturba, fa discutere ma non lascia certo indifferenti.
di Renato Palazzi