Dare al buio (la fine l'inizio)
Da qualunque punto di vista la si guardi, la vicenda di Natascha Kampush,
la ragazza austriaca sottratta alla famiglia all'età di dieci anni, e
praticamente cresciuta in casa del suo sequestratore, è fra le più
enigmatiche e inquietanti di questi anni. Il mistero non riguarda tanto
gli aspetti per così dire cronachistici della storia, che a meno di
imprevedibili rivelazioni sembrano ormai del tutto definiti, quanto i
suoi risvolti interiori, il viluppo di sentimenti intorno ai quali essa
ha preso corpo. Di che natura era, realmente, la relazione tra Natascha
e l'uomo? Quale intensità di emozioni può spingere un rapitore a
suicidarsi per la fuga della preda?È questa, in sostanza, la materia di un interessante testo della giovanissima Letizia Russo,
Dare al buio,
il cui titolo va inteso come un paradossale ribaltamento dell'atto di
dare alla luce. Non si tratta in alcun modo di una ricostruzione
dell'episodio, ma di una gelida analisi delle sue dinamiche interiori,
emblemi di una più ampia condizione della coppia. La prima parte,
incentrata soprattutto su un lungo monologo della protagonista, colta
sul punto di andarsene, era stata allestita da Renzo Martinelli la scorsa estate a Cividale. Ora, al Teatro i, ne va in scena una riscrittura che assimila e ingloba quella che doveva essere la seconda parte.Lo
strano legame, lo strano amore - se così si vuole chiamarlo - viene
ricostruito a ritroso dal rapitore che sta morendo. La cupa scheggia
esistenziale è trasformata dall'autrice in una specie di metaforica,
sinistra fiaba che si apre con la bambina finita nei guai per non avere
ascoltato le raccomandazioni della mamma. Ma è una fiaba sghemba, dove
i rapporti di forza sembrano rovesciarsi, dove la piccola assume forse
il ruolo di carnefice mentre l'orco diventa la sua vittima. Nella
precedente versione questa intuizione era centrale. Qui un po' meno,
mentre balza soprattutto in primo piano il motivo del tempo, e del
confronto tra realtà e illusione. Nello scambio dialettico tra
i due, la Russo inserisce una terza voce, quella di un ambiguo vicino
di casa, dispensatore di verità razionali: ma questa aggiunta, anziché
chiarire, appesantisce, complica, intellettualizza ulteriormente il
tutto. E Martinelli toglie alla brava Federica Fracassi
il tubo gocciolante nel quale stava accucciata come in una tana,
spostando l'azione su un praticello verde a metà tra esterno e interno,
chiuso da lastre di vetro su cui scorre una pioggia incessante. Così, a
mio avviso, si perde il tema della territorialità, del controllo della
propria porzione di spazio da parte dei due contendenti, che creava una
certa tensione teatrale.
di
renato palazzi